bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

lunedì 9 dicembre 2019

17 graffi

alla Casa della Memoria è in corso un atto di memoria.
doveroso.
sono 17 i "tabernacoli" dedicati ad ognuna delle vittime della strage di piazza Fontana, 50 anni fa. 

Diciassette fotografie e diciassette poesie in ricordo di ognuna delle vittime della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 alla Banca Nazionale dell'Agricoltura a Milano. Nel cinquantesimo anniversario di quella che fu una delle pagine più drammatiche della storia della Repubblica Italiana, venerdì 6 dicembre sarà inaugurata la mostra "17 Graffi. Piazza Fontana 50°" alla Casa della Memoria di via Confalonieri. Diciassette delle fotografie, una per ogni vittima realizzate appositamente per la mostra da altrettanti fotografi, sono una rappresentazione e interpretazione di chi allora perse la vita tramite i dati raccolti sul luogo dell'attentato e, a fine mostra, verranno consegnate come memoria storica all'Associazione Piazza Fontana 12 dicembre.

la casa della Memoria è un luogo di confine. 
da una parte c'è tutta la nuova area di Porta Nuova, di fianco sale il Bosco Verticale.
milionaria.
dall'arte si sviluppo tutto il quartiere Isola.
popolare.
dentro c'è questo percorso, direi curato, con molte parole da leggere, moltissime, tra poesie, descrizioni, biografie e l'incredibile poesia di Pasolini, Patmos.
la scrisse nella notte tra il 12 e il 13 dicembre, a poche ore dall'attentato, presagendo suicidi (ma da parte di un fascista responsabile) e citando i nomi e le biografie dei morti. 
non saprei dire se sia una poesia, ma sono invece certa che si tratti di un documento storico straordinario.
ne cito solo le righe finali, di grande potenza visiva:
la porta della storia è una Porta Stretta
infilarsi dentro costa una spaventosa fatica
c’è chi rinuncia e dà in giro il culo
e chi non ci rinuncia, ma male, e tiri fuori il cric dal portabagagli,
e chi vuole entrarci a tutti i costi, a gomitate ma con dignità;
ma son tutti là, davanti a quella Porta.

è stata una lunga sosta, ho letto tutto, ogni riga, ogni poesia, ogni biografia.

Non sono mai stata a Patmos
c’è troppo sangue
e il grido di qualche santo
che discute con Cesare.
Mi sono solo ritrovata due cappelli
e mi sono chiesta
dove fossero gli uomini.
Qualcuno li ha visti brillare
Come le stelline che facevo
scintillare a Natale.
Di questa storia
non so niente
sento solo il sudore
ghiacciato dei saluti.
Qualcuno dice erano due amici
il loro tempo si è fermato
16,37.
Il piombo battezzato
del presente è un antenato e
il sangue mi arriva arrugginito.
Tagliuzzati uomini e carte
ferrato il corso dei cavalli
dietro ad ogni porta.
Oggi sono stata
fossile e ossa.
Agnese Coppola

Questo oggetto marca una soglia, e non solo quella della porta che ha permesso di aprire milioni e milioni di volte prima e dopo quel giorno fatale. Segna il confine tra il tempo prima del 12 dicembre 1969 e il dopo. La soglia invisibile tra la normalità delle cose di ogni giorno, la quotidianità della vita che scorre inconsapevole di se stessa, con la gratuità di un dono a cui non pensiamo mai abbastanza, e l’abnormità dell’orrore che si spalanca, come il cSostiamo su questa maniglia. Guardiamola bene. Per ricordare cosa accadde quel giorno e pensare agli innocenti che l’hanno sfiorata prima di andare incontro alla morte, senza saperlo. E poi per respirare il presente, consapevoli a noi stessi, con stupore e gratitudine per la normalità del nostro vivere quotidiano, che sfioriamo e spingiamo avanti ogni giorno senza pensarci, senza attenzione. Come tanti hanno fatto con questa maniglia.
Benedetta Tobagi



non puoi sapere ma sai
una scheggia nel cervello
l’istinto è in noi, animale
crollano i fogli nel solco
marmo a brandelli ovunque
l’odore del sangue per lo squalo
sotto il tavolo della trattativa
esploso il grande inganno
hai perso, abbiamo perso tutti.
Federico Balzarini

ho letto tutto.
facciamolo tutti

giovedì 5 dicembre 2019

fragile fortissima

Daniel Steegmann Mangrané
A Leaf-Shaped Animal Draws The Hand
A cura di Lucia Aspesi e Fiammetta Griccioli
Hangar Bicocca / 12 Settembre 2019 - 19 Gennaio 2020

la natura
la sua fragilità
la sua potenza
insetti stecco
onde di luce e di spazio
arance e profumi
rami secchi
foglie opere d'arte
che bello passeggiare all'Hanghar Bicocca una domenica mattina bladerunner.

