bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

sabato 31 dicembre 2011

martedì 27 dicembre 2011

il processo, la colpa senza nome


ho letto Il processo di Kafka.
erano anni che mi dicevo: DEVI leggerlo.
qualcosa mi diceva che dovevo forse perchè in fondo non volevo?
ho letto La metamorfosi, anni fa, e mi era piaciuto.
una metamorfosi metaforica. l'uomo scarafaggio la dice tutta sulla mostruosità che alberga in noi e che ci coglie, all'improvviso, una mattina, trasformando la nostra vita. 
come per il Josef K., il protagonista de Il processo.
Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato.
K. mi attendeva in tutta la sua cupa notorietà.
va bene, non mi è piaciuto, se non, alla fine, gli ultimissimi capitoli, in buona sostanza l'ultimo.
è fatto apposta? Kafka mi ha tenuta in ballo annoiandomi per poi folgorarmi alla fine?
si mi sono annoiata. e poi alla fine sono rimasta spiazzata.
mi sono assuefatta alla convivenza con la colpa, la colpa senza nome del signor K., la colpa muta e infangante che all'inizio squarcia nella vita ma poi ne diventa parte sintomatica, la colpa dettata dalla legge senza volto, la colpa che cerca un apparato di giustiza ma non lo trova, la colpa che rimane interiorizzata e schiacciante, e, caspita, alla fine la colpa uccide. di colpa si muore.
la colpa uccide K., l'uomo, immergendo il coltello nel cuore e guardandolo negli occhi, ma la colpa sopravvive a ogni esistenza.
Con gli occhi esterrefatti egli vide ancora il viso dei due al di sopra del suo, guancia contro guancia, che spiavano la fine. «Come un cane!» mormorò, e gli parve che la sua vergogna gli sarebbe sopravvissuta.
uno dei passi più interessanti è quello della parabola che gli racconta il prete, cappellano delle prigioni, anch'egli mandante e incaricato dell'apparato di giustizia del tribunale (c'è forse qualcuno che non ne fa parte? c'è forse qualcuno che non ha a che fare con LA LEGGE?, non ne dipende e non ne risponde?), durante la sua visita nel duomo, nel penultimo capitolo.


Davanti alla porta della Legge sta un guardiano. Gli viene davanti un uomo dalla campagna, e chiede di essere ammesso alla Legge, ma il guardiano dice che per il momento non gli può concedere l’ingresso. L’uomo ci pensa su, e chiede se allora non potrà entrare più tardi. “Può darsi – dice il guardiano – ma adesso no”. Poichè il portone che conduce alla Legge è aperto come di consueto, e il guardiano si è scostato, l’uomo si china per dare un’occhiata all’interno attraverso il portone. Il guardiano se ne accorge, ride e dice: “Se ti attira tanto, prova un po’ a entrare a dispetto del mio divieto. Ma bada bene: io sono potente. E sono solo il guardiano di grado più basso. Di sala in sala però ce ne sono altri, ognuno più potente di quello che lo precede. E nemmeno io so sopportare anche solo lo sguardo del terzo guardiano”. L’uomo della campagna non si aspettava simili difficoltà : pensa che la Legge dovrebbe essere accessibile a tutti e in ogni momento, ma poi osserva meglio il guardiano nella sua pelliccia, col suo gran naso a punta, la barba tartara nera, lunga e sottile, e si rassegna; meglio aspettare finchè non gli venga concessa la licenza di entrare. Il guardiano gli da uno sgabello e gli permette di sedersi a lato della porta. Ci resta giorni ed anni. ... Maledice il suo caso sfortunato, nei primi anni ad alta voce, poi, a mano a mano che invecchia, solo ormai brontolando fra sè. Rimbambisce; e siccome studiando per anni ed anni il guardiano ha finito col riconoscere persino le pulci del suo bavero di pelliccia, supplica anche le pulci di aiutarlo a convincere il guardiano. Infine gli si annebbia la vista, e non sa più davvero se gli si è fatto buio intorno o se solo gli occhi lo ingannano. Ma nel buio distingue un bagliore che riluce ininterrotto attraverso la porta della Legge. Non ha più molta vista davanti a sè, e prima di morire tutte le cose che ha viste si condensano nel suo capo in una sola domanda, che fino allora non aveva mai rivolto al guardiano. Gli fa cenno di avvicinarsi, perchè non sa più raddrizzare il suo corpo che si sta facendo rigido. Il guardiano deve chinarsi su lui molto in basso, perchè la differenza di statura si assai spostata a sfavore dell’uomo. “Che cos’altro mi chiedi ancora? – domanda il guardiano – sei incontentabile”. L’uomo dice: “Tutti si vogliono avvicinare alla Legge; come mai, in tutti questi anni, nessuno ha chiesto di entrare oltre a me?”. Il guardiano si è accorto che l’uomo è agli estremi, e per superare la sua sordità gli urla all’orecchio: “Qui, nessun altro poteva ottenere il permesso: questa entrata era riservata solo a te. Adesso vado a chiuderla”.

l'uomo davanti alla legge e il guardiano davanti all'uomo. due vite trascorse nell'attesa, l'uno dello scioglimento dell'enigma, l'altro della sua perpetuazione. quell'attesa dell'uomo davanti alla legge è senza domanda e senza risposta, è solo una supplica muta, è un terrore senza nome, è un legame inscindibile che si fonda sull'equivoco del silenzio. ed è così che può trascorrere un'esistenza,  vincolata dalla colpa che non ha una collocazione, che non ha un confine, che chiede solo il sacrificio della sofferenza. la vita si svuota e la colpa si rinforza, la vita se na va e la colpa rimane, ci sopravvive dopo aver divorato tutta la nostra forza vitale, inchiodandoci davanti a una soglia, ovvero a una scelta.
Josef K. non sa di cosa muore, ma sa che è stato molto più forte di lui.

venerdì 23 dicembre 2011

è segno che

Sirena

Senti, lussuosa azzurra
velocità di mare,
sai che mi fai cantare
come un antico?
tu traligni, è, cenere,
ciò che ho tanto patito
per potermi scollare.
Ma se rispondo slissio rapido ovoidale
al tuo invito, è segno
al tuo biondo invito, è segno che


Caso

Pacata mente sgrano gli occhi dei minuti
e riconosco il Caso: nientetutto:
potresti scomparire sei comparsa
tantopiena, cosìfrutto.

potresti scomparire sei comparsa



queste poesie sono di Giancarlo Majorino.
mi ha parlato di lui una mia paziente che frequenta la Casa della Poesia a Milano.
vedi un po' cosa accade a volte...
mi piacciono, queste due poesie.
giocoliere di parole, inversioni di senso, ironia, attesa.
senza punti, senza fine
invenzioni.
slissio rapido ovoidale: capriole.
si cede, ebbene si, alle tentazioni si cede, al caso e alle sirene...

domenica 18 dicembre 2011

Artemisia, una vita in un nome d'arte e di miracolo

Artemisia, Artemisia.
e pure Gentileschi.
Autoritratto come allegoria della Pittura
che nome.
ma che nome veramente.
una vita fantasticata e già codificata nell'alchimia di un nome carico d'arte e di inusuale bellezza.
c'è una mostra a Milano a Palazzo Reale e penso valga la pena di vederla.
poche sale, ma buone, installate da Emma Dante, nome emergente del teatro e delle drammaturgia italiana.
roba di donne insomma.
i quadri, come si può constatare, trattano di donne. tutte donne. donne belle e alcune, Giuditta sopra le altre, molto molto molto arrabbiate, vendicative e sanguinarie.
trattasi, in alcuni casi, di un vero e proprio manifesto femminista: io sono mia.
e zac, via la testa di chi abusa di me.
la bella Artemisia ne sapeva qualcosa, violentata a 18 anni da un amico paterno e di certo dal padre nè difesa nè protetta. talento artistico pittorico ed estetico indiscusso, molto vicino, lo sanno tutti mica io, allo stile di Caravaggio, rimango quasi più affascinata dalla sua vita, dalla sua figura femminile, dalla sua lotta personale che dalla sua arte.
dei suoi quadri mi piacciono i soggetti, donne, e quelle che prendono in mano la testa di Oloferne o trapassano la tempia di Sisara e si lasciano schizzare dal sangue senza il minimo sconcerto sul volto, quelle mi piacciono oltremodo.

