bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

lunedì 30 marzo 2015

Sturdust

David Bailey, le sue foto, al PAC.
molti ritratti, molto centrati. quasi tutti in BN.
la mostra è divisa per temi: moda (Vogue), ritratti di artisti, ritratti di attori,foto di e con Andy Warrol e Dalì, Rolling Stones, East End di Londra, nudi (Democracy), Skulls, Pin ups, Sudan, Revolution, foto con il cellulare e altri dispositivi, e Catherine Bailey, la moglie.
le foto che mi sono piaciute di più? quelle della moglie, indubbiamente.
qualcosa esce dal rigore formale del ritratto, della facciona in primo piano, e si snoda tra le maglie di qualcos'altro, probabilmente del sentimento e dell'attrazione.
alcune sono seppiate, quasi malinconiche, altre sono semplicemente molto sensuali, altre ritraggono un parto, ma inizialmente ingannano, sembra un orgasmo. (ma sul web non si trovano..)

le sperimentazioni di questo autore sono state molte e questo mi piace, si è cimentato in modi e mondi diversi. rispetto a una certa fissità narrativa dei fotografi, che imboccano una via e non la mollano più, Bailey si è messo alla prova. 






 una mostra godibile, un buon passatempo.

giovedì 26 marzo 2015

"nel mio lavoro rischio sempre la vita"

Più divento dissipato, malato, vaso rotto, più io divento artista, creatore... con quanta minor fatica si sarebbe potuto vivere la vita, invece di fare dell'arte.

l'unico quadro venduto di Van Gogh. La vigna rossa.


in tutta la sua vita, rispetto ai 900 quadri prodotti, ha venduto solo questo, Vincent Van Gogh.
difficile capire quali sono i meccanismi per cui un pittore oggi valutato cifre interstellari, in vita abbia vissuto nella miseria, sostenuto dal solo fratello Theo, il fratello che tutti vorrebbero avere, e abbia venduto un solo quadro.
Freud sosteneva che la povertà è un sintomo, la povertà di Van Gogh è uno dei sintomi della sua follia, della sua psicosi, del suo disancoraggio dalla realtà. Van Gogh porta il nome del fratello morto (nasce esattamente un anno dopo la sua morte), quel fratello la cui perdita aveva segnato tanto la madre e tanto da segnare per sempre lui con l'indegno nome di un morto, un fratello che, se pur deceduto, valeva più di lui. ed ecco, alla nascita, segnarsi sulla sua vita il tatuaggio indelebile del destino, l'indegnità del figlio-sostituto. Vincent non ha valore in sè, ma per il nome, di un altro morto, che porta. la pittura, come l'ossessione per la bibbia e la teologia prima di essa, sembra rappresentare l'unica possibilità di entrare in un mondo simbolico, l'unica via di accesso a una forma di esistenza, altrimenti bucata, negata, fin dalla nascita. possiamo dire che Van Gogh sia nato morto.
Cosa altro si può fare, pensando a tutte le cose la cui ragione non si comprende, se non perdere lo sguardo sui campi di grano. La loro storia è la nostra, perché noi, che viviamo di pane, non siamo forse grano in larga parte? Se non altro, dobbiamo o no sottostare a crescere, senza poterci muovere, come una pianta, ignorando ciò che la nostra immaginazione a volte desidera, ed essere falciati quando maturi? Per quanto mi riguarda, penso che sarebbe più saggio non augurarsi di star meglio, di riacquistare le forze e probabilmente mi ci abituerò a essere spezzato. Un po’ prima, un po’ dopo, che differenza vuoi che faccia per me?
si guardano, girando per la mostra, i suoi primi disegni, nel periodo scuro olandese, e si sente mormorare che di talento pittorico, Van Gogh, non ne aveva. era cocciuto, sento dire, e insisteva ossessivamente a copiare i disegni dei grandi maestri, anche giapponesi, per imparare. forse era solo disperato, alla ricerca di un'insegna che gli facesse da guida, di un significante che sostituisse quelli mancanti.

