bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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venerdì 8 febbraio 2019

niente del suo corpo è sfuggito al mio sguardo. credevo che crescendo sarei diventata lei

ancora lei, ancora Annie Ernaux.
Una donna è una lettera di amore per la madre, è, di fatto, una continuazione, forse un po' più personale, del resoconto de Gli anni.
stesso stile, stessa aderenza alla storia comune, alla collettività, stesso tentativo di impartire un sentire condiviso, certamente arricchito dall'emozione del sentimento privato.
Ernaux naviga nel sentimento in un modo del tutto personale e la sua prosa (magistralmente tradotta dal suo traduttore che tutti premiano come il miglior traduttore possibile ovvero Lorenzo Flabbi) ha qualcosa di sconcertante per me.
quel che lei vede di sua madre per me è impensabile. mi domando quanto di quel che vede sia letterario e non biografico. non potrei scrivere nemmeno una riga di mia madre con l'accuratezza storica e descrittiva che lei impiega per descrivere la sua. la mia visione di mia madre è sfumata, priva di dettagli narrativi, i dettagli che ho di lei sono interiorizzati e non intellegibili ad altri, sono ancorati nel fondo e non potrei raccontarli. non so della sua infanzia e dei suoi genitori se non poche notizie, non so della sua vita prima di me se non poche notizie, so che aveva Sangioano e questo me la fa collocare in un momdo fatatao e paradisiaco inaderente alla realtà, so piccole cose della sua storia con mio padre, so pochi ricotrdi della ma infanzia e moltissimi della mia età adulta.
non so dove abbia trovata la forza narrativa che ha, la Ernaux, per me la madre è solo una forza trainante di vita, è desiderio di vita, inenerrabile.
certi pensieri che ha sulla madre

ora mi sembra di scrivere su mia madre per, a mia volta, metterla al mondo

niente del suo corpo è sfuggito al mio sguardo. credevo che crescendo sarei diventata lei

sulla strada del ritorno veniamo sorpresi da un bombardamento, io sono sulla canna della bicicletta di mio padre e lei scende lungo il pendio davanti a noi, la schiena dritta sul sellino affondato tra le natiche. ho paura delle granate e che lei muoia. credo che fossimo entrambi innamorati di mia madre

per me sono improponibili.
non potrei osare pensare questo di mia madre che è e resta un mistero, di fatto il mistero della vita. 
nemmeno potrei entrare nella portata di un dolore così intenso, per me la morte di mia madre e di mio padre non sono state una tragedia, non perchè sono cattiva, perchè li ho visti e sentiti andare nel tempo, mi sono separata da loro, mi sono disancorata, so che sono la mia struttura portante, so che sono la mia forza vitale e che non avrebbero potuto fare meglio di così. come sono andati li ho lasciati andare subito, non li ho trattenuti. forse sono un mostro, ci sono persone che abitano il lutto della perdita tutta la vita. o forse i miei genitori mi hanno dato tutto quello che c'era da dare, io so che devo tutto a loro, ma non li ho scandagliati (eppure ho fatto otto anni di analisi), non li ho posseduti, non li ho derubati, non li ho nemmeno accusati.
li ho incarnati.

mercoledì 18 giugno 2014

la domanda che tu lasci è anch’essa un gesto tuo

A mia madre

Ora che il coro delle coturnici
ti blandisce nel sonno eterno, rotta
felice schiera
in fuga verso i clivi
vendemmiati del Mesco, or che la lotta
dei viventi più infuria, se tu cedi
come un’ombra la spoglia
(e non è un’ombra,
o gentile, non è ciò che tu credi)
chi ti proteggerà? La strada sgombra
non è una via, solo due mani, un volto,
quelle mani, quel volto, il gesto d’una
vita che non è un’altra ma se stessa,
solo questo ti pone nell’eliso
folto d’anime e voci in cui tu vivi;
e la domanda che tu lasci è anch’essa
un gesto tuo, all’ombra delle croci.

