bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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venerdì 15 maggio 2020

macchine come me

di Ian McEwan.
ho iniziato piano, il passaggio da un romanzo all'altro è sempre faticoso.
venivo dal romanzo musicale di Rebecca West, dall'Inghilterra degli anni 20. una prosa non facilissima ma al contempo molto ricca.
sono rimasta in Inghilterra, Londra, ma sono finita nel 1982, un altro 1982. nelle isole Falkland si perde la guerra contro l’Argentina, i Beatles si sono da poco ricostituiti e la voce di John Lennon continua a diffondersi via radio. anche il genio della decifrazione del codice Enigma, Alan Turing, è scampato alla morte precoce e ingiusta che conosciamo, e i suoi studi hanno reso possibili alcune delle conquiste tecnologiche di questi diversi anni Ottanta, dalle automobili autonome ai primi esseri umani artificiali.
nella storia che parla di Adam, un androide, e di Charlie, che lo compra, sebbene molto costoso, con l'eredità della madre. la vita descritta è quella che conosciamo, quella che facciamo o facevamo, negli anni 2000. è un libro di fantascienza retrodatato, ma senza distopie macroscopiche. quel che fa la differenza è la spinta che l'intelligenza artificiale imprime al tempo, e la sua collocazione precoce nella recente passata storia dell'uomo.
al solito quel che leggo su prefazioni e quarta di copertina mi lascia un po' basita.
e mi trovano completamente in disaccordo.
la funzione di Adam, che si manifesta lentamente all'inizio e poi invece con una fortissima accelerazione nel finale, è quella di smascheramento. Adam abbraccia l'amore per la verità, dichiara che nulla è più importante della verità, e nel momento in cui lo fa definisce la sua fine. 
perchè, al contrario di ciò che si dichiara anche nei più diffusi luoghi comuni tra le creature umane che popolano la terra, l'uomo di tutto fa pur di mascherare la verità.
la verità dell'essere è quotidianamente mascherata dalla coscienza, l'io manovra la nostra vita ai fini di una sopravvivenza che si rende possibile solo grazie alla persistente censura della nostra intima verità. la nostra vita è un costante arrangiamento e manipolazione della nostra verità, è la persistente costruzione di sintomi, a volte non necessariamente gravi, per colmare la divisione che ci abita. 
la verità atterisce l'essere umano, ma non una macchina.
può forse tollerare il protagonista narrante di venire smascherato nella sua modalità di sopravvivenza, che è una comoda sistemazione che con la fatica del vivere una passione non ha niente a che fare? non è che Charlie non lo sappia che quel modo che ha di procurarsi il pane è vergognoso. manipola azioni dal suo pc, ci si dedica qualche ora al giorno dalla sua cucina, non sa cosa sia la passione e il sacrificio per una causa, evita qualsiasi coinvolgimento, si annoia e passeggia qua e là, unica occupazione: trovare il modo di tornare a letto con la sua donna.
lui lo sa, la verità, ma non è che faccia qualcosa per modificarla, si arrangia, sapendo bene di coltivare una noia e un parassitaggio meschini.
e non sa forse la sua fidanzata che il suo silenzio e le sue menzogne sono macigni sulla coscienza, non ha forse operato un modo per attuare una vendetta ma non una forma di giustizia in onore, o meglio in virtù, di un'amica morta suicida per l'angoscia di uno stupro, non sa forse di aver manipolato la verità convinta di aver fatto l'unica cosa possibile? 
eppure questa è la modalità attraverso cui noi tutti conduciamo le nostre vite, più o meno consapevoli di quel che andrebbe fatto per uscire dalla modalità nevrotica del compromesso, ma incapaci di abbracciarla, la verità.
lo dice Turing, gran genio del 900 cui dobbiamo molto moltissimo e solo McEwan si è ricordato di omaggiarlo, a Charlie che gli restituisce l'androide danneggiato:
- Senza sapere un gran che della mente, decidi di provare a introdurne una artificiale nel mondo delle relazioni. Il machine learning non può arrivare molto lontano. Dovrai fornire a questa mente alcune regole di vita cui attenersi. Perchè quella di non poter mentire? Secondo quello che si legge nell'Antico Testamento, nel libro dei Proverbi, mentire è un abominio contro dio. Ma il mondo delle relazioni pullula di menzogne innocue, per non dire preziose. Come facciamo a distinguerle? Chi scriverà l'algoritmo della bugia generosa che risparmia l'imbarazzo a un amico? O di quella che spedisce in galera uno stupratore  che altrimenti l'avrebbe fatta franca? Ancora non sappiamo come insegnare a mentire a una macchina. E che dire della vendetta? Secondo lei è ammissibile, qualche volta, quando si ama la persona che la reclama. Ma per il suo Adam no, non lo è mai.

dice Charlie:
- cerchiamo di ricordarci di Mariam, per favore. Quello che Gorringe le ha fatto e  a cosa l'ha portata. Miranda ha dovuto mentire per ottenere giustizia. Ma non sempre la verità è tutto.
Adam risponde:
- Questa è un'affermazione davvero straordinaria. Ma certo che la verità è tutto.
Miranda , la fidanzata:
- So che prima o poi cambierai idea.
Adam:
- Temo di no. Che razza di mondo volete? La vendetta o la legge. La scelta è semplice.

per una macchina, per l'intelligenza artificiale lo è. ma non per l'uomo per il quale vige il paradosso che per ottenere giustizia serve mentire, per vivere serve rimuovere.

Macchine come me. 
di Ian McEwan.


giovedì 25 luglio 2019

l'Arminuta

Ci siamo fermate una di fronte all’altra, così sole e vicine, io immersa f ino al petto e lei al collo. Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza. Ora ci somigliamo meno nei tratti, ma è lo stesso il senso che troviamo in questo essere gettate nel mondo. Nella complicità ci siamo salvate. Ci guardavamo sopra il tremolio leggero della superficie, i riflessi accecanti del sole. Alle nostre spalle il limite acque sicure. Stringendo un poco le palpebre l'ho presa prigioniera tra le ciglia.

finsce come una poesia, questo splendido libro.
la voce narrante dice: restavo orfana di due madri viventi. una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. non sapevo da chi provenivo. in fondo non lo so neanche adesso.
manca una madre ma emerge una sorella. dall'abbandono, dalla delusione più drammatica, alla scoperta della sorellanza e la forza dirompente della complicità, della resistenza insieme.
nel passaggio della protagonista dall'agiatezza borghese alla miseria operaia di una famiglia povera emerge il corpo, prima profumato pulito silente nascosto ben vestito, poi odoroso puzzolente sporco, carico di umori e di riflessi, di strazi e invasioni, di sensi e di separazioni. quel corpo che emerge segnerà la perdita dell'eterea innocenza verso la consistenza sensuale della maturazione.
un libro potente dalla narrazione magica forte immediata.
L'Arminuta, di Donatella Di Pietrantonio.
irrinunciabile.

venerdì 8 febbraio 2019

niente del suo corpo è sfuggito al mio sguardo. credevo che crescendo sarei diventata lei

ancora lei, ancora Annie Ernaux.
Una donna è una lettera di amore per la madre, è, di fatto, una continuazione, forse un po' più personale, del resoconto de Gli anni.
stesso stile, stessa aderenza alla storia comune, alla collettività, stesso tentativo di impartire un sentire condiviso, certamente arricchito dall'emozione del sentimento privato.
Ernaux naviga nel sentimento in un modo del tutto personale e la sua prosa (magistralmente tradotta dal suo traduttore che tutti premiano come il miglior traduttore possibile ovvero Lorenzo Flabbi) ha qualcosa di sconcertante per me.
quel che lei vede di sua madre per me è impensabile. mi domando quanto di quel che vede sia letterario e non biografico. non potrei scrivere nemmeno una riga di mia madre con l'accuratezza storica e descrittiva che lei impiega per descrivere la sua. la mia visione di mia madre è sfumata, priva di dettagli narrativi, i dettagli che ho di lei sono interiorizzati e non intellegibili ad altri, sono ancorati nel fondo e non potrei raccontarli. non so della sua infanzia e dei suoi genitori se non poche notizie, non so della sua vita prima di me se non poche notizie, so che aveva Sangioano e questo me la fa collocare in un momdo fatatao e paradisiaco inaderente alla realtà, so piccole cose della sua storia con mio padre, so pochi ricotrdi della ma infanzia e moltissimi della mia età adulta.
non so dove abbia trovata la forza narrativa che ha, la Ernaux, per me la madre è solo una forza trainante di vita, è desiderio di vita, inenerrabile.
certi pensieri che ha sulla madre

ora mi sembra di scrivere su mia madre per, a mia volta, metterla al mondo

niente del suo corpo è sfuggito al mio sguardo. credevo che crescendo sarei diventata lei

sulla strada del ritorno veniamo sorpresi da un bombardamento, io sono sulla canna della bicicletta di mio padre e lei scende lungo il pendio davanti a noi, la schiena dritta sul sellino affondato tra le natiche. ho paura delle granate e che lei muoia. credo che fossimo entrambi innamorati di mia madre

per me sono improponibili.
non potrei osare pensare questo di mia madre che è e resta un mistero, di fatto il mistero della vita. 
nemmeno potrei entrare nella portata di un dolore così intenso, per me la morte di mia madre e di mio padre non sono state una tragedia, non perchè sono cattiva, perchè li ho visti e sentiti andare nel tempo, mi sono separata da loro, mi sono disancorata, so che sono la mia struttura portante, so che sono la mia forza vitale e che non avrebbero potuto fare meglio di così. come sono andati li ho lasciati andare subito, non li ho trattenuti. forse sono un mostro, ci sono persone che abitano il lutto della perdita tutta la vita. o forse i miei genitori mi hanno dato tutto quello che c'era da dare, io so che devo tutto a loro, ma non li ho scandagliati (eppure ho fatto otto anni di analisi), non li ho posseduti, non li ho derubati, non li ho nemmeno accusati.
li ho incarnati.