 


lamento

per fare un post lamentoso non ci vuole talento  ma una semplice nevrosi.
i nevrotici si lamentano, sempre. oggi fa tutto schifo, il meglio, se mai arriverà, arriverà domani. ed è sempre domani.
i miei lamenti, perchè sono una nevrotica DOC, oggi si dispiegano sui ritardi, di orari e di mente.
la prassi sempre più consolidata vuole l'inizio degli spettacoli con un ritardo minimo di 15 minuti.
ma, volendo, con un po' di sana passione per l'argomento. arriviamo tranquillamente ai 20 o addirittura ai 30.
al Base, e non mi fregano più, il ritardo di 30 minuti dei pessimi concerti di musica che propinano è assolutamente standard. il primo: un concerto del Delvon Lamarr Organ Trio, a luglio 2019, davvero al minimo sindacale poi riproposto a jazz mi adesso, a novembre, iniziato con 30 e passa minuti di ritardo in cui mi sono anche ritrovata inondata dalla birra del mio vicino posteriore di fila. e vabbè. l'ultimo, una vera boiata pazzesca, è  un concerto di presunta musica jazz di una bruttezza innominabile, di un'orchestra che rilegge, crede di rileggere, Birth of the Cool, capolavoro del cool jazz di fine anni 40, in cui Miles Davis esegue alcuni suoi brani bebop originali ma arrangiati per orchestra da Gil Evans. sul palco dell'agonia Biagio Coppa & The Flight Band Project. un concerto così straziante non l'ho sentito mai e l'inizio, con 35 minuti secchi di ritardo, mi è sembrato, a posteriori, un insulto ancora più imperdonabile.
ma si può andare anche a un teatrino di periferia, detto Altaluce Teatro, sull'Alzaia Naviglio Grande, un sabato sera immerso nella nebbia per ascoltare l'amata Fracassi che legge il diario di Etty Hillesum, per attendere per ben 20 minuti che i boriosi amici della padrona di casa si degnassero di arrivare a teatro, come fossero ad una cena privata, e si decidessero, una volta arrivati, di sedersi su sedie di una scomodità sconcertante ma non in muto silenzio vergognadosi di fare di un luogo per tutti, in cui però si paga, la depandance di un salottino privato privè quanto  piuttosto attardandosi in spocchiosi convenevoli piccolo borghesi della peggior specie in sfregio totale di quelli che sono arrivati in orario pensando che si trattasse di un posto serio.
non parliamo poi, nella fattispecie, della conferenza a fine spettacolo di un non chiaro personaggio psicologo? agopunturista? boh, che mi e ci ha propinato la spiega dello spettacolo, inquinando irimediabilmente l'intensità emotiva della serata che esigeva un rigoroso silenzio interiore e che ha determinato l'evanescenza immediata, condita da incommensurabile fastidio, del mistero del teatro e della magia dell'incanto che si crea tra pubblico e attore.
uno strazio.
finisco lamentandomi della visita alla Biblioteca Ambrosiana per la mostra di Marina Abramovic.
Estasi.
un titolo che già dice molto e dovrebbe dare qualche indicazione a chi paga 12 euro di biglietto. non poco.
l’esposizione, curata da Casa Testori, presenta il ciclo di video “The Kitchen. Homage to Saint Therese”, con cui l’artista, che ha rivoluzionato il mondo della performance art in un modo ben noto a tutti, si relaziona con Santa Teresa d’Avila, una delle più importanti figure mistiche del cattolicesimo. l’opera si compone di tre video, che documentano altrettante performance tenute nel 2009 dall’artista nell’ex convento di La Laboral a Gijón.
ovviamente, trattandosi di Marina Abramovic, e trattandosi di estasi, è richiesta pazienza.
contatto con il divino.
ascensione
arte dell'attesa
della contemplazione, della meditazione, della conta dei minuti che passano.
dello scandire del tempo e della minuta variazione delle cose, che, comunque, variano, anche solo perchè respiriamo.
la gente, ma perchè?, invece entra nello spazio espositivo dopo il salato biglietto e, ma perche?, si ferma meno di un minuto, che dico, qualche secondo, davanti ai video.
una volta lì, gira, ma perchè?, ad una velocità insensata, passando, ma perchè?, da una sala all'altra in preda, ma perchè, ad un'insana milanese acefala frenesia, senza capire, lo dico, un cazzo.
ogni video richiede tempo.
e respiro.
e percezione del tempo.
e certezza del non senso.
altrimenti
perchè
sei
andato
a
vedere
un
mostra
su
Marina
Abramovic?