Giaele e Sisara

"Sia benedetta fra le donne Giaele,
colpì Sisara, lo percosse alla testa,
ne fracassò, ne trapassò la tempia.
Ai piedi di lei si contorse, ricadde, giacque;
ai piedi di lei si contorse, ricadde.
Così periscano tutti i tuoi nemici, Signore!"
(dal Libro dei Giudici)

Giuditta che decapita Oloferne

Susanna e i vecchioni

"Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch'io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l'altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne."
(Artemisia Gentileschi, Lettere precedute da Atti di un processo di stupro, Milano, 2004)

Danae

Cleopatra

Giuditta e la serva

 
 Maddalena penitente

bisognerà considerare che la talentuosa Artemisia visse nel 1600. bisognerà ricordare che l'apprendistato presso il padre, pittore famoso e affermato, rappresentò per Artemisia, pittrice donna, l'unico modo per esercitare l'arte, essendole precluse le scuole di formazione: alle donne veniva negato l'accesso alla sfera del lavoro e la possibilità di crearsi un proprio ruolo sociale, una donna non poteva realizzarsi puramente come lavoratrice, ma doveva perlomeno sostenersi col proprio status familiare; il lavoro femminile non era riconosciuto alla luce del sole, ma si realizzava perlo più clandestinamente. e bisognerà valutare attentamente che, di quei tempi, non era una passeggiata difendersi, lottare, emanciparsi da un padre padrone, sopravvivere a pregiudizi, maldicenze e insinuazioni, dipingere, lavorare, mantenersi, crescere figli anche da sola, viaggiare a Genova, Venezia, Roma, Napoli e Londra, affermarsi con enorme successo e pure guadagnare. e molto. e pure spendere altrettanto fino a indebitarsi, ma di tasca sua.
ai tempi del processo, perchè udite udite arrivò ad ottenere un processo per la violenza subita, subì torture indicibili alle dita, strumenti del suo mestiere, per dimostrare la sua onestà, la verità delle sue accuse. 
doveva essere affamata e folle, doveva essere dolorosamente felice e fiera, doveva essere determinata e appassionata, partorì 4 figli, uno anche fuori dal matrimonio, e ne sopravvise una soltanto, e nemmeno per molti anni. probabilmente io, figlia del mio tempo di superfemmine travestite da maschio, non sarei in grado di tollerare nemmeno la metà dei soprusi e maltrattamenti cui fu sottoposta e a mantenere la calma per portare avanti la baracca. io, direi, figlia difettosa e fragile dei miei tempi, ma di Artemisia, con questo nome, e Gentileschi,  con siffatto cognome, di talento e di carattere, di potenza e di sostanza, ne nascono poche, e poi splendono nella storia con la loro luce di fiamma. 
Sia benedetta tra le donne Giaele. 

giovedì 15 dicembre 2011

Moby Dick: la stabilità della terra e l'inaffidabilità del mare

niente da fare, ci vado matta.
leggo di leviatani in acqua che si cibano di brit che lasciano solchi azzurri nell'oceano come mietitori mattutini che falciano l'erba.
immagini grandiose, almeno per me, evocazioni senza tempo.
fantastico su questo spazio immenso insondabile e misterioso dell'oceano e la sua possente massa d'acqua che tutto prende, tutto copre, tutto crea e distrugge, mentre la terra, madre e nutrice, ci accoglie salda e mite, ci protegge e ci delimita.
e infine:
Considerateli tutti e due, il mare e la terra, e non scoprite una strana analogia con qualche cosa in voi stessi? Perché come quest'oceano spaventoso circonda la terra verdeggiante, così nell'anima dell'uomo c'è un'insulare Tahiti, piena di pace e di gioia, ma circondata da tutti gli orrori di questa semisconosciuta vita.
l'approdo e la deriva, il noto e l'ignoto, la coscienza e l'inconscio.
spettacolare.


Capitolo 58 • BRIT

Puntando a nord-est dalle Crozetts incontrammo vasti prati di brit, quella sostanza gialla e minuta di cui si nutre abbondantemente la balena franca. Per leghe e leghe ci ondulò attorno, di modo che ci pareva di navigare per campi sconfinati di grano maturo, dorato. Il secondo giorno avvistammo parecchie balene franche. Al sicuro da attacchi da parte di una baleniera da capodogli come il Pequod, nuotavano indolenti a fauci aperte in mezzo al brit; questo, aderendo alle fibre frangiate della mirabile veneziana di quelle bocche, era in tal modo separato dall'acqua che veniva espulsa alle labbra. Come mietitori mattutini, che a fianco a fianco avanzano lente e sconvolgenti le falci nell'erba lunga e bagnata di prati acquitrinosi, questi mostri nuotavano facendo un rumore strano, erboso, maciullante; e si lasciavano dietro infinite strisce di azzurro su quel mare giallo. Ma era solo il rumore che facevano tagliando il brit che ricordava in qualche modo i mietitori. Vedute dalle teste d'albero, specie quando si fermavano e restavano per un po' immobili, le loro grandi forme nere avevano più che altro l'aspetto di ammassi inanimati di roccia. E come nelle grandi zone di caccia dell'India lo straniero a volte incontra a distanza elefanti coricati sulle pianure senza neanche riconoscerli, prendendoli per rialzi nudi e anneriti del terreno, così capita spesso a chi osserva per la prima volta questo tipo di leviatani del mare. E anche quando alla fine si riconoscono, la loro grandezza enorme rende difficile credere davvero che simili masse corpulente di materia abnormemente sviluppata possano essere impregnate, in tutte le loro parti, dello stesso genere di vita che anima un cane o un cavallo.