lunedì 7 gennaio 2019

librastro

è che non vorrei che si dicesse che ho dei pregiudizi.
allora leggo anche quello che non leggerei per mio interesse ma che è meglio che io legga per farmi un'opinione.
non posso dire che mi abbia delusa.
non mi aspettavo nulla. potrei rimanere delusa leggendo Roth o Oz o Ernaux o Murakami o Tolstoj, ovvero laddove io abbia aspettative, altissime. 
non posso dire che mi abbia annoiata.
in verità, carpita una certa rivelazione, l'ho letto in poche sere, 4 o 5, ci ho messo un lampo. un libricino, intendiamoci, sebbene di 196 pagine (davvero??). certo per leggere Gli anni di Ernaux ci ho messo due mesi, forse di più, ma non per il volume di pagine, per la corpulenza della parola.
non posso dire che non mi sia piaciuto.
ricordo quando ho letto il racconto collettivo su La Lettura, un esperimento di scrittura a più mani, edito a puntate sull'inserto del Corriere, come si faceva una volta. vi hanno partecipato diversi scrittori, tra i quali Avallone, Veronesi, Genovesi, Trevi, Ciabatti e altri. al termine dell'esperimento gli 8 scrittori si sono ritrovati alla sala Buzzati della Fondazione Corriere e ne hanno dibattuto. non sono andata all'incontro, ma mi ero iscritta, ma ho letto il resoconto dell'intervista su La Lettura. era interessante leggere degli scrittori che ne discutevano tra loro, erano tutti contenti, tutti amici, tutti soddisfatti, tutti divertiti, tutti esaltati. ma come siamo stati bravi. non uno, dico NON UNO, che si sia chiesto: ma com'è venuto? sarà piaciuto? com'era il racconto nella sua globalità? è venuto bene l'esperimento?
posso rispondere io: NO. il racconto era brutto, noioso, ovviamente senza alcuno stile (dato che ci hanno scritto in 8), una lettura e una scrittura davvero deprimenti.
è straordinaria la vanità degli scrittori, e solo raramente è ben riposta.
non posso dire che sia scritto male. 
diciamo che non è scritto. frasi brevi, spezzate, quasi mai compiute, in un periodo si passa repentinamente dalla prima (io) alla terza persona (Noemi), a volte proprio non si capisce. no, non si capisce. a volte manca il verbo, a volte il soggetto, a volte non regge la frase. potrebbe trattarsi di un tentativo di trascrivere il pensiero senza mediazione della sintassi ma, no, nemmeno quello, è spesso un'accozzaglia di parole. alla fine del libro rincorrevo il senso senza reperirlo.
non posso dire che sia banale.
potrei dire che non si coglie il tema, per quanto ci sia un tentativo estremo, maldestro, di spiegarlo, di spiattellarlo a tutti i costi. il problema è che chi scrive ci tiene molto a spiegarti le cose, le sue cose, a dirti come funzionano le cose, le sue e quelle degli altri, fa dire ai personaggi non quel che si dice ma quel che si vorrebbe far capire. non è la storia che dice dei personaggi e da loro un senso, ma i personaggi che dicono, che spiegano, la storia. ci sono dettagli assolutamente inutili, uno poi mi ha colpito mortalmente, purtroppo nelle primissime pagine ed è lì che mi sono giocata il libro. il presunto rapitore si presenta in farmacia a chiede di acquistare il farmaco per curare le allergie di cui soffre il fratello rapito. chi scrive (uno scrittore??) specifica che il presunto rapitore non chiede il generico ma il farmaco di marca.
ora.
diciamocelo.
ma che dettaglio è?
ho aspettato la fine del libro per capire se quel dettaglio (è un libro giallo?) avesse una ragion d'essere e no, non ce l'ha. inoltre si tratta di un errore grossolano perché se ho capito l'epoca in cui si fa accadere il rapimento (senza cellulari, con le cornette del telefono, con gli elenchi telefonici) i generici dei farmaci proprio non erano in voga. quindi si tratta di un dettaglio non solo inutile ma anche sbagliato.
è vero che oggi si pubblicano libri immondi e di tutti i tipi e che l'editoria fa pena, ma qui, chi ha letto il libro prima di pubblicarlo (qualcuno lo ha letto??) non ha chiesto ragioni di questa dettagliata deragliata imprecisione?
o forse, chissà, mi sono persa qualcosa…
non posso dire che non mi piaccia il genere.
perchè non c'è alcun genere, non mi sono orientata nelle persone, nelle storie, nei personaggi, nelle parole, nelle descrizioni, nelle metafore, nelle allusioni, nei rimandi, nelle fantasie (ammesso che ci fossero), non c'è genere perché oggi chi scrive in Italia ha idee molto confuse su cosa sia la scrittura. e pure pensa di insegnarmelo come è accaduto nella mia assolutamente fallimentare esperienza alla scuola Molly Bloom. vergogna.
insomma cosa posso dire di "Matrigna" di Teresa Ciabatti?
che mi ha fatto schifo.

domenica 21 gennaio 2018

museo dell'innocenza

“Era l’istante più felice della mia vita, e non me ne rendevo conto. Se l’avessi capito, se allora l’avessi capito, avrei forse potuto preservare quell’attimo e le cose sarebbero andate diversamente? Sì, se avessi intuito che quello era l’istante più felice della mia vita non mi sarei lasciato sfuggire una felicità così grande per nulla al mondo. Quell'istante prezioso che avvolse il mio corpo in un abbraccio profondo e sereno durò solo qualche secondo, è vero ma la felicità di quel momento parve proseguire per ore, estendersi per anni.” (Kemal, dall'incipit de “Il Museo dell’Innocenza” di Orhan Pamuk)
il museo dell'Innocenza di Orhan Pamuk mi ha deliziata.
un'intuizione geniale e potente sottende la ricerca di questo artista.
la linea che collega gli oggetti disseminati della nostra memoria costruisce la storia, la narrazione.
ed è una narrazione il filo conduttore degli oggetti del suo personaggio, Kemal. 
una narrazione romantica di una delusione d'amore. una delusione che ha preso corpo che ha conquistato uno spazio.
come dice Pamuk, nei musei il tempo (quella della narrazione) diventa spazio. l’allestimento è la riproduzione fedele di quello che il personaggio Kemal ha progettato e che Orhan Pamuk ha realizzato, ma è anche un modo per raccontare Istanbul, una rappresentazione della Città alla fine anni ’70 di questo secolo. ci sono circa 1500 oggetti esposti nelle 83 vetrine, una per ogni capitolo del suo libro in almeno 15 anni di paziente lavoro.
ed ecco il piccolo miracolo del museo dell'Innocenza, alcune delle teche del museo originario (che ha sede a Istanbul) sono esposte al Museo Bagatti Valsecchi e raccontano tramite lo spazio gli oggetti le cose, la parola della sofferenza. 















secondo Pamuk è ora di smetterla con i musei che incutono paura, che presentano una storia universale e sovragenerazionale, le culture dei grandi paesi. la vera sfida è raccontare attraverso i musei la storia dei singoli individui che vivono in questi paesi, con la stessa profondità intensità e forza.
la misura del successo di un museo dovrebbe consistere non nell'abilità di rappresentare uno stato ma nel rivelare l'umanità degli individui. secondo Pamuk il futuro dei musei è dentro le nostre case,  nell'intimità dei nostri angoli domestici, custodita negli oggetti che costellano la nostra memoria.
in un errare furibondo e forse terapeutico tra oggetti di ogni genere, saccheggiando rigattieri e mercati, e nel costruire un'impresa non da poco, una raccolta di riferimenti concreti a un dolore abbandonico altrimenti inesprimibile, Pamuk crea questa storia parallela tra i suo romanzo e il suo museo in una tensione costante basata sulla finzione, sulla costruzione fantastica di un intreccio che ti lascia spesso il dubbio di essere stato intrappolato in una storia vera. ah, il potere della narrativa. 
forse gli oggetti leniscono il dolore, ed è così che Pamuk attraverso il suo Kemal che soffre per amore visualizza anche una tavola anatomica “per mostrare al visitatore del museo i punti dove la mia sofferenza amorosa in quei giorni si manifestava, si acutizzava e si diffondeva” segnandoli “sull’immagine che ritraeva gli organi interni del corpo umano nel cartellone pubblicitario del Paradison, un antidolorifico che, in quel periodo, mi aveva colpito nelle vetrine delle farmacie di Istanbul”. ah, la meraviglia della narrativa.
assistiamo al dipanarsi in termini spaziali della verità di un romanzo che risiede nella parola, in una consecutio temporale che trova una traduzione visiva.
non un gioco innocente, secondo me, un gioco letterario che vibra sull'orlo dell'equivoco, ma è questo il gioco a cui giochiamo quando leggiamo un libro. 

venerdì 15 luglio 2016

Maudit soit à jamais le réveur inutile

Domandai perché le sembrasse tanto impossibile.
Per infinite ragioni - rispose - ma soprattutto perché il pensiero di far l'amore con me la sconcertava, l'imbarazzava: tale e quale come se avesse immaginato di farlo con un fratello, toh, con Alberto. Era vero, da bambina lei aveva avuto per me un piccolo «striscio»: e chissà, forse era proprio questo che adesso la bloccava talmente nei miei riguardi. Io... io le stavo «di fianco», capivo?, non già «di fronte», mentre l'amore (così almeno se lo figurava lei) era roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda, uno sport crudele, feroce, ben più crudele e feroce del tennis!, da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d'animo e onestà di propositi.
Maudit soit à jamais le réveur inutile
qui voulut le premier, dans sa stupidité,
s'éprenant d'un problème insoluble et stérile
aux choses de l'amour méler l'honnéteté!
aveva ammonito Baudelaire, che se ne intendeva. E noi? Stupidamente onesti entrambi, uguali in tutto e per tutto come due gocce d'acqua («e gli uguali non si combattono, credi a me!»), avremmo mai potuto sopraffarci l'un l'altro, noi, desiderare davvero di «sbranarci»? No, per carità. Visto come il buon Dio ci aveva fabbricati, la faccenda non sarebbe stata né augurabile né possibile. 
...
«Hai detto che noi due siamo uguali» dissi. «In che senso?» Ma sì, ma sì - esclamò - e nel senso che anch'io, come lei, non disponevo di quel gusto istintivo delle cose che caratterizza la gente normale. Lo intuiva benissimo: per me, non meno che per lei, più del presente contava il passato, più del possesso il ricordarsene. Di fronte alla memoria, ogni possesso non può apparire che delusivo, banale, insufficiente... Come mi capiva! La mia ansia che il presente diventasse subito passato perché potessi amarlo e vagheggiarlo a mio agio era anche sua, tale e quale. Era il nostro vizio, questo: d'andare avanti con le teste sempre voltate all'indietro. Non era così? 

siamo nel giardino dei Finzi Contini, di Giorgio Bassani.
il protagonista, narratore, non ha nome. per certi aspetti non ha nemmeno un corpo, se non quando prova un ardore fisico incontenibile, un'eccitazione sessuale.
Micol, invece, ha nome e un corpo, seppure mai descritto, desiderabile.
la scena principale del libro avviene nell'infanzia (da bambina lei aveva avuto per me un piccolo «striscio») dei due ragazzi, quando entrano in un antro buio a depositare una bicicletta e il protagonista avverte potentissimo un senso di disagio e smarrimento, è il presagio del desiderio sessuale, il mistero, l'enigma che incombe su tutti noi, anche quando pensiamo di averlo svelato.