fine del nevrotico lamento
amen.

lunedì 2 dicembre 2019

fiat lux

è un'inondazione di luce.
luce come arte?
luce come gioco.
luce stupore.
groviglio visivo.
luce mal di testa, anche.
luce torri, torri di Kiefer, i sette palazzi celesti, sono di fianco, avrebbero dovuto lasciarle in mostra, visibili, confrontabili.
luce scrittura, luce partitura, luce musica, luce natura.
insomma
luce.




Cerith Wyn Evans
“....the Illuminating Gas”
A cura di Roberta Tenconi e Vicente Todolí
Hangar Bicocca / 31 Ottobre 2019 - 23 Febbraio 2020

giovedì 28 novembre 2019

la barba

Solo da Pilade si poteva vedere il proprietario di un cotonificio, in eschimo e barba, giocare a otto americano con un futuro latitante, in doppiopetto e cravatta. Eravamo agli albori di un grande rovesciamento di paradigma. Ancora all'inizio degli anni sessanta la barba era fascista — ma occorreva disegnarne il profilo, rasandola sulle guance, alla Italo Balbo — nel sessantotto era stata contestataria, e ora stava diventando neutra e universale, scelta di libertà. La barba è sempre stata maschera (ci si mette una barba finta per non essere riconosciuti), ma in quello scorcio d'inizio anni settanta ci si poteva camuffare con una barba vera. Si poteva mentire dicendo la verità, anzi, rendendo la verità enigmatica e sfuggente, perché di fronte a una barba non si poteva più inferire l'ideologia del barbuto. Ma quella sera, la barba risplendeva anche sui volti glabri di chi, non portandola, lasciava capire che avrebbe potuto coltivarla e vi aveva rinunciato solo per sfida.

Il pendolo di Faucault
Umberto Eco

volti ideali







più difficile appassionarsi ai soli volti
esercizi di stile e di maestria
i volti velati sono stati i miei favoriti
ma l'aspetto più bello della mostra - i volti ideali di Canova alla GAM- è la scelta espositiva, dispositiva delle opere.
l'atmosfera

a seguire altri autori, presenti in mostra come modelli o confronti
vedi sotto Wildt
che è sempre da brivido.











domenica 24 novembre 2019

tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire

piove
 
da giorni

settimane
sono dentro Blade Runner
in fondo l'ho sempre un po' desiderato

tex mex

cara Mina,
per giove!!
già ti amavo, ora ti venero.
anch'io ti ho desiderata, allora sono tornata
mi hai riportato Fossati
e me lo hai riportato proprio tu.
quello aveva detto dasvidania tovarish, ti sente a telefono e dice of course, I'm coming.
meravigliose canzonette
fanno già festa i cani del mio cuore
meravigliosa tex mex
parole voci musica video sinergia ritmo
c'è tutto
gli occhi sanno, molto più delle parole sanno.


venerdì 22 novembre 2019

Donna con la gonna

Voglio una donna "donna"
Donna "donna"
Donna con la gonna
Gonna gonna
Voglio una donna "donna"
Donna "donna"
Donna con la gonna
Gonna gonna

così cantava Vecchioni (non il mio preferito certamente) nel 1992

Prendila te quella che fa il "Leasing"
Che s'innamori di te la Capitana Nemo
Quella che va al "Briefing"
Perché lei è del ramo
E viene via dal "Meeting"
Stronza come un uomo
Sola come un uomo

