bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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domenica 18 aprile 2021

l'amicizia della Avallone

 mentre la primavera esplode 



mi tocca finire il romanzo di Silvia Avallone, Un'amicizia.

lei, povera tusa, mi è anche simpatica quando la sento parlare, non mi dispiace quando parla della strage della Stazione di Bologna e ne fa un racconto giornalistico intimo.

al solito certi scrittori, come anche Giordano, non li disdegno quando scrivono sui giornali, ma è meglio che non scrivano libri.

l'Avallone produce solo sul tema della provincia, è il terzo sulla stessa scia di Acciaio, questo mi rende subito claustrofobica la sua scrittura.

il libro è povero di tutto, ma non è povero del suo ego.

i personaggi non esistono, sono falsi, non hanno voce propria, sono stentati e incerti, sono farciti di informazioni contemporanee che non sono le informazioni dei personaggi, sono solo la voce della Avallone che parla e parla e parla. come per quella tragedia de Il colibrì di Veronesi. assisto a una scrittura italiana che non sa sollevarsi al di là della scrivania di chi scrive e dei loro gusti sbandierati, la Avallone sovrasta su tutto, la sento sentenziare sul web, sul Morandi, sulla letteratura, la sento fare la brava scolara che cita Sereni e Penna, è ovunque e francamente mi disturba. non esiste una storia, non esistono i personaggi, nulla decolla, nulla va oltre la necessità di sentenziare, di dare opinioni e giudizi, la storia non racconta, è parlata dalla sua autrice che non sa stare zitta un minuto. vi basterà sapere che un operaio toscano di T, fidanzato improbabile della diva Beatrice, vive di poco e niente, ma nulla ci è veramente dato sapere di lui, se non che la sera si guarda e riguarda, sembra di continuo e per anni e anni, i film di chi?? dei Vanzina? di Gianni e Pinotto? no, di Miyazaki!! sicuri che piacciano a lui? o piacciono alla nostra strabordante e impicciona scrittrice che ama farci saper cosa lei si guarda (e conosce) nelle interminabili giornate della pandemia??

mi sono stufata e sono affranta di questa assoluta povertà letteraria italiana che ci affama-

vi saluto per sempre e inizio la Guarda Bianca di Bulgakov (e intanto ascolto dalla voce di Tommaso Ragno Vita e Destino di Grossman).

venerdì 10 aprile 2020

ero sicura che sarei morta quando mi avrebbe toccata e, invece, naturalmente, cominciai a vivere.

riflettendo su questo libro, ogni volta che lo richiudo dopo la lettura serale, ogni volta che lo riapro la sera dopo, e mi ritrovo tra le righe di questa prosa non sempre facile, non sempre lineare, mi convinco che sono approdata a qualcosa di molto complesso.


non è solo una storia, una narrazione di fatti ed eventi, è una trattazione sulla crudeltà della vita.
sulla crudeltà dei legami.
sulla insostituibilità dei legami primordiali, ancestrali.
è un pianto, diciamo, ininterrotto su quell'affettività primigenia che si è destinati a perdere.
chi narra, Rose, pianista di eccellenza, gemella di Mary, altra pianista di eccellenza, rincorre senza speranza tutti i legami straordinari che ha perso. primo tra tutti quello con la madre, figura insostituibile e originalissima, poi quello con il fratello, altrettanto unico animato da pura energia vitale, poi quello con il padre, figura invece enigmatica e misteriosa, poi quello con Rosamund, personaggio a me meno chiaro ma illuminato, fino a un certo punto, da una grazia cristallina, infine quello con la sorella stessa, amatissima ma sempre più distante dopo anni di profonda simbiosi affettiva e artistica.
tutto quel che viene dopo, tutto quello che verrà, poi, nella vita, di Rose ma di tutti noi, non sarà mai paragonabile a ciò che abbiamo lasciato.
quell'impronta è unica indelebile. nessun passo potrà mai sostenere il ritmo della vita che ci ha indicato la nostra famiglia. ogni nuovo legame sarà una sorpresa, inaspettata, regalata, gradita, ma pallida, e solo vagamente consolatoria.

(Oliver) Smise di suonare e si alzò in piedi. Entrai nella stanza e ci trovammo l'una di fronte all'altro, tremanti.
Uno sguardo colpevole gli si dipinse in volto e poi scomparve. Disse esultante: "Ora posso amare di nuovo."
Mi colpì come una stretta al cuore che lui la mettesse in quel modo, ma il mio io più profondo mi disse freddamente che se avessi avuto lui, nient'altro sarebbe più importato. Venne verso di me e io mi irrigidii per il disgusto, ero sicura che sarei morta quando mi avrebbe toccata e, invece, naturalmente, cominciai a vivere.

inizierà a vivere? il passo è potente, perché preceduto, per molte pagine, da un malessere violentissimo di Rose. la prossimità di Oliver, che sarà suo sposo, la porterà a sbandare, a provare disgusto per i corpi, a ipotizzare l'abbandono di tutto, anche dalla musica, pur di ricreare distanza tra lei e un altro che si avvicina paurosamente. si, era solo paura, era il terrore di un linguaggio nuovo, inedito, rispetto a quello già noto (e la maestria letteraria di Rebecca West raggiunge vette altissime). l'Altro rimane sempre un'ombra oscura e inconoscibile. ci potremo mai fidare? l'episodio segna la fine dei legami certi, quelli familiari, e pone l'avvio di quelli incerti, quelli amorosi.
tre libri per parlare di questo, il passaggio dolorosissimo dalla matrice nota della nostra radice familiare a quella ignota e instabile del mondo dell'altro.

giovedì 20 febbraio 2020

la luce della luna e il silenzio di dicembre sembravano fondersi come le note di una tromba suonate in un unico soffio a unire il passato, il presente, il futuro...

...zio Len si fermò e guardò verso la locanda, fragile come il cartone sotto la luce forte della luna, e accarezzandomi il braccio, mormorò i nomi di tutti quelli che dormivano sotto il suo tetto, poi disse: "Buffo pensare a loro, tutti sdraiati lì, buffo". Alzai gli occhi  e la mia vista vagò tra le stelle fino allo spazio più estremo, dove non c'era più universo. Niente mi divideva da esso. Ero là: mio padre, mia madre, Richard Quin stavano lì e qui contemporaneamente, e Nancy non sarebbe stata distrutta.
La luce e il silenzio soffiarono con fragore nella tromba.

Rebecca West scrive una trilogia, sono arrivata a Rosamund, il terzo libro sulla famiglia Aubrey, e mi lascia stupefatta.
mi regala momenti di lettura estatica.
mi fermo, a volte, la densità è tale che mi sembra di non farcela. mi devo fermare e tornare indietro.  voglio rileggere e fissare nella memoria. oppure non pensare e rimanere sospesa tra le parole. mi dico che se leggo troppo veloce mi perderò qualcosa.
il libro, la parola, la narrazione spesso, come nel caso sopracitato, si fondono con la musica perchè la voce narrante, e sua sorella gemella, sono due pianiste di grande talento. l'effetto è potente, i linguaggi si fondono e io ne rimango scossa, sono tracce che rimangono, si depositano nella mia immaginazione.
questo è un libro, questo è un romanzo, questa è arte, è letteratura.
questo è un capolavoro.

...la vita è condannata al disordine perché non tutti gli uomini sono morti e non tutti muoiono nello stesso momento. Avrebbe potuto esserci un ordine perfetto attorno a me, se mio padre, mia madre, Richard Quin, Mary e io fossimo venuti al mondo tutti contemporaneamente, nessuno di noi avrebbe dovuto aspettare che gli altri nascessero, e nessuno di noi avrebbe dovuto perdere gli altri.
Il tempo, capii, era la colpa dell’universo, e a causa sua il dolore e le attese, ingannevoli allo stesso modo, ci avrebbero sempre impedito di osservare il presente con la dovuta pace.

venerdì 14 febbraio 2020

un gatto nero di dimensioni paurose, con un bicchierino di vodka in una zampa, e, nell'altra, una forchetta, su cui aveva già infilato un fungo marinato

Stepa volse le spalle all'apparecchio e, nello specchio dell’anticamera che la pigra Grunja non aveva spolverato da tempo, vide distintamente uno strano tipo, lungo come una stanga, con gli occhiali a molla (oh, se ci fosse stato Ivan Nikolaevič ! L'avrebbe riconosciuto subito!) L'immagine balenò nello specchio e scomparve. Allarmato, Stepa scrutò piú a fondo l'anticamera, e barcollò una seconda volta perché, riflesso nello specchio, passò un robusto gatto nero, e anch'esso scomparve. Il cuore di Stepa smise di battere ed egli vacillò. 
 «Che succede? - pensò. - Non starò mica diventando matto? Da dove vengono queste immagini?!» Scrutò l'anticamera e gridò spaventato: 
 - Grunja! Cos'è quel gatto che gira per casa?! Di dove viene? E c'è qualcun altro ancora! 
 - Non si preoccupi, Stepan Bogdanovič, - rispose una voce; non quella di Grunja però, bensí quella del visitatore in camera da letto. 
- Quel gatto è mio. Non sia nervoso. Grunja non c'è, l'ho mandata a Voronez. Si lamentava che lei le aveva soffiato le ferie. 
Queste parole erano talmente inattese e assurde che Stepa pensò di aver capito male. Totalmente confuso, ritornò di trotto in camera da letto, e sulla soglia rimase di sasso. I suoi capelli si mossero, e la fronte gli si imperlò di sudore. Nella camera da letto, l'ospite non era piú solo: nella seconda poltrona stava seduto quel tipo che gli era parso di intravedere in anticamera. Adesso lo si vedeva distintamente: baffi a penna, un vetro degli occhiali luccicava, l’altro non c'era. Ma scoprí cose anche peggiori: sul pouf della gioielliera stava sdraiato in una posa disinvolta un terzo essere, e precisamente un gatto nero di dimensioni paurose, con un bicchierino di vodka in una zampa, e, nell'altra, una forchetta, su cui aveva già infilato un fungo marinato. 
La luce già debole della camera da letto si offuscò ancora di piú negli occhi di Stepa. 
 «Ah, è cosí che si impazzisce...», pensò, e si afferrò allo stipite della porta. 
 - Vedo che lei è un poco sorpreso, carissimo Stepan Bogdanovič, - si rivolse Woland a Stepa, che batteva i denti. 
 - Ma non è proprio il caso di stupirsi. Questo è il mio seguito. 
In quel mentre il gatto bevve la vodka, e la mano di Stepa scivolò lungo lo stipite. 
 - Anche il seguito ha bisogno di spazio, - continuava Woland, - perciò uno di noi in questo appartamento è di troppo. A me pare che questa persona di troppo sia proprio lei. 
 - Loro, proprio loro, - canticchiò il lungo personaggio a quadretti con voce da caprone, parlando di Stepa al plurale. 
- Del resto, in questi ultimi tempi hanno fatto porcherie spaventose. Si sbronzano, allacciano relazioni con donne approfittando della propria posizione, non fanno un accidente, e non fanno niente per il semplice motivo che non capiscono niente del lavoro che è stato loro affidato. Dànno ad intendere lucciole per lanterne ai loro superiori!
 - Usano senza una ragione le automobili dell'ufficio, spiattellò il gatto, masticando un fungo. 
A questo punto nell'appartamento successe il quarto e ultimo avvenimento strano, mentre Stepa, che ormai era scivolato fino a terra, graffiava lo stipite con mano svigorita. Proprio dal vetro della specchiera uscí un tale, piccolo, ma straordinariamente largo di spalle, con un tubino in testa, e una zanna che spuntava dalla bocca, rendendo ancora piú orrendo un ceffo che era già oltremodo repellente. Come se non bastasse, aveva i capelli di un rosso acceso. 
 - Io, - entrò nella conversazione il nuovo venuto, non capisco proprio come abbia fatto a diventare direttore - il rosso parlava con voce sempre piú nasale, - lui è direttore come io sono vescovo 
- Tu non assomigli a un vescovo, Azazello, - osservò il gatto, riempiendosi il piatto di würsteln. 
- È quello che sto dicendo, - ribadí il rosso con la sua voce nasale voltandosi verso Woland, aggiunse con deferenza: 
- Mi permette, Messere, di mandarlo al diavolo, lontano da Mosca? 
-Pscttt! - ringhiò all'improvviso il gatto, rizzando il pelo. La camera da letto vorticò intorno a Stepa; egli urtò con la testa lo stipite della porta, e pensò, mentre perdeva conoscenza: 
 «Io muoio...» 
 Ma non morí. Socchiudendo gli occhi, si accorse di sedere su delle pietre. Intorno a sé udiva un rumore. Quando aprí ben bene gli occhi, capí che era il mare, e che, anzi un'onda fluttuava proprio ai suoi piedi, e che, insomma, stava seduto all'estremità di un molo, e sopra di lui c'era un azzurro cielo rilucente; e dietro, una bianca città adagiata sui monti. Non sapendo come si reagisce in casi simili, Stepa si erse sulle gambe tremanti e, lungo il molo, si diresse alla volta della spiaggia. Sul molo, un tale fumava e sputava in mare. Guardò Stepa con occhi attoniti e smise di sputare. Allora Stepa la fece bella: si inginocchiò davanti al fumatore sconosciuto e disse: 
 - La supplico, mi dica, che città è questa? 
 - Però! - disse con indifferenza il fumatore. 
 - Non sono ubriaco, - rispose rauco Stepa, - mi è successo qualcosa... sono ammalato... Dove sono? Che città è questa? 
 - Be', Jalta... 
 Stepa sospirò lievemente, si rovesciò su un fianco, batté la testa sui caldi massi del molo. Aveva perso i sensi.