All'infantile paura del buio e dell'ignoto che avevo provato nell'istante in cui mi ero separato da Micòl, si era venuto sostituendo, in me, a mano a mano che mi inoltravo nel budello sotterraneo, un senso non meno infantile di sollievo: come se, essendomi sottratto in tempo alla compagnia di Micòl, fossi scampato a un gran pericolo, al pericolo maggiore al quale un ragazzo della mia età («Un ragazzo della ma età» era una delle espressioni favorite di mio padre) potesse andare incontro. Eh, sì, pensavo: stasera, rincasando, il papà mi avrebbe magari picchiato. Però io le sue botte potevo ormai affrontarle tranquillamente. Una materia a ottobre: aveva ragione, Micòl, di riderci su. Che cos'era una materia a ottobre a paragone del resto - e tremavo - che laggiù, nel buio, sarebbe potuto succedere tra noi? Forse avrei trovato il coraggio di darle un bacio, a Micòl: un bacio sulle labbra. Ma poi? Che cosa sarebbe accaduto, poi? Nei film che avevo visto, e nei romanzi, i baci avevano voglia a essere lunghi e appassionati! In realtà, a confronto del resto, i baci non rappresentavano che un attimo in fondo trascurabile, se dopo che le labbra si erano congiunte, e le bocche quasi compenetrate una dentro l'altra, il filo del racconto non poteva il più delle volte essere ripreso prima del mattino successivo, o addirittura prima che fossero trascorsi vari giorni. Se io e Micòl fossimo arrivati a baciarci in quella maniera - e l'oscurità avrebbe certo favorito la cosa - dopo il bacio il tempo sarebbe continuato a scorrere tranquillo, senza che nessun intervento estraneo e provvidenziale potesse aiutarci a raggiungere la mattina seguente. Che cosa avrei dovuto fare, in tal caso, per riempire i minuti e le ore? Oh, ma questo non era accaduto, fortunatamente. Meno male che mi ero salvato. 
 
ora che sono adulti, Micol si nega, definitivamente, e quel che non era accaduto allora viene invece desiderato, ora, come salvifico.
ora che sono adulti Micol si oppone duramente all'amore, a quel sopraffarci l'un l'altro che le sembra crudele, feroce.
Micol sembra parlare in nome di una verità, che forse non riguarda l'amore, ma la morte.
lei sa, gli altri no, lei comprende che il futuro è carico di morte e di perdita, che solo il passato, il ricordo, rende possibile, fin che si può, questa vita.
il valore di questa previsione non è in sé, è per me dubitabile, è discutibile, sebbene citi Baudelaire!, ma è vero nella prospettiva di una storia destinata a finire, male, per lei e per molti ebrei come lei.
un bellissimo libro, indimenticabile.

lunedì 28 dicembre 2015

tra un atto e l'altro

Sgranocchii lievi e fruscii rompevano il silenzio, Folate di zucchero e abbondanza erano nell'aria, in filigrana. 
sono rimasta stregata alla presentazione del libro a Book City, con la lettura di Anna Nogara di pezzi tratti dal testo, nel cortile del Teatro Grassi.
una situazione cortese, gaia, piena di grazia.
ma il libro, Tra un atto e l'altro, è un libro difficile, scritto in modo difficile, alla Woolf, ma senza nessuna pietà. non c'è nulla che vada liscio, tanto meno nella lettera, nella scrittura, è un testo pieno di punte e di artigli, sul presente, sulla mancanza di grazia della vita quotidiana, su quel tempo che sta in mezzo alla rappresentazione, tra un atto e l'altro, il tempo del reale. libro inedito, non approvato dalla Woolf e, forse, per un buon motivo. il giorno prima aveva scritto di non volerlo pubblicare perché troppo “sciocco e frivolo”. il testo era lì, sulla sua scrivania, mentre, poco dopo la sua stesura, si suicidava.
c'è una pagina:
La sguattera, prima di portare i piatti in tavola, si rinfrescava le guance nello stagno delle ninfee. C'erano sempre state ninfee, là, cresciute spontaneamente, con i semi portati dal vento, galleggiavano rosse e biancge sui dischi verdi delle foglie. L'acqua, per centinaia di anni, si era fermata in quel buco e ristagnava, profonda quattro o cinque piedi, su un nero cuscino di fango. Sotto lo spesso disco di acqua verde, glassati nel loro mondo egocentrico, i pesci nuotavano- rosi, screziati di biancostriati di nero e d'argento. In silenzio, guizzavano nel loro mondo d'acqua, sospesi nella toppa azzurra formata dal cielo, o si lanciavano, in silenzio, verso la sponda dove l'erba, che tremava, formava una frangia d'ombra oscillante. A pelo d'acqua, i ragni stampavano le impronte delle loro zampe delicate. Un granello cadde disegnando una spirale. Un petalo cadde, si riempì d'acqua e affondò. Al che, la flotta di corpi natanti si fermò, attese, si preparò e in un baleno di scaglie, con un guizzo ondulato scomparve.
Era in quel centro profondo, in quel cuore nero, che la donna era annegata. Dieci anni prima avevano dragato lo stagno e trovato l'osso di un femore. Ahimè, era di una pecora, non di una donna. E una pecora non ha un fantasma, perchè una pecora non ha un'anima. Ma la servitù insisteva, doveva essere un fantasma. E il fantasma doveva essere di una donna. Che si era annegata per amore. Per questo nessuno di loro passeggiava intorno allo stagno delle ninfee di notte, ma solo quandoil sole era alto, come adesso, e i signori erano a tavola.
Il petalo affondava.

si parlava, in quell'incontro, di una vena comica della Woolf, presente in questo libro. io invece avverto la tragedia, avverto che sotto il suolo c'è un'inondazione, un'acqua irrequieta che affiora di continuo, che la parola non argina. le parole della Woolf hanno smesso di adeguarsi nelle frasi, fanno a pugni tra loro, mentre il suo petalo, la sua vita, affonda.




lunedì 15 giugno 2015

il Riccetto

Ragazzi di vita è un grande libro, di una drammaticità tagliente.
affiora nel sottofondo la bellezza, della natura, dei cieli e delle nuvole, di Roma capitale, del Tevere e degli angoli magici della città, eppure, quel che emerge, e ti crocifigge, sono macerie e disgregazione.
siamo nell'immediato dopo guerra, almeno all'inizio del libro, e le bande di ragazzi di borgata animano le pagine del libro con le loro vite vuote di tutto, senza case, senza tetto, senza lavoro, senza soldi, senza affetti, senza radici e senza valori, piene di piccoli furti, di espedienti meschini, di passatempi inventati, di noncuranza, di indifferenza o, a volte, di episodi drammatici, di violenza, di morte, di annientamento nel nulla.
la narrazione non chiede nulla al lettore, solo l'ascolto, del cuore, della testa. non c'è enfasi, non ci sono trucchi teatrali drammaturgici, nè strategie sentimentali, c'è solo da assistere.
assistere si, non vedo ribellione, non vedo speranza, vedo solo sopravvivenza quotidiana a dosi di cinismo e sopraffazione, di precocità delinquenziale, di disillusione senza traccia di rivendicazione sociale o di impegno politico. per i ragazzi di vita la vita scorre così, già solcata nel suo destino, dove si muore per un accidente, un incidente, un tragico scherzo. 
a tratti ho veramente patito, certi capitoli finiscono nel dubbio, nel dubbio della tragicità senza che ci sia mai, in nessun caso, l'insistere sui risvolti tragici della vita. eppure sai che è finita male, lo sai, e Pasolini ti fa immaginare, ti fa proseguire nella tua pagina interiore, ti fa costruire il dolore della perdita, la disperazione della povertà, anche morale. è questo che ho amato di questo libro, Pasolini ha costruito pagine straordinarie, dove sembra che l'indifferenza, quei li mortacci sua, il tempo annoiato, la piotta rimediata rubando a un cieco che chiede l'elemosina, le madri sfatte e furiose, la quotidianità di un'intera famiglia che si svolge entro le mura di una classe cadente in una ex scuola siano gli unici ingredienti delle storie, ma, invece, ti accompagna in un viaggio che poi sarai costretto a costruire da solo, nella più tetra solitudine, nella disperazione dell'isolamento. tu e il libro, tu e lui, tu e il Riccetto. tu.
leggevo in un'intervista a Fabrizio Gifuni, che legge il romanzo in un audiolibro, che consiglio, anzi che ordino a chiunque ami la letteratura e la lettura, e che ha interpretato in un reading a Milano, al teatro Franco Parenti il 7 giugno appena passato, quanto Pasolini fosse invaghito dei ricci, di quanto li desiderasse, di quanto ne fosse attratto. questo è un aspetto che mi incuriosisce, ovvero come, in fondo, all'intellettualità, al lavoro di una vita, all'impegno artistico, al cinema, alla poesia e alla letteratura, si contrapponga un aspetto di reale, di riccioli in testa, di corporeità, di fisicità, di seduttività omosessuale che fa di quell'artista, una persona con le sue fragilità, con il suo corpo.
«I ricci erano un’ossessione che Pasolini dichiarò in una poesia giovanile (“Danza di Narciso”), poi riscritta con la stessa struttura metrica, ma con spirito mutato, più in nero. In una di queste, in friulano, scrive: “Posso solo dire che dal male dei ricci non si può guarire”. 
Risorgono dalle pagine di un romanzo che trasformò letteratura e comune senso del pudore quei borgatari romani post bellici che al cinema saranno accattoni o appesi sulla croce, Franco, Ninetto e altri. Il Riccetto, e anche il Caciotta, il Lenzetta, il Begalone, almeno una dozzina di voci diverse in un attore strepitosamente multiplo: «L’ossessione pasoliniana prende corpo negli Anni 50 in questo che è il suo miglior affresco. Le pulsioni che attraversano la mia lettura oscillano continuamente tra un romanzo intatto nella sua bellezza e purezza senza rughe, ma che è impossibile non leggere con gli occhi del presente. C’è un momento in cui Pasolini racconta come Riccetto, in due anni, fosse già diventato un figlio di mignotta capace di ammazzare un frocio per duemila lire. Difficile non leggere in questi fulminei frammenti quello che accadde dopo, giusto quarant’anni fa. Pasolini dissemina la sua opera di riflessioni sulla morte, riesce perfino a prefigurare la stessa immagine del suo assassinio.»(Maurizio Porro, Corriere della Sera, 5/6/2015)

il linguaggio è straordinario, sia in bocca ai ragazzi di vita, sia nella penna descrittiva di Pasolini.
è un romanzo strepitoso, un romanzo di vita.

