bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

Visualizzazione post con etichetta natura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta natura. Mostra tutti i post

giovedì 5 dicembre 2019

fragile fortissima

Daniel Steegmann Mangrané
A Leaf-Shaped Animal Draws The Hand
A cura di Lucia Aspesi e Fiammetta Griccioli
Hangar Bicocca / 12 Settembre 2019 - 19 Gennaio 2020

la natura
la sua fragilità
la sua potenza
insetti stecco
onde di luce e di spazio
arance e profumi
rami secchi
foglie opere d'arte
che bello passeggiare all'Hanghar Bicocca una domenica mattina bladerunner.

 


giovedì 7 novembre 2019

il cavallo del vecchio autunno ha la barba rossa


c'era la nebbia, che guaio
ma era il primo novembre, cosa aspettarsi?
Un giorno vestito a lutto cade dalle campane,
come un trepido tessuto vagamente di vedova,
è un colore, un sonno
di ciliege affondate nella terra,
è uno strascico di fumo che giunge senza tregua
a mutare il colore dell'acqua e dei baci
Oasi Zegna andrebbe visitata con i paesaggi meravigliosi che offre
però io mi sono addentrata nel bosco dei sorrisi, dopo una capatina al Santuario di San Bernardo (nella cecità nebbiosa più assoluta) e ho visto l'inimmaginabile meraviglia e poesia di un bosco nel rosso dell'autunno
ho camminato sospesa nello spazio bagnata da una pioggerellina amica
mi sono ricordata, occhi orecchie e pelle, cosa sia la natura
è stato uno sballo di colori e di silenzio
tutto cade tra le mani che sollevo 
in mezzo alla pioggia.


il cavallo del vecchio autunno ha la barba rossa 
e la bava della paura gli copre le mascelle 
e l'aria che lo segue è simile all'oceano 
e profuma di un vago marciume sotterrato.

Pablo Neruda


martedì 15 agosto 2017

un pastore e il suo cane

Ortisei.
non è più montagna, è solo shopping di montagna.
conta il pantalone targato Mammut.
lo sfoggio è l'attrezzatura.
centinaia di migliaia di euro.
lo squattrinato annaspa nel tentativo di essere all'altezza, si sforza come una bestia da soma di livellarsi, ma niente, si vede che è un pezzente.
si vede che sono una pezzente.
verso il rifugio Fredarola, nelle fasce che si usavamo per trasportare i neonati, cani chihuahua portati come infanti da donne ormai perdute, definitivamente perdute, confuse tra canineria e maternità.
lungo una gita a partenza dai laghetti di Fiè un ragazzo di 20 anni e un uomo di 50 arrivano pesantemente alle mani, tra urla e insulti, madri disperate da una parte, moglie e figlia altrettanto dall'altra, per la rissa tra due cani che ormai, profumati come due puttane in un bordello, liberi sull'erba di un percorso alpino, non si riconoscono nemmeno più. minacce insulti e ringhi, non tra i cani, tra gli umani.
non riconosco più nessuno, sono estranea a tutto. mi fanno pena i figli ignoranti perduti senza attracchi simbolici, le madri che urlano l'innocenza dei loro santi figli, gli amici e i parenti che per un regolare, e nemmeno brillante, esame di maturità regalano automobili agli amatissimi figli (dimentichi della loro propria sana educazione alla vita che li ha visti, nella medesima occasione, ricevere una sana pacca sulla spalla, bravo figliolo hai fatto il tuo dovere) inconsapevoli dei danni a se stessi e alla loro progenie, convinti che i soldi facciano davvero la differenza. vedremo, amici e parenti li avrò ancora davanti ai miei tristi occhi, vedremo come sapranno cavarsela questi figli senza desiderio.
sono nauseata e stanca, la chiamano montagna questo mercimonio, questa compravendita a prezzi folli, questo Alto Adige che se la tira alla grandissima e che parla rigorosamente tedesco e mi si rivolge in tedesco e giuro che la prossima volta mi metto a minacciare anche io,  io vorrei andarmene ora, ma non posso, anche io ho legami sociali, anche io devo abdicare alla mia libertà di espressione, anche io devo coltivare faticosamente un minimo di compravendita affettiva.
ma vedo tutto con distacco, quando, appunto, non mi viene la nausea.

su quel cammino verso il rifugio vedo una sola cosa vera, un pastore con il suo cane, il cane con le pecore, le pecore che rispondono al richiamo e si riuniscono più a nord,  il richiamo degli eventi che rispondono alla natura.
un cane.
un pastore.
ma la natura, ormai, non esiste più, se non attraverso le catastrofi, siamo solo cultura.
questa misera cultura che mi uccide ogni giorno un po'.

