bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

venerdì 18 agosto 2017

le otto montagne

delle Otto montagne di Paolo Cognetti (e dove mai potevo leggerlo?) non comprendo l'innesto del Nepal, è stonato. capisco sia funzionale allo svolgimento della trama, o meglio alla composizione del titolo, ma sono i pezzi narrativi in cui mi sono completamente estraniata, perché sono corpi estranei.
ne ricavo invece la bellezza della montagna, per chi la ama.
è un libro in bianco e nero, così come sono in bianco e nero le bellissime cartoline e fotografie della montagna, anche di Ortisei, negli anni 60 o prima ancora, quando era montagna. sono struggenti, mi procurano una nostalgia tremante per ciò che era e non è più, sono l'emblema di una purezza perduta, case essenziali, strade ampie, nessuna vetrina, uomini con i pantaloni di velluto alla zuava e donne con i fazzoletti in testa.
io della montagna amo il verde, quello brillante dei prati in contrasto con quello scuro degli abeti.
le rocce mi fanno paura. se rosate dal tramonto mi adeguo al gusto comune, se grigie o nere o graffiate dalle frane, se intervallate da forcelle pietrose, mi irrigidisco, sono luoghi di contrasto, sono anime nere.













mi tranquillizzo al suono delle Ganes, trio ladino che canta e suona rievocando la lingua e le leggende di queste valli. le ho ascoltate in cima al paso Sella, chiuso al traffico ogni mercoledì. l'unica giornata nuvolosa della settimana, l'unico giorno in cui sono in gita. mi sono consolata, nonostante tutto, al pensiero delle fate dell'acqua, alle streghe delle rocce, delle amazzoni dal cuore di pietra (figure mitiche leggendarie delle dolomiti che già avevo incontrato alla visita di Firmiano, qualche anno fa - http://nuovateoria.blogspot.it/2014/09/mmm.html).

oggi, mentre quelli da giorni e giorni e giorni vanno sul Puez, sullo Stevia, verso le Odle, mi avvio verso San Giacomo, in un tentativo di riconciliazione, intenerita dal libro, ma  sbaglio fermata dell'autobus e poi sbaglio strada, allungo di molto il tragitto, mi affanno con la mia insufficienza mitralica che si fa tristemente sentire e ritrovo, seduta e felice, riposata e allegra, in cima alla salita con la bella chiesa svettante, la famigliola con due bambini piccoli che era in autobus con me all'andata.
è lì che il dubbio mi assale: o sono ganes travestite da veneti o io mi sono, non una, ma più volte sbagliata.
montanara fallita.


giovedì 17 agosto 2017

ho perso tutto a occhi sbarrati

Soglia

Nel corpo, dove tutto ha un prezzo,
ero un accattone. In ginocchio,

guardavo, dal buco della chiave, non
l'uomo sotto la doccia, ma la pioggia

che lo trafiggeva: corde di chitarra che si sfilacciavano
sulle spalle rigonfie.

Cantava, ed è per questo
che ricordo. Quella voce-

mi ha riempito fin nel profondo
come fosse uno scheletro. Perfino il mio nome

inginocchiato dentro di me, che implora
di essere risparmiato.

Cantava. Non ricordo altro.
Perché nel corpo, dove tutto ha un prezzo,

ero vivo. Non sapevo
che esisteva una ragione migliore.

Che proprio quel mattino mio padre si sarebbe fermato
-oscuro puledro immobile nel diluvio-

& avrebbe ascoltato il mio respiro strozzato
dietro la porta. Non avevo idea che il prezzo

dell'entrare dentro una canzone - fosse smarrire
la via del ritorno.

così sono entrato. Così ho perso.
Ho perso tutto a occhi

sbarrati.

Ocean Vuong
Cielo notturno con fori d'uscita, 2017

«Tutti gli outsider vivono su una soglia: un luogo precario che a volte fa paura ma mantiene curiosi. Ho imparato a mie spese i danni di questo bisogno di identità uniche e confini certi. Il mito del melting pot, come qualcosa che appiana le differenze in una comunità omogenea, è pericoloso. La letteratura deve fare resistenza a queste semplificazioni, conservare le incertezze. Tutti possiamo scrivere come fossimo stranieri nella nostra lingua: significa produrre uno scarto, non scrivere quello che la cultura dominante si aspetta, ma mantenere uno spazio aperto per la nostra solitudine, lo spaesamento, le nostre gioie strane, le esperienze minoritarie. Quando facciamo qualcosa di davvero creativo siamo tutti degli outsider».

martedì 15 agosto 2017

un pastore e il suo cane

Ortisei.
non è più montagna, è solo shopping di montagna.
conta il pantalone targato Mammut.
lo sfoggio è l'attrezzatura.
centinaia di migliaia di euro.
lo squattrinato annaspa nel tentativo di essere all'altezza, si sforza come una bestia da soma di livellarsi, ma niente, si vede che è un pezzente.
si vede che sono una pezzente.
verso il rifugio Fredarola, nelle fasce che si usavamo per trasportare i neonati, cani chihuahua portati come infanti da donne ormai perdute, definitivamente perdute, confuse tra canineria e maternità.
lungo una gita a partenza dai laghetti di Fiè un ragazzo di 20 anni e un uomo di 50 arrivano pesantemente alle mani, tra urla e insulti, madri disperate da una parte, moglie e figlia altrettanto dall'altra, per la rissa tra due cani che ormai, profumati come due puttane in un bordello, liberi sull'erba di un percorso alpino, non si riconoscono nemmeno più. minacce insulti e ringhi, non tra i cani, tra gli umani.
non riconosco più nessuno, sono estranea a tutto. mi fanno pena i figli ignoranti perduti senza attracchi simbolici, le madri che urlano l'innocenza dei loro santi figli, gli amici e i parenti che per un regolare, e nemmeno brillante, esame di maturità regalano automobili agli amatissimi figli (dimentichi della loro propria sana educazione alla vita che li ha visti, nella medesima occasione, ricevere una sana pacca sulla spalla, bravo figliolo hai fatto il tuo dovere) inconsapevoli dei danni a se stessi e alla loro progenie, convinti che i soldi facciano davvero la differenza. vedremo, amici e parenti li avrò ancora davanti ai miei tristi occhi, vedremo come sapranno cavarsela questi figli senza desiderio.
sono nauseata e stanca, la chiamano montagna questo mercimonio, questa compravendita a prezzi folli, questo Alto Adige che se la tira alla grandissima e che parla rigorosamente tedesco e mi si rivolge in tedesco e giuro che la prossima volta mi metto a minacciare anche io,  io vorrei andarmene ora, ma non posso, anche io ho legami sociali, anche io devo abdicare alla mia libertà di espressione, anche io devo coltivare faticosamente un minimo di compravendita affettiva.
ma vedo tutto con distacco, quando, appunto, non mi viene la nausea.