Volete legger un LIBRO?
un ROMANZO?
e anche un CAPOLAVORO?
leggete Il maestro e Margherita, di Mikhail Bulgakov, oppure ascoltatelo in audiolibro (legge Paolo Pierobon).
il godimento, il divertimento, il miglioramento del vostro umore, l'ampliamento del vostro orizzonte, l'arricchimento sulla natura umana, lo stupore e la meraviglia , il raggiungimento del nirvana
sono 
assicurati.
che diavolo!

 ...Dunque tu chi sei? Una parte di quella forza che vuole costantemente il Male e opera costantemente il Bene.
GOETHE, Faust

giovedì 21 novembre 2019

Dunque. Al mondo ci sono i cretini, gli imbecilli, gli stupidi e i matti.

"E lei cosa fa?" mi aveva chiesto una sera che ci eravamo appoggiati tutti e due all'angolo estremo del -banco di zinco, pressati da una folla da grandi occasioni. Era il periodo in cui tutti si davano del tu, gli studenti ai professori e i professori agli studenti. Non parliamo della popo- lazione di Pilade: "Pagami da bere," diceva lo studente con l'eschimo al caporedattore del grande quotidiano. Sembrava di essere a Pietroburgo ai tempi del giovane Sklovskij. Tutti Majakovskij e nessun Zivago. Belbo non si sottraeva al tu generalizzato, ma era evidente che lo comminava per disprezzo. Dava del tu per mostrare che rispondeva alla volgarità con la volgarità, ma che esisteva un abisso tra prendersi confidenza ed essere in confidenza. Lo vidi dare del tu con affetto, o con passione, poche volte e a poche persone, Diotallevi, qualche donna. A chi stimava, senza conoscere da molto tempo, dava del lei. Così fece con me per tutto il tempo che lavorammo insieme, e io apprezzai il privilegio.
"E lei cosa fa?" mi aveva chiesto, ora lo so, con simpatia. 
 "Nella vita o nel teatro?" dissi, accennando al palcoscenico Pilade. 
"Nella vita." 
 "Studio." 
 "Fa l'università o studia?" 
 "Non le parrà vero ma le due cose non si contraddicono. Sto finendo una tesi sui Templari." 
 "Oh che brutta cosa," disse. "Non è una faccenda per matti?" 
 "Io studio quelli veri. I documenti del processo. Ma che cosa sa lei sui Templari?" 
 "Io lavoro in una casa editrice e in una casa editrice vengono savi e matti. Il mestiere del redattore è riconoscere a colpo d'occhio i matti. Quando uno tira in ballo i Templari è quasi sempre un matto." "Non me lo dica. II loro nome è legione. Ma non tutti i matti parleranno dei Templari. Gli altri come li riconosce?" 
 "Mestiere. Adesso le spiego, lei che è giovane. A proposito, come si chiama?" 
 "Casaubon." 
 "Non era un personaggio di Middlemarch?" 
 "Non so. In ogni caso era anche un filologo del Rinascimento, credo. Ma non siamo parenti." 
 "Sarà per un'altra volta. Beve ancora una cosa? Altri due, Pilade, grazie. Dunque. Al mondo ci sono i cretini, gli imbecilli, gli stupidi e i matti." 
 "Avanza qualcosa?" 
 "Sì, noi due, per esempio. O almeno, non per offendere, io. Ma insomma, chiunque, a ben vedere, partecipa di una di queste categorie. Ciascuno di noi ogni tanto è cretino, imbecille, stupido o matto. Diciamo che la persona normale è quella che mescola in misura ragionevole tutte queste componenti, questi tipi ideali." 
 "Idealtypen." 
 "Bravo. Sa anche il tedesco?" 
"Lo mastico per le bibliografie." 
 "Ai miei tempi chi sapeva il tedesco non si laureava più. Passava la vita a sapere il tedesco. Credo che oggi succeda col cinese." 
 "Io non lo so abbastanza, così mi laureo. Ma torni alla sua tipologia. Cos'è il genio, Einstein, per dire?"
 "Il genio è quello che fa giocare una componente in modo vertiginoso, nutrendola con le altre." Bevve. 
Disse: 
"Buonasera bellissima. Hai ancora tentato il suicidio?" 
 "No," rispose la passante, "ora sono in un collettivo." 
 "Brava," le disse Belbo. 
Ritornò a me: "Si possono fare anche suicidi collettivi, non crede?" 
 "Ma i matti?" 
 "Spero non abbia preso la mia teoria per oro colato. Non sto mettendo a posto l'universo. Sto dicendo cosa è un matto per una casa editrice. La teoria è ad hoc, va bene?" 
 "Va bene. Adesso offro io." 
 "Va bene. Pilade, per favore meno ghiaccio. Se no entra subito in circolo. Allora. Il cretino non parla neppure, sbava, è spastico. Si pianta il gelato sulla fronte, per mancanza di coordina- mento. Entra nella porta girevole per il verso opposto.
 "Come fa?" 
 "Lui ci riesce. Per questo è cretino. Non ci interessa, lo riconosci subito, e non viene nelle case editrici. Lasciamolo lì." 
 "Lasciamolo." 
 "Essere imbecille è più complesso. È un comportamento sociale. L'imbecille è quello che parla sempre fuori del bicchiere." 
 "In che senso?"
 "Così." 
Puntò l'indice a picco fuori del suo bicchiere, indicando il banco. 
"Lui vuole parlare di quello che c'è nel bicchiere, ma com'è come non è, parla fuori. Se vuole, in termini comuni, è quello che fa la gaffe, che domanda come sta la sua bella signora al tipo che è stato appena abbandonato dalla moglie. Rendo l'idea?"
"Rende. Ne conosco." 
 "L'imbecille è molto richiesto, specie nelle occasioni mondane. Mette tutti in imbarazzo, ma poi offre occasioni di commento. Nella sua forma positiva, diventa diplomatico. Parla fuori del bicchiere quando la gaffe l'hanno fatta gli altri, fa deviare i discorsi. Ma non ci interessa, non è mai creativo, lavora di riporto, quindi non viene a offrire manoscritti nelle case editrici. L'imbecille non dice che il gatto abbaia, parla del gatto quando gli altri parlano del cane. Sbaglia le regole di conversazione e quando sbaglia bene è sublime. Credo che sia una razza in via di estinzione, è un portatore di virtù eminentemente borghesi. Ci vuole un salotto Verdurin, o addirittura casa Guermantes. Leggete ancora queste cose voi studenti?" 
 "Io sì." 
 "L'imbecille è Gioacchino Murat che passa in rassegna i suoi ufficiali e ne vede uno, decoratissimo, della Martinica. "Vous étes nègre?' gli domanda. E quello: 'Otri mon général!' E Mu- rat: "Bravò, bravò, continuez!' E via. Mi segue? Scusi ma questa sera sto festeggiando una decisione storica della mia vita. Ho smesso di bere. Un altro? Non risponda, mi fa sentir colpevole. Pilade!" 
 "E lo stupido?" 
 "Ah. Lo stupido non sbaglia nel comportamento. Sbaglia nel ragionamento. E quello che dice che tutti i cani sono animali domestici e tutti i cani abbaiano, ma anche i gatti sono animali domestici e quindi abbaiano. Oppure che tutti gli ateniesi sono mortali, tutti gli abitanti del Pireo sono mortali, quindi tutti gli abitanti del Pireo sono ateniesi." 
 "Che è vero." 
 "Sì, ma per caso. Lo stupido può anche dire una cosa giusta, ma per ragioni sbagliate." 
"Si possono dire cose sbagliate, basta che le ragioni siano giuste." 
 "Perdio. Altrimenti perché faticare tanto ad essere animali razionali?" 
 "Tutte le grandi scimmie antropomorfe discendono da forme di vita inferiori, gli uomini discendono da forme di vita inferiori, quindi tutti gli uomini sono grandi scimmie antropomorfe." 
 "Abbastanza buona. Siamo già sulla soglia in cui lei sospetta che qualche cosa non quadri, ma ci vuole un certo lavoro per dimostrare cosa e perché. Lo stupido è insidiosissimo. L'imbecille lo riconosci subito (per non parlare del cretino), mentre lo stupido ragiona quasi come te, salvo uno scarto infinitesimale. E un maestro di paralogismi. Non c'è salvezza per il redattore editoriale, dovrebbe spendere un'eternità. Si pubblicano molti libri di stupidi perché di primo acchito ci convincono. Il redattore editoriale non è tenuto a riconoscere lo stupido. Non lo fa l'accademia delle scienze, perché dovrebbe farlo l'editoria?" 
 "Non lo fa la filosofia. L'argomento ontologico di sant'Anselmo è stupido. Dio deve esistere perché posso pensarlo come l'essere che ha tutte le perfezioni, compresa l'esistenza. Confonde l'esistenza nel pensiero con l'esistenza iella realtà." 
 "Sì, ma è stupida anche la confutazione di Gaunilone. Io posso pensare a un'isola nel mare anche se quell'isola non c'è. Confonde il pensiero del contingente col pensiero del necessario."
 "Una lotta tra stupidi." 
 "Certo, e Dio si diverte come un pazzo. Si è voluto impensabile solo per dimostrare che Anselmo e Gaunilone erano stupidi. Che scopo sublime per la creazione, che dico, per l'atto stesso in virtù del quale Dio si vuole. Tutto finalizzato alla denunzia della stupidità cosmica." 
 "Siamo circondati da stupidi. Non si scappa. Tutti sono stupidi, tranne lei e me. Anzi, non per offendere, tranne lei." 
 "Mi sa che c'entra la prova di Gddel." 
 "Non lo so, sono cretino. Pilade!" 
 "Ma il giro è mio." 
 "Poi dividiamo. Epimenide cretese dice che tutti i cretesi sono bugiardi. Se lo dice lui che è cretese, e i cretesi li conosce bene, è vero." 
"Questo è stupido." 
 "San Paolo. Lettera a Tito. Ora questa: tutti coloro che pensano che Epimenide sia bugiardo non possono che fidarsi dei cretesi, ma i cretesi non si fidano dei cretesi, pertanto nessun cretese pensa che Epimenide sia bugiardo." 
 "Questo è stupido o no?" 
 "Veda lei. Le ho detto che è difficile individuare lo stupido. Uno stupido può prendere anche il premio Nobel." 
 "Mi lasci pensare.... Alcuni di coloro che non credono che Dio abbia creato il mondo in sette giorni non sono fondamentalisti, ma alcuni fondamentalisti credono che Dio abbia creato il mondo in sette giorni, pertanto nessuno che non creda che Dio abbia creato il mondo in sette giorni è fondamentalista. È stupido o no?" 
 "Dio mio - è il caso di dirlo... Non saprei. Lei che dice?" 
 "Lo è in ogni caso, anche se fosse vero. Viola una delle leggi del sillogismo. Non si possono trarre conclusioni universali da due particolari." 
"E se lo stupido fosse lei?" 
 "Sarei in buona e secolare compagnia.'' 
 "Eh sì, la stupidità ci circonda. E forse per un sistema logico diverso dal nostro, la nostra stupidità è la loro saggezza. Tutta la storia della logica consiste nel definire una nozione accet- tabile di stupidità. Troppo immenso. Ogni grande pensatore è lo stupido di un altro." 
 "Il pensiero come forma coerente di stupidità." 
 "No. La stupidità di un pensiero è l'incoerenza di un altro pensiero." 
"Profondo. Sono le due, tra poco Pilade chiude e non siamo arrivati ai matti."
 "Ci arrivo. Il matto lo riconosci subito. È uno stupido che non conosce i trucchi. Lo stupido la sua tesi cerca di dimostrarla, ha una logica sbilenca ma ce l'ha. II matto invece non si preoccupa di avere una logica, procede per cortocircuiti. Tutto per lui dimostra tutto. Il matto ha una idea fissa, e tutto quel che trova gli va bene per confermarla. Il matto lo riconosci dalla libertà che si prende nei confronti del dovere di prova, dalla disponibilità a trovare illuminazioni. E le parrà strano, ma il matto prima o poi tira fuori i Templari." 
 "Sempre?" 
 "Ci sono anche i matti senza Templari, ma quelli coi Templari sono i più insidiosi. All'inizio non li riconosci, sembra che parlino in modo normale, poi, di colpo..." 
Accennò a chiedere un altro whisky, ci ripensò e domandò il conto. "Ma a proposito dei Templari. L'altro giorno un tizio mi ha lasciato un dattiloscritto sull'argomento. Credo proprio che sia un matto, ma dal volto umano. Il dattiloscritto incomincia in modo pacato. Vuole darci un'occhiata?" "Volentieri. Potrei trovarci qualcosa che mi serve." 
 "Non credo proprio. Ma se ha mezz'ora libera faccia un salto da noi. Via Sincero Renato numero uno. Servirà più a me che a lei. Mi dice subito se le sembra un lavoro attendibile." 
 "Perché si fida di me?" 
 "Chi le ha detto che mi fido? Ma se viene mi fido. Mi fido della curiosità. "
Entrò uno studente, col volto alterato: 
"Compagni, ci sono i fascisti lungo il Naviglio, con le catene!" 
 "Io li sprango," disse quello coi baffi alla tartara che mi aveva minacciato sproposito di Le- nin. "Andiamo compagni!" 
Tutti uscirono. 
"Che si fa? Andiamo?" chiesi, colpevolizzato. 
 "No," disse Belbo. "Sono allarmi che fa mettere in giro Pilade per sgombrare il locale. Per essere la prima sera che smetto di bere, mi sento alterato. Dev'essere la crisi di astinenza. Tutto quello che le ho detto, sino a quest'istante compreso, è falso. Buonanotte, Casaubon."

