bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

lunedì 27 febbraio 2017

Königswarte

camminavo in montagna, ieri.
Ortisei.
Chalet Gerard. gruppo Sella, Sasso Lungo.
Veduta del Re, Königswarte










e mi sono detta che la felicità ha a che vedere con l'assenza, o meglio la sospensione, del pensiero.

venerdì 24 febbraio 2017

Quel ch'ella par quando un poco sorride, non si pò dicer né tenere a mente, sì è novo miracolo e gentile

me lo spiega Baricco in una bellissima trasmissione su Rai 5, Mantova Lectures.
sulla verità.
impegnativo.
mi racconta la storia del sonetto italiano, mi spiega il valore della mappa, mi gesticola il senso della sintesi, mi intona e mi mima l'effetto dello schema che contiene il vero ma solo lo rappresenta.
d'altronde, come dargli torto, non potremmo sopravvivere al rumore assordante della nostra vita se lo cogliessimo per intero. ne verremmo sopraffatti, schiacciati, totalmente annullati.
meccanismi di sopraelevazione dal rumore di fondo sono necessari a dare un senso alla giornata, l'organizzazione per mappe è necessaria a una finalizzazione dei nostri gesti.
certo, la bellezza, il noumeno, rimane lontana e irraggiungibile, la possiamo cogliere solo per brevi attimi, ma, che attimi!
mi invita a leggere il sonetto di Dante, mi illumina sull'endecasillabo, sul 4+4+3+3 del sonetto, sulle convenzioni della forma, mi ipnotizza sulla cadenza e musicalità italiana.
quell'accento sulla decima è il nostro modo di parlare, è la nostra narrazione della verità.
è incanto e musica. è rotondità.
d'altra parte, mi mostra la potenza del verso shakespeariano, il blank verse, altro ritmo: siamo, lì, nella dimensione del ritmo armato, della battaglia, degli eserciti che marciano.
ebbene si, anche questa è storia. 
ecco Dante, e un meraviglioso sonetto della Vita Nova.
un abbagglio di bellezza.

Negli occhi porta la mia donna Amore, 
per che si fa gentil ciò ch'ella mira; 
ov'ella passa, ogn'om vèr lei si gira, 
e cui saluta fa tremar lo core, 
sì che, bassando il viso, tutto smore, 
e d'ogni suo difetto allor sospira: 
fugge dinanzi a lei superbia ed ira. 
Aiutatemi, donne, farle onore. 
Ogne dolcezza, ogne pensero umile 
nasce nel core a chi parlar la sente, 
ond'è laudato chi prima la vide. 
Quel ch'ella par quando un poco sorride, 
non si pò dicer né tenere a mente, 
sì è novo miracolo e gentile.

ogni verso è un battito di ciglia.
e così si pone lo sguardo su lei che passa,
così si compie la bellezza dello sguardo.
a un passo sopraelevato rispetto alla bolgia di sotto.
ed è da qui, da questa matematica bellezza del verso italiano e dalla sua potenza espressiva, che quel gran geniaccio del nostro Dante si mette in testa che il mondo possa essere spiegato così, in siffatta maniera.
il mondo, il monumento altissimo della verità, la visione della vita si può raccontare in inferno purgatorio e paradiso, tutto sulla costruzione del sonetto, sulla musica dell'endecasillabo.
è chiaro che questo lavoro sovrumano di sistematizzazione del sapere è una confezione pregiatissima, è la sintesi poetica del vero, del reale che ci sovrasta, del caos che ci governa.
ma è bello sapere che qualcuno ha provato, e ancora prova, a dare una forma, leggibile e bellissima, del mondo.
è bello che qualcuno abbia cercato e cerchi ancora di mettere una forma all'inconoscibile del mistero.
e poi, che coincidenza, sono andata a vedere uno spettacolo rispettabilissimo all'Out Off in cui Chiara Guidi, voce, e Francesco Guerri, violoncello, mi hanno mostrato l'inferno di Dante in parole e musica, incantandomi.
o incatenandomi.
ascoltavo e capivo che Dante è nella mia memoria, è nella mia conoscenza, è nel mio immaginario, è nel mio mondo. è lì, una base indelebile che a ogni richiamo si risveglia.
mi sono trovata travolta da quell'andamento ipnotico del verso, riconoscendo qualcosa di me, anche della mia storia, emotiva, culturale.