su quel cammino verso il rifugio vedo una sola cosa vera, un pastore con il suo cane, il cane con le pecore, le pecore che rispondono al richiamo e si riuniscono più a nord,  il richiamo degli eventi che rispondono alla natura.
un cane.
un pastore.
ma la natura, ormai, non esiste più, se non attraverso le catastrofi, siamo solo cultura.
questa misera cultura che mi uccide ogni giorno un po'.

lunedì 14 agosto 2017

Lloret de Mar

è appena tornato, era lì, il posto è quello, la discoteca anche, lo immagino, senza saperlo, senza chiederlo.
l'ho letto sul giornale ma soprattutto l'ho visto al telegiornale.
perché le notizie non si leggono più, si vedono.
e finchè leggi una cosa puoi solo immaginarla, se la vedi il reale ti inchioda all'inimmaginabile.
un ragazzo massacrato di botte in una discoteca in Spagna.
un video riprende dall'alto.
da una parte c'è la scena che lascia senza fiato. io letteralmente smetto di respirare.
dall'altro c'è quel qualcosa che allo stesso modo mi angoscia oltre ogni limite.
i ragazzi intorno che guardano. come in un'arena, immobili.
dito su?
dito giù?
telefonini alla mano, e via si riprende, anche questo lo mando a casa.
lo invio a un amico.
quanti like?
quanti cinguettii?
e su Instagram?
l'amico, sul corriere della Sera, dice è durato un istante.
un istante abbastanza lungo per intervenire, comunque.
un istante che fa la differenza tra la vita e la morte.
e tra la vita vera e la vita guardata sempre attraverso un cellulare.
abbastanza lungo per morire di botte sotto lo sguardo acefalo, ebete, imbecille, da encefalogramma piatto, da idrocefalo, di tutti quei giovani instupiditi svuotati cannibalizzati dalla vita virtuale che scelgono, che non fanno, che non vivono, tanto da non capire se sono in un video gioco, in un video di you tube o su Anime, o su games of thrones, o sul blog di qualche fashion setter o influencer, dentro un like o un selfie.
ahhh qualcuno lo ha fatto, poi, un selfie???
che figo, che giusto perdio, fammi un selfie con il morto ammazzato in disco.
giovani di merda dove cazzo siete???
siete tutti rintronati demoliti sepolti dentro un mondo senza vita al punto da non riconoscere neppure più la morte?
forse siete già tutti morti.
di cosa siete fatti, otre che di tonnellate di nulla, se davanti a un ragazzo inerme che sanguina e geme e muore di dolore non muovete un dito?
che cosa avete nel cervello, oltre a montagne di immagini vuote inutili deleterie consumistiche di puro e semplice godi tutto godi sempre, se  non sapete sviluppare una mossa, un riflesso, un istinto (NON DICO UN PENSIERO) difronte a un massacro di botte e di violenza.
nulla.
non siete nulla.
siete quello che ci meritiamo, siete i nostri sintomi, siete gli ultimi scarti di una vita svuotata di senso, non dico morale, anche solo molecolare.

io i miei figli non li conosco, e nessuno di noi conosce più i propri figli. con buona pace di quelle centinaia di madri rincoglionite che giurano di sapere tutto ma proprio tutto dei loro adorabili bambini.
io i miei figli non li conosco e continuo incessantemente a chiedermi:
mio figlio, due giorni fa, a Lloret de Mar, cosa avrebbe fatto?




venerdì 28 luglio 2017

io sono nervosa

diciamo che sono nervosa.
i miei esami del sangue mi innervosiscono e anche la lettura del giornale.
la Raggi mi fa salire il sangue al cervello, la sua arrogante incompetenza.
Macron è quello che pensavo che fosse, un uomo giovane con tendenze perverse e autoritarie, ossessivo e megalomane.
perchè per parlare politically correct va tutto bene, sacrosanti i diritti lgbt di fare figli oltre il limite della natura, ovvio e sacrosanto è scardinare i principi simbolici di genitorialità materna e paterna, ma dai scherziamo i figli sono diritto divino indiscubile, peccato che la natura preveda (inderogabilmente) che i gameti siano pur sempre quelli, vogliamo discutere il diritto di un uomo di 40 anni di avere una moglie più vecchia di 25??
ebbene io del politically correct me ne frego e mi riservo di sospettare ferocemente di un uomo che ha come compagna una donna di 25 anni più anziana di lui. pensate quel che volete, ma dai è una cosa bella e santa, sarà anche così, ma, dal mio punto di vista, mi dice molte ma molte cose di un uomo che deve avere qualche difficoltà nella sessualità e generatività con una donna della sua sacrosanta età. questa bella vena autoritaria e nazionalista, questi simpatici amici di cui si circonda, non ultimo un Trump invitato di lusso (?) e di lustro (??) per il 14 luglio, forse viene da qualche parte, forse quando ho visto un abisso pericoloso, ho visto bene.
ebbene, cosa c'entra direte voi? niente ma sono nervosa, sono piena di dolori da due anni a questa parte, ora anche il ginocchio sinistro, dalle parte del crociato, mi fa un male boia ogni volta che mi piego, ebbene ho il colesterolo fisso a 240 e non cede di un numerino manco a morire (ma di certo non sono magra scheletrica ma nemmeno una botte in verità), non parliamo del colesterolo LDL che mi fissa con quella cifra deprimente, non aggiungiamo commenti all'ecocolordoppler ai tronchi sovraortici che descrive un lieve piastrellamento ateromasico di 1,5 mm su ambo i lati, non commentiamo l'inizio, oltre quel che già ingurgito, della terapia con simvastatina (sono una farmacologa e le statine non mi piacciono, la cardiologa può dire quello che vuole ma conosco bene i rischi di questa maledetta terapia), non vorrei esagerare nel dire che quando ho visto l'acido urico a 6,5 mi sono detta: oddio anche la GOTTA!!
sempre la cardiologa mi ha zittito ma io non sono affatto convinta, secondo me qualche sale di urato mi intasa le articolazioni arruginendole, sarebbe la soluzione di un rebus di dolore articolare che nessuno, reumatologo compreso, ha saputo risolvermi.
ahh la medicina, come mai non mi dona l'immortalità?
sono nervosa, sono tutti regali di mio padre, eredità di due nonni cugini, disgraziati, di primo grado che ci hanno regalato disturbi metabolici decuplicati per l'eternità, sono davvero molto molto nervosa e guai a parlarmi oggi.