ho voluto, lavorando, far capire che questa povera gente, che alla luce di una lampada mangia patate servendosi dal piatto con le mani, ha zappato essa stessa la terra dove quelle patate sono cresciute; il quadro, dunque, evoca il lavoro manuale e lascia intendere che quei contadini hanno onestamente meritato di mangiare ciò che mangiano. Ho voluto che facesse pensare a un modo di vivere completamente diverso dal nostro, di noi esseri civili. Non vorrei assolutamente che tutti si limitassero a trovarlo bello o pregevole...So benissimo che la tela ha dei difetti ma, rendendomi conto che le teste che dipingo adesso sono sempre più vigorose, oso affermare che I mangiatori di patate, insieme con le tele che dipingerò in avvenire, resteranno.

come sono questi disegni e quadri? non so, belli no, scuri, spoporzionati, goffi. ma la devozione alla pittura è quel che lo tiene insieme, finchè potrà, è l'adesione necessaria per costruire un'identità di cui è privo, di cui è stato privato fin dalla nascita.
secondo l'analisi di Recalcati, in Melanconia e creazione in Vincent van Gogh,  la passione artistica di Van Gogh funziona da polarità sostitutiva e da punto limite, ossessionato dall'"alta nota gialla", ossia dall'incandescenza della luce del Sud catturata sulla tela. "la sua pittura non è la semplice espressione di stati emotivi, ma lo sforzo estremo di attingere, attraverso la luce e il colore, direttamente all’assoluto, alla Cosa stessa. la dedizione all’arte, che lo aveva in un primo tempo salvato dalla sua melanconia originaria, si rivela ciò che lo fa precipitare negli abissi della follia. il suo movimento pittorico e biografico dal Nord al Sud lo avvicina troppo al calore incandescente della Luce e in questa prossimità, come nel mito di Icaro, egli finisce per consumarsi."
affascinante interpretazione, questa di Recalcati, mi dice tanto, mi dice tutto.
infatti guardo il quadro finale della mostra di Milano, Van Gogh e la terra, Palazzo Reale, e leggo qualcosa che cita la bellezza e l'armonia.

ecco io non le vedo, io vedo schizzi, pennellate furibonde, un movimento della materia che ricorda davvero l'incandescenza, un sole che si confonde con la luna, l'accecamento dell'oro del grano, nulla di sereno, nulla di sano, piuttosto una sofferenza stringente, un circuito impazzito nella testa.
nel mio lavoro rischio sempre la vita, dice la lettera che tiene con sé dopo essersi tolto la vita. dipingere voleva dire infatti, per lui, avventurarsi al confine tra forma e informe, sperimentare la potenza pericolosa di uno stato-limite. e varcare, prima o poi, l'argine di sicurezza.

quanto ai pochi giorni in cui l’ho dipinto – è stata una battaglia spaventosa, ma una che ho affrontato con grande entusiasmo. Anche se a momenti ho temuto di non farcela.

in blu

non bello come quelli che sono venuti dopo...questo ritratto.
ma forse esiste la reincarnazione.
impressionante.
chissà che tipo ero allora...