insomma mica male, come dargli torto.
io sono d'accordo.
il fatto è, caro Vecchioni, che di gonne in giro non se ne trovano.
i negozi per donna , quelli in voga, non hanno gonne in vendita.
ieri sono passata da Benetton, poi un giro da HM, un salto dentro Cos (che razza di negozio mammamia, tutti sacchi informi, ci manca solo che siano di juta) e probabilmente è così anche da Zara e
DI GONNE NESSUNA NOTIZIA
solo pantaloni, tutti uguali, un esercito di femmine in divisa con i pantaloni.
voi vedete ragazze in gonna?
no,
solo leggins o jeans (a volte ancora stracciati!! che orrore).
donne?
nemmeno.
io non voglio essere stronza come un uomo, non ci tengo, ve lo lascio il primato dell'impulsività aggressiva (ma quante donne invece si vestono così), a qualche briefing in effetti partecipo, ma non lo dico a nessuno, dai; capitana Nemo o Rachete non sono, e amo infinitamente le gonne, con una bella scarpa, una inveterata Décolleté (la divisa ora prevede lo stiletto o stivaletto corto che sega le gambe con effetti non proprio nè di eleganza ma soprattutto di impietoso dimezzamento e raccorciamento della figura, fatta eccezzione per poche fortunate gazzelle in giro).
gonna è donna, diciamolo.

giovedì 21 novembre 2019

Nomad, in the footsteps of Bruce Chatwin



un film documentario  di Werner Herzog
Filmmaker Festival, Milano





cosa posso dire, un vero bel film.
bello dall'ambientazione alla fotografia, dalla qualità delle interviste alla ricostruzione della figura umana e artistica di Bruce Chatwin, la cui ricerca nella vita mi risulta misteriosa, inquietante, quasi sovrannaturale, come se in vita avesse cercato la spiegazione della propria futura morte in una circolazione infinita della materia, dello spirito e del sacro
e
sopra tutto
oltre tutto
nella testimonianza commossa di un uomo verso un amico.
«L’unica persona con la quale potessi avere una conversazione da pari a pari su quello che chiamerei l’aspetto sacrale del camminare. Lui e io abbiamo in comune la convinzione che camminare non è semplicemente terapeutico per l’individuo ma è un’attività poetica che può guarire il mondo dei suoi mali» scrisse Bruce Chatwin di Herzog.
ecco, dopo 30 anni, stano ancora camminando insieme.

Dunque. Al mondo ci sono i cretini, gli imbecilli, gli stupidi e i matti.