time out (...ancora)

c'è una sala, studio di Tommasso Grossi, ospitato da Manzoni in casa propria per molti anni, in cui l'installazione riproduce il quadro, originario, sulla parete. 
ambiente cupo, scuro, oscurato, barocco, tetro, impressionante.
perfino le pieghe del letto riproducono quelle del quadro.
poi c'è un cortile con i cani, metallici, di Velasco, il figlio di Giancarlo Vitali.
abbaiano, meccanicamente, da un altoparlante.
mi creano allerta.
poi si passa al piano superiore attraverso una sala agghindata da cappelli scarpe manichini vestiti appendini.
magico il gioco di ombre contro la parete.
poi i quadri diVitali, bellissimi, vigorosi, sorprendenti, originali, espressivi.
poi stanze che riproducono un ospedale, quadri e stanze che mostrano la vecchiaia, l'invecchiamento, il decadimento, il degrado e l'umiliazione fisica della malattia su un corpo anziano.
anziani ospedalizzati, malati e morenti, ritratti con una veridicità impressionante, fastidiosa, difficile da guadare, ma ipnotici per la loro potenza espressiva.
poi c'è l'arte.
po c'è lo stupore.
poi c'è che ringrazioilcielo che ancora ci sia da stupirsi.
è una mostra straordinaria, un'esperienza, inaspettata.
























giovedì 27 luglio 2017

time out

volete vedere una mostra bellissima?
andate a Casa Manzoni, a Milano.
entrate dalla via laterale.
pagate il biglietto. (non dovrei certo dirlo)
aspettate la guida.
visitate le sale della villa del Manzoni.
e intanto osservate le installazioni di Peter Greenaway.
Mortality with Vitali: father and son.
troverete le opere di Vitali, padre e figlio (ma quasi unicamente padre).
osserverete una compenetrazione tra le stanze di uno, le opere pittoriche dell'altro e le ricomposizioni dell'ultimo (Greenaway).
e uscirete felici.
a me è successo così.
voi, non so.

non saprei cosa sia meglio,
Vitali è una scoperta gioiosissima e sorprendente.
Casa Manzoni è un tuffo emozionante nella vita del grande scrittore.
le installazioni di Greenaway sono decadenti e barocche, malinconiche e graffianti.



















e ancora...

il ruscello di LuanJia



mentre cade una pesante pioggia invernale, il rapido ruscello scorre.
con rapide increspature guizzanti, le egrette sorprese stanno tornando.
Calligrafia di Fang Zhaolin.











lunedì 24 luglio 2017

appuntamento per la sposa

è un film migliore di quel che sembra.
il titolo originale, come sempre, dice molto più che la pessima scelta italiana a scopo promozionale:
Through the Wall, proprio così atrraverso il muro. e così si passa da un film interessante, israeliano, a un prevedibile film rosa, italiano.
ho letto critiche fuorvianti.
non si tratta di un melò da copertina, il sogno femminile per antonomasia che si realizza tra bizzarrie e merletti.
non si tratta nemmeno di donne chassidiche matte, come ho letto.
si tratta di una faccenda seria e il film è serio e intelligente.
nell'orda fanatica della religione ebraica si svolge un altro fanatismo, quello della protagonista, Michal.
aderisce alla sua fede con una credenza assoluta, ne patisce e ne soffre, una radicalizzazione completa.
la sua fede è il matrimonio, una fede che non contempla dubbi, incertezze, passi falsi, attese, richiede una realizzazione cieca, un compimento suicidario, una tensione conflittuale come sul campo di battaglia.
è una jihad, quella della protagonista.
come le dice la sorella, Michal non va incontro alla realtà per come è, accettandola, ma vive in un pregiudizio di realtà, una sua personalissima verità che attende di essere compiuta, con adesione incrollabile e individualista, indipendentemente dai dati di realtà. come la vogliamo chiamare questa faccenda?
arriva al giorno destinato al compimento del sogno, come il fantomatico giardino delle vergini dei kamikaze, con una paura degna dell'attimo prima dell'esplosione suicidaria. giramenti di testa, sudorazione, confusione, senso di svenimento.
l'atto del compimento, anticipato dalla virtù del cominciamento, è la massima tensione possibile prima della fine.
il vestito bianco corrisponde al giubbotto carico di esplosivo, un attimo e sarà finita.
ma, contrariamente al previsto, il compimento davvero ci sarà, ma non per la via stabilita dalla protagonista.
il marito c'è, seppure non contemplato dalle spasmodiche ricerche di Michal
è un marito imprevisto, come imprevisto è, sempre, l'amore, l'incontro.
la realizzazione della fede non segue le vie del fanatismo, ma quelle della fortuità dell'incontro, della sorpresa, dell'inaspettato
non è dalla lista dei bizzarri e improbabili incontri che la fede andrà incontro alla sua gloria, ma tramite ciò che non si vedeva, che non si sapeva.
è là dove non si sa, non si vede, non si cerca, che si annida la felicità.
(peraltro, il marito, un vero schianto).


Un appuntamento per la sposa. Regia di Rama Burshtein. Un film con Noa Koller, Oz Zehavi, Amos Tamam, Ronny Merhavi. Titolo originale: Through the Wall. Genere Commedia - Israele, 2016

venerdì 21 luglio 2017

odio

è un bel pezzo di Donatella di Cesare, su La lettura di domenica 16 luglio, che pubblico qui.
l'odio è esperienza comune, di tutti i giorni, per i motivi più futili.
mi sento insultare con violenza da una donna inferocita al volante perchè ritengo di poter parcheggiare avendo messo, regolarmente, retromarcia e freccia. mi suona violentemente e ripetutamente con il clacson, non modifico la mia scelta. mi accosta, abbassa il finestrino del suv, sostenuta da chioma bionda ossigenata e occhiale da diva del cinema, mi dice: TROIA.
le donne, care amabili donne, aggressive e volgari, dannatamente assimilate al peggio degli uomini, queste oggi sono le donne.
difendo sulla chat (da cui mi sono poi prontamente levata al primo levare dei toni) e sulla mailing list della classe una mia posizione contraria a quella di tutti gli altri (i genitori, non i figli) che vogliono protestare per un 7 in condotta (più che motivato) e vengo insultata, viene messo in discussione il mio senso morale (stagionale, pare, perchè mi sembra una sciochezza invocare riapertura di scrutini e consigli straordinari di classe a giugno, o peggio luglio, e carente, pare, perchè ritengo che i ragazzi vadano responsabilizzati e non protetti dalle frustrazioni) e la mia conoscenza, insufficiente sulle più moderne concezioni della riabilitazione (vengo invitata a informarmi sulle comunità di recupero: sarebbe divertente e paradossale se non fosse serio e grave).
la mail della vice preside ripete, a breve, esattamente le mie parole, chiude il discorso, buone vacanze a tutti, nessuna apertura straordinaria dei cancelli. 
qualcuno chiede scusa?
chi mi insulta? 
le donne, care amabili donne, madri devote ed eterne, care donne, come vi sbagliate, su tutto.
hate speech, diffusissimo e scuotente, anche tra le persone che si ritengono per bene, guai, chissà cosa dicono degli Altri.
odio, continuo, diffuso, permanente.
l'eroe dei nostri giorni, chi difende la banalità del bene. 

