bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

lunedì 19 novembre 2018

poesia al buio, poesia senza occhi, senza luce

la voce di Franco Loi, 88 anni, non la dimenticherò.
la sua poesia non l'ho sentita, nessuno credo, ma la sua anziana voce si.
e la poesia della Dickinson.
e quella della Szymborska

Il cielo
Da qui si doveva cominciare: il cielo.
Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
Un'apertura e nulla più,
ma spalancata.

Non devo attendere una notte serena,
né alzare la testa,
per osservare il cielo.
L'ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
Il cielo mi avvolge ermeticamente
e mi solleva dal basso.

Perfino le montagne più alte
non sono più vicine al cielo
delle valli più profonde.
In nessun luogo ce n'è più
che in un altro.
La nuvola è schiacciata dal cielo
inesorabilmente come la tomba.
La talpa è al settimo cielo
come il gufo che scuote le ali.
La cosa che cade in un abisso
cade da cielo a cielo.

Friabili, fluenti, rocciosi,
infuocati e aerei,
distese di cielo, briciole di cielo,
folate e cumuli di cielo.
Il cielo è onnipresente
perfino nel buio sotto la pelle.

Mangio cielo, evacuo cielo.
Sono una trappola in trappola,
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta a una domanda.

La divisione in cielo e terra
non è il modo appropriato
di pensare a questa totalità.
Permette solo di sopravvivere
a un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione.

e la disperazione della Valduga, tremante.
e la mia paura.

i primi 15 minuti al buio sono stati difficili.
ho avuto paura di non farcela, ho sentito il panico che saliva.
in un attimo ho capito tutti i miei pazienti.
mi sono sentita senza scampo, senza via di uscita, prigioniera, annientata.
non sapevo dov'ero, non sapevo dove andare, ero seduta, paralizzata.
ho toccato la sedia vicina e quella davanti, chiudere gli occhi è stato peggio, piegare la testa in basso, come suggerito dai non vedenti che gestivano la rappresentazione, è stato utile.
ho cercato la luce e non c'era, il buio era assoluto, i miei occhi per molto tempo hanno avuto lampi di luce, vedevo forme luminose muoversi sulle mie pupille.
i miei occhi erano inutili, non mi davano nessun conformo, quell'oscurità era senza soluzione.
la mia domanda era: come resisto qui dentro per un'ora.
il silenzio era intollerabile, mi faceva navigare nella morte, nel nulla, e c'era un violino, terribile, la sua musica straziante mi metteva angoscia, ma il silenzio era peggio.
la mia vicina parlava e io anche, ho detto cose a caso, senza senso, l'importante era sentire la voce.
mi sono toccata il corpo e la faccia per tutto il tempo, in qualche modo dovevo esistere.
le prime poesie sono andate via così, poi piano mi sono adattata, ho respirato e ho ascoltato le voci. 
quelle dei poeti presenti, 10, tra cui alcuni molto noti, mi inchiodavano alla finzione, quella dei non vedenti, soprattutto quella maschile, mi rassicuravano moltissimo.
pensavo: lui ci vive così, sa quel che dice, sa quel che fa, di lui mi posso fidare.
le ultime poesie sono quelle che ho ascoltato di più, fino alle lacrime.
ho pianto spesso, un senso di disperazione mi ha accecato.
alla fine, uscita, ero stremata, ho avuto mal di testa tutto il pomeriggio restante e un senso di estraniamento potentissimo.
ero a Book City, poesia al buio.
non lo so se la poesia ci salverà, forse non dal buio, non me.



venerdì 16 novembre 2018

toninelli

io sono andata a vedermelo il video.
ma è ridicola 'sta storia.
a me fa pena la cretina, tra i cretini, di Forza Italia.
ma che cretina, non sa distiguere il pugno alzato da esultanza da stadio di un povero ignorante disorientato nello spazio e nel tempo da un pugno incazzato comunista?
che strumentalizzazone cretina, infantile, vergognosa.
non facciamo il bene dell'Italia a fare bagarre senza senso.
tanto lo abbiamo capito già tutti che Toninelli è un inetto.
pericoloso, è vero, perchè ci governa.
ma un poveretto.
non un vetero comunista.
ma che idiozia.
consiglio a Anna Maria Bernini di tenere a bada la sua ridicola foia per situazioni che, eventualmente, lo meritino.
poveri noi.
il decreto è una pena, arriva fuori tempo massimo, Genova è nella melma, ferma come prima.
Toninelli, lascia stare, non hai vinto niente, non hai fatto gol, perdiamo tutti.

