bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

venerdì 20 ottobre 2017

l'Amatore

















un bellissimo documentario su Piero Portaluppi, per la regia di Maria Mauti, su testo di Antonio Scurati, con la voce narrante di Giulia Lazzarini.
L'amatore.
un documentariuo di pregio, una grande sorpresa narrativa, un testo elegante e una voce narrante esperta, lieve e sospesa.
la storia di Piero Portaluppi, architetto milanese di grande fama durante il ventennio fascista, viene narrata attraverso le sue opere e, soprattutto, attraverso il suo diario filmico. emerge una figura di enorme talento, per l'arte e anche per la vita. leggero, raffinato, gaudente, sorridente, danzante sulla superficie dell'acqua. aderì al fascismo, penso più per convenienza che per credo, ne sfruttò la cassa di risonanza e ne pagò poi le spese, con la perdita del figlio minore in guerra. 
è una storia personale, è vero, ma è una storia italiana.
sorrideva, e filmava, catalogava, conservava, ossessivo e metodico, tutto.
faceva disegni bellissimi e immaginava, quasi futurista, immagini di città svettanti.
le sue case, da quella degli Atellani a Villa Necchi Campiglio, sono, dentro e fuori, belle ed eleganti, raffinate ma solide.
mi sono persa ad occhi spalancati, mi piacciono fino alle lacrime, nei filmini d'epoca, archivi Luce e filmati della famiglia Portaluppi. le immagini in bianco e nero del ventennio e tutto quello che è venuto dopo sono per me motivo di curiosità morbosa, quando poi subentra l'epoca dei miei genitori, il loro tempo, i loro abiti, i loro costumi, la loro Milano, la loro gente, la mia gente, mi avvinghio alla disperata ricerca di qualcosa che mi appartenga.


Estate - un capolavoro di Goffredo Parise

Un giorno di ottobre, sul battello Ischia-Capri un uomo appoggiato al parapetto di prua contro il vento e il sole guardava fisso e senza pensiero il blu del mare e le spume bianche.
Disse: «L’estate è finita», la gola si chiuse e non poté più parlare. Allora pensò: “Chissà dove sarà” e rivide accanto a sé su quello stesso parapetto di prua la moglie che non vedeva più da molti anni, e come quell’estate la guardò. Aveva lunghi capelli castani raccolti a coda di cavallo ma battuti dal vento, un volto ovale timido e selvatico da suora orientale, cortissimi shorts bianchi, una camicetta di Madras scolorita, scarpe da tennis impolverate di rosso sui piedi nudi, pelle già scura, denti bianchi e forti e un po’ convessi (spesso teneva la bocca schiusa). Aveva diciannove anni, non parlava quasi mai, si muoveva e camminava in fretta con confusione e grazia, spesso aveva fame, sete e sonno. Insieme non avevano molti soldi, anzi pochi, ma erano molto felici e molto infelici come succede a quell’età. Litigavano moltissimo, lui la tirava per i capelli per non farle troppo male, certe volte la prendeva anche per il collo e stringeva, o le storceva il braccio, lei lo graffiava, soprattutto tirava calci. 
Ma quel giorno di quell’estate erano abbastanza felici arrivando a Capri e lui avrebbe voluto dirle, vedendola così vestita: «Come sei graziosa» con vero e imparziale entusiasmo; ma non lo disse per timidezza, per timore di essere troppo parziale e anche perché voleva fare un po’ il duro. Non avendo molti soldi e anche per gentilezza portarono da soli le valige (vecchissime, bellissime, con etichette Goa, Singapore), salirono con la funicolare, attraversarono la piazzetta lei in fretta e con gli occhi bassi perché qualcuno guardava e arrivarono non senza fatica ma senza pause alla Pensione Scalinatella. Nel percorso dalla piazzetta alla pensione lei sentì il profumo delle bougainvilles e vide il colore viola e morbido di quel fiore coprire un vecchio muro: il piccolo naso si arricciò un poco (lei annusava sempre tutto) e non disse nulla. 
Il Signor Morgano li accompagnò alla loro stanza e spalancò le finestre su una terrazza che guardava la Certosa e il mare. Coltissimo il napoletano capì dei due giovani sposi tutto quanto c’era da capire, la natura selvatica ed elegante di lei, il cervello a conchiglia di lui (che già conosceva), notò con occhio guizzante il cerchietto d’oro al dito di lei ma ebbe il genio di dire: «La signorina non conosce Capri?» Lei intuì il genio del signor Morgano, le piacque molto quel nome di fata, schiuse le labbra ridendo e disse: «No». A seguito del signor Morgano arrivò un bambino vestito di bianco con un cocomero in ghiaccio, poi scomparvero senza che nessuno li udisse scomparire. La stanza era grande, bianchissima, con soffitto a volta, lenzuola, copriletti, coperte, tutto bianco. Il pavimento era di mattonelle azzurre e su quell’azzurro freddo e lucente in terrazza c’era un tavolo bianco e due grandi chaises longues di vimini dipinte di bianco. Oltre la terrazza c’erano pini e tamerici di due verdi diversi, cupolette bianche, terrazze e giù in fondo, di là dai salti di roccia, il mare blu. Sul mare blu un grande panfilo blu, fermo e ondulante e dietro il panfilo un motoscafo bianco in corsa. 
Non uscirono subito perchè in quel momento si amavano e perchè lei mangiò mezzo cocomero verde e rosso con le mani e, cosa strana, sorrise per la seconda volta. Solo dopo uscirono, percorsero tutta la strada di Tragara fino alla punta. Da lì, senza dire nulla, senza annunciare ciò che sarebbe apparso, lui scese verso i faraglioni tra i pini. Si aspettava un commento ma lei non parlò, arricciò ancora il naso e poi tese le narici per sentire bene l’odore di resina ma non fece nessun commento. Come altre volte egli invece guardò dall’alto le due rocce salire dagli abissi blu tra piccole e lente spume estive, avvolte alla sommità dai grandi branchi di bianchi uccelli planipteridoi (non gli piaceva chiamarli gabbiani, né diomedei e questo nome lo teneva per sé in omaggio all’autore) tra fortissimi stridi. Ma non seppe resistere e disse alla moglie il suo segreto: «Sai come si chiamano quegli uccelli?».
«I gabbiani?» 
«Non so se sono gabbiani, non credo, pare siano di un’altra specie, rara e molto antica. Io li chiamo planipteridoi.»
Lei cercò di spalancare i suoi occhi a mandorla. «Pla...» disse, e si fermò. Per concentrarsi l’occhio sinistro si fece un poco strabico, pochissimo. 
«Planipteridoi» disse l’uomo e la baciò su una guancia.
«Pla-ni-pte-ri-doi » ripeté lei con molta attenzione guardando dentro di sé e per aiutarsi a dirlo prese una mano di lui e la strinse forte quasi aggrappandosi.
Scesero correndo il lungo sentiero e arrivarono ai piedi dei faraglioni. Lì entrarono in una cabina, appoggiarono maschere e pinne, si spogliarono in fretta nudi e si guardarono chiusi tra le vecchie assi piene di mare e di sale, poi si abbracciarono per un momento e tutti stretti sentirono il loro odore (lei lo annusò tra il collo e la spalla), infilarono i costumi e scesero verso la grande piscina naturale di mare frizzante tra i picchi. Infilarono pinne e maschere molto in fretta, si tuffarono, si guardarono sott’acqua e si presero per mano un momento, poi riemersero. Lei aveva i capelli gocciolanti e flottanti sull’acqua, e ciglia gocciolanti sugli occhi a mandorla e altre gocce sul volto un po’ contratto per il sale dentro gli occhi e per le brevi raffiche di acqua, aria e jodio che il vento soffiava dalla stretta gola della prima roccia. Lui avrebbe voluto dirle: “Come sei splendente” perché il cuore di lei e tutto il suo carattere selvatico splendevano di una grandissima autonomia naturale e solitaria. Ma egli fu geloso di questa autonomia e della sua fortunata bellezza e qualcosa di meschino gli fece dire soltanto «Come sei carina», ma lei nella sua felice sordità e autonomia marina non udì. 
Si tennero per mano e guardarono sott’acqua nelle profondità sempre più buie piccoli branchi di saraghi (più l’abisso sprofondava più lei stringeva la mano di lui), nuotando lenti e come volanti attraverso il bacino e toccarono con mani di madreperla le prime rocce taglienti di Monacone. Lì si arrampicarono dentro forre e cunicoli fino alla cima e tra grosse lucertole restarono al sole. Poi tornarono a inabissarsi nelle profondità marine, poi riemersero e nuotarono lentamente e raggiunsero il punto da dove erano partiti.
Mangiarono sulla terrazza di legno sconnesso “Da Luigi”, ma con tovaglia bianca e bicchieri a calice di un vetro verde e leggerissimo che si appannò subito al vino d’Ischia ghiacciato. Sentirono il sapore di zolfo di quel vino mischiarsi in bocca al sale amaro del mare e le labbra diventare più dure e come anestetizzate dal bordo gelido e sottile del bicchiere senza peso. Mangiarono cozze al pepe (lei succhiava le cozze con la piccola bocca indurita dal vino freddo) e a quel punto lui la baciò proprio su quelle labbra per sentire se era vero: era vero, le labbra erano indurite dal vino freddo e fuori, intorno, sopra il labbro era rimasto un po’ di sale. Mangiarono un’aragosta enorme: lei masticava rapidamente, con forza, a bocca chiusa; ma sapeva, conosceva le cose che mangiava e il momento in cui le mangiava? L’uomo che in quegli anni intuiva soltanto, se lo chiese. No, lei non sapeva, era troppo giovane per sapere, aveva molta fame e basta e subito dopo mangiò una mozzarella in carrozza.
Dormirono abbracciati su un materassino su uno scoglio, coperti da un asciugamano di ciniglia blu, con un grande delfino, un bordo giallo e una piccola iniziale. Anche lui dormì (meno), con la guancia appoggiata a quella di lei già un po' madida; per qualche breve istante si svegliava, sentiva i capelli umidi di lei sulla spalla, una volta sentì che lei nel sonno gli dava due o tre bacini molto piccoli sulla guancia. 
Restarono fino al tramonto, si tuffarono ancora nell'acqua senza sole e si asciugarono, poi salirono il sentiero tra i pini a passi veloci, sudando moltissimo. 
La notte dormirono tra le bianche lenzuola che sapevano odore di aria mattutina, tenendosi per mano come dentro il mare. La finestra era spalancata e l’uomo guardò per molto tempo la luna: era luglio, poi venne agosto, e così passò l’estate.