Allor porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e 'l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb' esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi».

giovedì 23 febbraio 2017

moonlight

e basta con queste bufale.
perchè mi vendono una noia mortale e pure banale come un film da oscar?
di nuovo?
ci hanno già provato con trombette e volant e ho detto no grazie.
insistono?
moonlight è una grandissima fregatura.
ci sono andata innocente come un agnello.
nemmeno sapevo bene.
vado vedo vinco.
così credevo
5 minuti mi sono bastati.
ho cominciato a sentire un'inquietudine.
qualcosa da subito ha girato nella direzione di un fortissimo istinto di bidone.
quella macchina da presa fissa con il fuoco sfuoco a seconda dei giri dell'attore l'avevo già vista, ma magistrale, ne Il figlio di Saul.
stiamo scherzando vero?
qui la usa, sto regista de noartri, i primi minuti e poi più.
se n'è dimenticato?
ma roba da matti.
alla fine di ben due ore di proiezione contavo i  minuti che mi portassero alla fine di questo traghettamento nel mare magno delle banalità più agghiaccianti. alla terza trasformazione che vede un ragazzino gay minuto secco e mutacico trasformarsi in un culturista agghindatissimo di massa muscolare agguerrito mascherato e denti d'acciaio spacciare droga come nella peggiore letteratura da bassi fondi dell'analfabetismo culturale mi è venuto un capogiro.
nessuna idea migliore sul riscatto del gay gamba secca e sguardo basso fisso sull'asfalto se non una rivalsa sociopatica che prevede il suo esatto rovesciamento?
ma caspita che fenomenale fantasia.
che trovata narrativa.
che spettacolarità creativa.
ogni sequenza era scontata, ogni parola, ogni noiosissima presa in carico visiva era uno sbadiglio di già visto, di lo so, di ma guarda che muscoli chi se lo aspettava, ma guarda lo ama ancora, ma guarda è vergine, ma guarda doveva proprio ma proprio andare così, ma guarda lo abbandona, ma guarda lo mena, giura che lo tradisce, ma guarda capitano propio tutte a lui povero figlio.
tutti gli stereotipi sui neri gay le madri alcolizzate e drogate, i rehab e i perdoni, sono stata una madre assassina, ma no dai non dire così, tutto sul piatto oleoso nauseabondo di una narrazione tutta buchi e sconcerti, senza un personaggio che mantenga un'unità concettuale dall'inizio alla fine.
a ancora, sovrana, la noia.
e basta, la merda americana non la voglio più spacciata qui come una merda da oscar.

lunedì 20 febbraio 2017

ogni angelo è terribile

dice Rilke, ne I quaderni di Malte:
Perché i versi non sono, come si crede, sentimenti – sono esperienze. Per un solo verso bisogna vedere molte città, uomini e cose, bisogna conoscere gli animali, sentire come volano gli uccelli, e sapere i movimenti con cui i piccoli fiori s’aprono al mattino… Bisogna avere ricordi di molti notti d’amore, nessuna uguale all’altra… E non basta neppure avere ricordi. Perché neppure i ricordi sono ancora esperienze. Solo quando essi diventano in noi sangue, sguardo, gesto, anonimi e indistinguibili da noi, soltanto allora può succedere che la prima parola di un verso, in un’ora rarissima, s’alzi ed esca dal loro centro.

uno spettacolo lieve.
breve.
avrei voluto davvero che durasse di più.
mi piacevano i due angeli.
si muovevano leggeri, soavi.
mi hanno fatto credere a una preghiera.
li ho guardati.
li ho ascoltati.