– Nun torni a Genè? – ripeté Mariuccio, deluso da com’erano andate le cose. – Rimano de qqua ancora un pochetto, – disse di lag- giú Genesio, – se sta tanto bbene de qqua! – Daje, traversa! – insistette Mariuccio con le corde del collo che gli si gonfiavano per lo sforzo che faceva a gridare. Pure Borgo Antico si mise a chiamarlo, e Fido abbaiava saltando di qua e di là, ma col muso sempre ri- volto all’altra sponda, come se chiamasse pure lui. Genesio allora s’alzò all’impiedi, si stirò un pochetto, come non usava fare mai, e poi gridò: – Conto fino a trenta e me butto. – Stette fermo, in silenzio, a contare, poi guardò fisso l’acqua con gli occhi che gli ardevano sotto l’onda nera ancora tutta ben pettinata; infine si buttò dentro con una panciata. Arrivò nuotando alla svelta fin quasi al centro, proprio nel punto sotto la fabbrica, dove il fiume faceva la curva svoltando verso il ponte della Tiburtina. Ma lí la corrente era forte, e spingeva indietro, verso la sponda della fabbrica: nell’andata Genesio era riuscito a passare facile il correntino, ma adesso al ritorno era tutta un’altra cosa. Come nuotava lui, alla cagnolina, gli serviva a stare a galla, non a venire avanti: la corrente, tenendolo sempre nel mezzo, cominciò a spostarlo in giú verso il ponte. – Daje, a Genè, – gli gridavano i fratellini da sotto il trampolino, che non capivano perché Genesio non venisse in avanti, – daje che se n’annamo! Ma lui non riusciva a attraversare quella striscia che filava tutta piena di schiume, di segatura e d’olio bruciato, come una corrente dentro la corrente gialla del fiume. Ci restava nel mezzo, e anziché accostarsi alla riva, veniva trascinato sempre in giú verso il ponte. Borgo Antico e Mariuccio col cane scapitollarono giú dalla gobba del trampolino, e cominciarono a correre svelti, a quattro zampe quando non potevano con due, cadendo e rialzandosi, lungo il fango nero della riva, andando dietro a Genesio che veniva portato sempre piú velocemente verso il ponte. Cosí il Riccetto, mentre stava a fare il dritto con la ragazza che però continuava, confusa come un’ombra, a strofinare le lastre, se li vide passare tutti e tre sotto i piedi, i due piccoli che ruzzolavano gridando tra gli sterpi, spaventati, e Genesio in mezzo al fiume, che non cessava di muovere le braccine svelto svelto nuotando a cane, senza venire avanti di un centimetro. Il Riccetto s’alzò, fece qualche passo ignudo come stava giú verso l’acqua, in mezzo ai pungiglioni e lí si fermò a guardare quello che stava succedendo sotto i suo occhi. Subito non si capacitò, credeva che scherzassero: ma poi capí e si buttò di corsa giú per la scesa, scivolando, ma nel tempo stesso vedeva che non c’era piú niente da fare: gettarsi a fiume lí sotto il ponte voleva proprio dire esser stanchi della vita, nessuno avrebbe potuto farcela. Si fermò pallido come un morto. Genesio ormai non resisteva piú, povero ragazzino, e sbatteva in disordine le braccia, ma sempre senza chiedere aiuto. Ogni tanto affondava sotto il pelo della corrente e poi risortiva un poco piú in basso; finalmente quand’era già quasi vicino al ponte, dove la corrente si rompeva e schiumeggiava sugli scogli, andò sotto per l’ultima volta, senza un grido, e si vide solo ancora per un poco affiorare la sua testina nera. Il Riccetto, con le mani che gli tremavano, s’infilò in fretta i calzoni, che teneva sotto il braccio, senza piú guardare verso la finestrella della fabbrica, e stette ancora un po’ lí fermo, senza sapere che fare. Si sentivano da sotto il ponte Borgo Antico e Mariuccio che urlavano e piangevano, Mariuccio sempre stringendosi contro il petto la canottiera e i calzoncini di Genesio; e già cominciavano a salire aiutandosi con le mani su per la scarpata.
– Tajamo, è mejo, – disse tra sé il Riccetto che quasi piangeva anche lui, incamminandosi in fretta lungo il sentiero, verso la Tiburtina; andava anzi quasi di corsa, per arrivare sul ponte prima dei due ragazzini. «Io je vojo bbene ar Riccetto, sa!» pensava. S’arrampicò scivolando, e aggrappandosi ai monconi dei cespugli su per lo scoscendimento coperto di polvere e di sterpi bruciati, fu in cima, e senza guardarsi indietro, imboccò il ponte. Poté tagliare inosservato, perché, sia nella campagna che si stendeva intorno abbandonata, verso i mucchi di casette bianche di Pietralata e Monte Sacro, sia per la Tiburtina, in quel momento, non c’era nessuno; non passava neppure una macchina o uno dei vecchi autobus della zona; in quel gran silenzio si sentiva solo qualche carro armato, sperduto dietro i campi sportivi di Ponte Mammolo, che arava col suo rombo l’orizzonte.

domenica 17 maggio 2015

un anno sull'altipiano - ho tanti ricordi come se avessi cent'anni

«il lettore non troverà, in questo libro, né il romanzo, né la storia. Sono ricordi personali, riordinati alla meglio e limitati a un anno, fra i quattro di guerra ai quali ho preso parte. Io non ho raccontato che quello che ho visto e mi ha maggiormente colpito. Non alla fantasia ho fatto appello, ma alla mia memoria.»
un'ora di spettacolo, un attore che legge, due musicisti che suonano, luci e pubblico.
e, prima di tutto, un testo. un libro.
una storia e LA storia, la nostra.
gli ingredienti di una torta semplice, semplicemente perfetta.
arrivati al Franco Parenti ci offrono un calice di vino bianco, Vermentino buono e bello freddo, in tema con il libro, l'anno sull'altipiano di Asiago è quello di una brigata sarda, tra il '16 e il '17.
scrive Emilio Lussu.
voce recitante Daniele Monachella
chitarra classica/loop station Andrea Congia
launeddas/fiati/percussioni Andrea Pisu
disegno luce Andrea Tocchio.
 
Il tenente generale comandante la divisione, ritenuto responsabile dell’abbandono ingiustificato di Monte Fior, fu silurato . In sua sostituzione, prese il comando della divisione il tenente generale Leone. L’ordine del giorno del comandante di corpo d’armata ce lo presentò «un soldato di provata fermezza e d’esperimentato ardimento». Io lo incontrai la prima volta a Monte Spill, nei pressi del comando di battaglione. Il suo ufficiale d’ordinanza mi disse che egli era il nuovo comandante la divisione ed io mi presentai. Sull’attenti, io gli davo le novità del battaglione. 
– Stia comodo, – mi disse il generale in tono corretto e autoritario. 
– Dove ha fatto la guerra, finora? 
– Sempre con la brigata, sul Carso. 
 – È stato mai ferito? 
 – No, signor generale. 
– Come, lei ha fatto tutta la guerra e non è stato mai ferito? Mai? 
 – Mai, signor generale. A meno che non si vogliano considerare tali alcune ferite leggere che mi hanno permesso di curarmi al battaglione, senza entrare all’ospedale.
 – No, no, io parlo di ferite serie, di ferite gravi. 
 – Mai, signor generale. 
 – È molto strano. Come lei mi spiega codesto fatto?
 – La ragione precisa mi sfugge, signor generale, ma è certo che io non sono stato mai ferito gravemente. 
– Ha preso lei parte a tutti i combattimenti della sua brigata? 
– A tutti. 
– Ai «gatti neri»? 
– Ai «gatti neri». 
– Ai «gatti rossi»? 
– Ai «gatti rossi», signor generale. 
– Molto strano. Per caso, sarebbe lei un timido? 
Io pensavo: per mettere a posto un uomo simile, ci vorrebbe per lo meno un generale comandante di corpo d’armata . Siccome io non risposi subito, il generale, sempre grave, mi ripeté la domanda
– Credo di no, – risposi. 
– Lo crede o ne è sicuro? 
– In guerra, non si è sicuri di niente, – risposi io dolcemente. 
E soggiunsi, con un abbozzo di sorriso che voleva essere propiziatorio: – Neppure di essere sicuri. 
Il generale non sorrise. Già, credo che per lui fosse impossibile sorridere. Aveva l’elmetto d’acciaio con il sottogola allacciato, il che dava al suo volto un’espressione metallica. La bocca era invisibile, e, se non avesse portato dei baffi, si sarebbe detto un uomo senza labbra. Gli occhi erano grigi e duri, sempre aperti come quelli d’un uccello notturno di rapina. Il generale cambiò argomento. 
 – Ama lei la guerra? 
Io rimasi esitante. Dovevo o no rispondere alla domanda? Attorno v’erano ufficiali e soldati che sentivano. Mi decisi a rispondere. 
– Io ero per la guerra, signor generale, e alla mia Università, rappresentavo il gruppo degli interventisti 
– Questo, – disse il generale con tono terribilmente calmo, – riguarda il passato. Io le chiedo del presente. 
 – La guerra è una cosa seria, troppo seria ed è difficile dire se... è difficile... Comunque, io faccio il mio dovere –. E poiché mi fissava insoddisfatto, soggiunsi: – Tutto il mio dovere. 
 – Io non le ho chiesto, – mi disse il generale, – se lei fa o non fa il suo dovere. In guerra, il dovere lo debbono fare tutti, perché, non facendolo, si corre il rischio di essere fucilati. Lei mi capisce. Io le ho chiesto se lei ama o non ama la guerra. 
– Amare la guerra! – esclamai io, un po’ scoraggiato. Il generale mi guardava fisso, inesorabile. Le pupille gli si erano fatte più grandi. Io ebbi l’impressione che gli girassero nell’orbita. 
– Non può rispondere? – incalzava il generale. 
– Ebbene, io ritengo... certo... mi pare di poter dire... di dover ritenere... Io cercavo una risposta possibile. 
– Che cosa ritiene lei, insomma? 
– Ritengo, personalmente, voglio dire io, per conto mio, in linea generale, non potrei affermare di prediligere, in modo particolare, la guerra. 
– Si metta sull’attenti! 
Io ero già sull’attenti. 
– Ah, lei è per la pace? Ora, nella voce del generale, v’erano sorpresa e sdegno. 
– Per la pace! Come una donnetta qualsiasi, consacrata alla casa, alla cucina, all’alcova, ai fiori, ai suoi fiori, ai suoi fiorellini! È così, signor tenente? 
– No, signor generale. 
– E quale pace desidera mai, lei? 
– Una pace... 
E l’ispirazione mi venne in aiuto. 
– Una pace vittoriosa.

l'attore mi piace moltissimo, legge, interpreta ma non recita, partecipa, mi coinvolge e non perdo una sola parola della sua lettura.
amo moltissino i reading, sono episodi di cultura e intrattenimento, sono delle perle di vita.
mi piace la musica, esalta il testo, mi fa sentire la drammaticità delle parole e dei ricordi, di quella memoria.
mi torna in mente il film di Olmi, Torneranno i prati, mi tornano in mente le immagini della mostra di Rovereto, La guerra che verrà non è la prima, 1914 - 2014, bellissima esposizione, ricca di evocazioni e testimonianze, installazioni, disegni, incisioni, fotografie, dipinti, manifesti, cartoline, corrispondenze, diari, molto materiale che non si può dimenticare.
ascolto e, non so perché, mi vengono in mente soprattutto le immagini della condanna a morte di Cesare Battisti, un reportage fotografico preciso, puntuale, tragico, angosciante, inesorabile.
qualcosa di inesorabile, di folle, di crudele mi coglie ogni volta che leggo o assisto a qualcosa di questa Grande Guerra, qualcosa a cui nessuno voleva partecipare e per cui a milioni sono morti.