Eugenio Montale

e questo capolavoro di Montale, me lo dedico.
visto che nessuno pensa a me e alla mia di fatica, me la riconosco da sola.
a questa età il riconoscimento non viene più dall'Altro, bisogna saperselo garantire da soli, in assoluta solitudine.
"la Natura- è la madre più Gentile
...
Quando tutti i Figli dormono -
Lei s'allontana quel tanto
Che basta ad accendere i Suoi lumi -
Poi affacciandosi dal Cielo -
Con infinito Affetto -
E infinita Cura -
 Il dito Dorato sulle labbra -
Chiede Silenzio - Dappertutto -
Emily Dickinson

giovedì 21 novembre 2013

Il coc­co­drillo ti morde con lo sguardo

Ancorato alle millenarie radici della sua cultura, la reinterpreta reinventandola, aprendola alle tensioni della contemporaneità, toccando nei suoi versi tutti i grandi interrogativi del nostro esistere e ricordandoci che la poesia è la nostra unica lingua madre. Vive e poeta da esiliato non solo dalla sua terra, spingendo al confine estremo il suo vedere. Un esule assoluto e distante cantore, profondo al di là del nostro spazio-tempo. 
Così la giuria del Premio Internazionale Nonino 2012 ha raccontato Yang Lian, poeta cinese esiliato dopo il massacro di Tienanmen, annunciandone la vittoria.
Yang Lian è nato a Berna 1955, ma poco dopo segue la fami­glia di ritorno in Cina. Ini­zia a scri­vere poe­sie nel 1976 e circa tre anni dopo pub­blica in una rivi­sta indi­pen­dente. Nel 1989, dopo molti viaggi all’estero, è costretto a un lungo periodo di esi­lio, per aver con­dan­nato pub­bli­ca­mente le scelte del Governo cinese a seguito degli avve­ni­menti di Piazza Tie­nan­men. Nel 1994 decide di sta­bi­lirsi a Lon­dra, dove attual­mente vive e lavora. Le sue opere sono state tra­dotte in 25 lin­gue. In Ita­lia, i suoi versi sono stati pub­bli­cati da Einaudi nell’antologia “Nuovi poeti cinesi”, nel 2004 è uscita la rac­colta “Dove si ferma il mare” per Scheiwil­ler. È uno dei vin­ci­tori del Pre­mio Nonino 2012.
mi sono avventurata tra Lacan e la Cina, e, tra molte cose noiose o poco comprensibili del prestigioso convegno cui ho assistito a ottobre, almeno una è stata folgorante. come ho già avuto modo di dire Claudia Pozzana ha fatto una lezione magistrale parlando e spiegando i nuovi poeti cinesi, intersecandoli con la lezione di Lacan. ha citato poesie di una bellezza ancestrale e moderna allo stesso tempo. 
ha citato Yang Lian, poeta che ho già avuto modo di conoscere sul mensile Poesia e del quale ho già avuto modo di parlare (http://nuovateoria.blogspot.it/2013/04/questa-stanza-che-ti-pensa-in-cui-non.html).
ecco comparire i coccodrilli: Lacan usa la metafora del coccodrillo per parlare della madre, la famelica bocca materna che azzanerebbe e ingloberebbe i propri stessi figli se non ci fosse il palo "paterno" a tenerle aperte le fauci. è l'intervento del padre che impedisce il divoramento cannibalico della madre verso i propri figli. e allora...guarda un po' questa poesia com'è divorante...
ma il coccodrillo è anche, o forse chissà soprattutto, il pericolo mortale insito nella lingua che anima l'inquietudine di ogni poeta, soprattutto contemporaneo: ogni carattere cinese, dice Yang Lian, è una trappola nella quale cadono intere generazioni. insomma, come emanciparsi da una tradizione così potente, ancestrale, viscerale, inglobante e diventare un poeta moderno?