venerdì 13 novembre 2015

vi è una pazienza della foresta, ostinata, instancabile, continua come la vita stessa

Vi è una pazienza della foresta, ostinata, instancabile, continua come la vita stessa, che tiene immobile per ore il ragno nella sua tela, il serpente nelle sue spire, la pantera nell'agguato; questa pazienza è propria della vita quando va a caccia del suo cibo vivente; ed era propria di Buck quando si aggrappò al fianco della mandria ritardandone la marcia, irritando i giovani, inquietando le madri coi loro piccoli e facendo diventare folle di rabbia impotente l'alce ferito. Continuò per una mezza giornata: Buck si moltiplicava, attaccava da tutti i lati avvolgendo il branco in un turbine di minacce, tagliando fuori la sua vittima non appena raggiungeva i compagni, logorando la pazienza degli esseri aggrediti, minore di quella degli esseri che aggrediscono. 

se veramente amate la natura e gli animali,
se veramente vi piacciono i cani
e
non
quelle creature meschine con cappottino e rossetto
non
quelle sottospecie viventi trasformate dall'uomo bastardo infame in surrogati di godimento materno cannibalico
leggete Jack London
e il Richiamo della foresta.
è un capolavoro.



foto da Wild Life Photographer of the Year 2015, mostra alla Fondazione Matalon di Milano.

La passione del sangue lo assalì più forte che mai: era un uccisore, un essere fatto per la preda, vivente di cose viventi; senza aiuti, solo, per virtù della sua forza e del suo coraggio, riusciva trionfalmente a vivere nell'ambiente ostile in cui solo i forti sopravvivevano. Per questo fu preso da un grande orgoglio, che si comunicava come per contagio al suo essere fisico. Si esprimeva in tutti i suoi movimenti, era evidente nel gioco di ogni muscolo, parlava con chiaro linguaggio nel modo con cui egli avanzava e rendeva ancor più splendida, se era possibile, la sua splendida pelliccia. Senza le brune macchie sul muso e sugli occhi e il ciuffo di peli bianchi che gli cadeva in mezzo al petto, avrebbe potuto essere confuso con un gigantesco lupo, più grande dei più grandi della razza. Da suo padre, un San Bernardo, aveva ereditato la mole e il peso, ma la forma a quella mole e a quel peso era stata data dalla madre, cagna da pastore. Il suo muso era il lungo muso del lupo, solo che era più largo di quello di qualsiasi lupo; e la sua grossa testa era una testa di lupo di dimensioni più grandi. 
Selvaggia astuzia di lupo era la sua astuzia; la sua intelligenza era intelligenza di cane da pastore e di San Bernardo; e tutto questo, unito a un'esperienza conquistata nella più severa delle scuole, aveva fatto di lui l'essere più formidabile fra quelli che si aggiravano nella foresta. Animale carnivoro, vivente di sola selvaggina, era nel pieno fiore, al culmine dell'esistenza, esuberante di vigore e di fierezza. Quando Thornton passava carezzandolo, la mano lungo la sua schiena, un crepitio seguiva le sue dita perché ogni pelo scaricava a quel contatto la sua elettricità condensata. Ogni parte di lui, cervello e corpo, nervi e fibre, era accordata sulla nota più alta, e fra tutte le parti vi era un perfetto equilibrio, un perfetto accordo. A visioni, suoni, avvenimenti che richiedevano azione, rispondeva con la rapidità di un lampo. Per quanto rapidamente un cane eschimese possa balzare per difendersi o attaccare, egli balzava ancor più rapido. Vedeva il movimento, udiva il suono e rispondeva in minor tempo di quanto ne richiedesse qualsiasi altro cane solo per vedere o udire. Percepiva decideva e rispondeva nello stesso istante. In realtà i tre atti del percepire, decidere e rispondere erano consecutivi, ma con intervalli così minimi da apparire simultanei. I suoi muscoli erano sovraccarichi di vitalità e scattavano agili come molle d'acciaio. La vita fluiva in lui in uno splendido flusso, elevandosi felice finché sembrava dover scoppiare in assoluta estasi e traboccare generosamente sul mondo. - Nessuno ha mai visto un cane come questo, - aveva detto un giorno John Thornton mentre con i suoi soci osservava Buck uscire dall'accampamento.

