bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

domenica 18 febbraio 2018

artico, ultima frontiera






foto di Carsten Egevang

"Dobbiamo realmente ammirare gli abitanti della Groenlandia; che siano umani o animali, essi vivono ogni giorno al limite del possibile".

Alla Triennale, pensando di continuo a Jack London.

venerdì 16 febbraio 2018

Frida, mai mai mai





una foto bellissima.
un quadro enigmatico.
sposa per sempre, ma nessun amore è per sempre mai.

giovedì 15 febbraio 2018

la tecnologia sottrae spazio per vivere, amare, leggere: siamo servi della gleba digitale

grazie Magris, a proposito di inconscio tecnologico, un gran bel pezzo.

Quei 418 messaggi che non ho letto 
Sono arrivati in tre giorni sul mio telefono. Se rispondessi a tutti, mi resterebbe tempo? La tecnologia sottrae spazio per vivere, amare, leggere: siamo servi della gleba digitale 
di CLAUDIO MAGRIS 
Corriere della Sera, 12 febbraio 2018

In meno di tre giorni si sono accumulati nel mio cellulare (uno di prima generazione) 418 messaggi. Anzi, messaggini, secondo il lessico lezioso e vezzoso che adorna di fiori di carta le gabbie d’acciaio della tecnologia. Telefonini, messaggini, ditini che battono tastini. Non so cosa dicano, quei 418 appelli in una bottiglia, perché non sono capace di leggerli e dunque di rispondervi. Non è una stolida posa antitecnologica, sempre falsa e patetica, non solo perché si disconosce con supponenza l’aiuto che la tecnologia reca alla vita — basta pensare alla medicina e alla chirurgia — ma anche perché si crede che la tecnologia sia solo quella recente, quella che è piombata nella nostra vita già adulta, e si identifica la cosiddetta natura con la tecnica che c’era già quando si è venuti al mondo. La radio, ad esempio, mi sembra più «naturale» della televisione, perché quando sono nato i suoi suoni erano già nell’aria, come gli altri rumori della realtà, mentre la televisione è entrata a casa mia quando finivo il liceo. Nessuna psicosi o civetteria antitecnologica dunque, da parte mia. Semplicemente soffro di disabilità digitale, che è un handicap ma non una colpa, e invoco rispetto per questa mia «diversa abilità» digitale, come si dice in politically correct, così come chiedo comprensione perché non sono più in grado di fare le belle escursioni in montagna di una volta. 

Tuttavia, direbbe Musil, in ogni più c’è un meno e in ogni meno un più. Se ne fossi stato in grado, avrei letto quei 418 dispacci e avrei risposto ad ognuno, come faccio con ogni lettera cartacea, almeno una quindicina al giorno. Calcolando 2,30 minuti per ogni lettura di sms e risposta, probabili controrisposte e mie relative repliche, avrei impiegato, credo, circa sedici ore. Due giornate di lavoro pieno, e verosimilmente altrettante nei tre giorni successivi e via di seguito. Dove resta il tempo per il lavoro col quale — a parte i pensionati, i milionari, i carcerati, i malati o i disoccupati — ci si guadagna di che vivere, e per leggere, passeggiare, incontrare gli amici, fare all’amore? Ai tavoli di ristoranti e caffè si vedono persone che non parlano tanto fra loro quanto con invisibili interlocutori al telefono e non solo un paio di volte, come sarebbe naturale, ma per quasi tutto il tempo che scorre fra l’antipasto e il dessert. Quando i due — o i quattro o cinque — cominceranno a parlare fra loro? 

Anni fa Umberto Eco aveva fatto, con la sua invidiabile precisione, il calcolo di quanto tempo al giorno gli restasse per la lettura e la ricerca, detraendo dalle 24 ore quelle dedicate al sonno, alla doccia, alle lezioni, al pranzo e alla cena, alle telefonate, alle interviste, alla lettura delle email e alle relative risposte e via di seguito. Non ricordo la cifra esatta cui era giunto, mi sembra fra i dodici e i diciotti minuti. Certamente Eco era al centro di una rete di comunicazione particolarmente affollata, ma oggi il numero di persone sottoposte a ritmi pressoché analoghi è alto. Sono, siamo, gli esclusi dalla vita e ignari o quasi di essere tali. Siamo i nuovi servi della gleba, operai alla catena di montaggio e forzati alla catena, privati incessantemente della nostra vita. Un lavoro coatto che recluta non soltanto, come in passato, plebi affamate che non possono dire di no se vogliono almeno sopravvivere, ma anche la classe media e quella alta, che potrebbero vivere umanamente ma sono strappate anch’esse alla loro esistenza, ai colori e alle luci della stagione, perché le chiamate — non solo telefoniche — di ogni genere sono anche per essi ordini, obblighi. 