Odio 
Rancore senza remore cavalcato dalla politica 
di Donatella Di Cesare 

Come possono essere così certi? Nessun segno di perplessità, di titubanza o esitazione. Altrimenti non potrebbero umiliare, schernire, offendere. Chi odia non ha dubbi. Perché se ne avesse, anche solo sul proprio odio, dovrebbe fermarsi un istante. Allora prenderebbe quella distanza, da cui tutto appare più sfumato, acquisterebbe quel distacco che consente di vedere, come in una mappa ingrandita, i contorni individuali, le caratteristiche peculiari, le molteplici differenze. 
L’odio avversa i colori, aggira le nuance ; attecchisce nell’universo ridotto alla monotonia del bianco e del nero. Insieme ad altri sentimenti l’odio ha accompagnato l’umanità e la sua storia. Ira sedimentata, avversione intensa nutrita da un’invidia convulsa e rafforzata da una cupa spietatezza, contraltare nevrotico e parossistico dell’amore, sopravvento della volontà di potenza, impulso distruttivo, desiderio impellente di nuocere, che tradisce sfiducia in se stessi e diffidenza verso gli altri, l’odio ha lasciato più di un interrogativo aperto. In genere, però, ha prevalso l’idea che questo sentimento fosse una patologia del carattere, una perversione quasi naturale, una distorsione del singolo. 
Dunque l’odio è sempre esistito, esisterà sempre. «Nulla di nuovo», si potrebbe dire. Ma le cose stanno diversamente. Perché è venuto meno quel ritegno che prima arginava l’insofferenza nascosta e subliminale, che tratteneva il rifiuto. Come se, dopo l’età del libero amore, si fosse entrati nell’età del libero odio. Ogni remora è caduta. Si può odiare apertamente. E lo si può fare ovunque, in privato e in pubblico: nelle pareti domestiche, nella riunione condominiale, nel parcheggio, sull’autobus, alla fermata del semaforo, nel supermercato, al lavoro, tra colleghi, tra semplici conoscenti o tra sconosciuti, in internet, su Facebook, durante le conferenze, nei dibattiti, sui giornali, nei talk show, nelle sedute parlamentari. L’odio viene indirizzato in alto, contro i politici, quelli che sono tutti corrotti; in basso, contro i cenciosi stranieri, quelli che rubano casa e lavoro. Il più delle volte viene riversato su quegli altri che, nella loro alterità, sembravano aver trovato una qualche accettazione — tutti quelli che appaiono differenti per aspetto, per credo, per forma di vita. 
«Quando è troppo è troppo!». «La tolleranza ha un limite!». «Che cosa pretenderebbero ancora le donne, dopo tutto quello che hanno già avuto? Parità di stipendi? Uguale riconoscimento?». Così, se vengono licenziate, è perché non hanno tenuto il ritmo, erano assenti. Se subiscono discriminazioni, in ufficio o in fabbrica, forse in gran parte esagerano. Volevano divorzio, libertà, pari diritti — ed ecco qui le violenze. «Fossero rimaste al loro posto, non ci sarebbero i femminicidi». 
Il resoconto della «tolleranza zero» potrebbe proseguire. Quanto agli ebrei, «con questa storia interminabile della Shoah, hanno proprio stufato. Sai quanti altri genocidi ci sono!? E chissà poi che ci sarà di vero. No, noi non siamo negazionisti». Attenti poi all’«islamizzazione» — parola inquietante, sempre più rilanciata nel web, calco di «ebraizzazione», termine chiave del lessico nazista. «No, noi non siamo islamofobi. Ma quei musulmani che vivono qui, tra noi, anche se da anni, da decenni, farebbero meglio ad andarsene. Nessuna cittadinanza per i loro figli, anche se conoscono la lingua italiana, la storia e la cultura. Non vogliamo essere sottomessi. Il terrorismo non è forse islamico? Sì, certo, le equazioni sono pericolose, ma in questo caso è proprio così». Inutile discutere. 
Mentre si sono sviluppati e affinati in modo esponenziale i mezzi tecnici di comunicazione, sempre più ridotta è paradossalmente la capacità di dialogo e di confronto. Le parti si sono rovesciate: si trova a disagio chi è abituato al rispetto, condizione di ogni rapporto, va fiero, invece, chi quel rispetto lo nega, chi scaglia insulti grossolani, insinua sospetti, rilancia pregiudizi. Senza freni né scrupoli — magari con un risolino sarcastico, con un ghigno di soddisfazione. Le lettere minatorie, un tempo anonime, hanno oggi per lo più nome e cognome. Fantasie di violenza, intenzioni aggressive, commenti improntati al disprezzo, si affastellano nella rete spesso senza neppure la copertura di uno pseudonimo. «Se sei contro i campi rom, perché dopo quelli di sterminio nessuno dovrebbe più essere né bandito né internato, sei un’imprudente mistificatrice». «Se sei per i profughi, portati i negri a casa tua». Come se ogni confronto potesse ridursi agli slogan del pro e del contro. Chi avrebbe immaginato, anche solo qualche anno fa, che sarebbe stato di nuovo possibile parlare così? Non è infatti una conquista di civiltà esternare ogni meschinità, vomitare ogni grettezza interiore, che occorrerebbe semmai tenere per sé, di cui ci si dovrebbe vergognare. Ma il problema va anche al di là dello hate speech, del discorso che fomenta odio. L’esibizione sistematica del risentimento è diventata arma politica. Viene utilizzata e sfoggiata in modo programmatico. Siamo entrati nell’età della mobilitazione politico-ideologica dell’odio. Quasi senza accorgercene, senza aver potuto captarne tutti gli infausti segnali, senza essere neppure lontanamente riusciti a intravederne gli effetti. Forse perché il fenomeno è più complesso di quel che appare. 