Chi, se io gridassi, mi udirebbe dalle coorti
Degli angeli? E se uno mi stringesse d’improvviso
al cuore, resterei vinto per la sua
forte presenza.
Perché niente è il bello
se non il principio del tremendo, che noi ancora sopportiamo
e ammiriamo tanto, perché non disdegna
di distruggerci. Ogni angelo è terribile. 
E così resto in silenzio e raccolgo poi il richiamo
di oscuri singulti. Ah, chi allora possiamo chiamare?
Gli angeli no, gli uomini no,
e i sapienti animali lo notano già
che noi non siamo adatti in questa casa
nel mondo interpretato. 

Rilke, era anche MiTo 2014, al palazzo di Brera, in una bella sera di fine estate. (http://nuovateoria.blogspot.it/2014/09/gli-angeli-sopra-duino.html) quindi torno sui miei passi, ripeto le esperienze, certa di non coglierle mai fino in fondo.
giro intorno a qualcosa che non afferro, nemmeno potrei, tanto meno dovrei, ancora meno lo vorrei.
la cosa in sè è inconoscibile, posso solo girarci intorno affetta da eterna mancanza, forse, per fortuna
è
così.
Rilke mi parla, mi dice che gli angeli no, gli uomini no.
ma
dove sono finiti i giorni di Tobia,
quando il più luminoso era fermo sulla facile porta
nei suoi abiti da viaggio, ormai perduta la sua terribilità.
se adesso ascendesse l'arcangelo, il più pericoloso, arrivando verso di noi muovendo i suoi passi da dietro le stelle: improvvisamente un'onda conoscerebbe il nostro cuore,
uccidendolo.
Ma voi chi siete?
prime realtà felici, preferiti dalla reazione,
cime di montagne, profili pronti per l'aurora
di tutto l'universo, polline di ogni fiore divino, cerchi di luce, passaggi, scale, troni,
sostanza degli spazi, scudi di piacere, rivolta di senso di un turbine incantatore e poi subito, voi soli,
specchi: dei vostri volti dove rinasce la grazia di una diversa bellezza.



venerdì 17 febbraio 2017

l'ària

l'ària
(significa aria, etere, ma la prima vocale è aperta, come una e: "l'eria"; dialetto romagnolo)
Evoca questa parola Manuel  (Miglianico, Chieti, 1967), critico e studioso di poesia dialettale, autore di raccolte come Winterreise- La traversata occidentale e L'Orlo.
«La parola è entrata autorevolmente nella storia della poesia italiana con Tonino Guerra (1920-2012) Fu la prima parola con cui il poeta, reduce dal campo di concentramento di Troisdorf, riusciva a esprimere la gioia di essere in vita. L'ària è la felicità creativa, lo stupore creaturale ed esistenziale. Implica l'aver introiettato un percorso di leggerezza (fisica e intellettuale) che porta in sè tutto l'entusiasmo della scoperta della vita: E' una felicità gratuita, senza un oggetto specifico: "L'ària l'è cla roba lizira/ cla sta datònda la tu testa" ("l'aria è quella cosa leggera/ che gira intorno alla tua testa")».

Come si dice felicità in dialetto- La lettura 5 febbraio 2017

giovedì 16 febbraio 2017

hygge

Hygge 
(Senso di calore, atmosfera accogliente e amichevole. Danese).
Nella classifica 2016 delle parole dell’anno dell’Oxford Dictionaries è finita anche hygge. Termine di moda, ma non nuovo. Tanto che nel 1957 Robert Shaplen sul «New Yorker» ha scritto che l’hygge è dovunque a Copenaghen. «Provo a rendere la mia casa hygge», dice Lomas. La stagione più hygge? L’inverno. Perché, ha scritto Helen Russell in The Year of Living Danishly, hygge è una tazza di tè caldo o un paio di calzini di cashmere. Mondadori ha appena pubblicato in Italia Hygge. La via danese alla felicità di Meik Wiking.