Il pendolo di Foucault
Umberto Eco


se lo ha letto lui potrei farcela anche io.
ho pensato.
no perchè dopo i primi capitoli io mi sono detta:
no, non ce la faccio.
cretina, imbecille, stupida o matta, io non ce la faccio.
anche incazzata però, lo devo ammettere.
mi sembrava impossibile  e volutamente illeggibile.
involutamente appesantito di parole incomprensibili in un atto di suprema intellettuale superbia.
poi ho pensato invece che si trattasse di una parte iniziale del libro con un preciso intento di deterrenza.
chi sopravvive ai primi capitoli poi merita di arrivare fino in fondo.
superato un certo scoglio iniziale, di fastidio e di rabbia, sono arrivata già al 16° capitolo e potrei anche andare avanti.
mi sono imbattuta ne 14° e ho pure riso di gusto nell'esercizio dotto del sarcasmo (però accompagnata  e sostenuta dalla metavigliosa voce di Tommaso Ragno)
dai magari ce la faccio a leggere il Pendolo di Faucault, stupida che sono.

venerdì 13 settembre 2019

a questa particolare persona, a quella, selezionate dal mucchio, apposta, una alla volta

- C'è una cosa di cui non ti ho parlato.
...
- Riguarda il nostro bambino più piccolo- disse- il nostro bambino più piccolo è morto l'estate scorsa.
Oh.
- Travolto da una macchina - disse - al volante c'ero io. stavo facendo marcia indietro sul viale di casa.
...
Sapevo già tutto. Adesso sapevo vhe Mike aveva toccato il fondo. Mike sapeva con esattezza - come io non potevo sapere e nemmeno lontanamente immaginare - che cosa sia il fondo. Lui e sua moglie l'avevano scoperto insieme, e questo li aveva legati, come una cosa che può soltanto separare per sempre o legare per tutta la vita. Non che avrebbero continuato a vivere là, sul fondo. Ma gliene sarebbe rimasta la consapevolezza, sarebbe rimasta la conoscenza di quello spazio chiuso, centrale, vuoto e senza calore.
Poteva succedere a chiunque.
Certo. Ma non è così che sembra. Sembra invece che capiti a questa particolare persona, a quella, selezionate dal mucchio, apposta, una alla volta.
Dissi: - Non è giusto -. Mi riferivo alla distribuzione di questi castighi casuali, di questi corpi devastanti e maligni. Peggiori in circostanze del genere, forse, che non quando avvengono fra mille disgrazie, nel mezzo di una guerra o di un'altra catastrofe umana. Peggio che mai quando esiste un individuo il cui gesto, magari nemmeno consueto, è da ritenersi l'unico responsabile dell'accaduto.
...
- Comunque - disse Mike, con voce gentile. Il giusto non sta di casa da nessuna parte, in fondo.
(da Ortiche, Alice Munro)

ammiro e invidio il talento di Alice Munro, anche se lo guardo come una cosa lontana, in fondo.
condensa, sintetizza, narra in poche pagine.
quando leggo un'autrice come lei mi rendo conto del vano tentativo di migliaia di scrittori improvvisati che scrivono libri inutili e nocivi alla letteratura, che danneggiano l'ambiente saturandolo di prodotti scadenti e scaduti.
saper scrivere è un dono raro e quando c'è è irrimediabile, è devastante. è una marea, uno tsunami, è un effetto potente che cambia la vita, di chi scricve e di chi legge. 
è inequivocabile.
Munro ha un talento spaventoso, anche troppo.
di lei non amo troppo la condensazione del racconto. il racconto è una formula ibrida che non mi soddisfa, direi mai.
non posso che riconioscerne il carattere e inchinarmi al genio ma un racconto mi lascia pochissimo, quasi niente.
Munro poi è anche criptica a volte, leggo e non so cosa abbia voluto dirmi con quella storia al punto che credo non gliene freghi un gran che di dirmi qualcosa.
è COME lo dice che conta.
almeno, che conta per me.
a volte rimango minuti a pensare alla parola che ha usato, all'espressione che ha adottato, a ciò che ha osservato e descritto, a come è entrata dentro, nella carne.
lei scava, con grazia e senza ombra di retorica, non è mai ridondante, è raffinatissima nelle tecniche temporali e nei colpi di scena, negli avanti e indietro nel tempo narrativo. è cinematografica.
certo sono istantanee, sono attimi, sono momenti sublimi di verità letteraria.
di lei, di Ortiche, di Nemico, amico, amante, non mi porto via le storie,
mi porto via un universo di parole e di descrizioni esemplari esaltanti, l'idea che dovrei mettermi a studiare la lingua italiana, scandagliarla, imparare parole nuove, arriccchire il mio vocabolario, per poi usarlo e trasmetterlo, e combattere tenacenente e fino all'ultimo respiro una battaglia per questo barbaro impoverimento, miserevole e meschino, della nostra lingua italiana. 