Da I sillabari, Goffredo Parise

giovedì 19 ottobre 2017

si dovrebbe essere morti del tutto quando si è morti a metà- e non beffare la vita, né truffare l'amore

PAULINE BARETT
Quasi una larva di donna dopo il coltello del chirurgo!
E quasi un anno per recuperare le forze,
finché all'alba di dieci anni di matrimonio
mi ritrovai quasi la stessa.
Passeggiammo insieme nel bosco,
per un silenzioso sentiero di muschio e d'erba.
Ma non potevo guardarti negli occhi,
e tu non potevi guardare nei miei,
tale era il nostro dolore - i tuoi primi capelli grigi,
e io solo la larva di me stessa.
E di che parlammo?-del cielo e dell'acqua,
di tutto, si può dire, per nascondere i nostri pensieri.
Poi il tuo dono di rose selvatiche,
messe sul tavolo per dare grazia alla nostra cena.
Povero caro, con che coraggio lottavi
per illuderti di vivere la memoria di un'estasi!
Poi il mio animo s'intristì al calar della notte,
e tu mi lasciasti sola nella stanza per un attimo,
come il giorno delle nozze, povero caro.
Allora guardai nello specchio e qualcosa mi disse:
"Si dovrebbe essere morti del tutto quando si è morti a metà-
e non beffare la vita, né truffare l'amore".
E lo feci guardando là nello specchio -
caro, hai mai capito?

poesia o narrativa, forse entrambe.
una bella serata al Parenti ricordando, con personaggi comunicativi e vivaci quali Fabio Genovesi, Carmen Pellegrino e Davide Van De Sfroos, il lavoro di Fernanda Pivano nela traduzione di Spoon River di Edgar Lee Masters.
"Ero una ragazzina quando vidi per la prima volta l'Antologia di Spoon River: me l'aveva portata Cesare Pavese, una mattina che gli avevo chiesto che differenza c'è tra la lettura americana e quella inglese. Si era tanto divertito alla mia domanda; si era passato la pipa dall’altra parte della bocca per nascondere un sorriso e non mi aveva risposto. Naturalmente c’ero rimasta malissimo; e quando mi diede i primi libri ‘americani’ li guardai con grande sospetto. 
la Pivano si appassionò immediatamente allo scritto di Lee Masters “l'aprii proprio alla metà, e trovai una poesia che finiva così ‘mentre la baciavo con l'anima sulle labbra, l'anima d'improvviso mi fuggì’. Chissà perché questi versi mi mozzarono il fiato: è così difficile spiegare le reazioni degli adolescenti”.
vedo le foto della Pivano che scorrono sullo schermo ed era una bella ragazza, sembra timida, modesta, composta. ha sempre avuto quell'aria dimessa, quella voce umile, eppure frequentava con naturalezza personaggi della storia della grande letteratura americana. nelle foto è lì, è un'amica, è una di loro, si confonde eppure si differenzia, minuta e silenziosa, proprio lei che beveva coca cola in mezzo a fiumi di alcol, cocaina e lsd. ci ha portato l'America, il suo meglio, ci ha portato l'Urlo, sottovoce.
la serata di poesia, di contributi e di musica di De Andrè è stata un vero ristoro.
un bel luogo dove stare e imparare il dono del riserbo e della verecondia.

lunedì 16 ottobre 2017

venerdì 13 ottobre 2017

pinello

così si chiama.
risiedeva in un vaso e da lì l'ho trasferito nella terra. 
l'ho trapiantato nel mondo, gli ho dato radici, e ora gira su se stesso con la terra e partecipa del movimento dei pianeti dell'universo.
aveva da poco, qualche mese, finito di fare il suo lavoro.
l'albero di Natale.
alberello di Natale. 
era piccolo, si chiama pinello, per questo.
è stato più di venti anni fa, forse venticinque.
non ho più saputo nulla di lui per molti anni, almeno quindici.