martedì 13 novembre 2018

Ora è ciò che ha alle spalle a essere diventato oggetto del desiderio, non ciò che ha davanti

In quel preciso istante dell’inverno ’67-68 probabilmente non sta pensando a nulla, si gode il suo piccolo nucleo famigliare – presto disturbato dallo squillo del telefono, da qualcuno alla porta – in una finestra temporale libera dalle varie incombenze che hanno l’esatto scopo di farlo andare avanti, la lista della spesa, controllare il bucato, cosa fai da mangiare stasera, quell’incessante prevedere il futuro immediato che complica il versante esterno dei suoi obblighi, il suo lavoro di insegnante. I momenti in famiglia sono quelli in cui sente, non quelli in cui pensa. 
Interpreta come pensieri veri e propri quelli che le vengono quando è da sola o porta a spasso il bambino. E non intende le considerazioni su come parlano o si vestono gli altri, su quanto sono alti i marciapiedi quando si sta spingendo un passeggino, sulla censura ai Paraventi di Jean Genet o sulla guerra del Vietnam, ma le questioni che riguardano se stessa, l’essere e l’avere, l’esistenza. È l’approfondimento di sensazioni fugaci, impossibili da comunicare agli altri, tutto ciò che, se avesse il tempo di scrivere – e non trova nemmeno quello per leggere – sarebbe il materiale di un suo libro. Sul diario, che apre di rado quasi costituisse una minaccia contro la famiglia, come se adesso non avesse più diritto alla sua interiorità, ha scritto: «Non ho più nessuna idea. Non cerco più di spiegare la mia vita» e «sono una piccoloborghese fatta e finita». Ha l’impressione di aver deviato dai suoi scopi precedenti, di essersi immessa in una progressione prettamente materiale. «Ho paura di sistemarmi in questa vita calma e comoda, di ritrovarmi ad aver vissuto senza essermene resa conto.» Nell’esatto momento in cui fa questa considerazione sa di non essere pronta a rinunciare a tutto ciò che nel suo diario non compare mai, quella vita insieme, quella intimità condivisa in uno stesso luogo, l’appartamento in cui non vede l’ora di tornare subito dopo le lezioni, dormire in due, al mattino il ronzio del rasoio elettrico, la sera raccontare I tre porcellini, quella ripetitività che crede di detestare e a cui è affezionata, che le manca non appena si allontana per soltanto tre giorni quando va a fare le prove d’esame per il Capes – tutto ciò di cui le basta immaginare la perdita accidentale per sentirsi stringere il cuore in una morsa. 
Non si sogna più sulla spiaggia dell’estate a venire o come scrittrice che ha appena pubblicato il suo primo libro. Il futuro si annuncia in termini materiali molto precisi, ottenere un posto migliore, promozioni, acquisti, il bambino che entra all’asilo, non si tratta più di sogni, ma di previsioni. Le capita spesso di tornare con la mente a quando era sola, si rivede per le strade delle città in cui ha vissuto, nelle camere che ha abitato – a Rouen in una casa con altre giovani, a Finchley come ragazza alla pari, in vacanza a Roma in una pensione di via Servio Tullio. Le pare che quegli io continuino a esistere. Il passato e il futuro si sono insomma invertiti i ruoli. Ora è ciò che ha alle spalle a essere diventato oggetto del desiderio, non ciò che ha davanti: ritrovarsi in quella stanza a Roma nell’estate del ’63. Scrive sul diario: «Con estremo narcisismo, voglio vedere il mio passato nero su bianco e grazie a questo diventare ciò che ora non sono» e anche «è una sorta di immagine precisa della donna a tormentarmi. Devo forse orientarmi in quella direzione». In un quadro di Dorothea Tanning, visto tre anni prima in un museo di Parigi, era ritratta una donna dal seno nudo e, dietro di lei, un’infilata di porte socchiuse. Il titolo era Compleanno. Le viene da pensare che quel quadro rappresenti la sua vita, che ci si trovi dentro come un tempo lo era stata in Via col vento, in Jane Eyre, più tardi ne La nausea. Ogni volta che legge un libro, Gita al faro, Les Années-lumière, si pone la stessa domanda, si chiede se lei potrebbe raccontare così la sua vita. 
Talvolta le tornano in mente immagini dei suoi genitori nella cittadina normanna, la madre che si toglie il grembiule per recarsi all’adorazione eucaristica serale, il padre che risale dall’orto, la vanga in spalla, un mondo lento che continua a esistere, più irreale di un film, lontanissimo da quello di cui fa parte ora, moderno, colto, che avanza, verso cosa è difficile a dirsi. Tra ciò che accade nel mondo e ciò che accade a lei non c’è alcun punto di intersezione. Due serie parallele, una astratta di informazioni ricevute e subito dimenticate, l’altra di piani fissi. In ogni momento, assieme a ciò che viene considerato naturale fare e dire, assieme a ciò che i libri, i manifesti pubblicitari in metropolitana e persino le barzellette prescrivono di pensare, ci sono tutte quelle cose su cui la società tace senza rendersene conto, destinando a un disagio solitario chi quelle stesse cose le sente senza saperle nominare. Un silenzio che un giorno si rompe, d’un tratto o poco a poco, e delle parole cominciano a sgorgare sulle cose, finalmente riconosciute, mentre al di sopra si vanno formando altri silenzi.