giovedì 5 settembre 2019

non lasciarmi

Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro.
questo libro è stata un'esperienza.
un'esperienza che non credevo possibile con un libro.
ciò che mi è arrivato non è tramite la scrittura ma tramite la non scrittura.
ciò che è scioccante di questa narrazione non è ciò che vi si trova scritto ma ciò che non vi si trova.
è un'esperienza forte, fortissima, basata sulla sottrazione.
siamo in un tempo possibile, quello degli anni 90, ma con un innesto fantascientifico. la creazione per clonazione di individui destinati alla donazione di organi.
la storia, potrei anche quasi dire, non è interessante, la narrazione, soprattutto all'inizio, è straniante, estranea, distante, indifferente.
e tutta la storia dei protagonisti, nel suo dipanarsi, ha un tratto portante che non tradisce mai la propria consistenza: è totalmente priva di emozioni.
la perdita (non si dice mai MORTE) dei soggetti, giunti al termine del loro "ciclo", seppure presenti per tutto il libro, è lasciata indietro, da una riga all'altra, improvvisamente, senza nessuna, e dico nessuna, nota sentimentale, ma nemmeno un parola è spesa sul distacco, la perdita, la malinconia, la mancanza.
ciò che è iniziato senza amore finisce senza amore.
si sviluppa una prossimità, un attacamento per contingenza, perfino una sessualità, senza che nulla lasci traccia, solco, dolore o gioia.
la potenza devastante di questo libro è in ciò che non c'è. non ci sono genitori, non c'è famiglia, potrei dire che non c'è inconscio.
non c'è nevrosi, non c'è ripensamento, non c'è divisione, non c'è dolore.
non ci sono case, non ci sono luoghi, non ci sono tradizioni, non ci sono abitazioni, non ci sono professioni, non ci sono capi, non ci sono figli, la vita è una somma di giorni, disadorna e disabitata.
una cosa c'è, eccome se c'è. la solitudine.
c'è un inzio indistinto che non è stata una nascita e c'è una fine indeterminata che non è una morte.
non è l'esistenza che fa un uomo, non è il suo essere e abitare il mondo, è ciò da cui veniamo e ciò verso cui andiamo che ci rende umani.
senza radice e senza rami, l'abero è un tronco spoglio, deprivato di ogni speranza.
la storia prosegue in una narrazione monocorde che a tratti, sempre più, insistente e insinuante, fa sorgere dubbi e domande - ma chi sono? cosa sono queste persone? cosa hanno? di cosa mancano?- e che si conclude su una specie di speranza, qualcosa che ha a che fare con una malinconia, una nostalgia, con una vaga idea di ciò che la vita sarebbe potuta essere se fosse stata vita.
i protagonisti, soprattutto la voce narrante, cercano di farsi portatori di un senso, ma tutto li abbandona, cercano di aderire a ricordi e progetti, ma l'incosistenza derivante dal non essere mai nati, e di andare verso una non morte, disperde ogni energia, in modo disperante.
vorrei che fosse chiaro che nulla di tuttò ciò è mai scritto, esplorato, narrato, indagato.
è la mancanza di tutto ciò che fa esplodere la sensazione che la vita narrata non è la nostra, non è la mia, è un corpo estraneo (non alieno, non robotico, anche questo sia chiaro, sarebbe una banalità sconcertante) in cui i giorni si susseguono senza che nulla prima abbia lasciato un segno, una traccia, un tatuaggio, un segno di riconoscimento.
sono ammaliata da un talento di questa misura. questa è una creazione senza pari, capisco il nobel alla letteratura, ma forse bisognerebbe fare di più, dargli di più, dirgli meglio, dirgli ancora, al signor Ishiguro, che ha un potere sulla parola spiazzante e sorprendente.
sono anche sconcertata dalle critiche che leggo dove sfolgorano parole come emozione commozione e tristezza e addirittura amore (nel commento che accompagna il libro perfino) che mi lasciano sgomenta perchè mi dice che chi legge usa parametri precodificati, pregiudiziali, perchè sono queste le categorie che ci si aspetta da un libro  ma che in questo libro, con genio magistrale, proprio non ci sono per consegnarci la paura di una umanità senza inconscio. 
chi legge non sa leggere in attesa di uno stupore, di una cosa nuova, di un modo e di un mondo inediti di cui parlare ma mette ciò che già sa, stupidamente, pigramente, senza testa. 
io non so nemmeno dire se il libro mi è piaciuto, non lo so dire, non è questa la categoria che possa permettere di dire di questo libro. 
questo libro è altro, altro che non avevo mai incontrato e che mi ha posto un insolvibile enigma.
grazie.
(anche a chi me lo ha consigliato ormai due anni fa)

giovedì 25 luglio 2019

l'Arminuta

Ci siamo fermate una di fronte all’altra, così sole e vicine, io immersa f ino al petto e lei al collo. Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza. Ora ci somigliamo meno nei tratti, ma è lo stesso il senso che troviamo in questo essere gettate nel mondo. Nella complicità ci siamo salvate. Ci guardavamo sopra il tremolio leggero della superficie, i riflessi accecanti del sole. Alle nostre spalle il limite acque sicure. Stringendo un poco le palpebre l'ho presa prigioniera tra le ciglia.

finsce come una poesia, questo splendido libro.
la voce narrante dice: restavo orfana di due madri viventi. una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. non sapevo da chi provenivo. in fondo non lo so neanche adesso.
manca una madre ma emerge una sorella. dall'abbandono, dalla delusione più drammatica, alla scoperta della sorellanza e la forza dirompente della complicità, della resistenza insieme.
nel passaggio della protagonista dall'agiatezza borghese alla miseria operaia di una famiglia povera emerge il corpo, prima profumato pulito silente nascosto ben vestito, poi odoroso puzzolente sporco, carico di umori e di riflessi, di strazi e invasioni, di sensi e di separazioni. quel corpo che emerge segnerà la perdita dell'eterea innocenza verso la consistenza sensuale della maturazione.
un libro potente dalla narrazione magica forte immediata.
L'Arminuta, di Donatella Di Pietrantonio.
irrinunciabile.

venerdì 8 giugno 2018

si trova nel mucchio

«… quando ha ricevuto un regalo che le piace, la sera se lo porta a letto… se a scuola ha preso bei voti, dorme con la pagella vicino… all'ora di dormire, non vuole mai decidersi a spegnere la luce in camera sua… una rottura di scatole… col pretesto di dare la buona notte a questo e a quello… rompe…». 
«E dove si trova, adesso, tua sorella?» tornò a interessarsi l'ometto dagli occhi sanguinosi. 
Stavolta, Davide non lasciò la sua domanda senza risposta. Lì per lì, si ristrinse nel corpo, stralunato, come sotto un'ingiuria o un'intimidazione. Poi fece un sorriso miserabile e rispose bruscamente: «Si trova nel mucchio».

lo devo dire, probabilmente in direzione contraria a molti: La Storia di Elsa Morante, mi risulta estenuante.
prova ne è la lentezza con cui lo leggo e faticosamente finisco.
lo salvo per metà, fino alla morte di Ninnuzzo. ha una sua potenza, certamente legata alla forza trainante dei personaggi e al motore espressivo dominante della guerra, tema di cui siamo sempre molto ghiotti alla fin fine.
l'ultima parte, la malattia di Useppe, l'agonia di Davide, sono un trascinamento narrativo ma con le vele spiegate del giudizio ideologico.
decine di pagine sono dedicate ai sermoni, ai comizi anarcoidi di Davide, e credo che altro non siano che i manifesti ideologici della Morante, che affossa il libro con questi interminabili monologhi, del tutto inverosimili sul piano narrativo, nessun personaggio e tantomeno Davide, per lo più muto per buona parte del libro, potrebbe sostenere invettive così modulate se non sulla pagine scritta, si pressupone orale un discorso che è e rimane solo scritto nella testa dell'autrice. la noia serpeggia e il libro perde ogni credibilità. i personaggi si sfaldano e perdono interesse, soffocati dall'urgenza propagandistica di chi scrive.
rimangono alcune pagine drammatiche, pagine che lasciano il segno, come la descrizione della sorella di Davide e della sua fine indistinta nella materia carnea, come la descrizione della morte di Mariulina e di sua madre, come la narrazione di Roma affamata e della disperazione di Ida alla ricerca di sostentamento per sè e per suo figlio, in una lotta leonina contro la morte. tutto funziona quando la Morante si dimentica chi è e che cosa urla nella vita, quando lascia andare il flusso narrativo e ci racconta una storia come è, e non La storia, come la vorrebbe lei.


«Mà! Màààà!» chiamò voltandosi indietro in cerca di sua madre, e rompendo in un pianto di bambina. E solo dopo un tratto intese la voce di sua madre che a sua volta la chiamava: «Maria! Manetta!» da qualche punto prossimo a lei ma impreciso, di fra i militari che le stringevano in mezzo entrambe scendendo giù a capofitto la scarpata verso la casupola. Le loro lampade cieche frugavano per il buio; ma non si scorgeva ombra di vedetta là in giro, né si avvertiva altro suono che quello dei loro propri passi. Tutti in assetto di guerra, coi mitra spianati, essi in parte si appostarono all'esterno fra gli ulivi, mentre due o tre aggiravano la casupola, e altri si piantavano sulla porta. Sul dietro, l'unica finestrella della casa era spalancata; e uno con la lampada ne esplorò circospetto l'interno buio, mettendo mano alle bombe appese alla sua cintura e borbottando un commento in tedesco, mentre, in quello stesso istante, i suoi compagni sul davanti abbattevano la porticina coi piedi e i calci dei fucili. Sotto i fasci abbaglianti delle lampade, l'interno della stamberga si svelò disabitato e in totale abbandono. Sul pavimento era sparsa della paglia, marcia dalle piogge entrate per la finestra aperta: né c'erano altre suppellettili se non un lettuccio metallico, senza materasso né coperte, del quale un piede mancante era sostituito con una pila di mattoni; e una rete di ferro, con sopra un materassetto di crine striminzito e bagnato di pioggia. Sul materasso c'era una gavetta sfondata; in terra il manico rotto di una posata di stagno; e appeso a un chiodo un pezzo di camicia strappato, e imbrattato di nerastro, come fosse servito a fasciare una ferita. Nient'altro: nessuna traccia di armi, né di cibarie. Unico segno di vita recente era, in un angolo, un cumulo di merda non ancora secca, deposta lì da Asso e compagni in isfregio ai probabili rastrellatoti, come usano certi malfattori notturni sul posto della cassaforte scassinata. 
Inoltre sulle pareti, umide e lerce, si leggevano, ancora fresche, delle enormi scritte a carbone: VIVA STALIN, HITLER KAPUTT, VIA I TEDESCHI BOIA. Così come sui muri esterni della casupola, sopra a una precedente scritta fascista VINCEREMO era stato aggiunto di fresco un NOI a lettere assai più grosse. 
Là dentro, un paio di giorni dopo, furono trovati da gente della campagna i corpi di Mariulina e di sua madre: massacrati dai proiettili, e sfranti fino dentro la vagina, con tagli di coltello o baionetta in faccia, alle mammelle e per tutto il corpo. Stavano buttate a distanza una dall'altra, sui lati opposti del locale deserto. Ma furono seppellite assieme dentro la medesima buca, là nel terreno stesso intorno alla casupola, in assenza di parenti o amici che provvedessero ai loro funerali. Nel séguito dei suoi giorni movimentati, Ninnuzzu non doveva mai più curarsi di tornare su quei luoghi: e, a quanto si suppone, non avrà mai saputo né della morte di Mariulina, né del suo tradimento.