Tamara de Lempicka,
Ritratto di una giovane donna in blu - 1922

lunedì 23 marzo 2015

chi governa la paura, governa il mondo

ho letto questo articolo di Emanuele Trevi la settimana scorsa su La lettura.
lo riporto perchè qui ci sono le letture i commenti gli eventi i pensieri che mi piacciono.
in questo momento di grande confusione e paura leggere questo commento mi ha fatto bene.
capisco che il potere dei messaggi che a intermittenza ci giungono c'è qualcosa che ha a che fare con il singolo. con me, per dirla tutta.
leggevo ieri sul corriere che l'Isis ha pubblicato i nomi e cognomi dei 100 militari statunitensi che intende giustiziare: è questa la forza del messaggio e il suo potere destrutturante, il passaggio dal globale al personale, dal tutto all'uno, dall'anonimato al singolo. su quella lista c'è scritto anche il mio, di nome, c'è il nome di tutti. perchè tutti i nostri nomi sono ormai reperibili, e la paura che ad ognuno di essi è collegata.
la novità di questo messaggio, e di tutti quelli che arrivano dritti in faccia a ogni esecuzione, è che è rivolto al singolo soggetto, nome e cognome. come dice Trevi quando guardiamo quella rappresentazione dell'orrore siamo soli  e quel che guardiamo non è uno sterminio di massa ma lo sterminio del singolo, nome e cognome- e possiamo solo ringraziare questa maestosa tecnologia mediatica senza la quale tutto questo non sarebbe possibile- . se la guerra è stata tollerabile ad oggi, anzi molto di più che tollerabile, auspicabile e desiderabile, è perchè non ci riguarda. è perchè appartiene a una massa informe che non ha mai volto. e se il volto appare allora, e solo allora, ci facciamo una domanda. ora la questione è tra il boia mascherato e me, tra noi due, lui e la mia paura di morire e di come morire. quel che mi travolge è se accadesse a me, o a chi è vicino a me, al terrore che proverei, al dolore e all'angoscia. questa guerra indirizzata al mio stato, alla mia città, al mio quartiere, alla mia via, al mio numero civico, al mio appartamento, a casa mia, a me, questo mi rende intollerabile la paura, posso sopportarla solo per pochi istanti, poi, come dice Trevi, devo spostarla altrove e solo questa è la mia, momentanea, salvezza. non essere fissa su quello schermo, su quel boia che mi parla e mi trapassa la trachea, di essere capace, per buona parte della giornata di pensare ad altro. non sono ossessionata, al contrario di quel macellaio. la mancanza di fissità del pensiero è la mia salvezza, quella di casa mia, del mio condominio...del mio stato. a quel fanatismo del terrore posso contrapporre la democrazia delle mie paure. a quel fanatismo ideologico possiamo contrapporre la democrazia e la pluralità delle nostre domande e preoccupazioni.


Sono i giorni della paura
I video dell'Isis ci piombano in un orrore intermittente, più debole dell'angoscia degli antichi

Chissà se tra duemila anni faranno una mostra sui sentimenti che stiamo vivendo, a Roma come in tutte le altre città del nostro mondo, sotto la minaccia dell’Isis. Come quella sul lungo tramonto dell’impero romano intitolata significativamente L’età dell’angoscia. Da Commodo a Diocleziano. Il titolo è lo stesso del più famoso poema di Auden. Oggi però siamo piombati in un ben diverso clima psicologico, segnato da una discontinuità e una momentaneità delle emozioni che escludono la preminenza dell’angoscia, che in fin dei conti era un lungo e paziente lavoro di fortificazione della psiche. 

Quello che colpisce, visitando la mostra nelle sale del Campidoglio, è la fisionomia degli imperatori e degli altri membri eminenti delle classi dirigenti. Pazzi o saggi che fossero, sembrano tutti per un motivo o per l’altro inadeguati a fronteggiare le catastrofi a venire. Sempre meglio dei governanti toccati in sorte a noi, che le catastrofi non solo le hanno subìte, ma sono andati anche a suscitarle e renderle peggiori. Ma a che serve vivere deplorando gli errori del passato? È sull’imminenza di cose terribili e inaudite che dovremmo concentrarci. 

Il video dell’Isis che mostrerebbe la decapitazione dei prigionieri copti sulle rive del mare libico è un’oscenità, un atto di tetra e inguaribile demenza, un ordigno capace di lasciare un segno scuro in chiunque lo veda, per qualunque motivo lo veda. Nella produzione ininterrotta di immagini raccapriccianti che caratterizza questa guerra senza onore e senza quartiere, rappresenta una specie di raccapricciante salto di qualità. Fin dai primi secondi, infatti, si percepisce una specie di diabolica abilità, un sinistro intento artistico. Lo sforzo consapevole è quello di trascendere il documento, la materia grezza: il quotidiano macello di innocenti. Bene inteso, nulla ci viene risparmiato dell’esecuzione e dei suoi turpi rituali, compresa la solita allocuzione del boia incappucciato che brandisce il suo coltellaccio. Ma tutto, nelle intenzioni generali e nei procedimenti concreti attuati, indica la precisa volontà di trasformare il documento in monumento, suggerendo una legge universale, una fatalità storica e antropologica nella quale, volenti o nolenti, tutti si dovranno rispecchiare. È un obiettivo molto ambizioso, che si può ottenere a una sola condizione. Bisogna insomma che un singolo individuo si faccia carico di un’ideologia collettiva, fondata sulla ripetizione di un ristretto numero di formule stereotipate, dandone quella che potremmo definire una versione «d’autore». A differenza della normale propaganda, che è anonima e concentrata sulla chiarezza dei suoi contenuti, la rielaborazione individuale mira a un diverso tipo di efficacia, di suggestione psicologica. Punta le sue carte migliori su un fantasma di bellezza capace, nello stesso momento, di inorridire i nemici e di convincere gli amici. Questo tipo di potenza ambivalente non ricade mai sotto il controllo del pensiero razionale, né delle convinzioni religiose. Siamo nel regno dell’estetica. 