Ha avuto inizio con l’ascesa improvvisa dei movimenti populisti che hanno guadagnato voti ovunque facendo leva sull’animosità e sul livore. Ci sono però motivi per sperare che andranno sgretolandosi per superbia e presunzione, per mancanza di preparazione e di professionalità politica, per quei programmi antimodernistici con cui lasciano fantasticare gli ingenui che sia possibile negare la globalizzazione nella sua complessità. Chi è stato allettato dal potenziale della loro dissidenza dovrà ricredersi vedendoli agire. Più inquietante è la mobilitazione dell’odio innalzato a emozione politica. Il populismo si rivela solo una delle facce. Quella estrema, agghiacciante, è il terrore. Non si deve sottovalutare: l’odio che imperversa nel web, che attraversa e scuote il mondo reale, che turba l’esistenza di molti, non è un vago sentimento che si scarica di tanto in tanto. Ha ben poco di naturale e di spontaneo. E non viene dal nulla — non è semplicemente qui, d’un tratto, così come non lo è la violenza. Piuttosto è un odio che ha una forte impronta ideologica, che è coltivato, nutrito, alimentato, che ha bisogno di maestri, segue modelli ed esempi, richiede schemi e tracce. Come ci sono gli imprenditori della paura nella nuova fobocrazia che va instaurandosi, così ci sono gli ispiratori dell’odio. Tutto è già rozzamente preformato: il gesto discriminatorio, i concetti della mortificazione, le immagini dell’oltraggio, le parole dello scherno. Nell’odio collettivo viene incanalato quello del singolo. 
Il libero odio ha ben poco a che fare con la libertà. Essere liberi di odiare è una triste condanna. Ed è indizio di frustrazione esistenziale, fanatismo identitario, impotenza politica. Prevale la polarizzazione. Da una parte «noi», dall’altra loro, cioè i «non-noi», oscuri e mostruosi, ripugnanti e detestabili, colpevoli del nostro malessere — non importa come, non importa perché. Ma colpevoli. L’odio non ha bisogno di motivi concreti; basta la proiezione. 
Se non si ha più il posto di lavoro, non è per la ditta che ha chiuso dall’oggi al domani, ma per il siriano appena arrivato. «Ognuno dovrebbe stare a casa propria. No, non siamo razzisti». Se lei lo ha lasciato, solo perché «qualche volta volava uno schiaffo», lui può intimidirla, minacciarla — e non finirà lì. Se per strada passa una coppia gay, dà fastidio già la presenza e si può lanciare senza timore un insulto. Se una compagna di scuola non risponde ai canoni televisivi della bellezza, ha i capelli neri, qualche chilo di troppo, nessun successo con i maschi, può essere beffeggiata, irrisa, colpita con schiaffi e pugni — c’è perfino qualcuno che filma con il cellulare e posta sul web. Gli esempi sarebbero innumerevoli. Le vittime sono ovviamente sempre i più deboli. 
Proprio perché il privato sconfina ormai nel pubblico, anche i singoli attacchi interpersonali vanno visti e giudicati, nella loro rilevanza politica, all’interno della mobilitazione dell’odio. La rete ha un ruolo decisivo: non è neutrale, perché potenzia il fenomeno. Il che non significa demonizzare internet. Ma la sfera pubblica, prima gestita dai media tradizionali, è divenuta ora la scena planetaria dell’odio esibito. Il singolo episodio, un tempo circoscritto nello spazio e nel tempo, viene trasmesso rapidamente su larga scala e resta lì, nel mondo virtuale, persistente e ripetibile. La vittima è esposta al ludibrio di tutti, senza difese, mentre il più forte guadagna spavaldamente consensi con i like che si moltiplicano. Cyberbullismo e cyberstalking sono le nuove espressioni dell’odio online che provocano un’inedita, profonda sofferenza. 
La maldicenza asseconda l’odio. Non mancano i casi di chi — giornalisti, avversari politici, magistrati — è diffamato più per invidia e gelosia che per le idee espresse. Tutto viene anzi storpiato, i contenuti deformati e rigirati. Perché quel che conta è schernire, rovinare la reputazione, colpire la dignità. Ci sono siti appositi che si dedicano solo a questo. Ecco perché con la rete il ruolo dell’intellettuale diventa sempre più difficile. Può finire ostaggio del rancore e dell’astio di pochi, che lo accusano di quello che non ha mai detto, fomentando malanimo, inimicizia, senza che ci sia un’istanza a cui rivolgersi, che possa riparare il danno. 
Chi viene mortificato, umiliato, cade nella malinconia, finisce nel baratro dell’isolamento, cede spesso alla tentazione di tacere. E tutti gli altri? Gli spettatori? La complicità è molto diffusa. Lo spettacolo del pubblico ludibrio non è d’altronde nuovo; ha una lunga tradizione. Ma adesso l’arena è quasi sempre virtuale. Che fare di fronte all’odio fomentato in un’intera pagina di Facebook? Sembra che l’unica alternativa all’impulso perverso di partecipare sia il cauto volgere le spalle, l’indifferente passare oltre. Invece bisogna non lasciare sola la vittima e tentare di far implodere le strutture rigide dell’ostilità. 
Perché l’odio investe tutti. Dovrebbero saperlo sia quell’informazione che dell’odio fa una merce ai fini dell’audience, sia coloro che, pur avendo responsabilità pubbliche e istituzionali, perseguono strategie più o meno ambivalenti, spargendo astio e rancore attraverso i canali politici. L’odio è un boomerang. E nel frattempo, attraverso la mobilitazione politico-ideologica dell’odio, si va imponendo un pensiero sempre più chiuso a ogni obiezione, sempre più immune al dubbio.