Gli Anni
Annie Ernaux

non so se mia madre abbia vissuto così il suo tempo, forse non con questa consapevolezza e certamente non disdegnando, anzi, la sua condizione piccolo borghese.
di certo non guardo ai miei genitori come a un mondo rispetto al quale mi sono emancipata, da un punto di vista sociale e culturale.
anzi.
quel che penso, moloto spesso, è che, rispetto ai miei genitori, vivo molto peggio, ho perso moltissimi "privilegi", ho ridotto la mia capacità economica rispetto a loro, mi sono impoverita e certamente preoccupata finanziariamente. ho perso luoghi, ho perso sogni, ho perso possibilità di viaggiare.
si, sono certa che rispetto ai miei genitori io ho perso molto.
qual che ho alle spalle è più di ciò che ho davanti.

domenica 11 novembre 2018

paradigma rosa, la belva che è in me

conferenza Named su fitoterapia nel trattamento della donna nei suoi cicli ormonali di vita, ciclo mestruale, gravidanza e menopausa.
congresso "paradigma rosa". mica poco.
la medicina funzionale mi interessa. mi affascina, è un buon modo di vedere il corpo, il suo funzionamento e mal funzionamento.
ascolto, su un'intera giornata, sabato peraltro, una relazione molto convincente, una ginecologa davvero molto competente e di grande capacità trasmissiva. le altre, relazioni e dottoresse, molto meno. ma molto molto meno.
tre le altre, una psichiatra per la quale ho provato imbarazzo.
poi un'altra, credo, ginecologa per la quale ho provato prima noia, infinita noia per le sue evidenti incapacità didattiche, e poi uno stupore quasi panico.
alla fine della relazione della psichiatra diciamo naif, dalla platea sorge una domanda, che già mi mette in allarme, rivolta alla ginecologa prolissa. domanda sull'autismo: le cause ambientali tossiche che possono causare autismo. e già mi irrigidisco, domanda tendenziosa (e anche del tutto fuori tema, intenzionalmente tendenziosa). 
alla prima risposta, poco convincente dal mio punto di vista ma ancora accettabile, segue una seconda domanda dalla platea, decisamente preoccupante e senza possibilità di fraintendimento: le vaccinazioni come fattore trigger dell'autismo.
risposta della ginecologa, che da prolissa diventa ai miei occhi pericolosa: si, il vaccino è un fattore tossico ambientale, siamo perfettamente d'accordo.
fine della mattinata, tutti a pranzo, ci vediamo alle 14.
a me gira la testa, tutte si alzano serene e si buttano a capofitto sul generoso buffet ma io mi sento quella roba che conosco bene, quella rabbia montante quando sento cose che il mio cervello rigetta come inaccettabili. è il problema della mia vita, quella reazione lì. 
aspetto.
se non faccio così, se non aspetto, combino guai.
mangio
mi guardo in giro
nessuno commenta
tutte 'ste ginecologhe non hanno niente da dire in proposito
ho sentito male
ho certamente sentito male
come possono essere tutte tranquille
erano forse la fame e la fretta di mangiare che ha mandato via liscia la risposta da indagine dell'ordine dei medici della ginecologa pluridecorata esperta in medicina funzionale?
mangio
ragiono
la vedo
glielo chiedo?
il mio cervello residuo, quello che cerca di evitare i guai dell'altro che tende a imbracciare il kalašnikov, mi dice lascia stare.
torno nell'aula didattica e mi siedo.
cerco di leggere il giornale.
non ci riesco.
devo trovare una mediazione tra i due cervelli.
cerco la mia informatrice e gliene parlo.
povera, arrosisce, lei non ha sentito nulla, ovviamente, ma chiederà.
torna dopo 10 minuti in compagnia di quella che ritengo la sua responsabile.
hanno chiesto ma la ginecologa ha detto che lei è favorevole ai vaccini (risposta standard).
insisto che la risposta data alla gentile ed edotta dottoressa della platea non intendeva esattamente questo. "tossico ambientale" non mi sembra una definizione favorevole ai vaccini. o no?
mi dicono che la dottoressa ha fatto studi in cui emerge che le vaccinazioni peggiorano la malattia autistica, a ogni vaccinazione il povero bambino ha un aggravamento della sue condizioni psicopatologiche.
andiamo male, dalla padella alla brace.
ma davvero? quali studi? In doppio cieco randomizzato e statisticamente significativo o con due galline e quattro oche del suo pollaio? 
insisto e poi capisco che ho davanti due poverette incapaci di dare spiegazioni, balbettanti.
smetto di insistere ma chiedo alle due improvvide che forse l'azienda dovrebbe essere certa che sul palco salgano persone che sanno quello che dicono (e già le capacità espositive erano scadenti) non potendo certo accertarsi che le persone che invitano facciano domande meno che ignoranti.