la la land

dai non scherziamo.
un filmettino, una caramellina.
un pacchettino con il fiocchetto.
nulla nulla di più.
mi è chiaro, tristememte lampante, come certi successi vengano costruiti sul condizionamento, pubblico, privato, calcolato, sotterraneo, indotto, manipolato, governato. 
Emma Stone è ipertiroidea e secca come una pianta senza foglie. troppe faccine. voto basso.
Ryan Goslin? prestazione francamente piatta, nulla ma nulla da segnalare.
musiche? niente di che. ma come, caspita, Damien Chazelle, era lui a dirigere Whiplash, ma qui, la musica dov'è? che idea mi ero fatta? sbagliata forse?
nulla da segnalare.
tristezza e pena.
qualche simpatico balletto amatoriale, si l'ho visto, qualche canzoncina in allegria e in citazione di bei tempi ormai passati, c'erano, un pensiero, fugace, a una professionalità attoriale che prevede di saperci fare qualcosa anche con il corpo e la voce, va bene, aggiudicato.
ma poi, basta.
il film, lo dico, è anche francamente noioso.
non mi bastano uno svolazzamento in cielo e un cambio scarpe prima di uno swing e un'idea abbozzata che l'amore abbia bisogno anche di un po' di fortuna.
mi infastidisce il finale genere slinding doors.
che noia.
il tutto di una banalità sconcertante.
la la land? capolavoro? oscar? a chi? a cosa?
una costruzione mediatica per allocchi. noi. 
che brutto, tanti capolavori non sostenuti e lasciati nel dimenticatoio, di contro  produzioni mediocri esaltate come eccelse.
esiste ancora il valore della bellezza? 
da qualche parte?
chi ne ha? 
si faccia avanti.

lunedì 13 febbraio 2017

è scesa la sera. il cervello con i suoi misteri/s'è incupito (Charles Simic)

Poiché ogni cosa scrive la propria storia
per quanto umile sia
il mondo è un gran librone
aperto a una pagina diversa
aseconda dell'ora del giorno.


Fulvio Tornese 
Affordable art fair, Milano 2017

Sono il re senza corona degli insonni, scrive Charles Simic, poeta slavo.

Sono il re senza corona degli insonni
che ancora sfida i suoi spettri con la spada,
studioso dei soffitti e delle porte chiuse
che scommette che due più due non sempre fa quattro.
Un vecchio bonaccione che suona la fisarmonica
mentre fa il turno di notte all’obitorio.
Una mosca fuggita dalla testa di un matto,
che si riposa su una parete vicino a quella testa.
Discendente di preti e fabbri del villaggio:
riluttante assistente di scena di due
rinomati e invisibili maestri illusionisti,
uno chiamato Dio, l’altro Diavolo, presumendo, è ovvio,
che io sia la persona che dico di essere.

osservatorio

“Give Me Yesterday”, a cura di Francesco Zanot, apre la programmazione di Osservatorio, il nuovo spazio espositivo della Fondazione Prada in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano dedicato alla fotografia e ai linguaggi visivi.

ci tengo molto, ma molto, a specificare che il posto è da capogiro.

 




ma che la mostra fa schifo.
una foto (FOTO??), unica presentata ovunque, non basta.

è importante, perché Prada se la tira alla grandissima e anche fa bene quando c'è la qualità di mezzo (e la prima esposizione alla Nuova Fondazione, "Serial Classic", era stata veramente bella, poi dopo, francamente, non so...) ma l'attuale esposizione di foto (FOTO??) nella nuova sede è veramente vergognosa.
quindi se te la tiri ma fai schifo bisogna necessariamente dirlo.
la qualità delle foto (FOTO??) è pessima, a anche l'allestimento è da brivido, da febbre a 40 con complicazioni gastrointestinali. sembrano ciclostilati attaccati alle pareti. una miseria vergognosa.
sete di soldi, sete di fama, ma che schifo.

piuttosto fatevi un giro, dopo aver visto le guglie e le cupole sorprendenti della galleria Vittorio Emanuele dall'alto (ma il biglietto lo dovrete pagare come se vi interessassero le foto (FOTO??)...), alla pasticceria Marchesi, piano sottostante all'Osservatorio Prada, niente di regalato nemmeno lì, ma la visione sulla galleria, questa volta dall'interno, è meravigliosa.