lo brucio

ancora un articolo e lo brucio.
ho pensato.
giuro lo brucio.
adesso basta.
tutti gli anni uguale.
già ne ho scritto, già mi sono lamentata.
da anni intere pagine di giornale dedicate ai divi della scuola.
lo brucio, il giornale.
poi, per fortuna, un articolo sull'altra faccia della medaglia.
a mio parere l'unica davvero interessante, l'unica degna di nota.
i Neet (not (engaged) in education, employment or training), parolaccia anglosassone, uno schifo, ma mi accontento.
dei 100 e lode non me ne frega niente.
della lista degli eccelsi ancora meno.
non parliamo dei disadattati che fanno la maturità un anno prima, qualcuno mi spieghi che senso ha.
perchè di disadattati si tratta alla pari di quelli bocciati per il terzo anno di fila.
parliamo degli abbandoni scolastici, elevatissimi, da terzo mondo, di questo paese sbandato e ignorante.
come diceva un'eccelsa madre della classe del piccolo grande uomo alle medie (e sulle madri dei compagni di classe dei miei figli potrei scrivere un trattato di psicopatologia), cosa ci vogliamo fare, ci sono le rolls-royce e le cinquecento (non quelle attuali da arricchiti dell'ultima ora, quella di mia madre...).
cosa ci vogliamo fare.
è una legge del destino?
è una tragedia greca?
cosa ci vogliamo fare??
questo è da fare, piantarla con le rolls-royce, che sempre ci saranno e di certo non hanno bisogno delle interviste del Corriere della Sera, anzi, facciamo che ce ne interessiamo un po' meno e che abbassino le ali un attimo, va là, che è meglio, e occuparci delle cinquecento (di mia madre).
andiamo a vedere gli asini messi in castigo in un angolo nella classe, spalle al muro e cappello in testa, occupiamoci di loro, con intelligenza e dedizione.
forse ancora il Corriere dela Sera non lo sa, dove vive l'inquietudine, anche scolastica, vive la brace della rinascita, dove si insinua il fallimento cova la possibilità del desiderio.
non ditemi che i vostri primi della classe hanno veramente sfondato nella vita. la perfezione scolastica, che spesso è solo il compiacimento genitoriale, parla di una forte attitudine allo studio e dell'assecondamento di desideri di altri. io ne sono l'esempio vivente, sono entrata e uscita ovunque con la lode, qualsiasi cosa io abbia studiato, ma non posso certo dire di aver azzeccato una sola singola scelta lavorativa. sono rimasta imbrigliata nel desiderio paterno e non ho capito per anni cosa volevo fare nella vita, con imbarazzi continui, scelte a metà, non scelte, rimandi, aggiustamenti, errori grossolani, ora sono una libera professionista che fa un lavoro avendo la specializzazione in un altro, non posso entrare in nessuna istituzione perchè non ne ho i titoli, pur avendo anni, decenni, secoli di studio alle spalle. 
ho fatto felice mio padre, ma non me.
quel che veste una persona di realizzazione di sè è oltre questa giacca piena di medaglie al merito, fermo restando che lo studio, nella vita, è la base di tutto. di tutto e dico e ripeto di tutto.
la scuola deve aprire allo studio e alla conoscenza, non ai crediti scuola-lavoro, idiozia mondiale, deve formare e consegnare strumenti di vita e di interpretazione dei dati, non aprire porte professionali, a parte gli istituti tecnici. deve insegnare a leggere e a scrivere. non è uno scherzo, leggete un testo di un liceale, potreste rimanere atterritti dall'orrore.
spesso le potenzialità professionali appartengono ad altre competenze, spesso, nella vita, emerge che a quelle difficoltà scolastiche degli ultimi della classe semplicemente corrispondeva una difficoltà espressiva nei ristretti ambiti della scuola italiana. mi raccontava Rovelli, nelle sue Sette brevi Lezioni di Fisica, che Enstein non era andato benissimo, in termini canonici di realizzazione scolastica, che ci aveva messo un anno -un anno passato a "bighellonare oziosamente"- un intero anno, per capire cosa fare. 
cosa fare?
lo sa già a 17 anni cosa vuole fare?
lo sa lui, o qualcun altro per lui, cosa fare?
guai a perdere tempo, ne va della vita.
dai ragazzi, piantiamola con i divi del 100 e lode, occupiamoci di cose serie, di Neet e desideri, quelli veri.

giovedì 20 luglio 2017

lasciando il calore estivo sul lago



troppo caldo nella corte quieta perciò andiamo a godere un po' di fresco sul lago blu.

Freude, schöner Götterfunken

è stato di nuovo sinfonia n. 9, questa volta all'Auditorium, orchestra LaVerdi, direttore Claus Peter Flor.
è stato di nuovo bellissimo, diverso e bellissimo, dopo l'esperienza in Duomo.
e ci sono state anche la n. 6 e la n. 7, settimana scorsa, sempre all'Auditorium.
avrei gambizzato la signora seduta davanti a me, ma ormai non posso più dire quante e quali sono le mie esperienze di pubblico indisciplinato, tra chiacchiere a voce alta, cellulari accesi, ritardi inverosimili a spettacoli iniziati. è una piaga sociale, bisognerebbe prendere provvedimenti di Legge, visto che la legge interiore ormai non fa più presa, non se ne vede più traccia, il senso di colpa ha lasciato il posto al "perchè no".
in questo caso la signora (signora?) davanti a me si muoveva a destra e a manca, del tutto annoiata e disinteressata, riavvio dei capelli, cellulare acceso per i messaggi, ravanamenti in borsa, piegamenti in avanti e indietro, spostamenti inconsulti sulla sedia per vedere se l'amica, altra cima, tornava dopo essersi alzata a concerto appena iniziato (ovviamente non più riammessa in sala, come prevedibile in un teatro degno di questo nome ma non per la signora, signora?, davanti a me convinta che la socia sarebbe potuta rientrare nel mezzo della fila 14 a concerto, la NONA DI BEETHOVEN, iniziato).
per me è un mistero della biologia, della natura, solitamente così saggia, come possa procedere in vita una persona che non trova il tempo, un minuto, per prestare ascolto alla nona di Beethoven.
potrei dire che certa musica, questa, è una condizione d'obbligo all'ascolto. non c'è alternativa possibile. è un sequestro dell'attenzione, è un rapimento, è una necessità molecolare.
e non c'è movimento alternativo possibile all'applicazione dell'udito. qualsiasi spostamento dell'asse corporeo, un testa girata, un pensiero, una distrazione momentanea e il rapimento si interrompe, drammaticamente e irreparabilmente. l'udito non prevede distrazioni possibili.
in questo caso lo si paga con la perdita del filo, del filo del discorso, del discorso della musica, del linguaggio in atto. non si può essere altrove, ma nemmeno, se dotati di intelletto, lo si vuole.
non parlo di capire la bellezza, le sfumature, il fraseggio, il canto, il coro, la struttura, la composizione, l'orchestrazione, Schiller, l'Europa, l'Ottocento, nulla. parlo solo di rapimento dei sensi.
è impossibile non essere lì.
tranne che per una, quella davanti a me!

qualcosa è mutato per me, per sempre ringrazio il cielo, con la sinfonia n.7 a settembre, alla Scala, per MiTo. un mutamento radicale si è appropriato di me con il secondo movimento della sinfonia. 
da quell'ascolto in poi si è radicalizzato un fanatismo sentimentale musicale.
qualcosa si è aperto, come una strada, un passaggio, dove andrò non so.
quindi, riascoltarla, settimana scorsa, è stato consolante e motivante, si può vivere bene, ci sono state vite come quella di Beethoven, con tutta quella musica dentro, e molte altre che hanno coltivato e coltivano la bellezza, allora posso sopportare anche la signora (signora?) davanti a me.
penso, seriamente, che l'Ottocento sia stato un secolo cruciale nella storia dell'umanità, qualcuno mi dirà tutti i secoli lo sono stati, per me l'Ottocento di più (certo Mozart è fine 700, Beethoven a cavallo tra i due secoli, e Virginia Woolf a cavallo con il 900, e Jack London pure, e Freud anche, ma troveremo mille eccezioni e non la finiremo più).
quella musica, quella letteratura non torneranno più. certo, ce n'è abbastanza per una vita intera ma il pensiero non mi consola. il nostro tempo sa partorire portatili e i-phone, l'era digitale non produce bellezza, solo "sempre di più, perchè no". 

lunedì 17 luglio 2017

la neve cade sulle montagne profonde



tendo a dipingere con l'inchiostro pesante e con buon umore perchè il buon umore porta in alto lo spirito.

domenica 16 luglio 2017

caffè sospeso

Quando un napoletano è felice per qualche ragione, invece di pagare un solo caffè, quello che berrebbe lui, ne paga due, uno per sé e uno per il cliente che viene dopo. È come offrire un caffè al resto del mondo… 
Luciano De Crescenzo

vicino al museo della Permanente, via Turati, a Milano, è sorto, da pochi mesi, un Caffè Napoli Exytus. ma scopro che ce ne sono parecchi sparsi per la città, e altri ce ne saranno.
maioliche, bancone aperto sulla strada, foto di Totò e Peppino, la lista dei "sospesi".
questa mattina mi sono presa un Posillipo. 
qualche mese fa, alla visita della mostra Love, un caffè Marocchino con una piccola pastiera (torta per la quale sono disposta a fare molte cose, praticamente qualsiasi cosa). 
ma ci sono anche le sfogliatelle ricce e la caprese.