Con l’esattezza di un’equazione, si può dunque calcolare matematicamente pure il progressivo abbassamento di ogni conoscenza cui si va incontro e anzi si è già arrivati, perché, qualsiasi sia la vera (?) natura del tempo su cui discutono fisici e matematici, nella vita quotidiana un’ora impiegata in un’attività significa un’ora non impiegata in un’altra. Sedici ore al telefonino o al computer per le email significano sedici ore sottratte a tutto il resto, pure all’acquisizione di nuove conoscenze. Per combattere un azzeramento totale delle conoscenze di vario genere si formerà o si sta già formando un’altra, ferrea classe sociale agiata (e più che agiata) e intellettuale, che riserverà a sé il tempo. Come in passato il signore non lavorava la terra dei cui prodotti si nutriva e deferiva il tempo oltre che la fatica del lavoro al servitore, dedicando il tempo liberamente a sua disposizione ai propri interessi, così il signore affiderà al servitore, per poter vivere la centuplicata fatica e il centuplicato tempo della comunicazione. I nuovi servi della gleba non zapperanno più la terra, bensì risponderanno a trilli, squilli, tintinnii, vibrazioni, pulsazioni, fremiti, tremolii. 

Ovviamente ciò accade già adesso; non è l’amministratore delegato e nemmeno il capoufficio che scrive e legge le innumerevoli email, così come non è il direttore generale, uomo o donna, che getta la sua biancheria usata fra le altre da lavare. Ma è già pressoché svanita la netta distanza tra la sfera personale e lavorativa e quella rappresentativa e vagamente sociale; l’aumento esponenziale delle relazioni e soprattutto delle comunicazioni personali e private o quasi personali e private, e la differenza o impossibilità di distinguere nettamente fra esse, costringerà ad affidare al servitore anche la gestione della vita personale o quasi del padrone, che così potrà leggere Leopardi, studiare la meccanica quantistica o il cinese, ascoltare Bach o andare a zonzo come i cani randagi per le vie di Parigi nell’incantevole film Mon oncle di Tati. Sarà, è difficile per la maggioranza di noi — servi che credono di far parte della casta dominante e padroni che non si accorgono di essere coatti a nuovi lavori servili — sapere da che parte stiamo, se apparteniamo ai dominatori o ai dominati. 

Un nuovo capitolo dell’immortale dialettica servo-padrone di Hegel. E anche in questo caso il servitore, gestendo la realtà farraginosa della vita e i suoi cambiamenti tecnologici e umani, ne diverrà il vero pilota e padrone, il vero signore, come un servo che, obbligato da un marito a sostituirlo nelle fatiche del talamo coniugale, diventa il vero, reale marito. Difficile dire chi dei due se la passerà peggio.