"E lei cosa fa?" mi aveva chiesto una sera che ci eravamo appoggiati tutti e due all'angolo estremo del -banco di zinco, pressati da una folla da grandi occasioni. Era il periodo in cui tutti si davano del tu, gli studenti ai professori e i professori agli studenti. Non parliamo della popo- lazione di Pilade: "Pagami da bere," diceva lo studente con l'eschimo al caporedattore del grande quotidiano. Sembrava di essere a Pietroburgo ai tempi del giovane Sklovskij. Tutti Majakovskij e nessun Zivago. Belbo non si sottraeva al tu generalizzato, ma era evidente che lo comminava per disprezzo. Dava del tu per mostrare che rispondeva alla volgarità con la volgarità, ma che esisteva un abisso tra prendersi confidenza ed essere in confidenza. Lo vidi dare del tu con affetto, o con passione, poche volte e a poche persone, Diotallevi, qualche donna. A chi stimava, senza conoscere da molto tempo, dava del lei. Così fece con me per tutto il tempo che lavorammo insieme, e io apprezzai il privilegio.
"E lei cosa fa?" mi aveva chiesto, ora lo so, con simpatia. 
 "Nella vita o nel teatro?" dissi, accennando al palcoscenico Pilade. 
"Nella vita." 
 "Studio." 
 "Fa l'università o studia?" 
 "Non le parrà vero ma le due cose non si contraddicono. Sto finendo una tesi sui Templari." 
 "Oh che brutta cosa," disse. "Non è una faccenda per matti?" 
 "Io studio quelli veri. I documenti del processo. Ma che cosa sa lei sui Templari?" 
 "Io lavoro in una casa editrice e in una casa editrice vengono savi e matti. Il mestiere del redattore è riconoscere a colpo d'occhio i matti. Quando uno tira in ballo i Templari è quasi sempre un matto." "Non me lo dica. II loro nome è legione. Ma non tutti i matti parleranno dei Templari. Gli altri come li riconosce?" 
 "Mestiere. Adesso le spiego, lei che è giovane. A proposito, come si chiama?" 
 "Casaubon." 
 "Non era un personaggio di Middlemarch?" 
 "Non so. In ogni caso era anche un filologo del Rinascimento, credo. Ma non siamo parenti." 
 "Sarà per un'altra volta. Beve ancora una cosa? Altri due, Pilade, grazie. Dunque. Al mondo ci sono i cretini, gli imbecilli, gli stupidi e i matti." 
 "Avanza qualcosa?" 
 "Sì, noi due, per esempio. O almeno, non per offendere, io. Ma insomma, chiunque, a ben vedere, partecipa di una di queste categorie. Ciascuno di noi ogni tanto è cretino, imbecille, stupido o matto. Diciamo che la persona normale è quella che mescola in misura ragionevole tutte queste componenti, questi tipi ideali." 
 "Idealtypen." 
 "Bravo. Sa anche il tedesco?" 
"Lo mastico per le bibliografie." 
 "Ai miei tempi chi sapeva il tedesco non si laureava più. Passava la vita a sapere il tedesco. Credo che oggi succeda col cinese." 
 "Io non lo so abbastanza, così mi laureo. Ma torni alla sua tipologia. Cos'è il genio, Einstein, per dire?"
 "Il genio è quello che fa giocare una componente in modo vertiginoso, nutrendola con le altre." Bevve. 
Disse: 
"Buonasera bellissima. Hai ancora tentato il suicidio?" 
 "No," rispose la passante, "ora sono in un collettivo." 
 "Brava," le disse Belbo. 
Ritornò a me: "Si possono fare anche suicidi collettivi, non crede?" 
 "Ma i matti?" 
 "Spero non abbia preso la mia teoria per oro colato. Non sto mettendo a posto l'universo. Sto dicendo cosa è un matto per una casa editrice. La teoria è ad hoc, va bene?" 
 "Va bene. Adesso offro io." 
 "Va bene. Pilade, per favore meno ghiaccio. Se no entra subito in circolo. Allora. Il cretino non parla neppure, sbava, è spastico. Si pianta il gelato sulla fronte, per mancanza di coordina- mento. Entra nella porta girevole per il verso opposto.
 "Come fa?" 
 "Lui ci riesce. Per questo è cretino. Non ci interessa, lo riconosci subito, e non viene nelle case editrici. Lasciamolo lì." 
 "Lasciamolo." 
 "Essere imbecille è più complesso. È un comportamento sociale. L'imbecille è quello che parla sempre fuori del bicchiere." 
 "In che senso?"
 "Così." 
Puntò l'indice a picco fuori del suo bicchiere, indicando il banco. 
"Lui vuole parlare di quello che c'è nel bicchiere, ma com'è come non è, parla fuori. Se vuole, in termini comuni, è quello che fa la gaffe, che domanda come sta la sua bella signora al tipo che è stato appena abbandonato dalla moglie. Rendo l'idea?"
"Rende. Ne conosco." 
 "L'imbecille è molto richiesto, specie nelle occasioni mondane. Mette tutti in imbarazzo, ma poi offre occasioni di commento. Nella sua forma positiva, diventa diplomatico. Parla fuori del bicchiere quando la gaffe l'hanno fatta gli altri, fa deviare i discorsi. Ma non ci interessa, non è mai creativo, lavora di riporto, quindi non viene a offrire manoscritti nelle case editrici. L'imbecille non dice che il gatto abbaia, parla del gatto quando gli altri parlano del cane. Sbaglia le regole di conversazione e quando sbaglia bene è sublime. Credo che sia una razza in via di estinzione, è un portatore di virtù eminentemente borghesi. Ci vuole un salotto Verdurin, o addirittura casa Guermantes. Leggete ancora queste cose voi studenti?" 
 "Io sì." 
 "L'imbecille è Gioacchino Murat che passa in rassegna i suoi ufficiali e ne vede uno, decoratissimo, della Martinica. "Vous étes nègre?' gli domanda. E quello: 'Otri mon général!' E Mu- rat: "Bravò, bravò, continuez!' E via. Mi segue? Scusi ma questa sera sto festeggiando una decisione storica della mia vita. Ho smesso di bere. Un altro? Non risponda, mi fa sentir colpevole. Pilade!" 
 "E lo stupido?" 
 "Ah. Lo stupido non sbaglia nel comportamento. Sbaglia nel ragionamento. E quello che dice che tutti i cani sono animali domestici e tutti i cani abbaiano, ma anche i gatti sono animali domestici e quindi abbaiano. Oppure che tutti gli ateniesi sono mortali, tutti gli abitanti del Pireo sono mortali, quindi tutti gli abitanti del Pireo sono ateniesi." 