« Sentivo delle ondate di follia avvicinarsi e sparire. A tratti, sentivo il cervello sciaguattare nella scatola cranica, come l'acqua agitata in una bottiglia. »

testo di valore civile, testo morale, testo da leggere.

giovedì 19 marzo 2015

capolavoro

ho letto sulla copertina: un capolavoro.
eh caspita com'è che non ho letto un capolavoro!
no, dico, capolavoro. una faccenda seria.
anzi, preciso: un libro immenso, un capolavoro.
dai Rossa non fare la snob, se ti dicono "capolavoro", "immenso", pure su audiolibro, letto da Caudio Santamaria, e leggilo allora.
la parole hanno un peso, di solito, l'avranno anche queste.
sempre lì a cercare i libri d'autore, a cavillare sui best seller, sulla mercificazione, sul plus godere, sulla società senza padre, sui gusti comuni, sulle fascinazioni di massa...e leggilo!
non rompere leggilo.
bene.
l'ho letto, ascoltato dai, dalla voce di Claudio.
a volte, come mi capita, ho riascoltato, risentito interi capitoli.
perchè, se si tratta di un capolavoro, non devo perdermi nulla e capire bene.
non è che poi critico e non so di cosa parlo.
ho aspettato qualche capitolo, lo giuro, prima di farmi delle domande.
per qualche capitolo ho sinceramente e rispettosamente aspettato.
ma
ahimè
con il passare del tempo, delle pagine, della storia, dei personaggi, delle parole, dell'italiano, o meglio della traduzione in italiano (unico dubbio che concedo), il capolavoro si è disfatto.
tristemente davanti ai miei occhi e dentro le mie orecchie.
l'italiano, o sua traduzione, i dialoghi, il contenuto, sono poveri. alla fame, alla deriva, senza dimora.
da carità all'angolo delle strade.
potrei riportare alcuni passaggi e verificare la miseria del linguaggio.
corrente, certo, ma da un capolavoro mi aspetto un linguaggio corrente da capolavoro.
meglio di no.
alcuni personaggi sono macchiette. la lingua che parlano li ridicolizza. i successi che ottengono sono smisurati. gli sviluppi narrativi sono incongrui.
la storia, con i soliti passaggi del vangelo a fare da sfondo ai delitti sado maso, è già letta, già vista, già tutto.
la costruzione narrativa perde dei pezzi o ne acquisisce di immotivati
(ma l'avvocato che fa da tutore viene annientato così senza problemi? che donna la nostra Lisbeth, guai a farle un torto, minuta ma inesorabile, una forza spropositata da un'anamnesi di sfacelo socio culturale pregressa)
(ma l'amante che si dilegua, perchè? com'è? boh, non era amore quello di Cecilia? così si leggeva)
(e 'sta figlia, compare giusto a metà libro a rivelare le verità sul vangelo, la vede una volta in un anno?)
(ma tutti quei furti mediatici? va bene così? ma lui non è un giornalista integerrimo? sgretolato di fronte all'ipotesi di rivalsa e di successo. un'etica facilmente raggirabile)
il finale è prevedibile, che fosse viva e mandasse i fiori a ogni compleanno era chiaro dalle prime rivelazioni sulla trama.
un capolavoro tua sorella.
ci sono cascata.
Uomini che odiano le donne: una boiata d'intrattenimento.
non per me.

domenica 1 febbraio 2015

Stoner

è un libro di Johm Williams.
a 40 anni dalla sua pubblicazione, dopo un lungo oblio, viene riabilitato e indicato con un libro straordinario.
ne parla Le lettura del Corriere della sera, lo cita Recalcati in una sua conferenza, lo leggo anche io, me lo faccio regalare a natale.
Ho scoperto che Stoner parla in realtà di William Stoner, un ragazzo di campagna che riesce a entrare all’università del Missouri nel 1910 per poi diventare lì docente fino alla sua morte nel 1956. Con semplicità e grande forza espressiva, vengono passate in rassegna le delusioni che ne scandiscono la vita, e che la rendono deprimente solo in apparenza, perché siamo portati a identificarci con Stoner: i suoi fallimenti sono i nostri. Il romanzo è lucido nella sua compassione e, sebbene verso la fine ci si possa commuovere per il protagonista, risulta rassicurante perché l’idea di fondo è che non si è mai soli nella sofferenza: tutti soffriamo. Ma è lo stoicismo di Stoner di fronte al dolore e alla perdita a rendere così singolare questo romanzo. La sua portata drammatica sta tutta nell’atteggiamento di serena accettazione del protagonista verso ciò che gli accade. Questa passiva resistenza è ciò che lo rende un libro eccezionale, proprio perché diverso dalla maggior parte dei romanzi, dove il protagonista è sempre parte attiva nella catena di eventi drammatici che si dipana intorno a lui.
 Bret Easton Ellis, La lettura, 2014

non so se è quello che scriverei di questo romanzo.
la figura di Stoner è un turbamento. è una vita comune e, forse, è un destino comune al nostro, il suo.
quel che mi risulta evidente è la dimensione di una divisione soggettiva, lo scarto tra una vita vissuta e quella sognata: Stoner non è quel che avrebbe potuto essere, quel che avrebbe voluto essere.
Stoner, per tutta la vita, abdica al suo desiderio.
rinuncia di continuo a vivere, e sarebbe stata una gran fatica, in accordo al proprio desiderio, rinuncia a tutto, fino all'esaurimento completo delle sue risorse, fino a morirne.
l'unico momento, tra l'altro bellissimo, in cui il desiderio gli parla ed egli è disposto a perseguirlo, è quello della folgorazione per la letteratura e il suo studio. Stoner parte dalla facoltà di agraria e incespica nell'esame di letteratura inglese. capisce dalla fatica che gli costa prepararlo, dal pensiero che lo studio gli produce, dall'inciampo che questo esame gli procura, dall'ossessione per l'insegnante che tiene il corso che, la letteratura inglese,  è quel che desidera sapere nella vita.
capì che non poteva gestire l'esame di letteratura inglese come faceva con gli altri corsi...continuava a riflettere sulla parole che Archer Sloane diceva in classe, come se sotto al loro piatto significato si nascondesse una chiave che l'avrebbe condotto lì dove doveva andare.
ecco che il desiderio fa capolino, ecco che Stoner ne legge i segnali, e li asseconda.
"Cosa significa il sonetto? Cosa le sta dicendo, Mr Stoner? Cosa significa questo sonetto?" Stoner alzò lo sguardo con lentezza, riluttante. "Significa", disse, e sollevò le mani in aria con gesto vago. "Significa", ripetè, e non riuscì a terminare la frase .
significa è la vita che assume un senso, il senso del nostro desiderio. nel momento in cui lo incontra gli manca la parola, balbetta e si ferma, qualcosa gli parla e sarà per sempre. e Stoner insegnerà, con passione e dedizione,  tutta la vita. per il resto, la sua vita sarà una disfatta dopo l'altra, il matrimonio, l'amore, la figlia, i rapporti con i colleghi saranno segnati dal fallimento, dalla rinuncia, dalla passività, dalla depressione. dal non senso. è svilente questa figura, è deprimente, è, a tratti, angosciante. è particolarmente avvilente la sua sottrazione sul piano genitoriale, vede la figlia infelice nelle intenzioni manipolatorie e distruttive della madre e non fa nulla per impedirlo. indolente, si ritira dal suo ruolo paterno, lascia correre, vola le spalle, non si frappone come padre con la sua legge regolatoria alla voracità materna e la figlia cresce infelice, sara un'alcolizzata. 
Stoner è tutti noi? no, penso di no, è quel noi che rinuncia e vive nella ripetizione dei sintomi, nella disperazione, nella vuota ossessione dei gesti sempre uguali.
Stoner  un personaggio in sè privo di interesse che la narrazione letteraria rende molto interessante. la letteratura funziona da rappresentazione dell'assoluto, di ciò che altrimenti non si può dire, rende possibile l'impossibile.
come si potrebbe rappresentare la rinuncia ad abitare il proprio desiderio? così, con Stoner. ed è interessante che nel romanzo il personaggio sia solo Stoner, raramente indicato con il suo nome, William, per lo più Willy o Bill. è interessante perchè la mancanza della nominazione, del nome proprio, denota proprio il vuoto cha abita il personaggio, l'impossibiltà a vestire la propria identità.
sono rimasta folgorata dalla descrizione della sua morte, pagine sensibili e forti, indimenticabili, in cui l'abbandono della vita segna il momento della sua comprensione.
Gli sembrava di essersi svegliato da un lungo sonno, si sentiva ristorato. Era primavera inoltrata o inizio estate, ma forse più inizio estate, a giudicare dall’aspetto delle cose. Le foglie del grande olmo nel cortile sul retro erano ricche e lucenti e l’ombra dell’albero era così fresca che gli sembrava di non riconoscerla. L’aria aveva uno spessore, una pesantezza che riempiva gli odori dolci dell’erba, delle foglie e dei fiori, mescolandoli e tenendoli sospesi. Respirò di nuovo, profondamente. Sentì il rantolo del suo respiro e la dolcezza dell’estate che gli si raccoglieva nei polmoni. E avvertì anche, con quel respiro che fece, qualcosa che si spostava dentro di lui, in fondo, e spostandosi fermava qualcos’altro, immobilizzandogli la testa in modo che non potesse più muoversi. Poi la sensazione passò e si disse: ecco come deve essere. Gli sovvenne che avrebbe dovuto chiamare Edith. Poi capì che non l’avrebbe fatto. I moribondi sono egoisti, pensò. Vogliono il momento tutto per sé, come dei bambini. Riprese a respirare, ma ormai c’era qualcosa di diverso in lui che non sapeva definire. Seppe che stava aspettando qualcosa, una specie di conoscenza, ma gli sembrava di avere tutto il tempo del mondo. Udì il suono distante di una risata e voltò la testa in quella direzione. Un gruppo di studenti stava attraversando il suo cortile sul retro, per tagliare la strada; correvano chissà dove. Li vide distintamente, erano tre coppie. Le ragazze avevano gambe lunghe e aggraziate sotto ai vestitini estivi, e i ragazzi le guardavano allegri e incantati. Camminavano leggeri sull’erba, quasi senza toccarla, senza lasciare tracce del loro passaggio. Stoner li guardò mentre sparivano dalla sua vista, fin quando non poté più scorgerli. E per un lungo istante, dopo che furono svaniti, il suono delle loro risate continuò ad arrivare fino a lui, lontano e inconsapevole, nella quiete di quel pomeriggio d’estate. Cosa ti aspettavi?, pensò di nuovo. Una specie di gioia lo colse, come portata dalla brezza estiva. Ormai ricordava a malapena di aver pensato al fallimento, come se avesse qualche importanza. Gli sembrava che quei pensieri fossero crudeli, ingiusti verso la sua vita. Vaghe presenze si affollavano ai bordi della sua coscienza. Non riusciva a vederle, ma sapeva che erano lì, a raccogliere le forze in cerca di una palpabilità che non era in grado di vedere né di sentire. Si stava avvicinando a loro, lo sapeva. Ma non c’era alcun bisogno di correre. Poteva ignorarle, se voleva. Aveva tutto il tempo del mondo. Una morbidezza lo avvolse e un languore gli attraversò le membra. La coscienza della sua identità lo colse con una forza improvvisa, e ne avvertì la potenza. Era se stesso, e sapeva cosa era stato. La testa si voltò. Il comodino era carico di libri che non toccava da tempo. Vi lasciò scorrere la mano per un istante e si stupì della sottigliezza delle dita, dell’intricata articolazione delle giunture mentre le fletteva. Sentì la forza dentro di loro e lasciò che prendessero un libro dal mucchietto sul comodino. Era il suo libro che cercava, e quando la sua mano lo prese, sorrise vedendo la copertina rossa tanto familiare ormai sbiadita e consumata dal tempo. Poco gli importava che il libro fosse dimenticato e non servisse più a nulla. Perfino il fatto che avesse avuto o meno qualche valore gli sembrava inutile. Non s’illudeva di potersi ritrovare in quel testo, in quei caratteri scoloriti. E tuttavia, sapeva che una piccola parte di lui, che non poteva ignorare, era lì, e vi sarebbe rimasta. Aprì il libro, e mentre lo faceva, il libro smise di essere il suo. Lasciò scorrere le dita sulle pagine e sentì un fremito, come se quelle fossero vive. Il fremito gli attraversò le dita e corse lungo la carne e le ossa. Ne era profondamente cosciente e aspettò fino a sentirsene avvolto, finché l’eccitazione di un tempo, simile al terrore, non lo immobilizzo nel punto in cui era steso. La luce del sole, attraversando la finestra, brillò sulla pagina e lui non riuscì a vedere cosa c’era scritto. Le dita si allentarono e il libro che tenevano si mosse piano e poi rapidamente lungo il corpo immobile, cadendo infine nel silenzio della stanza.