quindici anni fa ho venduto, imbecille incauta più che mai pentita ma impossibilitata a fare altrimenti, la casa e il terreno in cui risiedevamo, io e pinello.
oggi farei diversamente e la troverei una soluzione possibile, allora non avevo strumenti, ero molto meno di ora, non mi riconosco. chi ero?
io e pinello ci siamo separati.
davanti a casa ci sono passata più volte ma sempre con un inizio di depressione maggiore, malinconia, disperazione, abbattimento, attacco di panico e ideazione suicidaria.
quest'anno è andata meglio (il tempo o l'analisi?) e mi sono permessa di Entrare.
Entrare.
oltrepassare il cancello verde.
sventrato.
i segni dell'incuria si vedono già dalla porta di Entrata. 
è aperto e solo questa condizione mi permette di andare oltre il confine ed essere Dentro.
Dentro.
viene ad accoglierci il nuovo padrone di casa, irlandese, ventre enfio e prominente, bevitore oltre. 
cammino Dentro, qualcosa somiglia a un ricovero nell'utero materno.
ma molti accidenti mi disturbano, c'è un incuria diffusa, i riferimenti sono quelli, ma "quello", quel qualcosa, non c'è più.
una differenza di cultura emerge potente (giardino all'inglese? giardino all'italiana?), il giardino è incolto e lasciato crescere selvaticamente, l'erba, l'edera, il muschio sono ovunque, hanno coperto viali, gazebo, lastricati. piante tagliate, mozzate, secolari, altissime, dice: erano malate.
vorrebbe tirare giù la magnolia, non è malata, ma non gli piace.
ahia.
sto male.
la casa è diroccata, persiane sempre quelle, da allora, scrostate. la porta di entrata della villa, chiusa, serrata, alla malora.
un angolo di giardino e del viale circolare, dove c'è la breve scalinata laterale, l'entrata nella cucina dai grandi vetri, quella della zia ernestina, è luogo di deposito di tutto, roba rotta, attrezzi, stracci, scale, stivali, legna tagliata, un abbandono totale.
riemergono i pensieri suicidari di cui ho sofferto tutte le volte che non sono entrata.
cosa ho fatto? come è potuto succedere?
non dovevo Entrare.
salgo verso lo spiazzo adiacente alla cascina, la parte che confina con l'oratorio, e dal quale sono entrati, allora, i ladri e dove è penetrata la pestilenza che questa casa, pezzo della mia vita, poi, me l'ha portata via. una peste nera maligna, una malattia virulenta e mortale, che ha spezzato un incanto irripetibile e che ha convinto tutti a sbarazzarsi del corpo malato della casa.
qui la natura selvatica assume invece un tono affascinante, dove c'erano i piccoli orti con le carote, le patate, il prezzemolo, la vite di uva americana, i kiwi, ora crescono rose e altri fiori che non conosco, è bello, è una zona romantica, davvero romantica.
poi si arriva alla piscina, unico luogo di tutta la casa che gode di una cura, il prato è perfetto, rasato, curato, i dettagli sono evidenti. sono sbalordita, per questi nuovi residenti tutto può andare in rovina, nell'abbandono più colpevole, ma solo la zona della piscina, una rettangolo di terra in una proprietà vasta e piena di angoli bellissimi, è preservata da questa modalità offensiva.
il cortile dietro la casa è inguardabile, tutto è lasciato cadere, i vasi dei fiori tutti rotti, c'è un grande tendone con un tavolo da giardino, ma è tutto disordine e decadenza. hanno abbattuto il muro posteriore, quello che era, nella pianta originaria della villa, un piccolo anfiteatro, è stato riportato alla sua funzione originaria. 
guardo le persiane delle mie camere da letto, mi viene un'extrasistole, devo respirare a fondo.
fingo stupore e parlo, ma vorrei vomitare.
il campo di bocce è come tutto il resto, il campo da tennis, in alto sulla collina, totalmente occupato  e dominato dalle piante, chiedo e mi dicono nooo, dai, lì non ci va nessuno.
tu non ci vai, io ci ho passato gli anni più belli della mia vita.
mi dicono che qui è venuto uno, "parla molto bene l'inglese", è mio fratello. lui è venuto qui, me lo aveva detto, anche che non gli ha creato nessun problema.
è strano che tu ci stia così male, ha detto.
bene, andiamo, penso.
andiamo ho visto quello che dovevo vedere. o non dovevo vedere.
poi mi dice: ma quello è pinello.
pinello.
bello, maestoso, verdissimo, non più pinello.
un albero forte e attraente, dignitoso e coraggioso.
ha un andamento del suo verde che lo fa sembrare uscito da poco dal parrucchiere, come se fosse stato pettinato.
si affaccia sulla piscina.
da pace, improvvisa, a me.
l'ho piantato io, dico, ma agli irlandesi non interessa.
eppure è il segno di un'appartenenza, di un nome, un cognome, una famiglia, un simbolo, una vita, molte vite che di qui, per questa casa, questa villa, questa Madre sono passati e si sono, per molti anni, nutriti.