 "Che è vero." 
 "Sì, ma per caso. Lo stupido può anche dire una cosa giusta, ma per ragioni sbagliate." 
"Si possono dire cose sbagliate, basta che le ragioni siano giuste." 
 "Perdio. Altrimenti perché faticare tanto ad essere animali razionali?" 
 "Tutte le grandi scimmie antropomorfe discendono da forme di vita inferiori, gli uomini discendono da forme di vita inferiori, quindi tutti gli uomini sono grandi scimmie antropomorfe." 
 "Abbastanza buona. Siamo già sulla soglia in cui lei sospetta che qualche cosa non quadri, ma ci vuole un certo lavoro per dimostrare cosa e perché. Lo stupido è insidiosissimo. L'imbecille lo riconosci subito (per non parlare del cretino), mentre lo stupido ragiona quasi come te, salvo uno scarto infinitesimale. E un maestro di paralogismi. Non c'è salvezza per il redattore editoriale, dovrebbe spendere un'eternità. Si pubblicano molti libri di stupidi perché di primo acchito ci convincono. Il redattore editoriale non è tenuto a riconoscere lo stupido. Non lo fa l'accademia delle scienze, perché dovrebbe farlo l'editoria?" 
 "Non lo fa la filosofia. L'argomento ontologico di sant'Anselmo è stupido. Dio deve esistere perché posso pensarlo come l'essere che ha tutte le perfezioni, compresa l'esistenza. Confonde l'esistenza nel pensiero con l'esistenza iella realtà." 
 "Sì, ma è stupida anche la confutazione di Gaunilone. Io posso pensare a un'isola nel mare anche se quell'isola non c'è. Confonde il pensiero del contingente col pensiero del necessario."
 "Una lotta tra stupidi." 
 "Certo, e Dio si diverte come un pazzo. Si è voluto impensabile solo per dimostrare che Anselmo e Gaunilone erano stupidi. Che scopo sublime per la creazione, che dico, per l'atto stesso in virtù del quale Dio si vuole. Tutto finalizzato alla denunzia della stupidità cosmica." 
 "Siamo circondati da stupidi. Non si scappa. Tutti sono stupidi, tranne lei e me. Anzi, non per offendere, tranne lei." 
 "Mi sa che c'entra la prova di Gddel." 
 "Non lo so, sono cretino. Pilade!" 
 "Ma il giro è mio." 
 "Poi dividiamo. Epimenide cretese dice che tutti i cretesi sono bugiardi. Se lo dice lui che è cretese, e i cretesi li conosce bene, è vero." 
"Questo è stupido." 
 "San Paolo. Lettera a Tito. Ora questa: tutti coloro che pensano che Epimenide sia bugiardo non possono che fidarsi dei cretesi, ma i cretesi non si fidano dei cretesi, pertanto nessun cretese pensa che Epimenide sia bugiardo." 
 "Questo è stupido o no?" 
 "Veda lei. Le ho detto che è difficile individuare lo stupido. Uno stupido può prendere anche il premio Nobel." 
 "Mi lasci pensare.... Alcuni di coloro che non credono che Dio abbia creato il mondo in sette giorni non sono fondamentalisti, ma alcuni fondamentalisti credono che Dio abbia creato il mondo in sette giorni, pertanto nessuno che non creda che Dio abbia creato il mondo in sette giorni è fondamentalista. È stupido o no?" 
 "Dio mio - è il caso di dirlo... Non saprei. Lei che dice?" 
 "Lo è in ogni caso, anche se fosse vero. Viola una delle leggi del sillogismo. Non si possono trarre conclusioni universali da due particolari." 
"E se lo stupido fosse lei?" 
 "Sarei in buona e secolare compagnia.'' 
 "Eh sì, la stupidità ci circonda. E forse per un sistema logico diverso dal nostro, la nostra stupidità è la loro saggezza. Tutta la storia della logica consiste nel definire una nozione accet- tabile di stupidità. Troppo immenso. Ogni grande pensatore è lo stupido di un altro." 
 "Il pensiero come forma coerente di stupidità." 
 "No. La stupidità di un pensiero è l'incoerenza di un altro pensiero." 
"Profondo. Sono le due, tra poco Pilade chiude e non siamo arrivati ai matti."
 "Ci arrivo. Il matto lo riconosci subito. È uno stupido che non conosce i trucchi. Lo stupido la sua tesi cerca di dimostrarla, ha una logica sbilenca ma ce l'ha. II matto invece non si preoccupa di avere una logica, procede per cortocircuiti. Tutto per lui dimostra tutto. Il matto ha una idea fissa, e tutto quel che trova gli va bene per confermarla. Il matto lo riconosci dalla libertà che si prende nei confronti del dovere di prova, dalla disponibilità a trovare illuminazioni. E le parrà strano, ma il matto prima o poi tira fuori i Templari." 
 "Sempre?" 
 "Ci sono anche i matti senza Templari, ma quelli coi Templari sono i più insidiosi. All'inizio non li riconosci, sembra che parlino in modo normale, poi, di colpo..." 
Accennò a chiedere un altro whisky, ci ripensò e domandò il conto. "Ma a proposito dei Templari. L'altro giorno un tizio mi ha lasciato un dattiloscritto sull'argomento. Credo proprio che sia un matto, ma dal volto umano. Il dattiloscritto incomincia in modo pacato. Vuole darci un'occhiata?" "Volentieri. Potrei trovarci qualcosa che mi serve." 
 "Non credo proprio. Ma se ha mezz'ora libera faccia un salto da noi. Via Sincero Renato numero uno. Servirà più a me che a lei. Mi dice subito se le sembra un lavoro attendibile." 
 "Perché si fida di me?" 
 "Chi le ha detto che mi fido? Ma se viene mi fido. Mi fido della curiosità. "
Entrò uno studente, col volto alterato: 
"Compagni, ci sono i fascisti lungo il Naviglio, con le catene!" 
 "Io li sprango," disse quello coi baffi alla tartara che mi aveva minacciato sproposito di Le- nin. "Andiamo compagni!" 
Tutti uscirono. 
"Che si fa? Andiamo?" chiesi, colpevolizzato. 
 "No," disse Belbo. "Sono allarmi che fa mettere in giro Pilade per sgombrare il locale. Per essere la prima sera che smetto di bere, mi sento alterato. Dev'essere la crisi di astinenza. Tutto quello che le ho detto, sino a quest'istante compreso, è falso. Buonanotte, Casaubon."