giovedì 23 gennaio 2014

gli sdraiati

l'ho letto, in un paio d'ore.
definire, questo, un bel libro è la solita distorsione dei tempi nostri.
non è un libro, sono alcune pagine scritte.
si ride anche, e ci si annoia pure.
certe digressioni sulla Grande Guerra Finale tra giovani e vecchi ha reso ancora più veloce la sua lettura, le ho saltate, per tedio.
avevo letto, su un banner,  una specie di commento, direi un'esclamazione, di Massimo Recalcati che lo ha definito: irresistibile!!, me ne stupisco e anche rammarico.
pur con qualche distanza su alcune considerazioni fin troppo partigiane, l'articolo di Antonio Polito su La Lettura, che riporto, mi trova molto d'accordo.
ridacchio sulle considerazioni, comiche, sul disordine imperante, sulla sporcizia dilagante, sull'abbandono di ogni rigore, e, leggendo, mi dico: ma lui, il padre, dov'è? e l'altro, il figlio, chi è?
il primo si defila sulle regole, lo ammette, ma non sa esimersi dal richiedere il riconoscimento del suo senso estetico, che sia una vetta di montagna o una vendemmia, l'altro appare in prevalente posizione orizzontale, ma non solo, e sembra un cagnolino che sporca molto e pensa poco. difficile stabilire chi sia più mancante e ove origini la mancanza, dell'uno e dell'altro.
alla fine il libro mi ha infastidito, mi ha lasciato un senso incompiuto, e non posso certo dire di non essere a corrente della morte del padre edipico e del figlio complessato, delle evoluzioni odierne, ormai certezza, di un senso di colpa che non fa più presa, di una legge che non orienta il desiderio, di un vuoto genitoriale cui consegue uno spiattellamento digitale filiale. so di che parla il Serra, ma mi domando se ne parla. 
quel che mi resta è il rapporto, diciamo il contatto, tra due sconosciuti, due frequentatori di uno stesso spazio lercio e maleodorante, di una incomunicabilità senza scampo, l'una nativa digitale l'altra notoria formale, e senza alcun particolare merito letterario nello stile dei fumetti.


I nostri figli sdraiati, i padri capovolti
Michele Serra nell'ultimo libro fa il relativista sui valori etici e l'imperialista estetico.
Così aliena il ruolo di genitore e si disinteressa dei gusti culturali dei giovanissimi.

E se l’«universo sconosciuto» di cui ha scritto Barbara Stefanelli sul «Corriere della Sera» fossimo noi? Noi padri, intendo, e non i nostri figli adolescenti che tanto incomprensibili ci appaiono? E se, come in un racconto di fantascienza, gli umani si rivelassero i veri alieni? Devo confessare che il dubbio mi è venuto leggendo Gli sdraiati, l’ultimo libro di Michele Serra (edito da Feltrinelli). Molto bello, e molto popolare a giudicare dalle classifiche dei più venduti. E proprio per questo meritevole di una buona polemica, perché lì dentro c’è un bel po’ di senso comune della nostra generazione, di noi figli ribelli del baby boom, diventati genitori obbedienti di figli perlopiù unici, e solitamente viziati.

Il fatto è che leggendo Serra, la lunga lettera di un padre a un figlio incomunicante, ho parteggiato per il figlio. E questo è grave, per un genitore. Insomma, l’ossessione del protagonista per la cura delle portulache sulla terrazza della seconda casa al mare, per il rito annuale della vendemmia del Nebbiolo nella seconda casa di un’amica nelle Langhe, e per la scalata di un fantastico quanto simbolico Colle della Nasca (presso il quale par di potere ipotizzare una terza casa), tutte magnifiche attività borghesemente colte, o coltamente borghesi, che il padre vorrebbe imporre al figlio come prova di maturità, e di amore del bello, e di pregnanza dell’esperienza umana, paiono noiose e stravaganti a me, figurarsi al figlio. Il quale, non a torto, se ne resta sdraiato e iperconnesso sul divano della prima casa, emulando i coetanei che su Twitter si sono battezzati indivanados per distinguere la loro pigra rivolta da quella più attiva degli indignados (e che temo che Serra si sia perso perché, come da lui dichiarato, ha rifiutato la frequentazione di Twitter, giudicato troppo banale con i suoi 140 caratteri).

Ma Serra e io siamo coetanei (anche se lui ricorda il suo Sessantotto di quattordicenne mentre io, allora dodicenne, no) siamo cresciuti vicini, abbiamo lavorato nello stesso giornale («l’Unità») e sospetto che abbiamo votato a lungo lo stesso partito. E allora, mi domando, che cosa è successo perché io sia finito dalla parte del figlio invece che del padre-narratore? Io penso si tratti di questo: quel padre dichiara di essere un «relativista etico», riluttante dunque a trasmettere valori, a cercare verità, a parlare del bene e del male; ma, forse per compensare, si comporta come un assolutista estetico, comicamente ostinato nel tentativo di trasmettere un’idea di buon gusto, uno stile di vita, una concezione del bello. Da parte mia sono invece giunto alla conclusione che sia meglio fare l’opposto, e che il fallimento genitoriale della nostra generazione (e se è per questo anche della sinistra dal cui alveo veniamo) nasca proprio dall’aver tentato di sostituire l’etica mancante con un’estetica intollerante. Penso che noi padri dovremmo ricominciare a essere «etici», lasciando in compenso in pace i nostri figli sull’estetica.

Mi stupisce per esempio che nel padre di Serra, così inorridito dalla generazione wireless, dagli iPad, gli iPod e gli iPhone, non ci sia mai curiosità su che cosa il figlio ascolta, legge, condivide; che il rifiuto del mezzo (online) conviva con una sostanziale indifferenza al messaggio. Questo ragazzo «sdraiato» studia? Legge, seppure su un ebook? Che musica ascolta, satanica o angelica? Crede in Dio o in qualche forma di trascendenza? Ama? Non si viene a sapere niente di tutto questo dal libro, probabilmente perché il padre narratore non lo sa, e forse non lo sa perché non gli interessa. Ciò che sommamente lo smuove è piuttosto come il figlio accartocci l’amato kilim, o dove e in che condizioni sparga i suoi calzini. Niente che non possa risolvere una brava colf, che sicuramente non mancherà con tutte quelle case in giro per mari e monti.

Ma anche tutta la confusione, e perfino l’odore che l’adolescente promana (del resto è perfino etimologico che un adolescente abbia odore), par di capire che sarebbero tollerati se solo il ragazzo una volta all’anno vendemmiasse il Nebbiolo, o una volta nella vita ascendesse il Colle della Nasca, cedendo così al gioco di potere del genitore. Perché, e questo è per me il punto chiave del libro, tutte queste cose non sono concepite dal padre come gusti personali, e pertanto discutibili: «Come farti capire — scrive disperato — che non è la mia vita, ma è la vita degli uomini quella della quale io sono un così impacciato testimone?».

Dunque l’esperienza del padre interpreta niente di meno che «la vita degli uomini». Il ragazzo che la rifiuta quindi nega la condizione umana. Come potrebbero non sentirsi degli estranei i nostri figli, di fronte a tanta siderale distanza, a questa dicotomia umano/non umano? Invece di cercare succedanei estetici all’autorità etica cui abbiamo rinunciato, dovremmo piuttosto parlare con loro della verità. Non per convincerli della nostra, o ancor meno per piegarli alla nostra (il Sessantotto è stato davvero utile da questo punto di vista, anche se in Italia è durato troppo, dieci anni, ed è finito nel sangue di Aldo Moro).