Bontà

Un giorno di settembre del 1941 alla stazione di Cortina d’Ampezzo una donna bionda e rotonda in compagnia di un bambino di dieci anni vestito da frate aspettava il “trenino” bianco e azzurro in arrivo da Dobbiaco. Erano i soli ad aspettare e accanto a loro avevano una valigia, un aeromodello di carta dalle grandi ali gialle e blu e un mandolino dentro una custodia di grossa tela color caffè. Tacevano, e la luce senza vento ma fredda li illuminava in modo totale e sereno.
Il trenino arrivò, i due si affrettarono per prendere posto e in quel momento dalle porte della stazione entrò correndo una donnetta vestita di nero con un cappellino nero che mise un piede sul mandolino e lo sfondò. La donna bionda udì il rumore del mandolino sfondato, tirò un urlo e si precipitò sulla donnetta che, con il braccio, fece un gesto di difesa. La bionda gridò verso il treno: « Umberto, guarda il mandolino », il bambino vestito da frate si affacciò al finestrino e spalancò gli occhi senza parlare.
« Adesso lo paga » disse la donna bionda cercando di dominare l’istinto con le parole e a quel “paga” la donnetta vestita di nero parve svegliarsi dall’improvvisa paura, estrasse il piede dal mandolino e corse sul treno in partenza. Era però seguita dalla bionda che la teneva al braccio e diceva: «I carabinieri, i carabinieri, ferma il treno, ferma il treno». Ma si udì un fischio, il treno cominciò a mettersi in moto e anche la donna bionda fu costretta a salire. Non abbandonò la donnetta vestita di nero che si divincolava e la obbligò a sedere davanti a sé e al bambino vestito da frate. « Adesso facciamo i conti: lei l’ha rotto e lo paga» disse la bionda con voce sibilante e ansimante dalla rabbia. «No» disse la donnetta con un fil di voce e di nuovo ebbe quel gesto di difesa col braccio.
« Altroché se lo paga.»
«No» disse la donnetta e rafforzò quel no con un piccolo gesto del capo. «Sì che lo paga » sibilò la donna rotonda.
La donnetta fece finta di non sentire. Era molto pallida e magra, vestita di seta e organza e merletti neri, calze grige e piccole scarpe nere da uomo molto lucide: avrebbe potuto essere una dama di compagnia di qualche vecchia contessa o una perpetua di parroco benestante. Il volto le tremava (aveva occhi azzurri molto scoloriti) ma si vedeva dal pallore nervoso del volto e dalle labbra strette e bianche che era decisa a non pagare.
«Chi rompe paga» disse la donna e avendo visto il pallore, il tremore e il biancore delle labbra della donnetta vestita di nero era diventata quasi beffarda (la donna rotonda era biondissima e vestita a colori vivaci, con alti sandali di sughero). Il bambino vestito da frate era agitato vedendo la sua accompagnatrice così furente e rigirava tra le mani la custodia col mandolino fracassato dentro.
La donnetta vestita di nero serrò le labbra ancora di più e fece no col capo, due o tre volte.
« Alla prima stazione scendiamo e chiamiamo i carabinieri» disse la donna bionda sempre più beffarda: «Se lei non pagherà sarà portata in prigione».
La donnetta fece ancora cenno di no col capo e il mento cominciò a tremarle. Ci fu una lunga pausa di silenzio durante la quale la donna rotonda fissava con violenza e spietatezza (i suoi occhi sembravano perfino strabici) la donnetta vestita di nero che tentava di distogliere lo sguardo. Ma la donna bionda allungò una delle sue mani forti e polpute, piene di efelidi e con le unghie smaltate di rosa e scrostate, con due dita afferrò la punta del mento della donnetta, le sollevò il capo e disse: «Guardi le persone negli occhi» e la guardò fissa con la massima concentrazione delle sue pupille azzurre.
La donnetta seguitava a distogliere gli occhi e ci fu un’altra pausa: una nube molto fredda che segnava la fine dell’estate entrò dal finestrino socchiuso, raffreddò la pelle dei tre e portò dentro di loro il sentimento dell’inverno. Subito dopo la pausa la donnetta, che forse era stata colpita meno degli altri due dal sentimento dell’inverno, domandò quasi senza voce:
«Quanto costerebbe il mandolino?».
« Il mandolino è costato centoventi lire » disse la donna bionda, già meno forte e non più beffarda.
« Uhmm» fece dubbiosamente la donnetta. «Non ci crede? » disse la bionda e tornò ad arrabbiarsi.
La donnetta non rispose e, sempre molto pallida, guardò le montagne che si allontanavano nella luce splendente. Sulle Tofane era caduta un po’ di neve e proprio sulla punta il vento alzava e arricciava la neve contro il blu del cielo. Giunse anche un suono di campane (era domenica).
«Ci fermeremo dai carabinieri di Calalzo» disse la bionda al bambino vestito da frate e, senza rivolgersi alla donnetta, aggiunse: «Canaglia, guarda come ha ridotto il mandolino ».
Il bambino vestito da frate non disse nulla, ma, come per mostrare le condizioni del mandolino aprì la custodia di tela e levò lo strumento. La cassa lucida e panciuta era sfondata al centro e il manico spezzato pendeva come il collo di una gallina. Dalla custodia scivolò fuori uno spartito dal titolo Macariolita.
Alla vista del mandolino in quelle condizioni la donnetta vestita di nero lo guardò a lungo tra incredula e disperata e parve rendersi conto solo allora del danno provocato, che le sembrò enorme e irreparabile. Impallidì ancora una volta e il mento le tremò. Con secche e bianche dita di donna casalinga e anziana stringeva una logora borsetta di pelle nera. « Potrei dare cinquanta lire » disse e aperta la borsetta tirò fuori un borsellino di tela chiuso da bottoni automatici. Da questo estrasse cinquanta lire in monete d’argento di cinque lire. «Ho detto che è costato centoventi lire, mi dispiace» disse la bionda. La vittoria sulla donnetta l’aveva improvvisamente acquietata, il suo tono era calmo, un po’ altero, e sorrise.
«È usato» disse la donnetta.
« Chi rompe di vecchio paga di nuovo » disse la bionda.
 La donnetta tirò fuori dal borsellino ancora un foglio da dieci lire e una moneta da cinque lire. Si vedeva che nel borsellino non aveva quasi più nulla.
La bionda fece un gesto negativo, con la lingua tra i denti, e aggiunse: «No, no ».
La donnetta vuotò il borsellino: aveva ancora quindici lire, in tutto ottanta lire.
«È tutto quello che ho» disse, «se vuole denunciarmi mi denunci», guardò le montagne che scomparivano e allungò il denaro sul palmo. La bionda lo contò e lo diede al bambino vestito da frate, ma il bambino, prima fece segno di no col capo poi prese il denaro e lo tenne in mano. «Mettilo in tasca, ebete » disse la bionda e solo allora il bambino sollevò la tonaca e ficcò il denaro nella tasca dei pantaloni corti. Passò altro tempo in silenzio e la donnetta disse: « Però il mandolino sarebbe mio».
La bionda tolse di mano il mandolino al bambino e lo porse alla donnetta che se lo mise in grembo; passò così più di mezz’ora e la donnetta volgeva lo sguardo dalle montagne riapparse al mandolino rotto (ora suo) con le corde pencolanti. Infine si volse al bambino e gli ritornò il mandolino: «Cosa ne faccio, riprendilo tu, io non so suonare il mandolino, anche se si potesse riparare io non lo so suonare, non ho mai suonato niente... » e su queste ultime parole cominciò silenziosamente a piangere. Cavò dalla borsetta un fazzolettino bianco con una cifra, si asciugò gli occhi e quando il fazzoletto si inzuppò usò le nocche delle dita di persona vecchia. Ogni tanto scrollava la testa senza rassegnarsi, il bambino non voleva assolutamente il mandolino, lei invece voleva darglielo e si passarono lo strumento rotto due o tre volte. Alla fine il bambino lo posò sulla reticella sopra la testa della donnetta.
La bionda chiese: « Si può sapere perché piange tanto?» e la donnetta scosse la testa piangendo.
«Si può sapere?» continuò la bionda e poiché la donnetta non rispondeva insistette a lungo. Finalmente la donnetta rispose.
«Era tutto quello che avevo, ottanta lire, si vede che il Signore voleva castigarmi.»
Passò ancora del tempo, il trenino era entrato nella valle al crepuscolo, dai comignoli usciva il fumo e da qualche parte entrò un po’ di quel fumo insieme all’odore della polenta. Il treno si fermò accanto a una casa di pietra scura con un comignolo da cui uscivano faville e su una larga striscia di calce bianca era scritto: “Credere, obbedire, combattere. Mussolini”. Ma nel blu della notte imminente si leggeva appena.
«Lei cosa fa?» chiese la bionda per rompere l’imbarazzo della lunga pausa di pianto.
«La rammendatrice» disse la donnetta che si era rassegnata e aveva perfino l’aria di voler scambiare due chiacchiere.
« E dove abita?»
«A Bassano del Grappa.»
«Guardi che il treno va a Venezia» disse la bionda completamente calma e gentile.
«Vado a trovare mia sorella suora a Venezia» disse la donnetta. Ormai era buio e i tre viaggiatori si vedevano appena nella luce delle lampadine azzurrate ma l’aeromodello di carta lucida scintillava sospeso tra due sedili. Dopo un po’ di quella oscurità la bionda disse al bambino vestito da frate: « Dài i soldi alla signora», il bambino lo fece subito e la donnetta li prese, armeggiò nell’oscurità con borsa e borsellino, chiuse i bottoni automatici sempre dicendo: « Grazie, grazie, pregherò per il bambino. Hai fatto un voto?».
«Sì» disse il bambino.
«A chi?»
«A sant’Antonio di Padova» rispose il bambino.
«Sant’Antonio di Padova è un santo buono» disse la donnetta.
«Io sono devota di san Francesco d’Assisi ma so che sant’Antonio di Padova è un santo tanto buono.»