domenica 12 febbraio 2017

urban architecture - deconstruction



Sabine Wild
Affordable art fair, Milano 2017

das wakuum



Simone Geraci
Affordable art Fair, Milano 2017

sabato 11 febbraio 2017

il grido di un uomo che chiedeva perdono

quello lì mi fa impazzire, balla e mi fa girare la testa, non posso staccare lo sguardo.
Sven Otten, boh?, 29 anni, tedesco. fenomeno, gambe matte busto fermo, un mago ipnotizzante mi mette allegria.
valgono sopratutto, o solo?, le canzoni delle cover, come sempre. 
intensa Fiorella con Danilo Rea che la accompagna. ma verso Fiorella, mio grande amore musicale, nutro da un po' sentimenti contrastanti, detesto la sua deriva 5 stelle, mi sembra imperdonabile in una donna intelligente, detesto le bordate eccessive, i rigurgiti adolescenziali mi rattristano. e non amo quel suo gesticolare le canzoni in un modo che anticipa le parole o le mima goffamente. non mi piace. la sua canzone in gara è strafatta e strasentita, solite note solite parole,  ma la cover al piano di Sempre e per sempre di De Gregori mi incanta, forse più per le parole della canzone e per il piano di Rea che per la sua interpretazione gesticolata che non amo più.
recita, con efficacia, più che cantare Amara terra mia un certo Ermal Meta, a me sconosciuto, e mi piace tanto Ho difeso il mio amore, dei Nomadi, nelle note di Samuel.

Son tornato una notte

e ho sentito una voce,
il grido di un uomo
che chiedeva
perdono.


Ho difeso

ho difeso
il mio amore
il mio amore.

le canzoni, una volta, come quelle di Tenco, non cercavano niente, raccontavano solo che mi sono innamorato di te perchè non avevo niente da fare oppure che il nostro amore appena nato è già finito, 
che altro c'è da dire?
ah si, ciao amore ciao.
adesso ascolto fregnacce insopportabili, parole improbabili, visioni inaudite, roba da cappio al collo.
salvo solo lui, ancora Samuel, seppure senza Subsonica, la sua canzone in gara è la più bella, Vedrai.
va bene Vedrò, 
e comunque quello là mi fa impazzire, cappello in testa e piedi veloci. volare...

venerdì 10 febbraio 2017

chrysalism

Chrysalism 
(Amniotica tranquillità di essere in casa durante la tempesta. Inglese, neologismo). 
È una delle parole ideate dal designer John Koenig e raccolte in The Dictionary of Obscure Sorrows. L’autore immagina termini nuovi con l’obiettivo di colmare un vuoto linguistico e attribuire un nome alle emozioni difficili da descrivere. Chrysalism viene da crisalide e vuole rendere l’idea di sentirsi protetti, come in uno stato embrionale.

Un vocabolario della felicità, in continua evoluzione. Ecco cos’è «The Positive Lexicography Project», raccolta di parole intraducibili, ideata da Tim Lomas, docente di Psicologia Positiva della University of East London. «Ho cercato i vocaboli online, su siti, blog e tra i paper accademici. Le persone, inoltre, mi inviano suggerimenti per sottopormi termini nuovi. Non utilizzo criteri stringenti — continua Lomas — perché parte del progetto è proprio esplorare cosa è il benessere umano in tutto il mondo. Trovo quindi suggestivo includere parole indirettamente collegate all’ambito della percezione e dell’emotività». Tra cui, ad esempio, «chiaroscuro», inteso come esperienza estetica, una versione visiva dello«yin» e «yang». Seicento sono i vocaboli raccolti finora e organizzati in tre categorie: sentimenti, relazioni interpersonali e carattere umano. Ventisei, invece, sono le parole selezionate per «la Lettura». 