La misera lotta di Ida contro la fame, che da più di due anni la teneva armata, adesso era pervenuta al corpo-a-corpo. Quest'unica esigenza quotidiana: dar da mangiare a Useppe, la rese insensibile a ogni altro stimolo, a cominciare da quello della sua propria fame. Durante quel mese di maggio, essa visse, in pratica, di poca erba e d'acqua, ma tanto le bastava, anzi ogni suo boccone le pareva sprecato, perché sottratto a Useppe. A volte, per sottrargli ancora meno, le veniva alla mente di bollire, per se stessa, delle bucce, o foglie comuni, o addirittura mosche o formiche: sempre sostanza, erano… Magari rosicchiarsi qualche torsolo dalle immondezze, o strappare l'erba anche dai muri delle rovine. 
All'aspetto, aveva fatto i capelli bianchi e le spalle curve da gobbette, rimpicciolendosi fino a sopravvanzare di poco la statura di certe sue scolare. Eppure, attualmente la sua resistenza fisica sorpassava nella mole il gigante Golia che era alto sei cubiti e un palmo e indossava una corazza di cinquemila sicli di rame. Era un enigma dove quel corpicino dissanguato attingesse certe riserve colossali. A dispetto della denutrizione, che visibilmente la consumava, Ida non avvertiva né debolezza né appetito. E invero, dall'inconscio, un senso di certezza organica le prometteva una specie d'immortalità temporanea, che immunizzandola da bisogni e da malattie le risparmiava ogni sforzo per la sua sopravvivenza personale. A questa volontà innominata di preservazione, che regolava la chimica del suo corpo, ubbidivano anche i suoi sonni, che in tutto quel periodo, quasi a servirle da nutrimento notturno, furono insolitamente regolari, vuoti di sogni e ininterrotti, nonostante i rumori esterni della guerra. Però all'ora di alzarsi un fragore interno di rintocchi grandiosi la scuoteva. «Useppe! Useppe!» era il grido di quei tumulti. E immediatamente, prima ancora di svegliarsi, con le mani affannose essa cercava il bambino. 
A volte, se lo trovava rannicchiato in petto, che dormendo le brancicava le mammelle in un movimento cieco e ansioso. Dall'epoca che lo allattava nei suoi primi mesi di vita, Ida era disavvezza alla sensazione di quelle due manucce che la brancicavano; ma le sue mammelle, già scarse allora, adesso erano prosciugate in eterno. Con una tenerezza bestiale e inservibile, Ida staccava il Aglietto da sé. E da quel momento incominciava la sua battuta diurna per le vie di Roma, cacciata avanti dai suoi nervi come da un esercito di armati che la frustassero in doppia fila. 
Si era fatta incapace di pensare al futuro. La sua mente si restringeva all'oggi, fra l'ora della levata mattutina e il coprifuoco. E (dalle tante paure che già portava innate) ora non temeva più niente. I decreti razziali, le ordinanze intimidatorie e le notizie pubbliche le facevano l'effetto di parassiti ronzanti che le svolazzavano d'intorno in un gran vento falotico, senza attaccarla. Che Roma fosse tutta minata, e domani crollasse, la lasciava indifferente, quasi un ricordo già remoto della Storia antica o un'eclisse di luna nello spazio. L'unica minaccia per l'universo si rappresentava, a lei, nella visione recente del figlietto che aveva lasciato a dormire, ridotto a un peso così irrisorio da non disegnare quasi rilievo sotto il lenzuolo. Se in istrada casualmente le capitava di specchiarsi, scorgeva nel vetro una cosa estranea e senza identità, con la quale scambiava appena uno sguardo attonito, che poi sùbito si scansava. Uno sguardo simile si scambiavano, fra loro, i passanti mattinieri che scantonavano per la via: tutti malandati e terrei, con le occhiaie segnate e i panni cascanti sul corpo.

venerdì 22 settembre 2017

solo la bellezza è divina e insieme visibile

Poiché la bellezza, o mio Fedro, solo la bellezza è insieme amabile ed evidente: essa è – notalo bene – l’unica forma dell’incorporeo che i nostri sensi riescono ad accogliere e a sopportare. Altrimenti, che avverrebbe di noi se la divinità stessa, la ragione cioè e la virtù e la verità, ci apparissero in modo sensibile? Non periremmo, non bruceremmo d’amore, come già Semele di fronte a Zeus? La bellezza è dunque, per l’animo senziente, la via che conduce allo spirito: la via soltanto, null’altro che un mezzo, mio piccolo Fedro… E poi disse la cosa più sottile, lo scaltro corteggiatore: disse cioè che l’amante è più divino dell’amato, poiché il dio è nel primo, non nel secondo; forse il pensiero più dolce e più irridente che mai sia stato pensato, traboccante di tutta la malizia, dell’arcana voluttà del desiderio.

è un libro sulla decadenza, forse per questo Luchino Visconti lo ha agguantato e diretto in un film.
è un libro sulla bellezza, ma con le sue crepe, con gli odori di fogna, con le rughe, con i belletti, i ringiovanimenti e, alla fine di tutto, la morte.
quanti riferimenti al dominio imperante dell'illusione dell'immortalità che ha invaso la mente di uomini e donne, gli uni che arrancano dietro a donne di 20 o 30 anni più giovani, le altre che si annientano dietro a maschere di plastica oscene, si ritrovano nei pensieri crepuscolari di Aschenbach.
è un libro di apparizioni, continue, insistenti, l'immagine e lo sguardo sono un filo conduttore di tutta la narrazione. Tadzio appare e quell'apparizione, ripetuta e sofferta, è l'inizio della curva discendente, l'inizio di un ripensamento su uno stile di vita dedicato al dovere che, improvvisamente, vira verso il piacere dei sensi, in un moto inarrestabile, incontenibile, incontrollabile, al limite della morale, insaziabile e, invitabimente, fatale. 

Era la familiare via della laguna, quella che passa davanti a San Marco e percorre il Canal Grande. Sul sedile semicircolare di prua, Aschenbach se ne stava col braccio appoggiato al parapetto, facendosi schermo della mano agli occhi. Oltrepassati i giardini pubblici, si schiuse ancora e sparì la grazia principesca della Piazzetta; poi cominciò la grande sfilata dei palazzi, e allo svolto dell’arteria d’acqua apparve la mirabile campata marmorea di Rialto. Egli guardava col cuore infranto; e respirava a lunghe boccate, piene di doloroso dolcezza, l’atmosfera della città, quel lieve sentire putrido di mare e di palude: quello stesso da cui aveva voluto fuggire tanto in fretta… Come, come mai gli era stato possibile non sapere, non pensare fino a qual punto tutto ciò facesse parte del suo cuore? Quello che al mattino era stato un mezzo rimpianto, un’ombra di dubbio circa l’opportunità del suo passo, ora si tramutava in affanno, in reale sofferenza, in un’angoscia dell’anima così forte da riempirgli più volte gli occhi di lagrime: un’angoscia che – si ripeteva – egli non avrebbe mai preveduta. Ché, evidentemente, in fondo a quell’amarezza si annidava il pensiero, a tratti addirittura lancinante, che non gli sarebbe stato più concesso di rivedere Venezia, che quello era un addio per sempre. Per la seconda volta era apparso certo come la città gli riuscisse esiziale, per la seconda volta s’era visto costretto ad abbandonarla a precipizio; necessariamente d’ora in poi sarebbe stata per lui una dimora impossibile ed esclusa, un soggiorno superiore alle sue forze; e sconsigliato da parte sua il ritentarlo. Sì, questo egli sentiva: se partiva ora, il pudore e l’orgoglio gli avrebbero per sempre interdetto il ritorno all’amata città, al cui contatto per ben due volte il suo fisico aveva ceduto; e quel cimento fra le aspirazioni dello spirito e le possibilità della carne assumeva di colpo, agli occhi del senescente, tale importanza e gravità, la sconfitta fisica gli appariva così obbrobriosa, così ad ogni costo deprecando, che non riusciva a perdonarsi l’inconsulto fatalismo con cui, il giorno prima, si era risolto a subirla e ad ammetterla senza dare strenua battaglia. Via via che il vaporetto s’avvicinava alla meta, dolore e smarrimento sempre più sconvolgono il suo animo turbato. 
...
e così si verificò lo strano caso: venti minuti dopo essere arrivato alla stazione, il pellegrino si trovò sul Canal Grande, in via di ritorno verso il Lido. Bizzarra avventura, inverosimile e umiliante, grottesca e fantastica insieme: aver preso definitivo e desolato congedo da un luogo, e poi, per un capriccio, per un risucchio del destino, tornare a vederlo entro il giro di un’ora! Spumeggiando a prua, bordeggiando agile e arguto tr gondole e vaporetti, il piccolo scafo puntava veloce alla sua meta con un unico passggero a bordo, che sotto una maschera di indispettita rassegnazione si sentiva trepidante e baldanzoso al pari di un monello scappato di casa. Ancora, di quando in quando, gli si muoveva dentro un riso al pensiero di quel disguido: più propizio di così, egli si diceva, nessun beniamino della sorte poteva uagurarselo! Avrebbe dovuto dare spiegazioni, affrontare visi sbalorditi; be’, dopo di che – si disse – ogni cosa tornerà a posto, sarà evitata una disgrazia, rimediato un grave errore; e tutto ciò che aveva creduto di lasciarsi addietro gli si sarebbe di nuovo dischiuso; tutto sarebbe stato, finché gli piacesse, ancora suo… Del resto, lo illudeva la veloce corsa, o davvero, per colmo di gioia, finalmente il vento soffiava dal mare? Le onde battevano sulle pareti di cemento dello stretto canale che attraversa l’isola fino all’Hôtel Excelsior. Una corriera automobile era lì ad attendere il reduce e lo portò, lungo il mare increspato, in linea retta all’Hôtel des Bains. Giù per la scalinata gli venne incontro il piccolo direttore baffuto dalla finanziera a coda di rondine. Con sommesse, suadenti parole deplorò l’accaduto, che definì spiacevolissimo per lui personalmente e per la direzione; si disse tuttavia convinto che Aschenbach aveva fatto bene a decidere di tornare lì per aspettare il baule. Purtroppo la sua camera era stata già occupata, ma ve n’era subito un’altra, ugualmente buona. «Pas de chance, monsieur» gli disse sorridendo il ragazzino svizzero dell’ascensore, mentre la cabina saliva. Ed ecco il fuggiasco di bel nuovo acquartierato in una camera pressoché identica, per posizione e arredo, alla precedente. Dispose nella stanza il contenuto della sua valigetta e popi, affranto, stordito da quella mattinata turbinosa e singolare, sedette in una poltrona presso la finestra aperta. Il mare, adesso, era di una tinta verde pallida, l’aria pareva più fine e più 28 pura, più colorite le cabine e le imbarcazioni sulla spiaggia, benché il cielo rimanesse grigio. le mani congiunte in grembo, Aschenbach guardava fuori, contento di essere di nuovo lì, corrucciato e scotendo il capo al pensiero dei suoi tentennamenti, di come conosceva male i suoi desideri. Così se ne stette seduto una buona ora, in pace, seguendo vuote fantasticherie. Verso mezzogiorno scorse Tadzio: aveva il suo vestito a righe col fiocco rosso. Di ritorno dal bagno, attraversava la barriera della spiaggia e, seguendo la passerella, rientrò nell’albergo. Aschenbach di lassù lo riconobbe subito, ancor prima che l’occhio ne percepisse esattamente l’immagine, e si provò a qualcosa come: “Oh Tadzio, ecco, rivedo anche te!”. Ma nello stesso istante sentì quel fiacco saluto crollare e ammutire di fronte alla realtà del suo cuore; sentì che gli fremeva il sangue, che l’anima sua gioiva e dolorava, e comprese che solo per Tadzio aveva tanto sofferto, partendo.

venerdì 15 settembre 2017

Ma proprio mentre sprofondava nel vuoto di queste fantasticherie, ecco tutto a un tratto, sulla linea orizzontale della riva, stagliarsi una figura umana.