L’educazione non si impartisce, è la libertà di una persona che incontra la libertà di un’altra. Ma se noi non abbiamo niente da dire sulla verità, di che cosa pretendiamo di parlare con i nostri figli? Come potranno cercare la loro verità, magari diversa, forse opposta, se noi ne abbiamo paura? Perché ci dovrebbero ascoltare mentre ci crogioliamo nei nostri riti di borghesi arrivati e progressisti, che non hanno più niente di cui stupirsi e più nessuna novità cui aprirsi e ai quali la verità non interessa più, perché il nostro pensiero si è fatto debole, debolissimo, quasi inesistente? Forse abbiamo paura della libertà dei nostri figli; temiamo che la usino male, ma non abbiamo niente da proporre in cambio. Forse, da «adulti politicizzati», qualche volta li odiamo persino; perché, come ha scritto Gustavo Pietropolli Charmet, rimproveriamo loro «di non avere nessuna intenzione di intristirsi per le stolide e appassite ragioni» per le quali abbiamo inutilmente sofferto noi. Forse gli alieni siamo noi.

Antonio Polito
La Lettura

giovedì 12 settembre 2013

il peso della farfalla

Sua madre era stata abbattuta dal cacciatore. Nelle sue narici di cucciolo si conficcò l’odore dell’uomo e della polvere da sparo. Orfano insieme alla sorella, senza un branco vicino, imparò da solo. Crebbe di una taglia in più rispetto ai maschi della sua specie. Sua sorella fu presa dall’aquila un giorno d’inverno e di nuvole. Lei si accorse che stava sospesa su di loro, isolati su un pascolo a sud, dove resisteva un po’ di erba ingiallita. La sorella si accorgeva dell’aquila pure senza la sua ombra in terra, a cielo chiuso. Per uno di loro due non c’era scampo. Sua sorella si lanciò di corsa a favore dell’aquila, e fu presa. Rimasto solo, crebbe senza freno e compagnia. Quando fu pronto andò all’incontro con il primo branco, sfidò il maschio dominante e vinse. Divenne re in un giorno e in duello. I camosci non vanno a fondo nello scontro, stabiliscono il vincitore ai primi colpi. Non cozzano come gli stambecchi e le capre. Abbassano la testa al suolo e cercano di infilare le corna, appena curve, nel sottopancia dell’altro. Se la resa non è immediata, agganciano il ventre e lo squarciano tirando indietro il collo. Di rado arrivano a questo finale. Con lui fu diverso, era cresciuto senza regole e le impose. Il giorno del duello c’era sopra di loro il magnifico cielo di novembre e in terra zolle di neve fresca, ancora minoranza. Le femmine vanno in estro prima dell’inverno e mettono al mondo i figli in piena primavera. A novembre si sfidano i camosci. Entrò nel campo del branco all’improvviso, sbucando dall’alto giù da un salto di roccia. Le femmine fuggirono coi piccoli dell’anno, restò il maschio che scalciò sull’erba con gli zoccoli anteriori. In alto si ammucchiarono ali nere di cornacchie e gracchi. Sospese sulle correnti ascensionali guardarono il duello aperto a libro sotto di loro. Il giovane maschio solitario avanzò, batté zoccolo a terra e soffiò secco. Lo scontro fu violento e breve. Le corna dello sfidante si aprirono una breccia nella difesa e il corno sinistro agganciò il ventre dell’avversario. Lo squarciò con un chiasso di strappo e in alto strepitò il frastuono di ali. Gli uccelli proclamavano il vinto a loro destinato. Il camoscio sventrato fuggì perdendo viscere, inseguito. Le ali si tolsero dal cielo e scesero in terra a divorarle. La fuga del vinto si spezzò di netto, s’impuntò e cadde sopra il fianco. Sul corno insanguinato del vincitore si posarono le farfalle bianche. Una di loro ci restò per sempre, per generazioni di farfalle, petalo a sbattere nel vento sopra il re dei camosci nelle stagioni da aprile a novembre. […]

così inizia Il peso della farfalla di Erri De Luca. 
l'ho preso in mano senza sapere cosa aspettarmi e l'inizio mi ha lasciata perplessa. 
un libro sui camosci? cose ne sa l'uomo del camoscio e della sua battaglia per la vita? 
sa quel che osserva, e poi romanza, scrive attribuendo quel che il pensiero dell'uomo mette nel non pensiero di un animale. 
è un'operazione difficile, secondo me, troppo facile deragliare e fare confusione tra puro istinto, che non ci appartiene, e metapensiero e progetto, che è il nostro codice distintivo. 
temo sempre di trovarmi di fronte alla venerazione della purezza del mondo animale e della condanna infernale e furibonda di questo animale umano così reietto e inferiore alla forza della natura.
io non ho grandi rapporti con la natura, la ammetto senza troppa vergogna, non la frequento.
sono cittadina. sono urbana. sono destinata al cemento. sono intellettuale e culturale. sono analitica e ammiro infinitamente la capacità di simbolizzazione dell'uomo.
la natura la guardo da lontano, la percepisco in vacanza, coltivo le mie piante casalinghe, ma che relazione potrebbe mai essere questa? 
sono mutilata, me ne rendo conto, sono in perdita rispetto a questa potenza che, dicono, ci comanda, ma la relativizzo, ne faccio a meno, forse la nego e la metto da parte come una persona che non conosco e che non mi interessa frequentare.
quindi un libro come questo, che si insinua invece nelle pieghe selvagge della montagna, che parla dei camosci e delle leggi del branco, che esalta la figura di questo animale re della natura, di questo dominatore solitario e temuto, di questo esploratore unico e irripetibile per forza fisica e capacità leaderistica, mi lascia, almeno inizialmente, perplessa.
succede poi però che il libro si allarga alla figura umana, al vecchio cacciatore che con il vecchio camoscio condivide praticamente tutto, forza temperamento e solitudine. ed ecco che allora quel che immaginavo puntualmente si verifica, ovvero che il camoscio assume atteggiamenti e pensieri umani, si umanizza nella sua vecchiaia -di cui mi domando se ne percepisca veramente l'arrivo e la fatale conclusione- e nel suo lento e inesorabile ritiro dal mondo, nella sua lotta contro la figura umana, violenta e assassina, rea di averne ucciso la madre -così dice Erri De Luca nel libro.
L’uomo aveva assistito a duelli di camosci di altri branchi. Ammirava la loro lealtà, mai due contro uno(…) Gli uomini hanno inventato i minuziosi codici ma appena c’è occasione si azzannano senza legge. 
e l'uomo, avido di natura, di scalate in libertà, di caccia e di orme sulla neve, muto e solitario, incapace di relazione con il suo simile, in particolare con le donne, si avvicina sempre più al puro istinto, alla percezione immediata della cose, senza progetto, senza immaginazione, legato al tempo presente, al suo accadere, esattamente come un animale fa.
La sua vita a spasso di stagioni era andata col mondo. Se l'era guadagnata molte volte, ma non era roba sua. Era da restituire, sgualcita dopo averla usata, da buttare. Gli serviva credere che c'era un capomastro e che il mondo era il suo manufatto? Non serviva per parlargli, per crederlo in ascolto, però era un pensiero che teneva compagnia. Un padrone di tutto se c'era, non avrebbe permesso il guasto della sua roba, non l'avrebbe lasciata alla malora in mano alla specie degli uomini. Un padrone se c'era s'era ubriacato e aveva perso la via di casa. Meglio se non c’era l’uomo prosperava in sua assenza. Aveva imparato il bene e il male servendosi da solo. Era impossibile un padrone di tutto, però quell’impossibile teneva compagnia. Gli piaceva dire di fronte al cielo che calava in terra per la sera, un grazie al capomastro.
il libro è un breve racconto, a tratti poetico.
A occhi larghi e respiro fumante fissava le costellazioni, in cui gli uomini stravedono figure di animali, l’aquila, l’orsa, lo scorpione, il toro. Lui ci vedeva i frantumi staccati dai fulmini e i fiocchi di neve sopra il pelo nero di sua madre, il giorno che era fuggito da lei, lontano dal suo corpo abbattuto. D’estate le stelle cadevano a briciole, ardevano in volo spegnendosi sui prati. Allora andava da quelle cadute vicino, a leccarle. Il re assaggiava il sale delle stelle.
le vite dei due personaggi volgono alla fine e si concludono in un duello finale che ne suggella definitivamente il legame, la storia, la relazione, il rapporto di due vite passate a rispettarsi, a rincorrersi, a desiderare il possesso e la supremazia sull'altro. ma sarà la morte, il lieve peso di una farfalla, il confine sottile tra una dimensione e l'altra, la leggera carezza dell'imponderabile, a legarli per sempre.
Andò a posarsi lì una farfalla bianca. La scacciò con una mossa lieve, per toglierla senza toccarla. Il suo volo spezzettato, ad angoli, era l’opposto della palla di piombo caricata nel buio della canna lucente, con la sua linea dritta al bersaglio grosso. Una farfalla sopra un fucile lo prende in giro. La sua mira è derisa dal volo spezzettato che dovunque cade, porta con sé il centro raggiunto. Dove si posa la farfalla, è il centro. L’uomo la scostò con una mossa lenta e un soffio di vita.  