l'inconscio è come Baltimora all'alba

siccome sono curiosa vado a sentire le conferenze intorno allo spettacolo su Freud. 
e siccome sono una rompiballe non ne sono affatto contenta. 
forse sono andata proprio per poter dire che non ci siamo, che così non va. 
ho questa tentazione continua e irresistibile alla critica, al giudizio. 
che brutta cosa, lo ammetto. 
però, signori tutti, se dobbiamo parlare di Freud in conferenza e ci abbiamo fatto su uno spettacolo bisogna, no dico, di più, si deve avere le idee chiare su ciò di cui andiamo parlando. e invece sento cose che definire approssimative è poco, diciamo pure che sono sbagliate. 
il signor Massini, che viene definito esimio narratore, e può darsi che sia anche vero, fa affermazioni su Freud e la sua competenza che esprimono, al contrario, la sua incompetenza. 
diciamo che mi viene spontanea una domanda, che non mi è dato di fare, cioè se il suddetto, che parla di sogni e del loro linguaggio, abbia mai avuto la grazia di andare in analisi. e, poi se, per caso, per la costruzione del suo testo e poi dello spettacolo si sia avvalso dell'aiuto di uno, o più, psicoanalisti. perchè va bene fare di Freud e della sua rivoluzione un argomento letterario, e teatrale, ma è pur necessario, se ci addentriamo nei meandri della psicoanalisi e abbiamo anche la tendenza a parlarne in pubblico e disquisirne con tanto di esempi e metafore, saperne qualcosa, con cognizione di causa. quel che sento invece, e anche alla presentazione alla sede di Intesasanpaolo qualche settimana fa, è farcito di grande confusione e ignoranza. 
e questo è grave. 
è grave perchè è molto presuntuoso. perchè si danno informazioni sbagliate. 
è grave perchè se la questione è tecnica, e la psicoanaisi lo è moltissimo, bisogna parlarne per quel che si sa e, se non si sa, ammetterlo e chiedere ad altri di parlarne per noi. 
non si può esporre il "contrasto tra pensieri e realtà", perchè questa non è la questione della psicoanalisi. 
i pensieri non sono la verità, non dicono la verità su di noi, non sono l'opposto della realtà, i pensieri già appartengono alla sfera della coscienza - e quanta confusione e scorettezza nei termini di realtà coscienza sogno desiderio soggetto immaginario e non saprei dire quante altre parole sono state usate a sproposito- il pensiero è già frutto del compromesso del soggetto diviso, sono già espressione del conflitto tra pulsione e soggetto cosciente. 
l'inconscio, così come Freud lo presenta nelle sue tesi, e che viene riletto da Lacan, è un'altra logica che funziona all'insaputa del soggetto. noi non sappiamo la nostra verità e non sono certo i nostri pensieri a rivelarceli. 
se Massini non ha ancora capito questo non vedo come possa parlare di psicoanalisi e poi anche di scriverne!! 
i sintomi sono l'espressione che il compromesso con il rimosso non funziona più. i sintomi vengono a dirci che non ce la facciamo più, che il conflitto che non sappiamo tollerare torna a farsi sentire, bussa alla porta, e si esprime nostro magrado, dominandoci. l'inconscio emerge non certo nei pensieri, ma nei lapsus, nei moti di spirito, negli atti mancati e, certamente, nei sogni. l' inconscio emerge nella stanza dell'analisi. 
chi è il soggetto del lapsus? non è il soggetto che sa ciò che vuole dire, c'è un'intenzione a dire (enunciazione) che supera il soggetto padrone del senso. chi è il soggetto di un pensiero tormentoso che ostacola il raggiungimento dei suoi obiettivi e che si fa ancora più doloroso proprio quando più si avvicina ad essi? la psicoanalisi ritiene che tali manifestazioni siano l'indice di una divisione soggettiva che separa il sapere che un soggetto ha su di sé dalla sua verità. 
inconscio non è il sommerso, l'archivio archeologico dei nostri ricordi, l'inconscio, struttura simbolica con la sua trama sgnificante, è in superficie, ha il suo linguaggio e la sua etica, ha la sua logica e i suoi movimenti, si apre e si chiude, è pulsante. la verità è il luogo simbolico aperto da questa faglia, apre una questione-sintomo che interroga il soggetto e che si articola in elementi discreti e isolabili, come quelli di un messaggio. 
come disse Lacan, con un'immagine per me irripetibile, da brivido, l'inconscio è come Baltimora all'alba. 
Massini ha scomodato Oscar Wilde, persino Morucci e Faranda, ma nessuno degli esempi che ha fatto erano pertinenti al discorso sull'inconscio e sulla verità insostenibile per il soggetto.
molte parole, molta confusione, nessuna verità, nessuna sapienza.