Il pendolo di Foucault
Umberto Eco


se lo ha letto lui potrei farcela anche io.
ho pensato.
no perchè dopo i primi capitoli io mi sono detta:
no, non ce la faccio.
cretina, imbecille, stupida o matta, io non ce la faccio.
anche incazzata però, lo devo ammettere.
mi sembrava impossibile  e volutamente illeggibile.
involutamente appesantito di parole incomprensibili in un atto di suprema intellettuale superbia.
poi ho pensato invece che si trattasse di una parte iniziale del libro con un preciso intento di deterrenza.
chi sopravvive ai primi capitoli poi merita di arrivare fino in fondo.
superato un certo scoglio iniziale, di fastidio e di rabbia, sono arrivata già al 16° capitolo e potrei anche andare avanti.
mi sono imbattuta ne 14° e ho pure riso di gusto nell'esercizio dotto del sarcasmo (però accompagnata  e sostenuta dalla metavigliosa voce di Tommaso Ragno)
dai magari ce la faccio a leggere il Pendolo di Faucault, stupida che sono.

lunedì 18 novembre 2019

Confini di umanità

qui, in questo luogo detto blog si parla di bellezza.
perchè, mi insegna oggi D'Avenia sul Corriere, la bellezza è un presente eterno e garantito.
come a Venezia l'acqua delle sue calli va e porta via, così anche a Venezia la bellezza svetta e tutto domina. Venezia coniuga il transitorio e l'eterno. oggi e sempre.
le foto di Paolo Pellegrin appartengono alla bellezza?
no, non in senso stretto.
la bellezza sta nell'atto di fotografare e di farlo con talento e maestria, sta nel fare arte il fotografare.
ma quel che vedo nelle foto di Pellegrin alla Triennale (ma ho visto mostre ben più fornite di questa e l'impatto è stato potente) ha a che fare con lo sfacelo, il disordine, la disumanità, la mancanza, la perdita di senso e di dignità. il declino della civiltà, o forse, quel che sempre le è appartenuto prima che l'epoca moderna ce lo presentasse così.
mi piace perchè è crudo, ma mai osceno, perchè non usa stratagemmi.