Il panorama qui era vasto, multiforme e improntato a liberalità. I suoni delle lingue più conosciute si fondevano in uno smorzato sussurro. L’abito da sera, universale assisa di costumatezza, collegava esteriormente in una cornice signorile le varie specie di umanità. Accanto alle facce lunghe e scarne degli americani si vedeva la numerosa famiglia dei russi, signore inglesi, bambini tedeschi con bambinaie francesi. L’apporto slavo sembrava predominante: proprio lì vicino sentì parlare polacco. 
Era un gruppo di adolescenti o poco più che tali, raccolto attorno a un tavolino di vimini, sotto la sorveglianza di un’istitutrice o dama di compagnia che fosse: tre giovinette che mostravano dai quindici ai diciassette anni di età, e un ragazzo dai capelli lunghi sui quattordici anni. Aschenbach notò con meraviglia la bellezza perfetta di quest’ultimo. Il volto pallido e gentilmente assorto, incorniciato dai capelli biondo miele, la linea schietta del naso, la bocca vezzosa, l’espressione soave e divina di gravità ricordavano le sculture greche dell’epoca aurea; e alla pura compiutezza dell’aspetto si univa una grazia così rara e insigne che lo scrittore si confessò di non aver mai veduto, né in natura né in alcun prodotto delle arti figurative, un simile capolavoro. Da un altro particolare fu richiamata la sua attenzione: l’evidente netto contrasto fra i criteri educativi che rispecchiava l’abbigliamento e, in genere, tutto il contegno del fratello in confronto alle sorelle. Le vesti delle ragazze – la maggiore delle quali poteva già dirsi una donna fatta – erano compassate e austere al punto da imbruttirle: tre tonache monacali identiche, di media lunghezza e di tinta mattone, disadorne e volutamente goffe nel taglio, rilevate unicamente da un colletto bianco rovesciato, e tali da mortificare e da impedire ogni avvenenza fisica. I capelli lisci e ben aderenti al capo, davano ai loro visi l’espressione vuota e insignificante delle converse. Era ben ravvisabile la mano di una madre, che evidentemente non pensava nemmeno a seguire anche col ragazzo la severità pedagogica ritenuta idonea alle figlie. Visibilmente l’esistenza di lui si svolgeva in un’atmosfera di tenerezza e di sollecitudine. Neppure un colpo di forbici aveva toccato la sua bella chioma: come nella celebre statua della Spinario, essa cadeva ricciuta sulla fronte, sopra gli orecchi e giù fino agli omeri. L’abito inglese alla marinara, dalle maniche a sbuffo che, restringendosi verso il basso, aderivano agli esili polsi delle mani ancora infantili ma ben fatte, conferiva alla leggiadra figuretta, con le sue cordelline, i fiocchi e i fregi, un che di lussuoso, di opulento. Seduto di tre quarti rispetto ad Aschenbach, egli teneva l’uno sull’altro i piedi calzati di scarpe di vernice nera e con un gomito si appoggiava al bracciolo della poltrona, sostenendo la guancia col pugno chiuso, in un atteggiamento di grazia noncurante, affatto alieno dalla compostezza quasi subalterna delle tre sorelle. Che fosse sofferente? La pelle del viso, in verità, risaltava col biancore eburneo sotto l’oro scuro del nimbo di ricci. O forse era null’altro che un figlio viziato e coccolato, l’oggetto di un amore partigiano e capriccioso? Aschenbach propendeva a crederlo. A quasi ogni natura di artista è innata una tendenza procace e proditoria ad ammettere ingiustizie creatrici di bellezza, a mostrarsi comprensivo e benigno di fronte a un’aristocratica predilezione. 

La morte a Venezia.
Thomas Mann.

che vertigine questo libro.
un rapimento.
la mia ammirazione è assoluta.
che uso sbalorditivo della parola.
e ne leggo una traduzione, chissà nella sua forma originale.
la morte compare dall'inizio, nella forma di un'apparizione funerea, misteriosa e inquietante in un cimitero, nelle prime pagine del libro.
e molte saranno le apparizioni nel corso della narrazione, come allucinazioni o fantasmi, macchie inconsce che prendono consistenza.
l'apparizione di Tadzio suona come una premonizione di morte, una folgorazione di aristrocratica bellezza, crudele e definitiva, una condanna, che rasenta l'umiliazione e il ridicolo, all'infimo, all'abisso.

Or dunque, vedi che noi poeti non possiamo essere né saggi né dignitosi? Che fatalmente cadiamo nell’errore, fatalmente rimaniamo dissoluti venturieri del sentimento? Menzogna, millanteria è la nostra padronanza dello stile, buffonaggine la nostra fama e gli onori di cui godiamo; grottescamente ridicola la fiducia riposta in noi dal volgo, temeraria e indifendibile impresa l’educazione del popolo e della gioventù per mezzo dell’arte. Come potrebbe infatti fungere da educatore colui che irrimediabilmente e per sua propria natura è spinto verso l’abisso? Vorremmo sì distogliercene, vorremmo acquistare dignità; ma ovunque dirigiamo i nostri passi, esso ci attira. Così avviene che rinneghiamo la forza dissolvitrice della conoscenza: poiché, mio Fedro, la conoscenza non possiede dignità né rigore; è consapevole, comprensiva, clemente, priva di riserbo e di forma; ha simpatia per l’abisso, è l’abisso medesimo. Noi dunque la ripudiamo energicamente, e da questo momento ogni nostro studio avrà di mira la bellezza, ossia la semplicità, la grandezza e il nuovo rigore, la seconda spontaneità, la forma. Ma forma e spontaneità, mio Fedro, conducono al desiderio delirante, facilmente portano il nobile animo a orribile colpe sentimentali, che a lui stesso, nel suo armonioso rigore, appariranno infami; portano, insomma, anch’esse all’abisso. Vi portano, intendimi bene, noi poeti: perché a noi non è dato elevarci, è dato soltanto imbestiarci. E ora, Fedro, io me ne andrò e tu rimarrai qui; e aspetta di non vedermi più, per andartene.

lunedì 29 febbraio 2016

La luce dell’alba cominciava a filtrare fra le foglie giganti degli alberi, diradando rapidamente le tenebre e svegliando gli abitanti della foresta