In realtà anche per altri motivi quasi non si riesce a considerare una creatura dell'abisso con gli stessi sentimenti che ci ispirano le creature di terra. Perché, sebbene qualche vecchio naturalista ha sostenuto che tutte le creature della terra hanno equivalenti in mare, e benché prendendo le cose all'ingrosso ciò possa anche esser vero, quando poi veniamo ai casi specifici dove mai, a esempio, l'oceano ci offre un pesce che corrisponda per disposizione alla dolcezza sagace del cane? C'è solo quel dannato pescecane che in qualche aspetto generico presenta con l'altro una relativa analogia. Ma benché, in genere, la gente di terra abbia sempre considerato gli indigeni del mare con sentimenti di straordinaria antipatia e ripulsione; benché noi sappiamo che il mare è un'eterna terra incognita, sicché Colombo viaggiò su infiniti mondi sconosciuti per scoprire a occidente quel suo unico mondo a galla; benché, senza confronto, i più tremendi di tutti i disastri umani da tempo immemorabile e indiscriminatamente siano capitati a diecine e centinaia di migliaia di quelli che si sono messi in mare; benché un solo momento di riflessione ci farà capire che per quanto l'uomo bambino si vanti della sua scienza e abilità e per quanto in un futuro promettente questa scienza e abilità possano crescere, pure, per sempre, fino allo squillo del Giudizio, il mare lo affonderà e lo assassinerà e ridurrà in polvere la fregata più maestosa e robusta che possa costruire; nonostante tutto, per il continuo ripetersi di queste stesse impressioni, l'uomo ha perduto quel senso della piena terribilità del mare che questo aveva alle origini. La prima barca di cui leggiamo galleggiò su un oceano che con vendetta degna di un portoghese aveva sommerso tutto un mondo, senza lasciare viva neanche una vedova. Quello stesso oceano continua ancora a rollare; quello stesso oceano ha distrutto le navi naufragate l'anno scorso. Sicuro, sciocchi mortali, il diluvio di Noè non si è ancora abbassato; esso copre ancora due terzi della dolce terra. In che differiscono il mare e la terra, che un miracolo sull'una non sia un miracolo sull'altro? Paure soprannaturali discesero sugli Ebrei, quando sotto i piedi di Core e dei suoi seguaci la viva terra si aprì e li inghiottì per sempre, eppure oggi non un sole tramonta che il vivo mare non inghiotta esattamente alla stessa maniera navi e ciurme. Ma non solo il mare è un tale nemico dell'uomo, che dopo tutto gli è estraneo, esso è anche un demonio per le sue stesse creature, peggiore di quel persiano che assassinò i suoi ospiti, perché non risparmia la prole che esso stesso ha figliato. Come una tigre selvaggia che rivoltolandosi nella giungla soffoca i suoi stessi piccoli, il mare scaglia contro le rocce anche le più forti balene, e le lascia lì, fianco a fianco coi relitti frantumati di navi. Nessuna misericordia, nessuna legge tranne la sua propria lo controllano. Ansando e sbuffando come un cavallo da guerra impazzito che ha perduto il suo cavaliere, l'oceano senza padrone straripa per il globo. Considerate l'astuzia del mare: come le sue creature più temute vanno scivolando sott'acqua, quasi del tutto invisibili, e nascoste perfidamente sotto le più amabili tinte d'azzurro. Considerate anche lo splendore e la bellezza diabolici di tante delle sue tribù più feroci, come le forme aggraziate ed eleganti di molte specie di squali. Considerate ancora il cannibalismo universale del mare, in cui tutte le creature si predano a vicenda conducendo un'eterna guerra fin dall'inizio del mondo. Considerate tutto questo, e poi volgetevi a questa terra verde, gentile e tanto docile. Considerateli tutti e due, il mare e la terra, e non scoprite una strana analogia con qualche cosa in voi stessi? Perché come quest'oceano spaventoso circonda la terra verdeggiante, così nell'anima dell'uomo c'è un'insulare Tahiti, piena di pace e di gioia, ma circondata da tutti gli orrori di questa semisconosciuta vita. Vi protegga Iddio! Non vi spingete al largo da quell'isola; potreste non tornare più.

martedì 13 dicembre 2011

Mapplethorpe: l'essenza della forma


le ho viste, saranno state quasi 200, le foto di Robert Mapplethorpe allo spazio Forma di Milano, unico lascito degno di nota di Fotografica 2011.
ne avevo viste già molte ad oggi, di qua e di là, ma una rassegna con un percorso e una storia assume un altro senso, un più alto valore. e dice molte cose altrimenti non dette.
le foto sono rigorosamente in BN, sono la ricerca ossessiva della perfezione, sembrano scolpite, sono rinascimentali, grecoromane, neoclassiche, muscolose e toniche, simmetriche, perverse, gay e non, sono culi cazzi tette e fighe, fist-fucking e bondage,  pompini baci manette e fruste nel culo, direi che però l'aspetto dominante, che ho provato nel vederle e ora nel sceglierle, è che sono eccitanti. mi sono bagnata guardandole e ancora mi fanno questo effetto. non l'avrei mai detto, così costruite come sono, un petalo di calla fotografato come un pene, stessa cosa, stesso peso e valore, stessa ricerca della luce, un culo scolpito e una schiena di cui si distiguono chiaramente peli pori vene e cicatrici, un corpo femminile così palestrato e così sensuale da contenere mascolino e femminino contemporaneamente, eppure, non l'avrei mai detto, mi sono eccitata.
"l'operazione che sta dietro al mondo figurativo e all'imagerie di Robert Mapplethorpe è piuttosto trasparente: trasporre soggetti omoerotici nel territorio eletto e squisitamente formale della classicità, usare la natura morta come un genere allusivo, e infine fare del nudo – indifferentemente maschile o femminile – una forma di studio botanico. "(Adriano Altamira) 
credo in effetti che questa sovrapposizione dell'immagine pornografica all'immagine d'arte, della posa erotica a una tecnica inarrivabile di ricerca della luce, del corpo nudo e sessuale alla classicità più rigorosa, di un pene a un fiore, di un'erezione a un petalo di calla, abbia reso possibile uno scollamento della carica emotiva e simbolica di un organo sessuale dalla sua immagine.
ma, evidentemente nel mio caso, non del tutto.
"Sono alla ricerca dell'inaspettato", diceva Mapplethorpe. "Con la fotografia puoi fare qualsiasi cosa, proprio tutto." Ciò che pare a me è che la fotografia di questo artista sia estremamente potente e che attraverso l'uso estremo della forma, l'esaltazione della perfezione estetica delle forme, sia giunto invece a toccare l'essenza delle cose. ciò che ha percepito come l’essenza del soggetto che aveva davanti era quindi la Forma, nella sua manifestazione più intensa.
questa è la sua verità e come tale a me pare, qui e ora, molto credibile.





le sue prime fotografie, nel 1972, sono scattate con una polaroid, mezzo che gli consente di creare un rapporto più intimo e diretto con i soggetti e le scene rappresentate.


le immagini catturano atti di un tempo come bloccato, fissato, in cui i soggetti non vengono costretti in posa ma incoraggiati ad incontrarsi con l'obiettivo della macchina con estrema familiarità. I primi scatti sono autoritratti e ritratti dell'artista amica Patti Smith. Seguono poi scatti di amici e conoscenti: artisti, compositori, attori pornografici ed omosessuali che esplicitano lo sguardo libero con cui l'artista tratta erotismo e sessualità. Mapplethorpe è morto di AIDS il 9 marzo 1989, a 42 anni.
a ricordalo la sua amica di sempre, Patti Smith:
“Ci salutammo e lasciai la stanza. Qualcosa mi spinse a tornare indietro. Era scivolato in un sonno leggero. Restai a guardarlo. Così sereno, come un bambino vecchissimo. Aprì gli occhi e mi sorrise. “Sei già tornata?” Poi si riaddormentò. L'ultima immagine di lui fu come la prima. Un giovane che dormiva ammantato di luce, che riapriva gli occhi col sorriso di chi aveva riconosciuto colei che mai gli era stata sconosciuta”.