domenica 8 settembre 2013

il primo uomo

questo il titolo dell'ultimo, incompiuto, romanzo di Camus, rinvenuto nella carcassa della macchina dell'autore dopo l'incidente che ne ha causato la morte, nel 1960.
il libro è claudicante, ha una continuità zoppicante, cerca qualcosa che non trova, accenna a una definizione che non si compie.
probabilmente, proprio in virtù di quel che cerca, è un bel libro per questo motivo, perchè è incompiuto, postumo, inconcluso. è un'analisi incompleta, una ricerca paterna che si ferma alla poetica descrizione della propria infanzia, alla venerazione per una figura materna amatissima, all'incontro fortunato, direi salvifico, con una figura maschile, quella dell'insegnante, capace di segnare un'impronta paterna altrimenti assente.
è un'autobiografia, un racconto che ruota prevalentemente nei ricordi dell'infanzia africana ad Algeri, descritta come luogo magico, carico di stupore e di potenziale felicità.
Camus cerca il padre, morto quando lui aveva un anno, in Francia, martire soldato della Prima Guerra Mondiale per una patria che nemmeno conosceva. ignoto quindi in tutti i sensi, nella sua vita, nella sua morte, nei racconti materni. Camus non ne trova traccia, da nessuna parte. cerca una tomba che non parla, un ricordo materno che è totalmente muto, un'origine e un codice che rimangono misteriosi. chi sono senza un padre? che uomo sono se non so che uomo era mio padre? chi è il primo uomo, l'uomo primigenio, l'uomo che da il passo, il segno, il codice del giusto e dell'ingiusto, del possibile e del non possibile, del desiderio?
il primo uomo. è una definizione così bella, un connubio così perfetto, una coppia di senso così riuscita che riesce a commuovermi.
è questo che si cerca e che non si trova, il significato della nostra vita, il senso dell'essere venuto al mondo, segnato dalla volontà, dal seme, dalla testimonianza del padre: nostro padre o il padre in termini assoluti, storici, cosmici, simbolici. il primo padre, il primo uomo.
Camus scrive bene.ho letto pagine gonfie di bellezza e poesia. già dalla prima pagina:
Sopra il calessino che viaggiava su una strada acciottolata, nubi grosse e dense correvano nel crepuscolo verso oriente. Tre giorni prima, si era­no gonfiate sull'Atlantico, avevano atteso il vento dell'ovest, e si erano messe in moto, lente all'ini­zio e via via più veloci, avevano sorvolato le ac­que fosforescenti dell'autunno, procedendo dirit­te verso il continente, e si erano sfilacciate sulle creste marocchine, per poi riformarsi a banchi su­gli altipiani d'Algeri, e adesso, avvicinandosi alla frontiera con la Tunisia, cercavano di raggiungere il mar Tirreno, dove si sarebbero disperse. Dopo una corsa di migliaia di chilometri su questa spe­cie di isola sterminata, difesa a nord e a sud dal mare in movimento grazie ai flutti paralizzati delle sabbie, correndo su questo paesaggio senza nome poco più in fretta di quanto avessero fatto per millenni imperi e popoli, esaurivano lo slancio, e alcune già si scioglievano, e grosse e rade gocce di pioggia cominciavano a risuonare sul mantice di tela che riparava i quattro viaggiatori. 
la sua è una disperata ricerca di senso, di significato, per sè e per il mondo. lo cerca alla tomba del padre, che visita per la prima volta a 40 anni, sepolto nel cimitero di guerra di Saint-Brieuc sulla Manica. 
Adesso a 40 anni, regno su tante cose e tuttavia sono certo di essere inferiore ai più umili e comunque nulla in confronto a mia madre.
all’impatto con la tomba di  quello sconosciuto i suoi sentimenti risultano raggelati ma in seguito un rimpianto, una nostalgia spezzano la paralisi e si aprono alla verità: Ora gli sembrava che quel segreto che aveva sempre cercato con avidità di conoscere attraverso i libri e le persone, fosse intimamente legato a questo morto, a questo padre ragazzo, a ciò che era stato e era diventato: e di aver cercato lontano ciò che gli era vicino nel tempo e nel sangue.
lo cerca speranzoso nei silenzi della madre, figura semplice, povera, triste ma dignitosa e pura: O madre, o tenera bambina adorata, più grande del mio tempo, più grande della storia che ti assoggettava a sé, più vera di tutto ciò che ho amato in questo mondo, o madre perdona a tuo figlio di essere fuggito dalla notte della tua verità. 
lo cerca fino a diventare grande, un uomo a sua volta "Tu, un uomo.", attraversando esperienze, povertà, sole accecante, una nonna severa e ignorante, una madre tenera, un ricordo vuoto senza sostanza.
La sera, il padrone convocava ogni impiegato nella sua tana per consegnargli il salario. "Prendi, piccolo," disse a Jacques, porgendogli la busta. E, mentre il ragazzo tendeva una mano esitante, l'altro gli sorrise. "Stai andando molto bene, sai? Puoi dirlo ai tuoi." Ma già Jacques gli stava dicendo che non sarebbe più tornato. Il padrone lo guardò sbalordito, con il braccio ancora teso verso di lui. "Perché?" Bisognava mentire, e la bugia non gli veniva. Rimase muto, e con un'aria così sconfortata che il padrone capì. "Torni al liceo?" "Sì," disse Jacques e, nonostante la paura e lo sconforto, un sollievo improvviso gli riempì gli occhi di lacrime. Il padrone si alzò furibondo. "E tu lo sapevi quando sei venuto qui. E lo sapeva anche tua nonna." Jacques non poté che annuire. Gli scoppi di voce riempivano ora la stanza; erano stati disonesti, e lui, il padrone, non sopportava la disonestà. Non sapeva forse che era suo diritto non pagarlo, e poi sarebbe stato proprio stupido, no, non lo avrebbe pagato, e venisse pure sua nonna, ci avrebbe pensato lui a riceverla: se gli avessero detto la verità, lo avrebbe forse assunto lo stesso, ma questa bugia, ah!, "Non può più andare al liceo, siamo troppo poveri", e lui si era lasciato fregare. "È per questo," disse all'improvviso Jacques, sconvolto. "Come per questo?" "Perché siamo poveri", poi tacque e fu l'altro che, dopo averlo guardato, aggiunse lentamente: "... Che avete fatto questo, che mi avete raccontato quella storia?" Jacques, coi denti stretti, si guardava le punte dei piedi. Ci fu una pausa, interminabile. Poi il padrone prese la busta dal tavolo e gliela porse. "Prendi il tuo denaro. E vattene" disse brutalmente. "No," disse Jacques. Il padrone gli ficcò la busta in tasca. Per la strada Jacques correva, piangendo adesso, con le mani aggrappate al colletto della giacca per non toccare i soldi che gli bruciavano in tasca.
Mentire per avere il diritto di non fare le vacanze, lavorare lontano dal cielo estivo e dal che tanto amava, e mentire ancora per diritto di riprendere il proprio lavoro al liceo: era un'ingiustizia che gli stringeva il cuore. Il peggio, infatti, non consisteva in quelle bugie che alla fine non si era sentito di dire, sempre pronto com'era alla menzogna del piacere e incapace di rassegnarsi alla menzogna della necessità, ma in quelle gioie perdute, in quei riposi della stagione e della luce che gli erano stati sottratti, facendo dell'anno una mera successione di  levate frettolose e di giornate tetre e affannate. Aveva dovuto rinunciare a quanto c'era di regale sua vita di povero, alle ricchezze insostituibili di cui godeva con tanta abbondanza e golosità per guadagnare un po' di denaro che non sarebbe bastato a comprare un milionesimo di tesori. Capiva tuttavia che era stato necessario farlo e, persino nel momento della massima ribellione, qualcosa in lui era fiero d'averlo fatto. Poiché l'unico compenso a queste estati sacrificate alla miseria della menzogna l'aveva a giorno della sua prima paga quando, enrando in sala da pranzo, dove già si trovavano la nonna che sbucciava patate per poi gettarle in un catino d'acqua, lo zio Ernest che, seduto, spulciava il paziente Brillant tenendolo fra le gambe, e la madre che, appena rientrata, scioglieva su un angolo della credenza un piccolo fagotto di biancheria sporca che le avevano dato da lavare, Jacques si era fatto avanti e aveva posato sul tavolo, senza dir nulla, il biglietto da 100 franchi e le monete che aveva tenuto in mano per tutto il tragitto. E la nonna, anche lei in silenzio, aveva spinto verso di lui una moneta da 20 franchi, raccogliendo il resto. Poi, con una mano, aveva toccato un fianco di Catherine Connery per attirare la sua attenzione e le aveva mostrato il denaro. "È tuo figlio." "Sì," aveva detto lei, e i suoi occhi tristi avevano accarezzato per un attimo il ragazzo. Lo zio scuoteva il capo, tenendo fermo Brillant che credeva concluso il suo supplizio. "Bravo, bravo," diceva. "Tu, un uomo." Sì, era un uomo, pagava una parte del suo debito, e il pensiero di avere un po' alleviato la miseria di quella casa lo riempiva di quella fierezza quasi feroce che provano gli uomini quando cominciano a sentirsi liberi e non sottomessi a nulla. In effetti, quindo si riaprirono le scuole, colui che entrò nel cortile della seconda non era più il ragazzo disorientato che, quattro anni prima, aveva lasciato Belcourt di primo mattino, barcollando sulle scarpe chiodate, col cuore stretto nel pensare al mondo sconosciuto che lo aspettava, e lo sguardo che posava sui compagni aveva perso un po' della sua innocenza. Molte cose, d'altronde, cominciarono a staccarlo da quel ragazzo che era stato. E se un giorno, dopo avere sino ad allora accettato pazientemente di farsi picchiare dalla nonna, come se fosse uno degli obblighi inevitabili di una vita di ragazzo, le strappò di mano il nerbo di bue, improvvisamente folle di violenza e di rabbia e talmente deciso a colpire quella testa bianca i cui occhi chiari e freddi lo facevano andare fuori di sé che la nonna capì e indietreggiò e corse a chiudersi in camera propria, gemendo, certo, per la disgrazia di aver allevato ragazzi snaturati ma già convinta che non avrebbe mai più picchiato Jacques, e mai più in effetti lo picchiò, ciò accadde perché di fatto il ragazzo era morto in questo adolescente magro e muscoloso, coi capelli arruffati e lo sguardo collerico, che aveva lavorato tutta l'estate per portare a casa una paga, era stato nominato portiere titolare della squadra del liceo e, tre giorni prima, sentendosi venir meno, aveva assaporato per la prima volta la bocca di una ragazza.

Camus è stato capace di vedere palpitare nell’esistenza offesa e gravata di sofferenza di una donna, sua madre, il mistero di una luce, una resistenza salda e irremovibile che penetra tutto. Camus è stato capace di intravedere il segno di una speranza che mai rinnegò e mai raggiunse, il segno di un padre mai conosciuto ma disperatamente cercato dentro di sè, di una domanda senza risposta ma non per questo meno importante e meno carica di forza vitale. 

Era da questa oscurità che era in lui che nasceva quell'ardore famelico, quella follia di vivere che lo aveva sempre abitato e che ancora oggi lo manteneva intatto, rendendo soltanto più amara — in mezzo alla famiglia ritrovata e alle immagini dell'infanzia — l'improvvisa e terribile sensazione che il tempo della giovinezza stesse fuggendo, come quella donna che aveva amato, oh sì, l'aveva amata con un grande amore di tutto il cuore e anche del corpo, sì, con lei il desiderio era assoluto, e il mondo quando defluiva da lei con un grande arido muto nell'attimo del godimento ritrovava il suo ordine ardente, e l'aveva amata per la sua bellezza e per quella follia di vivere, generosa e disperata, che era anche la sua e che le faceva rifiutare il trascorrere del tempo.
...E anche lui, più di lei forse, essendo nato su una terra senza avi e senza memoria, dove l'annientamento di coloro che l'avevano preceduto era stato ancor più totale e la vecchiaia non trovava quelle consolazioni della malinconia che riceve nei paesi di civiltà, lui come una lama solitaria e vibrante, destinata a spezzarsi all'improvviso e per sempre, una pura passione di vivere contrapposta a una morte totale, sentiva oggi sfuggirgli la vita, la giovinezza, le persone, senza poter in alcun modo salvarle, abbandonandosi soltanto alla cieca speranza che questa forza oscura che per tanti anni lo aveva elevato al disopra dei giorni, nutrito oltre misura, preparato per le situazioni più dure, gli avrebbe anche fornito, e con la stessa generosità instancabile con cui gli aveva dato ragioni per vivere, ragioni per invecchiare e morire senza ribellione.