domenica 11 febbraio 2018

una storia romantica

Umberto Galimberti mi ha raccontato una bella storia, con quel suo strano modo di raccontare.
sembra che stia per andarsene da un momento all'altro, le frasi sembrano buttate lì.
ma non è vero.
un po' caustico, un po' cinico, questo nostro filosofo.
la psicoanalisi, una storia romantica, è il titolo della sua narrazione. la conferenza fa parte di un ciclo di incontri dedicati allo spettacolo produzione del Piccolo: "Freud, o l'interpretazione dei sogni", che ho felicemente visto qualche sera fa.
lo spettacolo non è perfetto, non nasce per il teatro ma è stato costruito per il teatro, ma lo è Gifuni e certamente molti degli attori che lo accompagnano. 
lo spettacolo ha un secondo tempo faticoso, ma un primo esuberante. emerge il Freud ricercatore instancabile, genio al lavoro. Gifuni tiene in modo mirabolante le fila del discorso, gli ho creduto, era lui, era Freud.
ma Galimberti mi ha raccontato un'altra storia, quella dell'era simbolica in cui la psicoanalisi è nata e si è fondata, e quella dell'era in cui affonda ora.
secondo Freud la nevrosi è un conflitto tra il mondo delle pulsioni (Es) e le esigenze della società (Super-io) che ne chiede il contenimento e il controllo: "di fatto l’uomo primordiale stava meglio perché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale. In compenso la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L’uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza".
questa interpretazione del disagio psichico, che sposta la lettura della sofferenza dal piano biologico a quello culturale, è la grande scoperta di Freud, che inventa le regole che colonizzano l'inconscio e lo rendono trattabile dall'io. a questa intuizione Freud era giunto grazie alla sua frequentazione della filosofia e in particolare di quella di Schopenhauer, che Freud considera suo precursore: "molti filosofi possono essere citati come precursori, e sopra tutti Schopenhauer, la cui "volontà inconscia" può essere equiparata alle pulsioni psichiche di cui parla la psicoanalisi". secondo Schopenhauer siamo abitati da una doppia soggettività: la soggettività della specie che impiega gli individui per i suoi interessi di conservazione (sessualità e aggressività svolgono questa funzione), e la soggettività dell’individuo che desidera dare un senso, che si illude di disegnare un mondo in base ai suoi progetti. questo sdoppiamento viene codificato dalla psicoanalisi con le parole io e inconscio. nell’inconscio pulsionale trovano espressione le esigenze della specie, in quello superegoico si depositano e si interiorizzano le esigenze della società. tra le esigenze della specie e le esigenze della società si posiziona la nostra parte cosciente, il nostro io, che non è padrone in casa propria e che raggiunge il suo equilibrio nel dare soddisfazione a queste esigenze contrastanti. secondo Galimberti questa definizione di nevrosi si adatta a una società della disciplina, alla società dominata dal senso di colpa, dove la nevrosi è conflitto tra il desiderio che infrange la norma e la norma che inibisce il desiderio. la nostra invece, dice, è la società dell’efficienza, dove la contrapposizione tra il permesso e il proibito ha lasciato il posto alla contrapposizione lacerante tra il possibile e l’impossibile. nel rapporto tra individuo e società, la misura dell’individuo ideale non è più data dalla docilità e dall’obbedienza disciplinare, ma dall’iniziativa, dal progetto, dalla motivazione, dai risultati ottenuti nella massima espressione di sé. l'individuo non agisce più in conformità alla legge, la cui infrazione genera sensi di colpa, ma fa appello alle sue risorse interne, alle sue competenze mentali, per raggiungere quei risultati a partire dai quali verrà valutato. il disagio psichico ha cambiato radicalmente forma: non più il conflitto nevrotico tra norma e trasgressione ma, in uno scenario sociale in cui tutto è possibile, tutto è permesso, la sofferenza origina da un senso di insufficienza. la figura del soggetto ne esce in gran parte modificata. il problema dell’azione non è: "ho il diritto di compierla?" ma: "sono in grado di compierla"? il fallimento in questa competizione generalizzata equivale all'esclusione sociale.
la storia romantica della psicoanalisi consiste nella sua collocazione in una specifica simbologia, quella romantica, ovvero in una semantica in cui l'uomo, l'individuo, governa il mondo, con i suoi egoismi, i suoi conflitti, i suoi ardori e miserie.
questa semantica, il cui germe è stato seminato dal cristianesimo, responsabile dell'introduzione del concetto di anima. ha soppiantato quella greca, che ha dominato tutto il tempo precedente all'avvento di Cristo, e che aveva ben altra concezione dell'uomo, dell'amore, delle relazioni.
per i Greci, che non avevano il concetto di io, amore è relazione. per Aristotele l’uomo è animale sociale e se non lo fosse sarebbe o una bestia o dio. l’uno è una mutilazione del due, che viene prima. ciascuno di noi è un due di partenza, nasciamo da un due. il corpo delle donne è una struttura per due e hanno una predisposizione alla relazione molto più sviluppata. gli uomini vivono ed esistono all'interno della polis, sono individui che instaurano relazioni ma per i greci il primato spetta alla natura. per i cristiani spetta all'individuo e alla sopravvivenza della sua anima. e, seppure magari atei,  anche marxisti, siamo tutti cristiani, tutti abitiamo il mondo creato dalla nascita di dio.
Galimberti si interroga sul destino della psicoanalisi, nata in un'epoca la cui simbologia si basava sull'individualità e dalla promessa di un futuro: dal suo punto di vista è destinata ad estinguersi, soppiantata dal progressivo sviluppo di un altro inconscio, quello che chiama tecnologico. in questo mondo l'irrazionale è perdita di tempo, solo la tecnica funziona e potenzia, in questo mondo non siamo più funzionari della specie, lo siamo della tecnica. in questo mondo non siamo bravi grazie a una conoscenza, a un contenuto, ma nell'applicazione di un mansionario che soddisfa un superiore. in questo mondo la trasgressione della norma è perdonata, tutto è permesso, in questo mondo però se sei inadeguato nella performance sei fuori dall'apparato, sei out.