osservando queste calle e tulipani, ho la sensazione di corposità, della stessa sensualità di un corpo umano. ogni curva sottolineata dalla luce finisce per ricordarmi la sinuosità di un crepuscolo umano, di un chiaro scuro tra una piega e il suo sviluppo, di qualsiasi piega e sviluppo noi si stia parlando.
è un effetto straordinario, alla fine tutto è sesso e più nulla lo è. 



tutte le foto provengono dalla Fondazione Robert Mapplethorpe che si occupa di gestire il suo patrimonio e di promuovere la fotografia e la lotta contro l'AIDS.

sabato 10 dicembre 2011

tutta la verità su babbo natale


 Filastrocca del Natale

Ritorna ogni anno, arriva puntuale
con il suo sacco Babbo Natale:
nel vecchio sacco ogni anno trovi
tesori vecchi e tesori nuovi.
C'e' l'orsacchiotto giallo di stoffa,
che ballonzola con aria goffa;
c'e' il cavalluccio di cartapesta
che galoppa e scrolla la testa;
e in fondo al sacco, tra noci e confetti,
la bambolina che strizza gli occhietti.
Ma Babbo Natale sa che adesso
anche ai giocattoli piace il progresso:
al giorno d'oggi le bambole han fretta,
vanno in auto o in bicicletta.
Nel vecchio sacco pieno di doni
ci sono ogni anno nuove invenzioni.
Io del progresso non mi lamento
anzi, vi dico, ne son contento.
"Viva la scienza se ci dà
un poco più di felicità!".
Signori scienziati, vi prego, inventate
le meraviglie più raffinate:
ma per favore, lasciate stare
certi giocattoli che fanno tremare...
Non vanno bene per la mia sacca
le bombe atomiche e bombe acca!
Bella è la pace, chiara la via,
dite la vostra che ho detto la mia.

Gianni Rodari  

dimmi la verità, voglio sapere la verità.
non esiste, babbo natale non esiste.
mi avete ingannato, tutti questi anni mi avete ingannato.
no, eri un bambino, e babbo natale esiste solo per i bambini, ora forse non lo sei più.
si, è vero, ho perso babbo natale, ma sono felice di essere diventato grande e di sapere la verità.

giovedì 8 dicembre 2011

Roso di dentro e arso di fuori dagli artigli fissi e inesorabili di un'idea incurabile

Comincia così: "Chiamatemi Ismaele".
E' Moby Dick, di Herman Melville, il cui primo traduttore è stato Cesare Pavese.

Solo un sogno
gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta
da fuochista su un legno olandese da pesca, il Cetaceo,
e ha veduto i ramponi pesanti volare nel sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e  lottare alla lancia.

C. PAVESE, I mari del Sud.

Lo scolto in audiolibro, meravigliosamente narrato da una voce che mi fa sognare come una bambina, e, dopo un inizio difficile, descrittivo in modo esasperato, enciclopedico nella sua analisi e catalogazione di balene, cetacei, leviatani, capodogli, spermaceti, ora è un godimento dell'anima di cui sono già diventata dipendente.
Sono solo al 45° di ben 135 capitoli ma ormai sono stata catturata, sono incatenata sul Pequod e partecipo della follia ossessiva e dannata del suo capitano Achab, e attendo l'incontro con Moby Dick, la balena albina dalla fronte rugosa e dalla gobba bianca, simbolo eterno della possessione e della perdizione senza scampo.
il capitano Achab, io sono demoniaco, io sono la pazzia impazzita, è una figura mitica come mitico è questo libro: la sua narrazione, la sua storia e i suoi personaggi appartengono all'epica, non meno di iliade e odissea. ed è così che mi ritovo dentro a una storia senza spazio e senza tempo, un'epopea narrativa densa di codici e simboli che appartengono alla nostra matrice pià profonda. io sono Ismaele, io sono Achab, io sono Moby Dick.
Achab è posseduto da un'angoscia primordiale e, come si legge sul libro, quando in preda al suo tormento ossessionante e dominante si lancia sul ponte della nave alla ricerca visiva e predatoria del suo fantasma oscuro ..in quel momento non era che una cosa vuota, una creatura informe che vagava nel sonno, e che era sempre un raggio di luce viva ma senza un oggetto da colorare, e quindi, in se stessa, un niente. Dio ti aiuti, vecchio. I tuoi pensieri hanno creato dentro di te una creatura; e all'uomo che a forza di pensare si trasforma in un Prometeo, un avvoltoio divora il cuore per sempre. Un avvoltoio che è la stessa creatura che egli crea.

Eccolo Achab, in un capito esaltante del romanzo:
Mi lascio dietro una scia bianca e torbida; acque pallide, facce più pallide, dovunque vada. Le onde invidiose si gonfiano ai lati per coprire la mia traccia. Facciano: ma prima io passo..Laggiù, agli orli del calice sempre ricolmo, le acque tiepide arrossiscono come il vino. La fronte d'oro scandaglia l'azzurro. Il sole che si tuffa, sceso lentamente dal meriggio, va giù. E la mia anima sale. Stanca dell'erta che non ha mai fine. È dunque troppo pesante la corona che porto, questa mia corona di ferro di Lombardia? Eppure splende di tante gemme. Io che la porto non vedo i suoi lampeggiamenti lontani, ma sento oscuramente di portare una cosa che abbaglia e confonde. È ferro, lo so: non oro. Ed è anche spaccata, lo sento. Il suo bordo intaccato mi tortura tanto che il mio cervello sembra pulsare contro il metallo vivo. Sicuro, è un cranio d'acciaio, il mio; di quelli che scendono senza elmo nella zuffa più massacrante. Arsura sulla mia fronte? Oh ci fu un tempo che l'alba mi stimolava generosamente e il tramonto mi dava sollievo. Ora non più. Questa luce bella non illumina me; ogni bellezza per me è angoscia, perché non provo più gioia. So percepire il sublime, e mi manca la bassa capacità della gioia. Sono dannato nel modo più sottile e perverso, dannato in mezzo al paradiso! Buona notte! Buona notte!


(Agita la mano e si stacca dalla finestra.)


...Mi credono pazzo: Starbuck mi crede pazzo; ma io sono demoniaco, io sono la pazzia impazzita. Quella pazzia selvaggia che è calma solo per capire se stessa! La profezia ha detto che sarei stato smembrato, e difatti! Ho perso questa gamba. Io ora profetizzo che smembrerò il mio mutilatore. E perciò il profeta e l'esecutore siano la stessa persona. Questo è più di quanto avete saputo mai fare voi, grandi dei. Vi urlo e fischio in faccia, voi pugili, voi giocatori di cricket, voi Burke e Bendigo ma sordi e orbi! Non farò come i ragazzini di scuola che dicono ai prepotenti: Trovatene uno grosso come voi, non state a picchiare me! No, voi mi avete messo a terra e io sono in piedi di nuovo, siete voi che siete scappati a nascondervi. Uscite da dietro i vostri sacchi di cotone, che io non ho fucile lungo per raggiungervi. Venite, vi presento i miei ossequi, venite a vedere se potete farmi cambiare strada. Farmi cambiare strada? No che non ne siete capaci, se non cambiando strada voi stessi! È qui che l'uomo vi tiene. Farmi cambiare strada? La strada che porta al mio scopo immutabile è attrezzata con rotaie di ferro, e la mia anima è scanalata per correrci sopra. Mi getto senza sbagliare su precipizi senza fondo, attraverso i cuori scavati delle montagne, sotto i letti dei torrenti. Niente può fare da ostacolo, niente può torcere una strada di ferro!