immagino di essere però tra le persone di cui potranno invece accertarsi di non invitare più, eppure non sanno che quello che hanno visto è ancora il meglio di me.
la belva è rimasta in gabbia.

venerdì 9 novembre 2018

eternal rhythm

Irene Natale voce,
 Paolo Tomelleri clarinetto,
 Fabrizio Bernasconipiano,
 Marco Mistrangelo contrabbasso

Ci vediamo al fondo di un bicchiere 
illusione che non so dimenticar 
ogni notte ti devo ritrovare 
nel mio cielo popolato di bar

 Paolo Tomelleri quartet cinema teatro Trieste 
jazz mi, molto meno esaltante di ieri, ma bella voce jazz in bel clarinetto. 
nel tardissimo pomeriggio seconda lezione (per me) di Claudio Sessa su Antony Braxton - ascolto impossibile del new jazz, THREE COMPOSITIONS OF NEW JAZZ - dopo quella di ieri su Don Cherry - ascolto guidato interessante del free jazz, ETERNAL RHYTHM-. 
mi diverto a fare foto sfacciatamente truccate, vuoi vedere che  sono foto jazz..












No, non suonare del jazz, 
del jazz, del jazz. 
Ti prego, non fare del jazz, del jazz, del jazz 
 No jazz questa sera, 
no jazz, per favore, 
ho nel cuore un ricordo 
d’amore che mi fa soffrir così.

giovedì 8 novembre 2018

go Clayton go

John Scofield chitarra
Gerald Clayton piano, organo
Vicente Archer contrabbasso
Bill Stewart batteria

Blue Note, 7 novembre 2018, John Scofield Combo 66, ore 23.00.
Clayton e Archer li ho visti, per la verità conosciuti, in un bellisimo film The sound of New York, domenica mattina, il 4 novembre, all'Anteo.
sono impazzita per NY e per il jazz e i jazzisti di NY.
li ho visti, sentiti, ascoltati, esultante, ieri sera al Blue Note.
mi sono divertita da matti, sono andata in estasi ogni volta che la chitarra di Scofield stava, per un po', zitta, e potevo sentire Gerald Clayton che suonava il piano. sono pazza di lui.










(foto con trucchetti e mezzucci da i-phone)

lui suona, io sto bene.





mercoledì 7 novembre 2018

jazz life

William Claxton
un jazz diverso
diurno
un jazz pensato di giorno
immaginato di giorno
il pensiero del jazz dei suonatori di jazz











alla Triennale, Jazz Mi