giovedì 22 ottobre 2015

acqua shock, ciò che diamo al futuro sono le scelte che facciamo oggi

chiazza di petrolio riversatasi nel Golfo del Messico dopo il disastro della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel 2010 - cisterne indiane a gradini costruite tra il 600 e il 1850, disegnate come una fantasia di Escher, oggi cadute in disuso e diventate discariche - in Cina, getto d'acqua della diga più grande del mondo: una nuvola di turbolenza liquida per la cui realizzazione milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case - "paradisi artificiali" generati dall'agricoltura e dall'acquacoltura, e i riti sacri, che pure possono incidere negativamente sull'ambiente: nel 2013, in occasione della cerimonia del Kumbh Mela nel Gange, cento milioni di persone si sono indirizzati verso il fiume per bagnarsi nelle acque in cui vengono gettati anche i corpi bruciati dei morti, le carcasse di animali, gli scarichi industriali le fogne municipali. 











a volte sembra acqua, ma a volte proprio no.
a me ricordano alberi, queste foto.
disegni, foglie.
reticoli venosi.
diramazioni arteriose.
oppure radici malsane.
colori malati, irreali, sospetti
mi domando se siano forzati, artefatti, alcuni video riportati alla mostra raccontano di un attento e scrupoloso lavoro al computer, prima di stampare le foto in grandi dimensioni.
quindi fotografia si, ma anche tanta manualità.
le immagini dicono di qualcosa che non va, qualcosa che corrode, che corrompe, che fa ammalare, che causa patologia.
si tratterebbe di acqua eppure sembra tutto così arido, senza vita, morente, assetato fno a morirne.
sono le foto di Edward Burtynsky al Palazzo della Ragione di Milano, che, oltre che fotografo, è un esploratore: dall’America alla Cina, dall’Italia all’India, ha scandagliato cave e miniere, estrazione di petrolio e costruzione di dighe, saline e centrali geotermiche inseguendo le grandi mutazioni antropiche dell’ambiente. i suoi viaggi li racconta"Acqua Shock" (a cura di Enrica Viganò) al Palazzo della Ragione Fotografia di Milano dal 3 settembre al 1 novembre 2015 per "Expo in città", una mostra che raccoglie otto anni di pellegrinaggi lungo gli estuari disidratati dei grandi fiumi.
le foto sono molto contrastate ed esprimono un contrasto, la bruttura che fa immagine, la morte che fa bellezza, la natura -ferita- che da la morte. il ciclo dell'acqua e del suo feroce sfruttamento sono spettacolo, diventano spettacolo, immagine che ipnotizza e conduce a un altrove, non al problema, ma a un lavoro immaginario, a un'astrazione, a un'interpretazione.
"Le fotografie di Burtynsky sono potenti e misteriose e l'osservatore, a un primo sguardo, non è in grado di capire se quanto ritratto nell'inquadratura debba giudicarsi positivo o spregevole" (Enrica Viganò). Immagini dall'alto (riprese anche con i droni) raccontano i contrasti: corsi d'acqua, paesaggi disidratati e il delta dei fiumi sono in lotta con le aree urbane. C'è ricerca e sogno negli scatti di Burtynsky: l'acqua prende forma in grafiche che diventano disegni. Quando la fotografia affonda le radici nell'arte, le immagini diventano supporto per la riflessione. L'autore sembra giocare con le forme: tecnica e genialità a fargli da supporto. La percezione è volutamente travisata, così allo stesso modo dell'acqua può esplodere il fuoco e diventare una rappresentazione che rivela il «minimo umano» davanti alla natura. La fotografia di questo artista, che ora approda a Milano, nasce dagli insediamenti industriali: fabbriche, impianti, dighe diventano il mezzo di contrasto per capire come la mano dell'uomo possa cambiare il territorio. Nelle opere esposte a Palazzo della Ragione si vede come il paesaggio industriale faccia da scuola al fotografo, che poi prosegue la sua ricerca artistica estendendo le sue creazioni al paesaggio e alla natura. Sono contraddizioni rese in immagini, come quell'agglomerato urbano che si confonde con la linea di confine di un territorio arido in Arizona (il titolo dello scatto è «Riserva indiana-Salt River Pima»). Così la creazione artistica lascia un limite discusso tra il vero e l'immaginario. La natura guarda passiva e assorbe il cambiamento: Burtynsky ne registra il misfatto. La mostra è un percorso artistico capace di rendere visivo il volto della terra che cambia. Fotografie che illudono l'occhio facendo il verso all'umanità che, nel progresso, illude se stessa.
Maurizio Bonassina, Corriere della Sera, 4 settembre 2015.