Ed ecco Starbuck, primo ufficiale del Pequod, insabbiato nella palude melmosa del suo capitano, magnetizzato dalla sua ossessione, tormentato dall'imprevedibilità della palese follia di chi lo comanda, e, allo stesso tempo, dall'obbligo morale di assecondarla pur volendo liberarsene:


La mia anima ha trovato più che un'eguale, ha trovato un tiranno, e un pazzo. Assillo insopportabile, che in questo campo un uomo sano debba gettare le armi! Ma egli ha scavato a fondo, ha bruciato tutta la mia ragione. Credo di vedere la sua intenzione empia, ma sento che debbo aiutarlo. Che io voglia o no, qualcosa di inspiegabile mi ha legato a lui, e mi trascina con un cavo che non ho coltello per tagliare. Vecchio orribile! «Chi è superiore a lui,» grida: sicuro, sarebbe democratico con tutti quelli in alto, e guarda come tiranneggia quelli in basso! Oh, vedo chiaramente il mio compito miserabile: obbedire ribellandomi, e ancora peggio odiare con un filo di pietà! Perché gli leggo negli occhi non so che dolore sinistro che mi brucerebbe, se l'avessi io. Eppure c'è qualche speranza. Il tempo e il mare passano lenti e vasti. La balena odiata può nuotare in tutto il mondo dell'acqua, come il pesciolino dorato nella sua bolla di vetro. Il suo proposito blasfemo Dio può debellarlo. Mi rifarei coraggio, se non avessi il cuore come piombo. Ma tutto il mio meccanismo si è scaricato; e non ho più chiave per risollevare il cuore, che è il peso che regola tutto.


e poi c'è un capitolo che è un capolavoro di letteratura, di psicologia, di interpretazione, di visione, di intuizione, di lettura profonda del mondo simbolico e inconscio. una grandiosità di valore universale. mitico. epico. eterno. 
e io, anche se non per intero, lo dispiego, qui, in tutta la sua potente bellezza. 


Costretti dunque a vivere tra fatti così stupefacenti, e sapendo che la balena bianca era sempre scampata a ogni attacco temerario, non c'è da meravigliarsi molto se qualche baleniere si dimostrava ancora più superstizioso, e affermava che Moby Dick non solo possedeva l'ubiquità ma era immortale (perché l'immortalità non è che ubiquità nel tempo); per quanto gli piantassero nei fianchi foreste di lance, se ne sarebbe andato sempre illeso; e anzi, se mai si poteva riuscire a fargli sputare sangue grumoso, quella vista sarebbe stata nient'altro che una allucinazione: a centinaia di leghe di distanza, nell'acqua incruenta, si sarebbe visto di nuovo il suo spruzzo immacolato. Ma anche lasciando da parte queste supposizioni soprannaturali, nel carattere innegabile del mostro come creatura di questa terra c'era abbastanza da colpire l'immaginazione con una forza non comune. Perché ciò che lo distingueva dagli altri capodogli non era tanto la sua dimensione eccezionale, quanto, come si è accennato altrove, la sua strana fronte grinzosa e bianca come la neve, e un'alta gobba bianca a forma di piramide. Questi erano i suoi caratteri più vistosi, i segni coi quali, perfino nei mari sconfinati e sconosciuti, rivelava a grande distanza la sua identità a quelli che lo conoscevano. Il resto del suo corpo era così striato, maculato e screziato dello stesso colore nebbioso, che alla fine s'era guadagnato quel suo nome tutto speciale di balena bianca, un nome che in realtà era giustificato letteralmente dal suo aspetto luminoso, quando lo si vedeva scivolare in pieno meriggio per un mare azzurro cupo, lasciandosi dietro una scia di schiuma cremosa, come una via lattea, tutta punteggiata di scintille d'oro. E ciò che rendeva la balena una creatura terribile non era tanto la sua grandezza eccezionale o quel colore impressionante, e nemmeno la sua mascella deforme, quanto la cattiveria intelligente e inaudita che stando a certi resoconti precisi essa aveva mostrato più e più volte nei suoi attacchi. Erano sopratutto le sue perfide fughe che sgomentavano, forse più di ogni altra cosa. Quando batteva in ritirata davanti ai suoi inseguitori esultanti, con ogni sintomo apparente di timore, diverse volte si diceva che si era rivoltata di colpo per piombare addosso alle barche, o facendole a pezzi o ricacciando i pescatori terrorizzati verso la nave. Già la sua caccia aveva fruttato parecchi disastri. Certo disgrazie simili, di cui a terra si parlava poco, non erano affatto rare nella pesca alla balena; ma nella maggior parte dei casi la feroce premeditazione della balena bianca pareva così infernale, che le mutilazioni e le morti che causava non si potevano considerare interamente inflitte da una creatura bruta. Immaginate perciò a che grado di smania e di furore venivano spinti gli animi dei cacciatori più disperati, quando scansavano a furia di braccia i grumi biancastri dell'ira paurosa della balena, in mezzo ai frammenti delle barche stritolate, tra membra che andavano a fondo, strappate ai compagni, e nuotavano nella luce del sole, serena, esasperante, che continuava a sorridere come a una nascita o a un matrimonio. Un capitano, trovandosi attorno le sue tre lance sfondate e remi e uomini che piroettavano nei gorghi, aveva afferrato il coltello da lenza dalla prua spaccata e si era buttato sulla bestia, come un duellista dell'Arkansas sul suo avversario, tentando ciecamente, con una lama di sei pollici, di raggiungere la vita del mostro che era profonda una tesa. Quel capitano era Achab. E fu allora che menandogli di sotto all'improvviso la sua mandibola a roncone Moby Dick gli aveva falciato la gamba, come fa il mietitore con un filo d'erba ai campi. Nessun turco di quelli col turbante, nessun prezzolato veneziano o malese avrebbe potuto colpirlo con più apparente malizia. C'era dunque ben poco da dubitare che dopo quello scontro quasi mortale Achab avesse nutrito un continuo desiderio selvaggio di vendicarsi della balena. Un desiderio tanto più accanito perché nella sua smania morbosa egli era arrivato al punto da identificare con la bestia non solo tutti i suoi mali fisici, ma ogni sua esasperazione intellettuale e spirituale. La balena bianca gli nuotava davanti agli occhi come l'incarnazione ossessiva di tutte quelle forze del male da cui certi uomini profondi si sentono azzannare nel proprio intimo, finché si riducono a vivere con mezzo cuore e mezzo polmone. Quella malvagità inafferrabile che è esistita fino dal principio, al cui regno perfino i cristiani d'oggi attribuiscono metà dei mondi, e che gli antichi Ofiti dell'oriente veneravano nel loro demonio di pietra, Achab non cadeva in ginocchio per adorarla come loro, ma ne trasferiva allucinato l'idea nell'aborrita balena bianca e le si piantava contro, così mutilato com'era. Tutto ciò che sconvolge e tormenta di più tutto quel che rimescola la feccia delle cose, ogni verità farcita di malizia, ogni cosa che spezza i tendini e coagula il cervello, tutti i subdoli demonismi della vita e del pensiero, ogni male insomma, per quell'insensato di Achab, era personificato in modo visibile e reso raggiungibile praticamente in Moby Dick. Sulla gobba bianca della balena ammucchiava il peso di tutta la rabbia, di tutto l'odio sentiti dalla sua razza fino da Adamo. Poi, come se avesse un mortaio in petto, le sparava addosso il cuore rovente. È improbabile che questa monomania fosse cominciata in lui proprio nel momento in cui il suo corpo veniva mutilato. In quel momento, gettandosi contro il mostro col coltello in pugno, aveva solo scatenato in sé un'improvvisa e appassionata avversione fisica; e quando ricevette il colpo che lo mutilò, sentì probabilmente soltanto l'atroce strappo nella carne, e nient'altro. Ma quando, obbligato da quello scontro a riprendere la via di casa, per lunghi giorni e settimane e mesi Achab e l'angoscia giacquero insieme su un'unica branda, e doppiarono nel cuore dell'inverno quel tetro e ululante Capo di Patagonia, fu allora che il corpo squarciato e l'anima ferita sanguinarono l'uno nell'altro, e mescolandosi così lo fecero impazzire. Che l'ossessione finale l'abbia preso soltanto allora, durante il viaggio di ritorno dopo la zuffa, pare assolutamente certo per il fatto che a intervalli, durante la traversata, Achab fu in preda a una pazzia furiosa; sebbene gli mancasse una gamba, nel suo petto da statua egiziana gli restava tanta forza vitale, resa ancora più intensa dal delirio, che i suoi ufficiali furono costretti a legarlo forte, proprio mentre era in navigazione, e lasciarlo vaneggiare nella sua branda. Nella camicia di forza dondolò al ballo pazzo delle burrasche. E quando la nave, entrando in latitudini più sopportabili, spiegò i leggeri coltellacci e fluttuò nei placidi tropici, quando secondo ogni apparenza il delirio del vecchio pareva fosse rimasto indietro assieme alle acque alte del Capo Horn, ed egli uscì dalla sua tana oscura nella letizia dell'aria e della luce, perfino quando mostrò quella sua fronte ferma e raccolta, solo un po' pallida, e diede di nuovo i suoi ordini pacati, sicché gli ufficiali ringraziarono Iddio perché finalmente quella terribile pazzia era superata, sempre Achab, nel suo profondo, continuò a farneticare. La pazzia umana è spesso una cosa scaltra e terribilmente felina. Quando pensi che se ne sia andata, può darsi che si sia soltanto trasformata in qualche forma ancora più subdola. La pazzia totale di Achab non si spense, ma si ritirò nel fondo senza perdere forza, come lo Hudson, quando quel nobile figlio del Nord scorre stretto ma profondissimo dentro la gola degli Altipiani. Ma come nel fluire ristretto della sua ossessione non si era perduto un briciolo della gran pazzia di Achab, così in questa sua totale pazzia non si era spenta neanche una favilla della grande intelligenza che gli era naturale. Ciò che era prima un agente vivo diventò adesso un vivo strumento. Se mi si concede un'immagine così avventata, la sua peculiare demenza diede l'assalto alla sua salute complessiva, la espugnò, e concentrò il tiro di tutti i suoi cannoni sull'unico suo pazzo bersaglio. Sicché Achab non aveva perduto affatto la sua forza, e anzi possedeva ora, per quell'unico scopo, un'energia mille volte maggiore di quella che mai aveva diretto da sano verso un unico oggetto ragionevole. Questo è già impressionante: ma non si era ancora detto nulla del lato più vasto, più cupo, più profondo di Achab.