Coccodrilli

1
Il coc­co­drillo ti morde con lo sguardo
pal­pe­bre come foderi di coltelli
nascon­dono denti insonni

sen­tieri nella carne
pre­mono verso lo stagno
sei divo­rato dalla tua stessa occhiata

2
Boc­che enormi sui volti altrui
a te è rima­sta solo una dentiera
corallo infranto verde inchiostro

mac­chie di san­gue      fauci spalancate
postura minac­ciosa
resa

3
Grasse sca­glie in acqua morta
senti un bru­li­chio di formiche
stri­sciare fuori dalle fes­sure delle ossa

gra­vida dopo un pru­rito spasmodico
l’utero come un formicaio
una covata di coc­co­drilli innati carnivori

4
Il rumore dello strappo ha un che di gioioso
bel­lezza dello stri­dore degli scheletri
il tuo nome affila i tuoi denti

il tuo san­gue     con­di­vide il tuo piacere
quando sta­bi­li­sci la morte altrui
ancora una volta uccidi te stesso

5
Appena dal midollo fan­goso le men­zo­gne ti attaccano
vieni schiac­ciato sotto una pesante armatura
mura crol­late

cadono intorno
le alghe ascoltano
nel corpo la bat­ta­glia senza nessuno

6
Dopo feroci assas­si­nii e can­ni­ba­lici banchetti
può esserci ancora pentimento
in forma di con­ti­nui rigurgiti

che forse sono invece le scuse dovute dai morti
per quella puzza di resti maldigeriti
nello sto­maco del padrone

7
Il coc­co­drillo come un ideo­gramma che stringe le narici
ti disde­gna
non fa che flut­tuare su que­sta pagina bianca

dispe­rato chiedi aiuto
con ideo­grammi da tempo latenti
spro­fon­dando nell’acqua piena di coccodrilli

Yang Lian

Que­sta poe­sia è tratta dal volume “Nuovi Poeti Cinesi”, a cura di Clau­dia Poz­zana e Ales­san­dro Russo, Einaudi 1996.
di Yang Lian leggo che è un poeta straordinario con una sensibilità occidentale, modernista, unita a una cinese, antica, quasi sciamanica. è capace di entusiasmarti e terrorizzarti. il suo lavoro è un ponte tra la tradizione cinese e il modernismo occidentale, la portata della sua immaginazione è sorprendente.
detto questo la poesia mi piace e mi colpisce, è densa e aspra, alcune parole feriscono a morte, altre puzzano di putrefazione, altre richiamano aiuto e piangono disperazione.  
Una poesia non è altro che un tentativo di trascendere i confini della lingua e un poeta è solo qualcuno che si arrampica sui muri, che tenta di superare quel muro costruito dai capolavori del passato.

giovedì 16 maggio 2013

ascoltando

ascoltando Amos Oz, scrittore israeliano, e il suo Tra amici, libro leggero ma intelligente, acuto e sottile, una raccolta di racconti che fanno il giro tra gli abitanti di un kibbutz, piccole cellule sociali improntate alla solidarietà e alla condivisione di tutto, anche dei figli, mi ha colpito la storia di un padre che guarda attonito e dolente la figlia di 18 anni che intreccia una storia d'amore con un uomo, suo amico, di almeno trent'anni più vecchio di lei: la guarda e la vede bambina, come non è ma come non sa vedere diversamente.
ascoltando ho focalizzato quel che non mi voglio dire ma che da sempre so, che pur non potendomi definire una madre ansiosa o controllante o apprensiva -no- non so lasciar andare. non mi fido, non credo che ci sia già la capacità di un fare autonomo e non so lasciare andare, non ci credo ancora, che tu sia adulto. no non ci credo e, lo vedo bene, non allento il mio sguardo protettivo, il mio bisogno di dirigerti, il mio bisogno di dirti come devi fare. e di soffrire vedendo che non lo fai, rifiutandomi per poter crescere, a modo tuo.
per ora non c'è soluzione, alla negazione del riconoscimento della mia parola, corrisponde solo un infinito dolore, che non passa e mai passerà perchè la tua parola non sarà mai la mia, ma solo la tua.
bisogna saper attendere, aspettare senza suggerire soluzioni non richieste, senza prevenire i bisogni.
e così dovrà essere.


giovedì 19 aprile 2012

è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia

Umberto Boccioni - madre

Supplica a mia madre

E' difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame
d'amore, dell'amore di corpi senza anima.

Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l'infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l'unico modo per sentire la vita,
l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…


mi impressiona questa poesia, è un tratto profondissimo, è il legame simbiotico mai scisso, è la fusione patologica, è l'impossibilità di separarsi dall'utero materno, è la premessa alla sofferenza di tutta una vita, a volte anche il prologo della follia.