Da I sillabari, Goffredo Parise

mercoledì 11 ottobre 2017

Amicizia

Un giorno di fine inverno in montagna un gruppo di persone che si conoscevano poco e si erano trovati per caso su una vetta gelida e piena di vento decisero di fare con gli sci una pista molto lunga e solitaria che portava a una valle lontana. Erano dieci, per una coincidenza felice nessuno di loro era veramente "adulto", anzi, erano tutti più o meno timidi e questo li rese subito fiduciosi uno dell'altro.
Le dieci persone erano: Gioia, una donna con dolci occhi ebraici, pieni di qualcosa di antico e religioso che era il senso della famiglia. Carlo, il marito di Gioia, alto e biondo con lineamenti quadrati e occhi quasi bianchi un poco fantascientifici. Adriana, alta e buona, un pochino ansiosa di essere sempre buona, ma non in anticipo né in ritardo. Mario, marito di Adriana, con molte fragilità vaganti negli arti e nel volto, ma con una testa rotonda piena di bisogno di affetto che riscattava tutto. Guido, il meno "adulto", che sciava senza "stile" dicendo ai dirupi: "Io ti batto", e li batteva; perché lì vicino c'era Silvia, una ragazza-donna dai tratti mongoli, la erre moscia che egli amava (e contemplava) da molti anni, di una bellezza così grande che ogni persona guardata da lei sorridente si sentiva caduca e mortale. Silvia però (senza la presenza di Silvia i dieci non si sarebbero mai trovati insieme per caso) amava: Filippo, un uomo che somigliava ad Achille ma anche a Patroclo, perché "umano", avendo dedicato la sua vita a Silvia. L'ottavo era: Dabcevich (basta così). Poi Pupa, la più sconosciuta di tutti, che abitava molti mesi in montagna, aveva occhi gialli con piccole e grandi macchie nere come il sole e sciava in modo volante e pieno di silenzio, due cose forse sviluppate in quei luoghi durante la sua infanzia per vivere e difendersi nella neve come gli scoiattoli e le lepri. E infine un altro uomo che sapeva fare una cosa sola nella vita, cioè osservare nei particolari (sempre mutevoli) gli altri nove e il tempo; sperando e studiando il modo, senza che nessuno se ne accorgesse, che tutte queste cose fossero in armonia tra di loro.
Partirono uno dopo l'altro dalla vetta,tra spinte di vento e neve, tutti, salvo Pupa e forse Guido che era "incosciente", con un po'di paura perché il primo tratto che dovevano percorrere in quel freddo era cosparso di sassi che affioravano e la neve così sottile aumentava la velocità proprio vicino al punto in cui c'era un burrone e si dovevano fermare. Si ritrovarono in quel punto senza quasi vedersi ma Silvia aveva visto che l'uomo n. 10, l'ultimo, era senza berretto: sfilò dal collo il suo yachting club (grande foulard di seta blu con bandierine di tutti i paesi) e glielo diede. Questi avvolse la testa nel foulard come i pirati e si avviò per primo (tale era stato il benvolere della dea) nella immensa valle bianca in lieve declivio tra gli altissimi monti, che era la seconda parte della discesa. Qui il vento cessò di colpo, e anche il freddo, la velocità divenne alta perché gli sci affondavano nella neve fresca dando sicurezza e il sole illuminava tutti in viso in modo così forte che ognuno provò il sentimento di questa bellezza. Pupa si bilanciava sulle braccia aperte in lunghi Cristiania di una traccia sola (e unica per sempre) che il destino impedì agli altri di seguire: Gioia disse sottovoce a Mario che scendeva al suo fianco: "Come è bello, vero Mario?" e Mario provò per questa frase a lui diretta un attimo di riconoscenza che lei aveva previsto; Silvia si rannicchiò "a uovo" per acquistare velocità (questioni di resistenza all'aria) e così facendo sorrise a se stessa con molto affetto e ironia, Filippo tracciò una sua personale e velocissima scia senza voler competere con Pupa, tutti stavano zitti o parlavano piano, solo Dabcevich, altissimo e stralunato commise un eccesso slavo, o austriaco, o russo, gridò: "Sublime, sublime", con cui si conquistò per sempre la simpatia di tutti, poi "sublime" si perdette nelle grandi arie dei monti e non si udì più nulla. Insomma erano tutti molto felici, in modo così bello da attribuire la ragione di questo sentimento non soltanto alle montagne color rosa, alla neve e al sole ma soprattutto ai propri simili che in quel momento (un momento molto importante della loro vita) erano i dieci puntini colorati nella valle.
La terza parte della discesa presentò "notevoli difficoltà": c'era un passaggio obbligato che dava su un'apparente voragine, in ombra, perciò gelato, che finiva in una vasta conca di nuovo al sole, con una piccola baita. Avendo coraggio si sarebbe potuto scendere senza paura dritti sul ghiaccio, curvare al sole dove la neve è molle ma a forte velocità, e poi ancora dritti nella neve fresca fino alla porta della baita. Le donne, salvo Pupa, non l'ebbero, gli uomini, pochi (Guido, non si sa come, era già arrivato in fondo), Silvia si fermò chiamando aiuto, accorse Filippo ma lei pianse, batté i piedi (con gli sci) e non volle scendere; l'uomo con foulard scivolò in una piccola valle ignota tra neve vergine, capitombolò due volte senza riuscire a fermarsi e pensando al destino, infatti si fermò contro un cespuglio, vide due scoiattoli neri tutti raspanti e pieni di paura e rimase un po' solo a riposare e a pensare. Ma tutto andò bene e quando arrivò alla baita dove Filippo voleva organizzare una spedizione di soccorso, Silvia sorrideva con gli occhi ancora pieni di lacrime.
Il quarto tratto era una stradina sulla costa dei monte, facile, con angoli in cui si scompariva alla vista e dove l'uomo con foulard si fece trovare da Guido, per scherzo, abbracciato a Silvia. Guido passò e disse: "Spiritosi!". Adriana perdette uno sci, e parve una cosa molto seria all'inizio, poi fu ritrovato da Filippo, Pupa, sempre prima, aspettava appoggiata ai bastoncini, ravviandosi i capelli con una forcina in bocca.
Il quinto tratto era una discesa ripida, un po' in ombra, anche semplice ma le caviglie di tutti erano ormai un po'stanche e ci fu qualche caduta, niente di grave. Carlo però disse a Guido e all'uomo con foulard: "seguimi, segui le mie code" oppure: "ecco,gira qui dove giro io" ma con pochissima vanità, cioè con più affetto che vanità e intanto gli altri erano già in fondo alla valle dentro un bosco di giovani larici. Qui dovettero camminare, spingere con le racchette, accaldarsi, svestirsi un poco alla volta. Silvia sfilò il suo berretto bianco di lana di pecora con grande pon-pon, i capelli caddero sulle sue spalle e in quell'istante entrarono in rifugio dove mangiarono uova, prosciutto, pane con granelli di kummel, bevvero vino di una cantina di frati, spedirono cartoline, fumarono, uscirono, presero due tassì e il sole calò. Sorse la luna bianca come la neve nel cielo che diventò subito nero come la pece e tornarono a casa, stanchi.
L'anno dopo i dieci amici (erano diventati amici) si ritrovarono sulla stessa vetta, non per caso, e discesero lungo la stessa pista. A dire il vero non erano tutti e dieci, mancava Dabcevich, e questo dispiacque un po'a tutti, qualcuno dubitò dentro di sé che la sua assenza avrebbe provocato un vuoto non grandissimo ma che avrebbe potuto diventare tale se altri anche piccoli vuoti si fossero formati nella imprevedibile armonia dell'insieme: ma questo non avvenne perché giunti al secondo tratto della discesa qualcuno gridò: "Sublime". Altri ancora dubitavano, perché le cose felici non si ripetono (e invece si ripetono e non si ripetono, non c'è una regola); è vero, c'era qualche differenza, non ci fu bufera all'inizio, il terzo tratto della pista non era più così pericoloso, l'uomo in foulard aveva un berretto (d'altra parte non c'era più il foulard), però si fermarono nella prima baita a bere un vin brulé che l'anno prima non avevano bevuto, si scaldarono al sole che era molto più forte, si scambiarono una crema che sapeva odore ma non sapore, purtroppo, di zucchero orzo e soprattutto uno disse a Silvia, in disparte: "Silvia, prima ti ho guardato, hai qualcosa di diverso, cioè sei più bella ma diversa dall'anno scorso".


" Che cosa ho?""Mah!"
"Dimmelo subito. Che cosa?"
"Hai qualcosa, è vero o no?"
"E che cosa?"
"Non lo so, ma è vero".

Due anni dopo Pupa e l'uomo che chiameremo "in foulard" discesero la stessa pista in una bufera di vento. I sassi spuntavano dappertutto, la pista era sepolta dalla neve, dovettero scendere "a gradini" una parte del primo tratto (non Pupa, l'altro, e Pupa lo guardava con apprensione) coprendosi la faccia con le mani per le lamelle di ghiaccio che soffiavano a molti chilometri all'ora, poi tutto si placò come la prima volta, nel secondo tratto all'apparire della valle serena: il vento scomparve e le nubi, mutevoli come Silvia, si dispersero chissà dove lasciando il cielo azzurro. Anni dopo si ritrovarono ancora in quel tratto di monte e di valle che li aveva resi così felici la prima volta. Poi smisero di ritrovarsi in quei luoghi, passarono anni restando sempre amici e lasciando che altri prendessero il loro posto.

Da I sillabari, Goffredo Parise

lunedì 9 ottobre 2017

Nietzsche, Rilke, Lou Salomé. Il dicibile e l'indicibile

la mostra è notevole, più negli intenti che nella riuscita, ma le foto e le citazioni sono davvero pregevoli e si respira un'aria intima e sentimentale in un contesto culturale e sociale di inizio secolo davvero emozionante.
Nietzsche, Rilke, Lou Salomé. Il dicibile e l'indicibile, La fabbrica del Vapore, Milano.
parliamo di Rilke, di Lou Salomé e di Nietzsche. ma anche, in parte, di Freud.
le loro vite si intrecciano, i due uomini la amano, come molti ma molti altri in quegli anni, lei si concede al primo ma non al secondo, folgorato quando la incontra nella Basilica di San Pietro, in presenza di Paul Ree. una donna e molti uomini e che uomini. certo essere amate da Rilke con le cosine che dice e che scrive, non deve essere stato male. 
il problema della mostra è che straripa di documenti relativi a Rilke e Nietzsche ma ne mostra pochissimi relativi a Lou Salomé che si delinea solo di riflesso. la mostra però ha avuto un bellissimo corollario di incontri, dibattiti e conferenze, ne ho seguiti alcuni e Lou Salomè mi è apparsa più chiara, il suo profilo più definito.
per molto tempo lei è stata definita in base alle sue relazioni, l'amante e grande madre di Rilke, la musa di Nietzsche, l'amica di Paul Ree, l'allieva di Freud, ma la sua vita è stata indirizzata fortemente all'autorealizzazione, anche con comportamenti anomali e fuori dai solchi, dotata di un egoismo animale secondo Cesare Musatti, aveva "lo sguardo dell'aquila e il coraggio del leone" diceva Nietzsche: se ci sia riuscita, e se questo davvero conta, lo sapeva solo lei.
quel che mi è piaciuto della mostra e degli incontri che ho seguito è stata la connotazione privata delle relazioni parlando di personaggi che si sono spesi per l'arte, la filosofia, la psicoanalisi. hanno vissuto insieme, si sono scambiati lettere, sguardi, riconoscimenti hanno avuto incontri, separazioni, devozioni, lacrime e dolori.
quando l’amore con Rilke finì, dopo quattro anni di relazione, lei gli scrisse:

Vai incontro al tuo dio oscuro. Egli potrà per te quello che io non posso più: egli ti può consacrare al sole ed alla maturità. (Lou Salomè)


Fosti la più materna delle donne. Fosti un amico come lo sono gli uomini. Una donna, sotto il mio sguardo. E ancora più spesso una bambina. Fosti la più grande tenerezza che ho potuto incontrare. L’elemento più duro contro il quale ho lottato. Fosti il sublime che mi ha benedetto. E diventasti l’abisso che mi ha inghiottito. (Rainer Maria Rilke)



L’anima mia, con la sua lingua ingorda, tutte le cose buone e cattive ha già gustato, in basso si è immersa in ogni profondità. Ma sempre, come il sughero, sempre essa nuota di nuovo all’insù, volteggia giocando, come olio su bruni mari: a causa di quest’anima mi si chiama il beato.
(Friedrich Nietzsche)

venerdì 6 ottobre 2017

la Guerra Bianca

Ti scrivo da 3,150 metri, dove mi trovo in questo momento.
E' una vetta che noi abbiamo conquistato stamane agli austriaci, con un combattimento durato 3 ore.
Avevamo marciato tutta la notte...la marcia fu molto faticosa: abbiamo scalato per oltre due ore pareti ripide di roccia.
Ernesto Begey, lettera alla moglie, 25 agosto 1915
 















La Prima Guerra Mondiale fu anche e drammaticamente una guerra di montagna. Mai prima di allora, e solo rarissimamente dopo, l'uomo ha combattuto a quote così alte, fino a oltre i 3.000 metri e più sul livello del mare. Gli eserciti del Regno d'Italia e dell'Impero Austro- Ungarico si scontrarono anche sui gruppi montuosi più elevati delle Alpi centro-orientali, tra le cime e i ghiacciai dell'Ortles-Cevedale, dell'Adamello e della Marmolada, tra Lombardia, Trentino Alto-Adige e Veneto. 
Stefano Torrione, con la guida di Marco Gramola, presidente della Commissione storica della SAT, ha raggiunto luoghi dai nomi evocativi per chi ha studiato le cronache della guerra o letto i diari dei soldati - Scorluzzo, Cavento, Lagoscuro, Presanella, Albiolo - alla ricerca delle tracce lasciate da quelle migliaia di uomini scaraventati a vivere, combattere e morire in condizioni proibitive, estate e inverno, a temperature che superavano i 30 gradi sotto zero. 
E ha trovato scheletri di baracche, trincee, gallerie scavate nella roccia, passerelle affacciate sul vuoto, reticolati, scale di pietra e di legno, cannoni, fucili, persino scarponi che riaffiorano con il ritiro dei ghiacciai; ma anche oggetti più personali dei combattenti, fotografie di fidanzate o scatolette di sardine, preservati per cent'anni dal ghiaccio e dalla neve. Il reportage nato dal viaggio di Torrione, pubblicato da National Geographic Italia nel numero di marzo 2014, è stato il primo servizio di un'edizione straniera a essere tradotto e ripreso dal sito internazionale nationalgeographic.com, ottenendo oltre 200 mila visualizzazioni da tutto il mondo. Nelle fotografie di Torrione i segni di un'epoca tragica e violenta spiccano e si fondono con la bellezza apparentemente immutabile del paesaggio alpino.

alla Fabbrica del Vapore, una mostra fotografica ideata e realizzata da National Geographic.
credo che la memoria vada conservata, per ogni cosa, finchè si può.
questa guerra è, ai miei occhi, titanica e disperata.
questa operazione culturale, fotografica, è per me, di grande valore, storico e morale.
richiede partecipazione, che poi, si sa, è intima libertà.

giovedì 5 ottobre 2017

Altri

...
Era un uomo molto alto e magrissimo, con la pelle bianca, un volto a punta e due grossissime lenti insieme opache e scintillanti attraverso cui non era possibile vedere gli occhi. Il bambino notò che una delle stanghette di metallo era rotta e aggiustata con filo nero da cucire, anche le scarpe erano rotte e i calzini arrotolati sulla caviglia fin quasi alla scarpa. L'uomo cominciò a spogliarsi, in modo cosi rapido e magico, data la sua altezza, che in un attimo fu in mutande, con grande vergogna e imbarazzo del bambino: un paio di mutande larghe di tela nera con uno strappo a forma di sette sul dietro. L'uomo arrotolò scarpe e abiti e porgendo al bambino l'enorme fagotto disse: - Mi fai un piacere? - e tentò di carezzarlo con la fredda estremità di un lunghissimo arto (non sembrava una vera e propria mano). Il bambino paralizzato dal terrore si ritrasse, non rispose e l'uomo ripeté la domanda, poi gli chiese di custodire i suoi vestiti per pochissimo tempo: voleva «lavarsi i piedi» e vedere il mare che non aveva mai visto. Dopo gli avrebbe dato «la mancia». Queste spiegazioni e i grossi occhiali rotti attenuarono il terrore nel bambino ed egli, suo malgrado, fu spinto, fisicamente spinto verso l'uomo da una grandissima pietà. Allungò le braccia, l'uomo nel posare il fagotto si avvicinò guardandolo da vicino come fanno i miopi e vide le lacrime che sgorgavano sulle sue guance. Sorrise con la bocca bagnata e informe che sapeva di vino e tabacco e disse: - Ti hanno messo in castigo? - e scomparve. Il bambino vide due sottili e chilometriche gambe di legno, la bandiera nera delle mutande strappate in uno sventolio generale, laggiù, in fondo alla spiaggia; e subito fu terrorizzato dalla responsabilità e dal peso degli abiti che non riusciva a reggere tra le braccia e gli caddero nella sabbia: pensò all'uomo e lo odiò, dimenticando totalmente il sentimento di poco prima. 
...
Durante la notte il bambino pensò all'uomo ascoltando la pigra acqua della laguna appoggiarsi sulla spiaggia insieme ai raggi lunari. Si domandò molte cose di lui cercando di arguirle dagli occhiali, dalla pelle bianca, dalle scarpe di gigante e dal fagotto. Fu preso ancora da grandissima commozione e due o tre volte pianse. Chi era? Un ladro, un ex carcerato, un povero, un ricco diventato povero (avrebbe potuto accadere anche a lui, da grande, una cosa simile?), un ammalato, e com'era possibile che non avesse mai visto il mare? Aveva o non aveva famiglia? E lui perché aveva pianto? Tutte queste domande rimasero senza risposta nel bambino e più tardi anche nell'uomo adulto, ma fu da quel giorno che egli seppe, proprio perché nessuna risposta ebbero mai le sue domande, dell'esistenza degli «altri».