il corsaro nero, che divertimento.
un'eroe come si deve, galantuomo tutto d'un pezzo, coraggioso, fedele alla parola data, inflessibile, generoso, capace di sacrificio e anche di amore.
le sue gesta e quella dei suoi amici filibustieri sono onorevolissime. corsari non significa barbari, anzi, la disciplina e l'onore sono aspetti imprescindibili dell'appartenenza a questo gruppo di combattenti per la libertà. contro gli odiatissimi spagnoli, contro quel marrano assasino di Van Guld.
va da sè che il Corsaro, bellissimo e temerario, si innamorerà della figlia di Van Guld, bellissima e coraggiosa a sua volta. va da sè che in un romanzo di avventure queste complicazioni siano come il cacio sui maccheroni. va da sè anche che lo si scopra nell'ultima pagina del romanzo e che la sventurata, senza dire una parola, si lasci collocare, senza nessuna resistenza, sulla scialuppa  che la condurrà al largo, verso la morte, perchè il nostro corsaro, nonostante tutto il suo amore, è fedele al suo giuramento, sterminare Van Guld e tutta la sua famiglia.
attonito e sgomento la vedrà allontanarsi nella nebbia dall'alto della sua Folgore, corroso dal dolore  ma fermo nella sua decisione, pure piangerà.
Tutto l’equipaggio si era precipitato a tribordo e la seguiva cogli sguardi; ma nessuno parlava. Tutti avevano compreso che qualsiasi tentativo per smuovere il vendicatore sarebbe stato inutile.
Intanto la scialuppa s’allontanava sempre. La si vedeva spiccare come un grosso punto nero sulle onde che la fosforescenza ed i lampi rendevano scintillanti. Ora si alzava sulle creste, ora spariva negli abissi, poi ritornava a mostrarsi come se un essere misterioso la proteggesse.
Per alcuni minuti ancora la si poté scorgere, poi scomparve sul tenebroso orizzonte, che dense nubi, nere come se fossero sature d’inchiostro, avvolgevano.
Quando i filibustieri volsero gli sguardi atterriti verso il ponte di comando, videro il Corsaro piegarsi lentamente su se stesso, poi lasciarsi cadere su di un cumulo di cordami e nascondere il volto fra le mani. Fra i gemiti del vento ed il fragore delle onde si udivano, ad intervalli, dei sordi singhiozzi.
Carmaux si era avvicinato a Wan Stiller e, indicandogli il ponte di comando, gli disse con voce triste:
- Guarda lassú: il Corsaro Nero piange!...
è così che finisce il romanzo ed è così che io sono rimasta appesa all'ultima parola, senza conclusione della spinosa e dolorosa vicenda, con il cuore in gola, ed è poi così che sono andata a leggermi il seguito...la Regina dei Caraibi...
e mi sono pacificata.
tutto bene grazie al cielo.
il romanzo è nel suo genere strepitoso, divertente e appassionante.
quel che non mi aspettavo, nel vortice delle fantastiche avventure narrate, è la sconfinata conoscenza di Salgari su flora e fauna caraibiche. i dettagli sui fiori, sulle piante e sugli animali nelle più minute e incredibili derivazioni sono sbalorditivi e sconvolgenti. la parte del libro dedicata alla fuga attraverso la foresta vergine è un trattato di botanica e zoologia.
La luce dell’alba cominciava a filtrare fra le foglie giganti degli alberi, diradando rapidamente le tenebre e svegliando gli abitanti della foresta. I tucani dal becco enorme, grosso quanto il loro intero corpo e cosí fragile che costringe quei poveri volatili a gettare il cibo in alto aspettando che cada per ingollarlo, cominciavano a svolazzare sulle piú alte cime degli alberi, mandando le loro grida sgradevoli che somigliano al cigolare di una ruota male unta; gli onorati, nascosti nel piú fitto delle piante, lanciavano a piena gola le loro note baritonali do... mi... sol... do..., i cassichi bisbigliavano dondolandosi sui loro strani nidi in forma di borse, sospesi ai flessibili rami dei mangli o all’estremità delle foglie immense dei maot mentre i graziosi uccelli mosca volavano di fiore in fiore, come gioielli alati, facendo scintillare ai primi raggi del sole le loro piume verdi, turchine o nere a riflessi d’oro e di rame. Qualche coppia di scimmie, uscita dal nascondiglio, cominciava ad apparire, stiracchiandosi le membra e sbadigliando col muso rivolto al sole. Erano per lo piú dei barrigudo, quadrumani alti sessanta od ottanta centimetri, con una coda lunga piú dell’intero corpo, con pelame morbido, nero cupo sul dorso e grigiastro sul ventre ed una specie di criniera sulle spalle. Alcuni si dondolavano appesi per la coda, mandando le loro grida che sembravano volessero dire eske, eske, altri invece, vedendo passare il piccolo drappello, s’affrettavano a salutarlo con boccacce, scagliando frutta e foglie, essendo maligni e impudenti. In mezzo alle foglie delle palme si scorgeva anche qualche banda di minuscoli quadrumani, di mico, i piú graziosi di tutti, essendo cosí piccini da poter star comodamente nella tasca di una giacca. Salivano e scendevano con vivacità i rami, cercando gli insetti che costituiscono il loro cibo, appena però scorgevano gli uomini si mettevano premurosamente in salvo, sulle fronde piú alte, e di lassú stavano a guardarli coi loro occhi intelligenti ed espressivi. Di passo in passo che i filibustieri s’inoltravano, gli alberi e le macchie si diradavano, come se non trovassero di loro gradimento quel terreno saturo d’acqua e di natura probabilmente argillosa. Le splendide palme erano già scomparse e non si vedevano che gruppi di imbauda, specie di piccoli salici, che muoiono durante la stagione piovosa, per ricomparire nella stagione secca; delle iriartree pinciute, strani alberi che hanno il tronco assai rigonfio nella parte inferiore, sostenuto, per un’altezza di due o tre metri, da sette od otto robuste radici e che a venticinque metri d’altezza portano delle grandi foglie dentellate, ricadenti all’ingiro come un enorme ombrello. Ben presto però anche quegli ultimi alberi scomparvero per dar luogo ad ammassi di calupo, piante dalle cui frutta tagliate a pezzi e lasciate un po’ a fermentare si ricava una bevanda rinfrescante, ed i giganteschi bambú alti quindici e perfino venti metri e cosí grossi da non potersi abbracciare.
il linguaggio di Salgari è epico, eroico, non lascia trasparire paure, nè incertezza, rivela un mondo assoluto senza sbavature, senza sfumature. potrebbe correre il rischio della retorica, ma siamo sulla Folgore, siamo tra i filibustieri della Tortue, tra gli uragani delle Antille alla caccia del governatore di Maracaibo...non scherziamo, queste sono cose serie.
Un uomo era sceso allora dal ponte di comando e si dirigeva verso di loro, con una mano appoggiata al calcio d’una pistola che pendevagli dalla cintola.
Era vestito completamente di nero e con una eleganza che non era abituale fra i filibustieri del grande Golfo del Messico, uomini che si accontentavano di un paio di calzoni e d’una camicia, e che curavano piú le loro armi che gli indumenti.
Portava una ricca casacca di seta nera, adorna di pizzi di eguale colore, coi risvolti di pelle egualmente nera; calzoni pure di seta nera, stretti da una larga fascia frangiata; alti stivali alla scudiera e sul capo un grande cappello di feltro, adorno d’una lunga piuma nera che gli scendeva fino alle spalle.
Anche l’aspetto di quell’uomo aveva, come il vestito, qualche cosa di funebre, con quel volto pallido, quasi marmoreo, che spiccava stranamente fra le nere trine del colletto e le larghe tese del cappello, adorno d’una barba corta, nera, tagliata alla nazzarena e un pò arricciata.
Aveva però i lineamenti bellissimi: un naso regolare, due labbra piccole e rosse come il corallo, una fronte ampia solcata da una leggera ruga che dava a quel volto un non so che di malinconico, due occhi poi neri come carbonchi, d’un taglio perfetto, dalle ciglia lunghe, vivide e animate da un lampo tale che in certi momenti doveva sgomentare anche i piú intrepidi filibustieri di tutto il golfo.
La sua statura alta, slanciata, il suo portamento elegante, le sue mani aristocratiche, lo faceva conoscere, anche a prima vista, per un uomo d’alta condizione sociale e soprattutto per un uomo abituato al comando.
I due uomini del canotto, vedendolo avvicinarsi, si erano guardati in viso con una certa inquietudine, mormorando:
- Il Corsaro Nero!
- Chi siete voi e da dove venite? - chiese il Corsaro, fermandosi dinanzi a loro e tenendo sempre la destra sul calcio della pistola.
- Noi siamo due filibustieri della Tortue, due Fratelli della Costa, - rispose Carmaux.
- E venite?
- Da Maracaybo.
- Siete fuggiti dalle mani degli spagnuoli?
- Sí, comandante.
- A qual legno appartenevate?
- A quello del Corsaro Rosso. -
Il Corsaro Nero udendo quelle parole trasalí, poi stette un istante silenzioso, guardando i due filibustieri con due occhi che pareva mandassero fiamme.
- Al legno di mio fratello, - disse poi, con un tremito nella voce.
Afferrò bruscamente Carmaux per un braccio e lo condusse verso poppa, traendolo quasi a forza.
Giunto sotto il ponte di comando, alzò il capo verso un uomo che stava ritto lassú, come se attendesse qualche ordine, e disse:
- Incrocierete sempre al largo, signor Morgan; gli uomini rimangano sotto le armi e gli artiglieri con le micce accese; mi avvertirete di tutto ciò che può succedere.
- Sí, comandante, - rispose l’altro. - Nessuna nave o scialuppa si avvicinerà, senza che ne siate avvertito.
Il Corsaro Nero scese nel quadro, tenendo sempre Carmaux per il braccio, entrò in una piccola cabina ammobiliata con molta eleganza ed illuminata da una lampada dorata, quantunque a bordo delle navi filibustiere fosse proibito, dopo le nove di sera, di tenere acceso qualsiasi lume, quindi indicando una sedia disse brevemente:
- Ora parlerai.
- Sono ai vostri ordini, comandante. -
Invece d’interrogarlo, il Corsaro si era messo a guardarlo fisso, tenendo le braccia incrociate sul petto. Era diventato piú pallido del solito, quasi livido, mentre il petto gli si sollevava sotto frequenti sospiri.
Due volte aveva aperto le labbra come per parlare, e poi le aveva richiuse come se avesse paura di fare una domanda, la cui risposta doveva forse essere terribile.
Finalmente, facendo uno sforzo, chiese con voce sorda:
- Me l’hanno ucciso, è vero?
- Chi?
- Mio fratello, colui che chiamavano il Corsaro Rosso.
- Sí, comandante, - rispose Carmaux, con un sospiro. - Lo hanno ucciso come vi hanno spento l’altro fratello, il Corsaro Verde. -
Un grido rauco che aveva qualche cosa di selvaggio, ma nello stesso tempo straziante, uscí dalle labbra del comandante.
Carmaux lo vide impallidire orribilmente e portarsi una mano sul cuore, e poi lasciarsi cadere su di una sedia, nascondendosi il viso colla larga tesa del cappello.
Il Corsaro rimase in quella posa alcuni minuti, durante i quali il marinaio del canotto lo udí singhiozzare, poi balzò in piedi come se si fosse vergognato di quell’atto di debolezza. La tremenda emozione che lo aveva preso era completamente scomparsa; il viso era tranquillo, la fronte serena, il colorito non piú marmoreo di prima, ma lo sguardo era animato da un lampo cosí tetro che metteva paura.
Fece due volte il giro della cabina come se avesse voluto tranquillarsi interamente prima di continuare il dialogo, poi tornò a sedersi, dicendo:
- Io temevo di giungere troppo tardi, ma mi resta la vendetta. L’hanno fucilato?
- Appiccato, signore.
- Sei certo di questo?
- L’ho veduto coi miei occhi pendere dalla forca eretta sulla Plaza de Granada.
- Quando l’hanno ucciso?
- Quest’oggi, dopo il mezzodí.
- È morto?...
- Da prode, signore. Il Corsaro Rosso non poteva morire diversamente, anzi...
- Continua.
- Quando il laccio stringeva, ebbe ancora la forza d’animo di sputare in faccia al governatore.
- A quel cane di Wan Guld?
- Sí, al duca fiammingo.
- Ancora lui! Sempre lui!... Ha giurato adunque un odio feroce contro di me? Un fratello ucciso a tradimento e due appiccati da lui!
- Erano i due piú audaci corsari del golfo, signore, è quindi naturale che li odiasse.
- Ma mi rimane la vendetta!... - gridò il filibustiere con voce terribile. - No, non morrò se prima non avrò sterminato quel Wan Guld e tutta la sua famiglia e dato alle fiamme la città ch’egli governa. Maracaybo, tu mi sei stata fatale; ma io pure sarò fatale a te!... Dovessi fare appello a tutti i filibustieri della Tortue ed a tutti i bucanieri di San Domingo e di Cuba, non lascerò pietra su pietra di te! Ora parla, amico: narrami ogni cosa. Come vi hanno presi?.
- Non ci hanno presi colla forza delle armi bensí sorpresi a tradimento quando eravamo inermi, comandante.
Come voi sapevate, vostro fratello si era diretto su Maracaybo per vendicare la morte del Corsaro Verde, avendo giurato, al pari di voi, di appiccare il duca fiammingo.Eravamo in ottanta, tutti risoluti e decisi ad ogni evento, anche ad affrontare una squadra, ma avevamo fatto i conti senza il cattivo tempo.All’imboccatura del Golfo di Maracaybo, un uragano tremendo ci sorprende, ci caccia sui bassi fondi e le onde furiose frantumano la nostra nave. Ventisei soli, dopo infinite fatiche, riescono a raggiungere la costa: eravamo tutti in condizioni cosí deplorevoli da non opporre la minima resistenza e sprovvisti di qualsiasi arma.Vostro fratello ci incoraggia e ci guida lentamente attraverso le paludi, per tema che gli spagnuoli ci avessero scorti, e che avessero incominciato ad inseguirci.Credevamo di poter trovare un rifugio sicuro nelle folte foreste, quando cademmo in una imboscata. Trecento spagnuoli, guidati da Wan Guld in persona, ci piombano addosso, ci chiudono in un cerchio di ferro, uccidono quelli che oppongono resistenza e ci conducono prigionieri a Maracaybo.
- E mio fratello era del numero?
- Sí, comandante. Quantunque fosse armato d’un pugnale, si era difeso come un leone, preferendo morire sul campo piuttosto che sulla forca, ma il fiammingo l’aveva riconosciuto ed invece di farlo uccidere con un colpo di fucile o di spada, l’aveva fatto risparmiare. Trascinati a Maracaybo, dopo di essere stati maltrattati da tutti i soldati ed ingiuriati dalla popolazione, fummo condannati alla forca. Ieri mattina però, io ed il mio amico Wan Stiller, piú fortunati dei nostri compagni, siamo riusciti a fuggire strangolando la nostra sentinella. Dalla capanna di un indiano presso il quale ci siamo rifugiati, abbiamo assistito alla morte di vostro fratello e dei suoi coraggiosi filibustieri, poi alla sera aiutati da un negro ci siamo imbarcati su di un canotto, decisi di attraversare il golfo del Messico e giungere alla Tortue. Ecco tutto, comandante.
- E mio fratello è morto!... - disse il Corsaro con una calma terribile.
- L’ho veduto come vedo ora voi.
- E sarà ancora appeso alla forca infame?
- Vi rimarrà tre giorni.
- E poi verrà gettato in qualche fogna.
- Certo comandante.-
Il Corsaro si era bruscamente alzato e si era avvicinato al filibustiere.
- Hai paura tu?... - gli chiese con strano accento.
- Nemmeno di Belzebú, comandante.
- Dunque tu non temi la morte?
- No.
- Mi seguiresti?
- Dove?
- A Maracaybo.
- Quando?
- Questa notte.
- Si va ad assalire la città?
- No, non siamo in numero sufficiente ora, ma piú tardi Wan Guld riceverà mie nuove. Ci andremo noi due ed il tuo compagno.
- Soli? - chiese Carmaux, con stupore.
- Noi soli.
- Ma che volete fare?
- Prendere la salma di mio fratello.
- Badate comandante! Correte il pericolo di farvi prendere.
- Tu sai chi è il Corsaro Nero?
- Lampi e folgori! È il filibustiere piú audace della Tortue.
- Va’ adunque ad aspettarmi sul ponte e fa preparare una scialuppa.
- È inutile, capitano, abbiamo il nostro canotto, una vera barca da corsa.
- Va’!
buona lettura a tutti.