Ora in cuor suo Achab aveva qualche sospetto di questo, e cioè: tutti i miei mezzi sono sani, il mio movente e il mio fine sono pazzi. Ma incapace di sopprimere o mutare o evitare i fatti, era però cosciente di avere simulato a lungo davanti agli uomini. E in qualche modo lo faceva ancora. Ma il suo comportamento falso era soggetto soltanto alla sua percezione, non alla sua volontà cosciente. Eppure ci riusciva così bene, a fingere, che quando con la sua gamba d'avorio scese finalmente a terra, nessuno a Nantucket vide altro in lui che un dolore naturale, e fino all'anima, per la disgrazia terribile che gli era successa. Quando si seppe con certezza del suo delirio in mare, anche questo venne attribuito da tutti a una causa simile. E così pure la nuova profonda tristezza che da allora gli gravò sempre sulla fronte, fino al giorno che Achab salpò sul Pequod per questo viaggio. E non è troppo azzardato pensare che invece di considerarlo poco idoneo a un'altra crociera a causa di quei sintomi così cupi, la gente calcolatrice di quell'isola prudente fosse invece disposta a pensare che proprio per quelle ragioni Achab era meglio qualificato, e preparato a dovere, per un lavoro così pieno di furore e di ferocia come la caccia sanguinaria alle balene. Roso di dentro e bruciacchiato di fuori, lacerato di continuo dalle zanne di qualche idea incurabile: un uomo così, a trovarlo, sarebbe il vero tipo fatto per scagliare il rampone e alzare la lancia contro il più terrificante dei bruti. E se per qualche motivo lo si dovesse considerare inabile nel fisico, parrebbe sempre adatto in modo superlativo a eccitare e aizzare i suoi subalterni all'attacco. Comunque sia è certo che Achab, con tutta la sua pazza furia serrata e sprangata nel segreto dell'animo, era partito di proposito per questo viaggio con l'unica e maniaca intenzione di dare la caccia alla balena bianca. Se qualcuno dei suoi vecchi conoscenti di terra avesse appena sospettato ciò che egli covava dentro, con che fretta le loro rette anime sbigottite avrebbero strappato la nave a un uomo così diabolico! Tutto ciò che volevano era una crociera vantaggiosa, un utile da contarsi in dollari di zecca. Ciò che voleva lui era una vendetta temeraria, spietata, ultraterrena..Ecco dunque: un vecchio grigio ed empio inseguiva maledicendo attorno alla terra una balena di Giobbe, e per giunta alla testa di una ciurma fatta sopratutto di bastardi rinnegati, di reprobi e di cannibali; un gruppo di uomini indebolito, anzi, dall'insufficienza dell'onestà o virtù isolata e senza altri aiuti di Starbuck, dalla noncuranza e dall'indifferenza così impassibili e spensierate di Stubb, e dalla mediocrità di cui Flask era tutto imbevuto. Un equipaggio simile, e con simili ufficiali, pareva scelto e assortito apposta da qualche fato diabolico per aiutare Achab nella sua vendetta maniaca. Come mai rispondessero tanto alla rabbia del vecchio, quale incantesimo malvagio si fosse impossessato delle loro anime, tanto che a volte quell'odio pareva quasi un loro odio e la balena bianca un nemico che anche loro non potevano soffrire; come mai fu possibile tutto questo, e ciò che era per loro la balena, e perché anche nel loro inconscio la bestia poté presentarsi in qualche modo misterioso e insospettato come il gran demonio che scivola per i mari della vita, per spiegare tutto questo bisognerebbe tuffarsi più a fondo di quanto non sa fare Ismaele. Quel minatore sotterraneo che lavora in tutti noi, come è possibile dire, dal rumore sempre diverso e soffocato che fa il suo piccone, dove conduce il suo pozzo? Chi non sente il braccio irresistibile che ci trascina? Quale battello può starsene fermo, se una corazzata lo rimorchia? Quanto a me, cedetti al rilassamento del tempo e del luogo; ma mentre ero anch'io tutto preso dalla smania di affrontare la balena, non riuscivo a vedere altro in quel bruto che il male più funesto.