Volendo circoscrivere più precisamente questo infame perimetro, possiamo aggiungere che si tratta di un’estetica della paura, che produce un suo inconfondibile miraggio psichico. Da una parte, come abbiamo detto, perché esista un messaggio estetico è necessaria la presenza di una singola individualità, di un «io» che manipoli a piacimento i suoi contenuti, li renda in una certa misura personali, e quasi inventati. Ma questa affermazione del singolo non riguarda solo l’emittente del messaggio. Inchiodati di fronte al nostro computer, nel cuore della notte, anche noi che guardiamo, già pentiti di farlo nel momento stesso in cui guardiamo, siamo soli. 

Il principale effetto di un’estetica della paura è che l’opera, e il messaggio che contiene, sembrano rivolti non a un generico pubblico, ma alla singola persona, che sente risvegliarsi, a uno a uno, tutti i suoi terrori più sopiti, più segreti. Il leader politico, la guida religiosa in confronto sono molto più rozzi. Si rivolgono all’umanità considerata all’ingrosso, alla ricerca di un minimo comun denominatore di speranze e timori condivisi. L’artista della paura, al contrario, vanta questa particolare prerogativa di arrivare alla finzione suprema: sembra che ci conosca a uno a uno, che ci attenda in un luogo della nostra sensibilità dove è riuscito ad arrivare prima di noi. Possiamo dire che è un’illusione: ma quante illusioni siamo in grado di riconoscere senza esserci già cascati? 

Non è dunque il boia col passamontagna che ci minaccia nel video. Quello è solo un turpe pupazzo, un elemento docile della rappresentazione. E in fondo, almeno in questo caso, non è nemmeno l’Isis che ci sta sfidando, attraverso le parole e i gesti di quel suo soldato. Per questa volta, è l’autore del video che ci attacca, circondato dalle sue metafore e dai suoi trucchi da mestierante come il kamikaze dalla sua cintura di esplosivo. Mi sembra che cercare di costruire un identikit di questo artista della paura potrebbe essere un esercizio di conoscenza molto più utile di tutte le infinite varianti del solito «scontro di civiltà». Lo «scontro di civiltà» è una petizione di principio, fondata su parole astratte. Non è nemmeno importante contestarne l’esistenza, perché in ogni caso si tratta di un gioco di parole, di un modo buono come un altro di riempire gli spazi dell’informazione destinati al cosiddetto «commento». Non cambia assolutamente nulla in fin dei conti stabilire se lo «scontro di civiltà» sia la realtà che stiamo vivendo oppure (come sono incline a credere) una bufala da opinionisti. Al contrario, l’immane dramma che non solo avvelena la nostra vita, ma lasceremo in eredità ai nostri figli, va considerato nei suoi ruoli, nei suoi caratteri individuali, nei destini che produce. 

Ebbene, questo aspirante Leni Riefenstahl dell’Isis, questo demone meschino, è un personaggio molto interessante del mondo contemporaneo, un vero esemplare del nostro tempo, un oggetto d’indagine tutt’altro che pretestuoso. Il paragone con Leni Riefenstahl non riguarda ovviamente il talento considerato in astratto. Ma anche la regista tedesca diede un’interpretazione personale, e dunque artistica, alle adunate naziste. Trasformò quelle ridicole parate di gente ubriaca d’odio e di birra in qualcosa che ancora oggi, a riguardarle nei suoi film, emana una sorte di triste, stupido fascino. 