.


un luogo delizioso. 
una sosta di gusto.
una faccenda seria.

la fioritura di pesco caduta




improvvisamente appare una distesa di alberi di pesco.
crescono sui due lati di un ruscello per una distesa di diverse centinaia di gradini.
non ci sono altri tipi di alberi tra loro.
sotto gli alberi di pesco era fresca l'erba lussureggiante e i fiori e la fioritura di pesco caduta.
il pescatore è stupito della sua scoperta.

venerdì 14 luglio 2017

TV 70

se volete morire di nostalgia c'è  TV 70: Francesco Vezzoli guarda la RAI, mostra alla Fondazione Prada.

la pancia di Raffaella Carrà, è stampata nella mia memoria.

ma
più
di
tutto
e
sopra
tutte:
Mina

e
le
sue
MANI.


sigla di Milleluci, lei: ipnotica.

Mina "Non gioco più" [sigla finale "Milleluci"] Toots Thielemans, armonica from SiChiamaMina on Vimeo.

giovedì 13 luglio 2017

perchè nessuna vita vive per sempre

Ebbe la sensazione di galleggiare languidamente in un mare di visioni sognanti. Lo circondavano luminescenze colorate, come per colpirlo e penetrargli dentro. E quello cos’era? Sembrava un faro, ma all’interno del suo cervello: una bianca luce brillante che lampeggiava. Lampeggiava sempre più rapida, sempre più rapida. Quindi ci fu un suono, come un lungo rimbombo, e gli parve di precipitare giù, lungo una grande, infinita scala, al fondo della quale, da qualche parte, sprofondò nell’oscurità. Fu tutto quello che riuscì a capire: era sprofondato nell’oscurità. E nell’istante stesso in cui lo seppe, cessò di saperlo

o forse sarebbe meglio, come nella traduzione di Cecilia Scerbanenco, "smise di sapere"
quel che funziona di questa traduzione di Paolo Petroni (E nell’istante stesso in cui lo seppe, cessò di saperlo.) è la ripetizione di saper(lo), prima nell'accezione della vita, poi in quello della morte. 
ma nella prima emerge il senso del romanzo, quella disperata e salvifica ricerca della conoscenza che ha animato Martin e che ne ha poi determinato la morte, il desiderio di morire. 
la conoscenza ha determinato quel cambiamento nella lettura del mondo che lo ha poi lasciato solo, in una condizione di isolamento, senza più alcuna posizione, disallocato, senza un posto nel mondo.
dopo aver cercato di sapere perchè, il perchè lo ha annientato nella sua profondissima mancanza.
smise di sapere.

le ultime tre pagine di Martin Eden rimarranno nella mia memoria in modo indelebile, come un solco, come una traccia. sono un trascinamento nell'angoscia, nel buio, nel precipizio della morte.
mi sono trovata in lacrime, scossa da una disperazione incontenibile, è morto, assisto alla sua morte, muore per un bacio il folle amante di dio, sono morta.
mi annienta l'idea di una costruzione così precisa del momento, dell'immaginazione che spinge London a descrivere l'attimo ultimo nella mente del suo personaggio, un attimo ultimo che è ultimo così solo per lui, è così per la sua vita, è così per la sua biografia.
ho sentito la morte come se Martin Eden fosse stato vivo.
questo è l'evento straordinario che ho vissuto.

Da troppo amore per la vita,
da speranza e paura liberi,
rendiamo grazia con una breve cerimonia
A qualsiasi dio possa esserci
perchè nessuna vita vive per sempre,
perchè i morti non risorgeranno mai,
perchè anche il più disperso dei fiumi
trova la sua contorta, sicura strada verso il mare.

Swinburne gli aveva fornito la chiave.



domenica 9 luglio 2017

e nell'istante stesso in cui lo seppe cessò di saperlo

Martin Eden è morto e io non posso, proprio non posso, sopportarlo.

giovedì 6 luglio 2017

per chi suona la campana

in un bell'incontro della Milanesiana, in un posto di grande bellezza come la biblioteca Braidense di Milano, conosco Duccio Ordine che, finalmente, dice cose profonde e ragionate su paura e coraggio (il tema della rassegna di quest'anno). si ispira a Giordano Bruno e a Hemingway, con passaggi colti, in una costruzione intelligente che ci ricorda che il coraggio del sapere ci aiuta a vincere la paura, che il rapporto con la paura ci ispira il coraggio della passione.
termina il suo percorso citando Johnne Donne, poeta inglese che non avrebbe sottoscritto la brexit, poeta inglese che ci ricorda il valore di questo continente europeo, che ci ricorda che la campana a morto riguarda sempre tutti noi, che ogni pezzo del continente, uomo o valore che sia, che perdiamo, è un passo che ci avvicina al richiamo definitivo. quello delle campane.
mi ero quasi consolata di tante tragiche evoluzioni con un Macron europeista, poi certe rivisitazioni repentine una volta al potere e una certa foto in posizione napoleonica mi fanno prefigurare un narcisista di proporzioni continentali, già preoccupato che la sua immagine allo specchio sia almeno proporzionale alla sua ipervalutazione di sè, già pronto a caderci dentro, si sa, con esiti mortali.
ma, mi dico, vedremo, capiremo. 
per chi suona la campana, John Donne.