bene, non ho letto migliaia di libri, ma questo sa dire bene dell'incantesimo malvagio che si era impossessato delle loro anime, del gran demonio che scivola per i mari della vita e che nel loro inconscio si era presentato in modo misterioso e insospettato. il demone dell'odio non può portare che rovina, e io la attendo a ogni pagina, il fantasma dell'orrore costruisce ogni giorno la su stessa disgregazione, ogni assedio diventa una prigione per chi lo apposta, come gli Achei alle porte di Ileo, assediavano ma erano assediati e prigionieri del loro stesso furore.
e così Achab attende la sua balena, attende la sua morte per farne uno spettacolo indimenticabile, ormai svuotato, solo portatore della sua angoscia, senza corpo e senza mente.


domenica 4 dicembre 2011

scrittura di luce

o con la luce.
se intendiamo scrittura di luce, allora il fotografo è solo un ricettore di immagini, è il mondo che, con la penna, scrive di sè.
se intendiamo con la luce, allora, dice Ferdinando Scianna, il fotografo scrive con la luce, è lo scrittore del mondo.

Scianna fotografa Marpessa
"il fotografo guarda cercando di vedere, ogni tanto vede qualcosa.
Le mie immagini sono costruite attorno alla struttura dell’ombra. Fotografia vuol dire scrittura di luce o scrittura con la luce, forse entrambe le interpretazioni sono valide.
La peculiarità della fotografia? Catturare una fetta di visibile, una fetta di tempo, l’irrevocabilità dell’istante. Quella del fotografo è una maniera di vivere curiosa, schizofrenica, di vivere nel presente, sapendo di costruire memoria".





Basilico fotografa Beirut
"Nel 1991 fui coinvolto dalla scrittrice libanese Dominique Eddé in un progetto che aveva come obiettivo la documentazione fotografica dell’area centrale della città di Beirut. Il lavoro era stato pensato per un gruppo di fotografi le cui esperienze si sarebbero liberamente incrociate. Mi sono trovato a lavorare accanto a Raymond Depardon, René Burri, Joseph Koudelka, Fouad Elkoury e Robert Frank. …L’area topografica individuata era uguale per tutti. La parte centrale della città limitata a nord dal mare, a sud dalla tangenziale chiamata Ring, a est dal quartiere cristiano e a ovest da un quartiere misto.  Non si trattava di realizzare un reportage o di produrre un inventario, bensì di comporre uno “stato delle cose”, un’esperienza diretta del luogo affidata ad una libera interpretazione, in un momento delicatissimo e irripetibile della storia di Beirut: la fine, nel 1990, di un’estenuante guerra iniziata quindici anni prima, e l’attesa di una ricostruzione annunciata"





Branzi fotografa Napoli
“Usciti dalla guerra c’era la necessità di conoscere e io provenivo da un ambiente cattolico toscano politicizzato. L’attenzione si è indirizzata verso il sociale, matrice culturale iniziale. A quei tempi non c’era l’omologazione del consumismo, ma il bisogno di capire”




Fotografica 2011, via Tortona 32, 30 novembre-4 dicembre,  Milano.
l'anno scorso mi sono rivoltata per l'entusiasmo, ieri sera non mi sono rivoltata affatto, ho ascoltato qualcosa, visto anche perfino meno.
però ho assistito alla presentazione di questo progetto, Fotografia Italiana, che presenta alcuni dvd documentari su diverse illustri personalità del mondo della fotografia italiana: Scianna, Jodice, Fontana, Basilico, Branzi, Gardin e altri. più che di foto si parla di fotografi, più che immagini si osservano destini umani, più che di inquadrature si tratta di opinioni.
quello che osservo è, direi per tutti, un mondo in bianco e nero, senza spazio per il colore. il colore è una dotazione umana non indifferente, ma la rappresentazione del mondo attraverso il rettangolo fotografico predilige il contrasto netto, manicheo: o bianco o nero, o luce o ombra, o dentro o fuori.
ma l'occhio umano non vede così.
la scrittura fotografica sembra prediligere l'insaturo, evitare l'inondazione del colore, impiegare la mancanza e l'imperfezione per ottenere incisività e forza narrativa. preferisce deprivarsi per potenziarsi.
è curiosa questa testimonianza di realtà che non la riproduce per come è, per come il nostro cervello la codifica.
forse il colore è un esubero, solo nel contrasto c'è la nostra essenza.
forse la realtà non esiste, ma solo la sua rappresentazione.

martedì 22 novembre 2011

Oh la nerezza è assassina

Hai detto che la rabbia sarebbe tornata
proprio come l’amore.
Ho una sembianza nera che non
mi piace. È una maschera, me la provo.



Anne Sexton era pazza, instabile infelice erotomanica e ricchissima di parole, e le sue poesie sono un coacervo di follia e di densità nera, nera come il fondo senza fine. irresistibile, si desidera cadere.
non voglio parlare di lei ma quella nerezza, maschera nera che non mi piace, a volte ce l'ho addosso, in questi giorni sono tormentata dalla consapevolezza della cattiveria che esiste in ognuno di noi, il lato oscuro, il lato impietoso, crudele e abissale, quello che sbaglia, fa male, errori enormi. non sono esente, faccio cose di cui mi pento terribilmente e non so come rimediare.
mi leggo un po' Hanna Arendt, uno spunto da un libro leggibile di Carofiglio "Le perfezioni provvisorie", e mi spiega che la redenzione possibile dall’aporia dell’irreversibilità – non riuscire a disfare ciò che si è fatto, anche se non si sapeva, e non si poteva sapere ciò che si stesse facendo, è nella facoltà del perdonare. Il rimedio all’imprevedibilità è la facoltà di fare e mantenere promesse.
è di sollievo crederci ma credo che non basterà a schiarire la nerezza, a eludere la sembianza.
Gli uomini, anche se devono morire, sono nati non per morire ma per incominciare.

domenica 20 novembre 2011

la poesia dal cielo scende a noi con azzurra chiarezza nello sguardo

secondo me è stato un furto, ma lui lo ha definito un regalo.
io i libri li regalo.
e così me lo sono preso, rubandolo dal tavolo strabordante di libri.
un bell'effetto scenico, un segnale inequivocabile per chi entra, questo sono io o questo è come appaio io.
sono stata attratta dal titolo: Poesie. tanto basta. autore: Fëdor Ivanovič Tjutčev.
io questo signore non lo conosco, ora so quello che ho letto in giro sul web.
quello che so ora, dopo averle lette tutte in una mattina precoce e silenziosa d'autunno, è che Fëdor Ivanovič Tjutčev -sempre amato questi nomi russi impronunciabili- è un poeta russo appartenente alla tradizione del romanticismo europeo, soprattutto tedesco.
quello che so è che la sua poesia è densa di cadenze retoriche e solenni della poesia settecentesca, di immersioni notturne e abissali nella natura nordica, di rinascite mattutine brillanti e speranzose nelle lande desolate dell'anima, di cadute spaventose e di resurrezioni disperate, di contrasti accesi tra l'ordine e il caos.
insomma, mi sono incamminata lungo questo andamento, un po' troppo manicheo per i miei gusti, ma quando trovo anche solo una poesia che mi piace, a me sembra di aver trovato un tesoro.
questa mi piace, l'ho letta e riletta, e mi sembra che il sorriso mite di sfioritura che riflette il sacro pudore della sofferenza appartenga all'azzurra chiarezza della poesia.