Non le bastò per l’impresa il suo innegabile talento. Come il suo emulo jihadista, anche la Riefenstahl aveva intuito che il più prezioso ingrediente del consenso, nelle società di massa, è la paura, e che il più efficace veicolo della paura è un’immagine sottoposta a qualche tipo di trattamento artistico. Il titolo più giusto per la sua opera più celebre dovrebbe essere Il trionfo della paura anziché Il trionfo della volontà. Asserragliato nel suo bunker tecnologico, l’autore del video dell’Isis nutre la stessa rozza ed arcaica fede: chi governa la paura, governa il mondo. 

Sicuramente, un immaginario contaminato e infine saturato dalla paura è un’arma poderosa. Lo sentiamo tutti che il nostro vecchio edificio di valori, sul quale sventolavano le bandiere della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità, patisce scosse tali da farlo traballare dal tetto alle fondamenta. Più che un luogo difeso, ci sembra uno spazio aperto a qualunque violenza e sopruso. Affermare che proprio queste condizioni lo renderanno migliore è solo una pia speranza priva di fondamento. La verità è che noi non siamo in grado di generare una paura di risposta, un’energia uguale e contraria. La nostra unica risorsa sembra consistere in una intermittenza del pensiero che è l’esatto contrario della maniacale fissità di questi nostri nemici. Le notizie si accavallano, il maltempo scaccia via la Libia, l’omicidio misterioso scaccia via il maltempo, la ruota delle paure è un caleidoscopio di notizie, speriamo solo di non essere noi la notizia, e tiriamo avanti. 

Sarebbe bello che gli storici del futuro potessero scrivere che alla fine ci siamo liberati di questi mostri perché eravamo distratti, incapaci di pensare sempre la stessa cosa, di coltivare una paura più delle altre. Abbiamo anche un grande vantaggio narrativo, per così dire, perché sappiamo come finiscono le storie della paura, che sono sempre storie di Golem, o di Frankenstein, insomma creazioni che i loro creatori sono incapaci di controllare, e che finiscono immancabilmente per rivoltarsi contro di loro. 

Per tornare al nostro regista della paura, lo scellerato che ha concepito quelle immagini come fossero un ordigno da scagliarci contro, questo è il capitolo della storia in cui lo scienziato pazzo gongola, si sente impunito e onnipotente, circondato da ammiratori. Spesso non conosciamo il suo volto e il suo nome, e forse non lo conosceremo mai, ma di sicuro possiamo affermare che è un incosciente, perché non conosce nemmeno lontanamente l’entità della potenza che ha suscitato. Nella storia umana, la verità è stata sempre la stessa: la paura non ha padroni. 

Emanuele Trevi
La lettura, 15 marzo 2015

domenica 22 marzo 2015

Tutto ciò che passa non è che un simbolo, l’imperfetto qui si completa, l’ineffabile è qui realtà, l ’eterno femminino ci attira in alto accanto a sé