posso scendere?

i bambini a Rosmersholm non ridono mai.



allo spazio Marras, che merita una visita, è esposta una mostra fotografica, "Nient'altro che finzioni".

La donna vestita di verde – la figlia del re dei troll – ti viene incontro subito, tra i boschi o affacciata sulla riva di un fiordo. E' uno dei personaggi del poema drammatico Peer Gynt di Henrik Ibsen ed è una delle figure che attraversa le immagini raccolte in questo viaggio immaginario compiuto sulle tracce del grande drammaturgo norvegese. un lavoro a quattro mani, realizzato dalla fotografa Valentina Tamborra insieme all’attrice Federica Fracassi, diventato ora una mostra ospitata allo spazio Nonostantemarras a cura di Francesca Alfano Miglietti e Patrizia Sardo Marras.
lo spunto viene dalla celebrazione del 150° anno dalla pubblicazione di Peer Gynt e in occasione del debutto dello spettacolo Rosmersholm prodotto dal Teatro Franco Parenti. La serie di trenta scatti realizzati da Valentina Tamborra sono pensati come una sorta di foto-romanzo dove si mescolano ambientazioni nordiche, echi della Norvegia e suggestioni teatrali, in un continuo alternarsi di piani d’invenzione e realtà, persone reali e personaggi di fantasia, tempi e spazi. Il viaggio che hanno compiuto in auto e in traghetto le ha portate attraverso le nordiche lande norvegesi, da Oslo al Gudbrandsdal, risalendo fino al porto di Ålesund e da lì verso Bergen, per poi fare ritorno nella capitale, passando dalla città natale di Ibsen, Skien. Il viaggio, in molti punti, ricalca le tappe (raggiunte a piedi, in carrozza, in nave) che il drammaturgo aveva toccato nel 1862 e che avrebbe poi costituito l‘ispirazione del Peer Gynt, terminato solo tre anni dopo a Sorrento, in Italia. Nelle foto, Federica si cala nei personaggi che interpreta sul palcoscenico, crea commistioni di epoche, usi e costumi, mette in relazione il passato con il presente, in un tentativo luminoso di riraccontare Ibsen con un “testo parallelo”. Il progetto Nient’altro che finzioni è stato infatti concepito innanzitutto come un approfondimento e un esperimento drammaturgico, paralleli all’opera e alla realizzazione scenica, come una sorta di “training autorale d’attrice” che, per prepararsi a recitare in due opere ibseniane, vi si avvicina in un insolito corpo a corpo.


















lo spettacolo, Rosmersholm, al Franco Parenti, è di inquietante bellezza. non è il testo originale, ma un suo adattamento per soli due personaggi, Rosmer e Rebekka, di Massimo Castri.
lugubre e mortifero, polveroso e cupo, terrorizzante e soprannaturale, è un buon inizio per conoscere Ibsen. Rebekka, una donna enigmatica e misteriosa entra nella vita di Rosmer a sconvolgerne le fondamenta conservatrici, verso un destino fanatico e definitivo, figura rivoluzionaria e sacrificale, ma smarrita e incapace di svolgere il suo progetto. 
i bambini a Rosmersholm non ridono mai.
la mostra, una ricerca interessante, è luminosissima invece, le foto lasciano più speranza a voi che entrate. 



giovedì 8 febbraio 2018

spazi (corporei?)









Marco Vecchiato
Affordable Art Fair, Milano, Gennaio 2018