giovedì 9 febbraio 2017

'o revuoto

'o revuoto
(disordine, baraonda; dialetto salernitano)
Si tratta dela parola preferita del poeta Francesco Iannone, nato a salerno nel 1985, autore di Poesie della fame e della sete e della recente raccolta Pietra Lavica.
«Era l'espressione pronunciata dagli adulti con disperazione teatrale, quindi simpatica, davanti al disordine che noi bambini eravamo capaci di fare. Quella tipica reazione ci divertiva. E' una parola che tra l'altro indica il contrario della solitudine, perchè 'o revuoto è quello che si fa in tanti, mettere scompiglio e rivoluzione, insomma, arrevotare. Mi piace tanto che la uso anch'io con i miei tre figli».


Come si dice felicità in dialetto- La lettura 5 febbraio 2017

obrexi

obrexi
(albeggiare; dialetto sardo)
Il verbo è suggerito dalla poetessa Paola Soriga, nata a Uta (Cagliari) nel 1979, tra gli ideatori del festival Sulla terra leggeri, autrice dei romanzi Dove finisce Roma e La stagione che verrà; ha partecipato all'antologia benefica Sei per la Sardegna mentre le sue poesie sono apparse su riviste come"L'immaginazione" e "Atelier".
«E' il verbo con cui mia madre, quando vivevo in Sardegna, mi accogileva in cucina al mattino quando mi svegliavo. Era un modo ironico per farmi capire che mi ero alzata tardi, quamdo mi diceva (e dice tuttora, quando torno a casa) "itt'è, obrexiu? Si binti is carronis?", che significa "e quindi, è sorto il sole? Si vedono i talloni?". Così obrexi mi ricorda i giorni dell'adolescenza, quando ci si poteva alzare tardi. Ed è anche una traccia dei tempi in cui le persone giravano scalze».

Come si dice felicità in dialetto- La lettura 5 febbraio 2017

ho avuto anch'io la mia obrexi, non c'erano parole, solo luce e ombra, il rosa di una vestaglia e il rumore della moka, sul lago Maggiore.
era felicità, ma non lo sapevo.

domenica 5 febbraio 2017

àbse

àbse
(si dice di qualcosa di gigantesco ma rappresenta anche la vastità del vuoto; dialetto umbro).
Suggerisce questo vocabolo la poetessa Maria Farabbi, nata a Perugia nel 1959, autrice di versi, talvolta anche in dialetto, oltre che di romanzi e saggi; tra i suoi Abse (Il ponte di sale), Il segno della femmina (Lieto colle) e Dentro la O (Kammeredizioni).
«E' una parola che mi rimanda all'epifania di un'abissale vastità: quando mio padre raccontava un fatto, una cosa immensa, che non si poteva immaginare più grande, diceva àbse, e c'era proprio una fisiognomica del volto, che mutava, un'espressione che si allargava, come la meraviglia dei bambini. Ma àbse aveva anche il significato di vuoto: Com'è quella casa? Abse", una casa vuota ».


Come si dice felicità in dialetto- La lettura 5 febbraio 2017

‘a priézza

‘a priézza 
(gioia, festosità, gaiezza, letizia; dialetto napoletano).  
Sostantivo segnalato da Eugenio Mazzarella: nato nel 1951 a Napoli, filosofo, politico e poeta, ordinario di Teoretica all’università Federico II di Napoli, è tra i principali interpreti italiani del pensiero di Martin Heidegger, e autore di raccolte poetiche come Opera media (Il melangolo) e Anima madre (ArtStudio Paparo). 
«La parola è il controcanto della naturale malinconia partenopea, che spesso prende alla gola, è l’esplosiva ’a priézza che tutto travolge e sta pure a significare “allegria smodata, senza freno”. Questo sostantivo trae origine dal verbo catalano prehar, che a sua volta deriva dal tardo latino pretiäre. Un modo di vedere la vita che bene si sposa con “’o sole” della famosa canzone, il quali illumina e dà il giusto coraggio di affrontare le difficoltà quotidiane». 

Come si dice felicità in dialetto- La lettura 5 febbraio 2017

venerdì 3 febbraio 2017