se ci penso è stata per me un modello di femminilità.
è sempre stata simpatica, aperta, comunicativa.
gentile, ma di carattere.
era alta, gambe sottili -ma busto un po' grosso- tachi alti, abbastanza, capelli mogano.
quando andavo a casa sua, o il sabato e domenica, o nella settimana in cui i miei genitori partivano per il loro viaggio annuale e mi lasciavano a turno da una delle mie nonne, rimanevo stregata dagli oggetti della sua camera.
dormivo con lei in un lettino, a fianco del suo. 
mi ricordo un tavolino con uno specchio, di quelli da specchio delle mie brame, delle scatole con dei bigodini, con i trucchi, i belletti.
mi ricordo l'armadio e le calze di seta.
mi ricordo che volevo sapere quello che faceva.
mia zia T. non si è mai sposata, è sempre rimasta a casa della nonna con mio zio P., mai sposato nemmeno lui, eterno infante che ha avuto due madri che non l'hanno mai fatto crescere, mia nonna prima, mia zia dopo.
mi piaceva molto andare a casa della nonna G., casa enorme, popolare, mal ridotta, camere strette buie piene di oggetti. mistero nella mia mente di bambina. un bagno che non si può descrivere, una cucina altrettanto, ma mi piaceva. la sala era enorme, ci guardavamo la tv la sera, se solo passavano per caso un bacio in un film o le gambe scoperte di ballerine di fila volevo nascondermi sotto il divano per la vergogna. aleggiava aria di peccato,  di castigo, doveva essere l'aria in cui è cresciuto mio padre.
ma la nonna G. era dolcissima, occhi chiari capelli bianchi, era buona, e devota.
al nonno devo avere detto 4 parole in tutta la mia vita, mi terrorizzava, ne avevo una soggezione indicibile. se gli portavo il te nel gioco del "te e pasticcini" si vedeva che non stava al gioco, mi sentivo una cretina.
la zia T. era speciale, è probabilmente la zia alla quale ho voluto più bene di tutte, e di zii e zie ne ho avute a bizzeffe, le famiglie dei miei genitori erano numerosissime, solo mio padre aveva 12 fratelli.
uno dei ricordi più belli sono le dolorosissime vacanze a Salsomaggiore, ci si andava per fare le cure termali. le mie otiti sono sempre state un calvario per me. si affittava una casa e ci stavamo in tanti, le zie T. e G. e P. e L., e i cugini, parecchi pure quelli. mia madre mi portava e mi lasciava lì per 15 giorni, a settembre. era bellissimo, si andava al parco a giocare, si mangiava tutti insieme, si andava alle terme e si facevano le inalazioni e le maledette insufflazioni. quanto facevano male. ma le passeggiate in centro con la zia T. a vedere negozi e fare picoli acquisti e imparare a fare la maglia, erano strepitose, mi ripagavano di tutto quel male, tutti i santi pomeriggi. anche la zia T. faceva le insufflazioni, molto più coraggiosamente di me, e ce le somministrava un medico fighissimo. questo particolare lo ricordo molto bene: era bello, alto, gentile e fascinoso.
e faceva la corte alla zia.
e figurati la fantasia come partiva, navigava e veleggiava, mi ricordo le domande insistenti e impertinenti. aveva accettato di uscire con lui, e ci credo!!,  ed era tutto un come dove quando ma cosa vi siete detti cosa avete fatto dove siete andati ma ti piace ma lo vedi anche a milano. io e mia cugina C. la tormentavavamo di domande, lei ci stava, ma con discrezione. un po' ci accontentava, un po' si ritraeva. una giusta dose di notizie tra generosità e ritrosia. ma è stata una fonte preziosissima, una conferma alle fantasie pressanti di quell'età dispensate con buon senso.
ieri sono andata a trovarla in ospedale, ormai ha 80 anni ed è molto malata. gravemente malata.
sono rimasta sul letto con lei a parlare per un'ora. il suo carattere è ancora quello, nonostante tutto: forte e volitivo, sorridente e simpatico.
mi ha presentato a tutti come un medico, sua nipote medico, e di continuo mi ha citato mio padre, suo fratello, e le sue considerazioni di allora sul mio lavoro. tutte sbagliate, viste con la consapevolezza, mia, di oggi su di me.
mentre la guardavo vedevo la faccia di mio padre, un'impronta identica e indelebile, la bocca e i denti. la struttura del volto e degli occhi.
i miei nonni erano cugini di primo grado. i tratti genetici, fisici e metabolici (in famiglia tutti diabetici e ipercolesterolemci e cardiopatici, me compresa) si sono radicati e decuplicati nei figli. mio padre e la zia, e altri, hanno la stessa struttura del nonno, e da vecchi, su quel letto, malati, scavati, pallidi e disidratati, mi mostrano quella dentatura scolpita e replicata.
la vedo e la rivedo, la vidi nel nonno, decine di anni fa, l'ho vista in mio padre, l'ho rivista ieri in mia zia. ieri la guardavo, le parlavo, ma dentro di me qualcosa scavava, si turbava, andava altrove, in un luogo segreto. nel mistero.
per me, quella, è la faccia della morte, non c'è nulla da fare.
dall'eterno femminino all'eternità della morte.
memoria, anima del tempo.