SERA D'AUTUNNO
Nella chiarezza v'è delle autunnali
sere un tenero, un misterioso incanto:
lo splendore degli alberi sinistro,
il languido frusciare delle foglie
porporine, il velato e calmo cielo
sopra la terra triste e desolata,
e, annunzio delle prossime bufere,
un brusco, freddo vento qualche volta,
un mancare e sfinirsi - e quel sorriso
mite di sfioritura, su ogni cosa,
che in essere senziente noi chiamiamo
sacro pudore della sofferenza.

Fëdor Ivanovič Tjutčev - 1830

venerdì 11 novembre 2011

quando non rimane che l'esercizio del potere

non voglio, non posso entrare nei dettagli, nessuno capirebbe, solo chi lavora in un reparto, in un reparto di psichiatria. ma forse nemmeno. infatti oggi mi sono sentita sola.
mi è sembrato di capire lucidamente e quello che ho capito non so se fosse condivisibile.
siccome lucida lo sono raramente, sono emozionata tutta la mia vita, un inferno che mi rende per lo più stupida, se sono lucida per un momento ho il diritto di non parlare e di sentirmi sola come un cane.
la paziente stava male, da giorni settimane mesi. indubbiamente. un chiarore acido che tesse i bruciori d’inferno degli atomi e il conato torbido d’alghe e vermi.
ma la paziente non delirava era presente e lucida, parlava chiaramente, chiedeva chiaramente, vedeva ancora più chiaramente tutte le lacune e le mancanze, le inadempienze e gli errori clamorosi, l'inutilità e le incongruenze.
un ricovero nato sull'inganno, che rompe un'alleanza terapeutica, già fragilissima, tra il medico e il suo paziente e che fa esplodere una rabbia incontenibile: sono stata tradita e questo sistema fa schifo, il reparto fa schifo, voi fate schifo, gli psichiatri sono una merda.
vede subito la mia collega paranoica quanto o più di lei, vede le sue intransigenze e la sua durezza. vede la sua non-cura, la noncuranza e il suo solo bisogno di affermare il suo potere, la squalifica subito: lei, dottoressa, è superba, cattiva, arrogante e non sa parlare con i pazienti. e con lei, quindi, non voglio più parlare. lei non capisce niente.
vede che i medici dell'ospedale non parlano con i medici del territorio: voi non sapete comunicare tra di voi, non sapete nemmeno di cosa stiamo parlando.
la paziente, seppure con le sue modalità impulsive e distruttive che descrivono il suo malessere, ci ha messo tutti in scacco: siamo nudi, impotenti. in sostanza abbiamo sbagliato, questo ricovero è inutile, si deve ricominciare da capo, umilmente, in un posto che non sia qui. oppure qui, se ne siamo capaci, cambiando strategia, atteggiamento, modalità, approccio.
quale medico sa ammettere la propria inadempienza, umilmente? ho sbagliato e la paziente ha solo ragione.
forse un medico non lo sa fare, non è chiamato a farlo, ma uno psichiatra si. psiche è la nostra cultura.
oggi ho assistito a una débâcle, la psichiatria, o forse la medicina in genere, non sa ammettere il proprio errore e quando è in un angolo sa solo esercitare il suo potere. il camice del medico contro la paura del paziente, imporlo e fare scempio di sè.
forse sono lucida, forse sono emozionata come sempre.

martedì 8 novembre 2011

Pina: dance dance otherwise we are lost

non so nemmeno se riesco a scrivere. sono bloccata da un eccesso. il pensiero è così denso che sono certa di non poterlo dipanare. vorrei dire tutto e allo stesso tempo niente.

capolavoro.

Pina 3D, regia di Wim Wenders.
racconta di Pina Bausch, coreografa tedesca di grandissima fama scomparsa nel 2009, della sua danza, dei suoi ballerini, del suo lavoro sul corpo e sulle emozioni.
visualizza il teatro-danza che, a partire dagli anni Settanta, ha rivoluzionato la concezione della danza contemporanea, seguendo gli artisti della leggendaria compagnia Tanztheater Wuppertal sulla scena e fuori, nella città di Wuppertal, il luogo che per 35 anni è stato la casa e il cuore della creatività di Pina Bausch.
ma queste sono cazzate.
notizie.
qui c'è una densità atomica, c'è una genialità esplosiva, c'è una potenza espressiva che mi ha ipnotizzata dal primo fotogramma all'ultimo. danza solo danza, dal primo fotogramma all'ultimo, ballerini, di tutte le razze, di tutte le età, di tutti i sessi. corpo e materia del corpo. mente e suggestione della mente. vita e intesità della vita.
ricerca.
Pina Bausch era un genio, indubbiamente, un'artista profondissima, una creatrice immensa, una plasmatrice del corpo, una maga delle emozioni, un'inventrice del movimento, una poetessa dell'immagine corporea. 
Pina Bausch era, anche, e soprattutto, un'analista. nel film emerge chiaramente il lavoro di ricerca personale, sulla domanda e sul desiderio, che ha saputo intraprendere con ogni suo singolo ballerino, con grande intelligenza, grande capacità intuitiva e ancora maggiore forza di suggestione. una psicoterapia che passa dal corpo, un linguaggio diverso, con un potere espressivo enorme, con una carica emotiva incontenibile.
Pina guardava, osservava i suoi ballerini, parlava poco ma sapeva parlare. e poi tacere. era suggestiva e magnetica, a partire da ogni sua singola osservazione i suoi ballerini, ad un ad uno, sono cresciuti, hanno cercato, hanno sondato, hanno sofferto, hanno avuto paura, hanno aperto le loro domande, e hanno danzato. hanno ballato sui loro dubbi, nel pieno della loro ricerca, della reinvenzione di se stessi e della rivisitazione della loro nudità.
Wenders è magistrale nella narrazione di questa ricerca e nella sua composizione pittorica filmica.
danza è ovunque, ovunque, in una piscina, in uno spazio vuoto, in uno spazio industriale, nelle vie della città, sulle teleferiche, sulle spiagge, nei canyons, attraverso le vetrate e nei ruscelli. ovunque è danza. la danza narra della vita, si vive danzando, si parla danzando, si ama danzando. e danzando si soffre.
la danza è anche teatro, immagini di un cuore rosso pulsante, di aliti di respiro, di acqua che riflette la luna, di un caffè dove si patisce la vita, di uomini che incontrano le donne, di donne che si affidano agli uomini, di incontri impossibili ed eterni, di momenti dolorosi e bellissimi.
la danza di Pina è anticonvenzionale, anti estetica, in contrasto con tutta la tradizione rigidamente ossessiva e paranoica della danza. i suoi ballerini non sono belli. le donne sono alte e basse, giovani e vecchie, lunghe e ossute, spettinate, senza cura e senza trucco. la nudità non è oggetto, ma soggetto, bianca scavata segnata rugosa e spigolosa. non c'è osservanza delle regole e dei canoni, c'è solo ricerca. una ricerca che arriva dritta al centro, rigorosa, spietata, senza vergogna. è una danza etica.
ipnotizzata ed emozionata, ho bevuto e mi sono cibata di questo film, di questo tempo, questo spazio in tre dimensioni come se a ballare fossi io. come se a soffrire fossi io, ed ero io, come se ad amare fossi io, ed ero io.



"Continuate a cercare"