sabato 16 gennaio 2016

polemiche e pace nel direttissimo

che titolo è?
è di Gadda.
dal suo libro, il secondo, Il castello di Udine.
questo è l'ultimo capitolo della terza parte.
l'incipit del libro è noto come Tendo al mio fine.
è una faccenda complicata, molto complicata, un pasticciaccio, e io non ne sapevo nulla, fino a ieri sera.
alla Triennale di Milano, ieri,  alle 19, c'era una situazione, una situazione particolare, c'era Gifuni, Fabrizio, e c'era Gadda, Carlo, con questi due testi, Tendo al mio fine e Polemiche e pace nel direttissimo.
c'era anche un altro personaggio, il prof, Claudio Vela, ma lui conta meno, ha fatto la spiega, anche utile, ma anche prolissa. la gente si innervosiva. quella dietro di me è andata fuori di testa ed è stato necessario contenerla per farla stare un po' zitta.
non so se il post è su Gifuni che legge Gadda o su Gadda letto da Gifuni.
per leggere Gadda io ho bisogno di una mano e Gifuni me la da.
grazie a lui ho letto, in audiolibro, Quer pasticciaccio brutto.
altrimenti non so se ce l'avrei fatta.
Gadda è un fenomeno irripetibile, ma anche Gifuni per la miseria.
Gadda scrive che non ci si può credere e Gifuni legge che ci si crede per forza, una forza della natura.
l'incontro di queste due anime produce un effetto artistico letterario teatrale di altissimo livello.
penso alla prosa, alle parole di Gadda, al suo scrivere, e non mi capacito della incommensurabile perdita che oggi tutti subiamo nel nostro lessico, siamo dei poveretti, in miseria, falliti.
penso alla capacità con le parole di Gifuni e non mi capacito della sapienza e dell'intelligenza umana, quale maestria, quale talento. chissà, mi domando, se è anche simpatico.
da un po' di tempo ha una gran barba, era piaciuta moltissimo a Natalia Aspesi, sembrava eccitata, a BookCity, a Ottobre, alla lettura di Aritmie di Vittorio Lingiardi. e anche lì, Gifuni mi ha dato una mano.
Gifuni da corpo al testo, è un evento, le parole diventano corporee, tramite lui. 
la sua lettura, ieri sera, di quel testo mai conosciuto della difficile e complicata faccenda di Gadda scrittore è stata magistrale, io l'ho vissuta bene, il mio corpo ne godeva, la sua parola corpo ha incontrato il mio. ero dentro la storia, l'ho vissuta.

ricordo, a proposito di un uomo morto che, depositato sulla poltrona dello scompartimento, irrompe nella scena del vagone (il direttissimo) dei viaggiatori, la descrizione dell'abbandono di quel corpo, di una "stanchezza pesante che non avrebbe avuto rivincita". non avrebbe avuto rivincita, non avrebbe avuto rivincita non avrebbe avuto rivincita, mi ripeto.
indimenticabile.

Tendo al mio fine
Tendo a una brutale deformazione dei temi che il destino s’è creduto di proponermi come formate cose ed obbietti: come paragrafi immoti della sapiente sua legge. Umiliato dal destino, sacrificato alla inutilità, nellabestialità corrotto, e però atterrito dalla vanità vana del nulla, io, che di tutti li scrittori della Italia antichi e moderni sono quello che più possiede di comodini da notte, vorrò dipartirmi un giorno dalle sfiancate sèggiole dove m’ha collocato la sapienza e la virtù de’ sapienti e de’ virtuosi, e, andando verso l’orrida solitudine mia, levarò in lode di quelli quel canto, a che ilmandolino dell’anima, ben grattato, potrà dare bellezza nel ghigno. La virtù, senza il becco d’un quattrino, è pur veneranda cosa: e questo si arà da sentire nelle mie note. Era ed è la legge (2) che custodisce ed impone l’inutilità marmorea del bene, che ignora o misconosce le ragioni oscure e vivide della vita, la qual si devolve profonda: deformazione perenne, indagine, costruzione eroica. 
...
Così seguiterò il mio cammino solitario. Seguiterò a pagare e servire la necessità, conterò avaramente il poco denaro, loderò la plastile carne delle infarinate bagasce; appetirò cose non lecite; altre sognerò non possibili; e una grata sarà il termine de’ pochi miei passi. E leggerò i libri sapientissimi delli scrittori, infino a che, sopra alla mia trapassata sapienza, vi crescerà l’erba.
I pensieri più belli si dissolveranno, ogni volere, ogni gioia, ogni più ardente e tenero senso e memoria; e forse l’amore istesso della mia terra! Come avviene che di là, dietro dal monte, la rosea nube in cenere si discolori. E in sul muro, che chiude il Campo, si leggerà, mal vedibile, un segno: un segno inscritto col sangue. Crescerà ne’ vecchi muri l’urtica: e l’erba di sopra la lassitudine mia. E l’erba, che sarà cresciuta, la mangerà il cavallo, che campato sarà. 

lunedì 28 dicembre 2015

tra un atto e l'altro

Sgranocchii lievi e fruscii rompevano il silenzio, Folate di zucchero e abbondanza erano nell'aria, in filigrana. 
sono rimasta stregata alla presentazione del libro a Book City, con la lettura di Anna Nogara di pezzi tratti dal testo, nel cortile del Teatro Grassi.
una situazione cortese, gaia, piena di grazia.
ma il libro, Tra un atto e l'altro, è un libro difficile, scritto in modo difficile, alla Woolf, ma senza nessuna pietà. non c'è nulla che vada liscio, tanto meno nella lettera, nella scrittura, è un testo pieno di punte e di artigli, sul presente, sulla mancanza di grazia della vita quotidiana, su quel tempo che sta in mezzo alla rappresentazione, tra un atto e l'altro, il tempo del reale. libro inedito, non approvato dalla Woolf e, forse, per un buon motivo. il giorno prima aveva scritto di non volerlo pubblicare perché troppo “sciocco e frivolo”. il testo era lì, sulla sua scrivania, mentre, poco dopo la sua stesura, si suicidava.
c'è una pagina:
La sguattera, prima di portare i piatti in tavola, si rinfrescava le guance nello stagno delle ninfee. C'erano sempre state ninfee, là, cresciute spontaneamente, con i semi portati dal vento, galleggiavano rosse e biancge sui dischi verdi delle foglie. L'acqua, per centinaia di anni, si era fermata in quel buco e ristagnava, profonda quattro o cinque piedi, su un nero cuscino di fango. Sotto lo spesso disco di acqua verde, glassati nel loro mondo egocentrico, i pesci nuotavano- rosi, screziati di biancostriati di nero e d'argento. In silenzio, guizzavano nel loro mondo d'acqua, sospesi nella toppa azzurra formata dal cielo, o si lanciavano, in silenzio, verso la sponda dove l'erba, che tremava, formava una frangia d'ombra oscillante. A pelo d'acqua, i ragni stampavano le impronte delle loro zampe delicate. Un granello cadde disegnando una spirale. Un petalo cadde, si riempì d'acqua e affondò. Al che, la flotta di corpi natanti si fermò, attese, si preparò e in un baleno di scaglie, con un guizzo ondulato scomparve.
Era in quel centro profondo, in quel cuore nero, che la donna era annegata. Dieci anni prima avevano dragato lo stagno e trovato l'osso di un femore. Ahimè, era di una pecora, non di una donna. E una pecora non ha un fantasma, perchè una pecora non ha un'anima. Ma la servitù insisteva, doveva essere un fantasma. E il fantasma doveva essere di una donna. Che si era annegata per amore. Per questo nessuno di loro passeggiava intorno allo stagno delle ninfee di notte, ma solo quandoil sole era alto, come adesso, e i signori erano a tavola.
Il petalo affondava.

si parlava, in quell'incontro, di una vena comica della Woolf, presente in questo libro. io invece avverto la tragedia, avverto che sotto il suolo c'è un'inondazione, un'acqua irrequieta che affiora di continuo, che la parola non argina. le parole della Woolf hanno smesso di adeguarsi nelle frasi, fanno a pugni tra loro, mentre il suo petalo, la sua vita, affonda.