Nessun uomo è un’isola
completo in se stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.
Se anche solo una nuvola
venisse lavata via dal mare,
l’Europa ne sarebbe diminuita,
come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare
una dimora di amici tuoi,
o la tua stessa casa.
La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell’umanità.
E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana:
essa suona per te.

domenica 2 luglio 2017

da dj Fabo al piccolo Charlie

se si trattava di dj Fabo, tutti d'accordo nell'invocare la morte liberatrice.
per il piccolo Charlie, invece, tutti sulla sponda opposta, vita a tutti i costi.
e pensare che Fabo, in confronto a Charlie, stava un fiore.
queste ondeggiamenti, oltre che paurosi, sono pericolosi e francamente idioti, fuori senso, emotivi, in entrambi i casi.
ma quello sul piccolo hanno superato i limiti della decenza.
oggi leggo un articolo della Avallone, non certo la mia scrittrice preferita, sul Corriere che mi fa venire i brividi.
invoca l'onnipotenza genitoriale come un diritto su cui non si discute.
il genitore, dice, non può essere impotente.
quindi ha diritto di lottare fuori senso per un bambino clinicamente morto, già devastato, con un cervello irrecuperabile, con polmoni fegato e cuore che non funzionano.
il genitore ha diritto di credere a qualsiasi ciarlatano, quanti lo hanno fatto e quanti ne hanno pagato le spese con la vita, dalle cure oncologiche a malattie infettive curabili con un antibiotico o una vaccinazione, che promette loro sperimentazioni fatte sui topi come salvifica su un essere umano che non ha alcuna aspettativa, ma nemmeno decente, di vita.
i genitori di Charlie avranno diritto a tutto questo, hanno avuto certamente diritto di sperare e di disperarsi, hanno diritto a una morte dignitosa per il loro bambino, ma di questo farne una ragione oltre il limite, no.
si sono schierati, con parole veramente scandalose, persino Renzi, Grillo, Salvini. si sono sprecate parole come omicidio, assassinio, mancanza di pietà.
nel caso di Fabo l'assassinio era tenerlo in vita, in questo caso è lasciarlo morire.
l'emotività e l'ignoranza impulsiva portano a dire tutto e il contrario di tutto in uno scenario, perfino istituzionale, veramente pietoso se non fosse imbarazzante e meschino.
in un paese dove già vaccinare un figlio è un'impresa da terzo mondo, con conseguenze mortali, come si vede e si legge, perfino le istituzioni salgono sul palco a dare scempio di sé imprecando contro una scienza che ammazza i figli senza diritto, come se la scienza avesse la stessa valenza, lo stesso potere, della natura. la patologia mitocondriale di Charlie non è curabile, è un difetto di natura e la scienza non è onnipotente, e guai se lo fosse, come non lo sono i genitori, come non lo è nessuno-
dico nessuno.
mi complimento con i minus che hanno manifestato dall'alto delle loro posizioni di dirigenti di partito, hanno dato un'ulteriore scossa alla fede nella scienza che cura, ora il castello è definitivamente crollato, un bel colpo di grazia, ricominceremo a contare i morti.
se vogliamo pensare che Charlie senta e capisca lo stiamo torturando di dolore e di agonia, una follia senza precedenti.
se Charlie non vede non sente non parla perchè il suo cervello non risponde a niente stiamo lottando per tenere in vita ciò che vita non è, a sola consolazione del nostro terrore della morte. il terrore di non possedere l'immortalità, la cura per l'eternità, la cura per tutto.
alla scienza viene chiesto di fare la puttana, e spessissimo ormai lo è, volgare e senza pudore, di darla via al padrone che paga di più, strattonata a destra e a manca a seconda dei bisogni del momento, si invoca persino la legge suprema per piegarla al proprio bisogno, il bisogno radicatissimo e incurabile di non poter cedere di fronte al limite.
la follia dei nostri tempi non risparmia nulla e nessuno, lo schifo è che lo si legge come un'invocazione alla pietà e all'umanità ma è solo una demenza precoce che ci riguarda tutti.

venerdì 30 giugno 2017

i nostri nomi, tutti, sono inclusi

Il dito tremante di una donna 
Scorre la lista dei caduti 
Nella sera della prima neve. 

La casa è fredda e la lista lunga. 

I nostri nomi, tutti, sono inclusi. 

Charles Simic
War
HOTEL INSOMNIA, 1992

ieri sera, alla Milanesiana, un poeta, Charles Simic.

martedì 27 giugno 2017

la solitudine è una condizione essenziale della libertà

è bellissima Villa Panza a Varese, è bellissima la mostra Tales, di Robert Wilson, a Villa Panza.
la pressione bassa mi toglie un po' di energia, vorrei però testimoniare la presenza di plurimi gioielli in questa esposizione.
la villa è solare ariosa elegante, mozzafiato.
l'esposizione ha guizzi geniali, video portraits esplorano il tempo e la forma. la morte e la materia.
il tutto sempre attraverso una rappresentazione teatrale, da buon regista Wilson accorda spazi e musica, testi e colori.
l'effetto è ipnotico, come spesso mi accade in questi frangenti mi aggiro felice tra le sale, sento una corrispondenza fortissima con quel che vedo, mi sento a casa.
Wilson esplora il respiro, la solitudine, lo spazio corporeo, l'immateria che ci sovrasta, a dispetto dei tempi. la connessione con gli spazi della villa crea effetti scenici strabilianti, davvero, uno spettacolo in corso, itinerante, permanente.

"Qui non serve misurare con il tempo, a nulla vale un anno e dieci anni non son nulla."


"C’era una volta un lupo e una volpe che si dicevano compare e comare e fecero il patto di dividere tutto quello che riuscivano a prendere."









"Si mostra così che i più imparano a conoscere solo un angolo del loro spazio, un posto alla finestra, una striscia su cui vanno avanti e indietro."



le allusioni sono magiche, pantere nero blu che respirano cautamente, sfregi su volti che sono cicatrici letterarie, tracce di narrazione, fiabe di Calvino ("Comare volpe e Compare Lupo") che ci ricordano la violazione del patto e la ferocia della vendetta, casette nel verde a ricordarci luoghi di ritiro meditativo, braccia su corpi invisibili scrivono, tutti noi scriviamo la nostra storia.
echeggiano, nello spazio vuoto ed essenziale della casetta nel giardino (di rigore luterano) le parole di Rilke tratte da Lettere a un giovane poeta:
"Necessaria è una cosa sola; solitudine, grande solitudine interiore. Volgere lo sguardo dentro sè e per ore non incontrare nessuno; questo bisogna saper ottenere."

"I racconti popolari e le favole mi hanno sempre affascinato e credo di condividere la stessa attrazione provata da Calvino” dice Robert Wilson. "Nella loro smisurata varietà e infinita ripetizione le fiabe per Calvino trascrivono le molteplici prospettive e le metamorfosi della vita. In “Comare Volpe e Compare Lupo” – favola della tradizione napoletana, trascritta per la prima volta in italiano da un giovanissimo Benedetto Croce – i due animali, legati da un patto “indissolubile”, si promisero reciproco aiuto, ma a causa dell’ingordigia, il lupo rifiutò di condividere con la volpe un agnello appena catturato segnando così il suo destino. Spesso le persone mi chiedono quali siano le idee che stanno dietro alle mie immagini. Rispondo che non interpreto il mio lavoro. L’interpretazione è per gli altri. Le Favole sono una fonte di ispirazione, dare un significato a questo lavoro limita la sua poesia e la possibilità di far nascere altre idee".