da I Sillabari, Goffredo Parise

E il furore cominciò a fermentare

I randagi, i questuanti, adesso erano emigranti. Le famiglie che erano vissute in un piccolo podere, che erano vissute e morte in quaranta acri di terra, che si erano nutrite o avevano patito la fame con il raccolto di quaranta acri, adesso avevano tutto lo sconfinato Ovest per peregrinare. E sciamavano in cerca di lavoro; e le strade erano fiumi di gente, e i fossi lungo le alzaie erano file di gente. E altra gente arrivava dietro di loro. Le grandi arterie pullulavano di gente che emigrava. Nel Middlewest e nel Southwest era vissuta una semplice schiatta di contadini che non erano cambiati con l’industria, che non avevano mai lavorato la terra con le macchine e non conoscevano il potere e il pericolo delle macchine in mani private. Non erano cresciuti nei paradossi dell’industria. I loro sensi non erano ancora ottenebrati dalle incongruenze della vita industriale. 
Ma all’improvviso le macchine li scacciarono, e si ritrovarono a dover sciamare lungo le strade. La vita randagia li cambiò; le grandi arterie, i bivacchi lungo la strada, la paura della fame e la fame stessa li cambiarono. I figli affamati li cambiarono, l’interminabile vagare li cambiò. Erano emigranti. E l’ostilità li cambiò, li saldò, li unì; l’ostilità che induceva i centri abitati a raggrupparsi e a equipaggiarsi come per respingere un invasore, manipoli armati di manici di piccone, garzoni e bottegai armati di fucili, per difendere il mondo contro gente del loro stesso sangue. 
Nell’Ovest si diffuse il panico di fronte al moltiplicarsi degli emigranti sulle strade. Uomini che avevano proprietà temettero per le loro proprietà. Uomini che non avevano mai conosciuto la fame videro gli occhi degli affamati. Uomini che non avevano mai desiderato niente videro la vampa del desiderio negli occhi degli emigranti. E gli uomini delle città e quelli dei ricchi sobborghi agrari si allearono per difendersi a vicenda; e si convinsero a vicenda che loro erano buoni e che gli invasori erano cattivi, come fa ogni uomo prima di andare a combatterne un altro. Dicevano: Quei maledetti Okie sono sporchi e ignoranti. Sono maniaci sessuali, sono degenerati. Quei maledetti Okie sono ladri. Rubano qualsiasi cosa. Non hanno il senso della proprietà. E su quest’ultima cosa avevano ragione, perché come può un uomo senza proprietà conoscere l’ansia della proprietà? 
E i difensori dissero: Sono sporchi, portano malattie. Non possiamo lasciarli entrare nelle scuole. Sono stranieri. Ti piacerebbe veder uscire tua sorella con uno di quelli? 
Gli indigeni si suggestionarono fino a crearsi una corazza di crudeltà. Formarono drappelli, squadre, e li armarono: li armarono di manici di piccone, di fucili, di gas. Il paese è nostro. Non possiamo lasciare che questi Okie facciano i loro comodi. E gli uomini che venivano armati non possedevano la terra ma pensavano di possederla. E i garzoni che di notte facevano la ronda non possedevano nulla, e i piccoli bottegai possedevano solo debiti. 
Ma anche un debito è qualcosa, e anche un salario è qualcosa. Il garzone pensava: Io prendo quindici centesimi a settimana; che faccio se un maledetto Okie si accontenta di dodici? E il piccolo bottegaio pensava: Come la reggo la concorrenza di uno che non ha debiti? E gli emigranti sciamavano per le contrade, e nei loro occhi c’era la fame, e nei loro occhi c’era il desiderio. Non avevano discorsi, non avevano criteri, non avevano altro che la loro quantità e il loro bisogno. Quando c’era lavoro per un uomo, dieci uomini lottavano per averlo – e la loro unica arma era il ribasso di paga. Se quello lavora per trenta centesimi, io ci sto per venticinque. 
Se quello lavora per venticinque centesimi, io ci sto per venti. 
No, pigliate me, ho fame. Lavoro per quindici centesimi. Lavoro per qualcosa da mangiare. I miei figli. Dovreste vederli. Gli sono spuntati dei cosi neri, pustole, e non riescono a muoversi. Gli ho dato della frutta che c’era per terra, e gli s’è gonfiata la pancia. Pigliate me. Lavoro per un pezzetto di carne. 
Ed era un affare, perché le paghe scesero e i prezzi rimasero alti. I grossi proprietari erano contenti e fecero distribuire altri volantini per far arrivare altra gente. E le paghe scesero e i prezzi rimasero alti. In attesa di tornare ai tempi della schiavitù. 
A quel punto i grossi proprietari e le imprese inventarono un nuovo metodo. Un grosso proprietario acquistava un conservificio, e quando le pesche e le pere erano mature, abbassava il prezzo della frutta sotto il costo di coltivazione. Così, in quanto proprietario del conservificio, pagava a se stesso un prezzo basso per la frutta e faceva profitti mantenendo alto il prezzo del prodotto in scatola. I piccoli coltivatori che non possedevano conservifici persero le loro fattorie, che vennero assorbite dai grossi proprietari, dalle banche e dalle imprese che possedevano anche i conservifici. Con l’andar del tempo le fattorie diventarono sempre meno. I piccoli coltivatori si trasferirono in città, giusto il tempo di sfruttare fino all’osso i risparmi, gli amici, i parenti. Poi finirono anche loro sulle grandi arterie. E le strade pullulavano di gente assetata di lavoro, pronta a tutto per il lavoro. 
E le imprese e le banche stavano scavandosi la fossa con le loro stesse mani, ma non se ne rendevano conto. I campi erano fecondi, e i contadini vagavano affamati sulle strade. I granai erano pieni, e i figli dei poveri crescevano rachitici, con il corpo cosparso di pustole di pellagra. Le grosse imprese non capivano che il confine tra fame e rabbia è un confine sottile. E i soldi che potevano servire per le paghe servivano per fucili e gas, per spie e liste nere, per addestrare e reprimere. Sulle grandi arterie gli uomini sciamavano come formiche, in cerca di lavoro, in cerca di cibo. E il furore cominciò a fermentare.

Furore, legge e commenta Alessandro Baricco su RAI 3.
e questo lo sa fare bene.
ascolto e sono rapita, come ho già avuto modo di scrivere, questo romanzo è un capolavoro.
ritrovo parole e personaggi, atmosfere e immagini mentali.
vedo la polvere, vedo le strade, vedo la gente, vedo la rabbia, sento il furore.
come scrive Aldo Grasso sul Corriere, questi reading, tutti, sono cerimonie laiche. 
e qui si celebra, con rito universale e di perdurante verità, la miseria umana del migrante, la schiavitù, la derelizione, la morte per fame, la passione di cristo. 
amen.

Cecilia

Tu mi rimproveri perché ogni mio racconto ti trasporta nel bel mezzo d'una città senza dirti dello spazio che s'estende tra una città e l'altra: se lo coprano mari, campi di segale, foreste di larici, paludi. Ti risponderò con un racconto.Per le vie di Cecilia, città illustre, incontrai una volta un capraio che spingeva rasente i muri un armento scampanante.- Uomo benedetto dal cielo, - si fermò a chiedermi, - sai dirmi il nome della città in cui ci troviamo? - Che gli dei t'accompagnino! - esclamai. - Come puoi non riconoscere la molto illustre città di Cecilia? - Compatiscimi, - rispose quello, - sono un pastore in transumanza. Tocca alle volte a me e alle capre di traversare città; ma non sappiamo distinguerle. Chiedimi il nome dei pascoli: li conosco tutti, il Prato tra le Rocce, il Pendio Verde, l'Erba in Ombra. Le città per me non hanno nome: sono luoghi senza foglie che separano un pascolo dall'altro, e dove le capre si spaventano ai crocevia e si sbandano. Io e il cane corriamo per tenere compatto l'armento.- Al contrario di te, - affermai, - io riconosco solo le città e non distinguo ciò che è fuori. Nei luoghi disabitati ogni pietra e ogni erba si confonde ai miei occhi con ogni pietra ed erba. Molti anni sono passati da allora; io ho conosciuto molte città ancora e ho percorso continenti. Un giorno camminavo tra angoli di case tutte uguali: mi ero perso. Chiesi a un passante: - Che gli immortali ti proteggano, sai dirmi dove ci troviamo? - A Cecilia, cosí non fosse! - mi rispose. - Da tanto camminiamo per le sue vie, io e le capre, e non s'arriva a uscirne... Lo riconobbi, nonostante la lunga barba bianca: era il pastore di quella volta. Lo seguivano poche capre spelate, che neppure più puzzavano, tanto erano ridotte pelle e ossa. Brucavano cartaccia nei bidoni dei rifiuti. - Non può essere! - gridai. - Anch'io, non so da quando, sono entrato in una città e da allora ho continuato ad addentrarmi per le sue vie. Ma come ho fatto ad arrivare dove tu dici, se mi trovavo in un'altra città, lontanissima da Cecilia, e non ne sono ancora uscito? - I luoghi si sono mescolati, - disse il capraio, - Cecilia è dappertutto; qui una volta doveva esserci il Prato della Salvia Bassa. Le mie capre riconoscono le erbe dello spartitraffico.

venerdì sera, c'è ancora uno spendido tepore, l'aria è bellissima, il verde dell'Orto Botanico di Brera è magico. tavoli e sedie, candele, l'ora del crepuscolo, molta molta gente, come sempre a Milano, ovunque.
sul palco allestito arriva Fabrizio Gifuni e inizia la cerimonia.
legge.
Calvino.
e mi omaggia con Cecilia, da Le Città Invisibili.
oltre che con Palomar, il Barone rampante e letture da riflessioni di Calvino, racconti sul padre e sulla madre, sulla cifra della sua famiglia. una famiglia di botanici, di studiosi e di dedizione al dovere, dove "lo spreco", dice Calvino, è la dimensione della passione.
«Che la vita fosse anche spreco, questo mia madre non l’ammetteva: cioè che fosse anche passione. Perciò non usciva mai dal giardino etichettato pianta per pianta, dalla casa tappezzata di bouganvillea, dallo studio col microscopio sotto la campana di vetro e gli erbari. Senza incertezze, ordinata, trasformava le passioni in dovere e ne viveva» (Italo Calvino, La strada di San Giovanni)



venerdì 29 settembre 2017

the ballad of sexual dependency

"Non eravamo emarginati. eravamo noi a emarginare la società. Vivevamo la nostra vita come la volevamo vivere in quel momento".
se abitate a Milano, ma anche se non ci abitate, non potete mancare alla Triennale, alla voce Nan Goldin, The ballad of sexual dependency.
Ispirato alla "The Threepenny Opera" di Bertolt Brecht e Kurt Weill, "The Ballad Of Dependency" è un'intera esistenza trasposta in slideshow: 700 immagini a colori montate in una sequenza di 45 minuti si susseguono su una colonna sonora che va dai Velvet Underground a Maria Callas, spaziando dal punk al pop all'opera.
si tratta di un'opera intensa e vivida, originale e onesta, senza veli, senza maschere.
una fotografia sfacciata, senza regole, certamente non formali, nemmeno morali.
foto e foto e foto, New York anni 80, tutte d'interni, si susseguono, quasi tutte scattate nello stesso modo, soggetti illuminati con il flash su sfondo scuro.
su tutti quella luce livida e, francamente, disperata.
io ho visto disperazione, devastante, abbandono, segregazione, dipendenza, botte, trascuratezza, povertà e miseria, luoghi sudici se non criminali.
sarà stata vera libertà?
"La mia arte è un audiovisivo. Non smetterò di farla evolvere per tutto il corso della mia vita. Questo lavoro è nato nel 1979 ma la Ballad continua a essere un  scena."

bisogna stare lì, e partecipare, stare in scena. 










































domenica 24 settembre 2017

sommesso viola sofferente

c'è inoltre, certamente, un grado della sofferenza cui gli angeli prestano ascolto, raggi estremi di sofferenza, che gli uomini non percepiscono neppure,che penetrano il loro mondo denso, e solo dall'altra parte, nel bagliore di un angelo, si tingono di un sommesso viola sofferente, come l'ametista nelle druse del cristallo di rocca.

Rainer Maria Rilke a Marie Thurn und Taxis

impossibile parlare di musica

Scrivere di musica è come danzare di architettura», dice una massima di volta in volta attribuita a Frank Zappa, a Elvis Costello, a Thelonious Monk. Ma persino il parlare, di musica classica, è un’attività stramba. Perché la musica, quella di Beethoven, di Mahler o di Arvo Pärt, ha una socialità timida, ritrosa: non appena si manifesta, scompare. Ed è terribilmente difficile rievocarla.  
Pensate, per contrasto, a quanto accade con la lettura. È un’attività intima, solitaria. Non la si pratica collettivamente. Anche quando ci si ritrova in luoghi appositi — che sia la sala di una biblioteca o una stanza matrimoniale, prima di addormentarsi — ognuno legge un proprio libro, una propria storia. Di quel libro, di quella storia, è però poi facile parlare, ed esprimiamo opinioni, formuliamo idee, consigli, discutiamo con gli amici, teniamo vive cene conviviali evocando questo o quel titolo. Ognuno letto, naturalmente, in privato. 
Con la musica classica, invece, accade il contrario. La ascoltiamo in gruppo, persino in massa, affollando sale da concerto insieme ad altre centinaia di persone, che spesso sono a noi care, vicine, magari affra- tellate proprio dalla frequentazione ripetuta di quei luoghi, di quel repertorio. Eppure, quando usciamo di lì, quando l’emozione che abbiamo collettivamente provato si dissolve, i discorsi svaporano, si perdono. E, naturalmente, non va meglio con i dischi, o con un concerto visto in tv: sul momento grondiamo di felicità, di brividi, del desiderio di condividere, almeno a parole, ciò che abbiamo provato; ma poi, quando ci ritroviamo con gli altri, ogni possibile discorso sulla musica svanisce, irrimediabilmente. Racconteremo a chi ci sta di fronte i libri letti quest’estate, magari persino le mostre visitate, ma ci guarderemo bene dal provare a coinvolgerlo nel ricordo di un Allegretto, nel confronto tra due pianisti, nell’illuminazione che ci ha colto davanti alla partitura appena stesa da un compositore vivente. Non sapremmo come farlo. E le delusioni che abbiamo provato in passato, quando abbiamo tentato di tradurre quella pelle d’oca in parole, ci sconsigliano persino di provarci. Così, una volta di più, ci ritroviamo a pensare che la musica classica sia come una camminata in montagna: puoi suggerire a un amico un percorso ma non puoi trasferirgli ciò che solo le tue gambe hanno conosciuto. Ed è bello così. 

Nicola Campogrande, La lettura 27/8/17

ha ragione Campogrande, direttore artistico, da due anni, del festival MiTo.
come condividere la gioia di un ascolto musicale?
io non lo so.
e visto che non lo sa nemmeno lui, mi tranquillizzo.
io mi esalto e quest'anno ne ho avuto ben donde, 12 concerti, tra pomeriggi e sere, me la sono goduta alla grande.
MiTo mi fa da scuola, imparo la musica da poco tempo, non ne ho avuta nessuna educazione giovanile, ma piano piano mi avvicino a questa gioia e ne sono emozionatissima.
non ne so, non so dire, ma certi brani, concerti, sinfonie, quintetti, anche quest'anno, mi hammo messo in grazia di dio.

Quattro paesaggi, La natura artificiale di Vivaldi, Nord, La fabbrica tra i ciliegi, Il giorno dei cori, L'origine del mondo, Fuoco, Tramonti scandinavi, Aria, Irlanda e Scozia, American landscapes, Tempeste, ecco qua, c'è da esserne sazi in tema di "Natura", il tema del festival di quest'anno.
Vivaldi mi è piaciuto moltissimo (in particolare il bis tratto dal Farnace), il quintetto per archi in do maggiore opera 29 di Beethoven, il concerto in re minore per due violini, archi e basso continuo di Bach, la quinta sinfonia in mi minore op.64 di Cajkovskij, e, sopra ogni cosa, il Trio in mi bemolle maggiore op.100 D.929 di Franz Schubert (la musica adottata da Kubrick in Barry Lindon per capirci).
https://youtu.be/e52IMaE-3As
certamente l'associazione con Barry Lindon, uno dei migliori film di sempre, conferisce al brano musicale fama e una connotazione figurativa forte, ma allora parliamo di Barry Lindon e non del trio di Schubert.
rimane l'inafferabilità narrativa della musica, quella sua fruizione immediata e irripetibile nella parola, d'altronde, "we live in minutes, and not in years".

venerdì 22 settembre 2017