venerdì 20 marzo 2015

Daniel Castan

conosciuto ieri sera  per la prima volta alla Affordable Art Fair, a Milano, Spazio Più, Via Tortona.
arte a buon mercato, in sostanza.
l'ho notato verso la fine della visita e mi è piaciuto.





a video non si può capire.
le tele sono percorse da spatolate di colore a olio. pare che usi il coltello. il tutto ripassato sulla superficie con vernice usata per le barche. effetto lucido, lucidissimo, la pittura esplode fuori dalla tela, è solida, spessa, coloratissima. l'effetto lucido è perfetto per aree urbane trafficate.
sembra piova da sempre.
erano a buon prezzo, si, certo, ma solo le tele piccole.
quelle grandi, veramente belle, veramente impattanti, veramente che ne vale la pena, perfette per un bel salotto, un po' meno.
non ho comprato nulla. ma avrei voluto.

giovedì 19 marzo 2015

capolavoro

ho letto sulla copertina: un capolavoro.
eh caspita com'è che non ho letto un capolavoro!
no, dico, capolavoro. una faccenda seria.
anzi, preciso: un libro immenso, un capolavoro.
dai Rossa non fare la snob, se ti dicono "capolavoro", "immenso", pure su audiolibro, letto da Caudio Santamaria, e leggilo allora.
la parole hanno un peso, di solito, l'avranno anche queste.
sempre lì a cercare i libri d'autore, a cavillare sui best seller, sulla mercificazione, sul plus godere, sulla società senza padre, sui gusti comuni, sulle fascinazioni di massa...e leggilo!
non rompere leggilo.
bene.
l'ho letto, ascoltato dai, dalla voce di Claudio.
a volte, come mi capita, ho riascoltato, risentito interi capitoli.
perchè, se si tratta di un capolavoro, non devo perdermi nulla e capire bene.
non è che poi critico e non so di cosa parlo.
ho aspettato qualche capitolo, lo giuro, prima di farmi delle domande.
per qualche capitolo ho sinceramente e rispettosamente aspettato.
ma
ahimè
con il passare del tempo, delle pagine, della storia, dei personaggi, delle parole, dell'italiano, o meglio della traduzione in italiano (unico dubbio che concedo), il capolavoro si è disfatto.
tristemente davanti ai miei occhi e dentro le mie orecchie.
l'italiano, o sua traduzione, i dialoghi, il contenuto, sono poveri. alla fame, alla deriva, senza dimora.
da carità all'angolo delle strade.
potrei riportare alcuni passaggi e verificare la miseria del linguaggio.
corrente, certo, ma da un capolavoro mi aspetto un linguaggio corrente da capolavoro.
meglio di no.
alcuni personaggi sono macchiette. la lingua che parlano li ridicolizza. i successi che ottengono sono smisurati. gli sviluppi narrativi sono incongrui.
la storia, con i soliti passaggi del vangelo a fare da sfondo ai delitti sado maso, è già letta, già vista, già tutto.
la costruzione narrativa perde dei pezzi o ne acquisisce di immotivati
(ma l'avvocato che fa da tutore viene annientato così senza problemi? che donna la nostra Lisbeth, guai a farle un torto, minuta ma inesorabile, una forza spropositata da un'anamnesi di sfacelo socio culturale pregressa)
(ma l'amante che si dilegua, perchè? com'è? boh, non era amore quello di Cecilia? così si leggeva)
(e 'sta figlia, compare giusto a metà libro a rivelare le verità sul vangelo, la vede una volta in un anno?)
(ma tutti quei furti mediatici? va bene così? ma lui non è un giornalista integerrimo? sgretolato di fronte all'ipotesi di rivalsa e di successo. un'etica facilmente raggirabile)
il finale è prevedibile, che fosse viva e mandasse i fiori a ogni compleanno era chiaro dalle prime rivelazioni sulla trama.
un capolavoro tua sorella.
ci sono cascata.
Uomini che odiano le donne: una boiata d'intrattenimento.
non per me.

lunedì 16 marzo 2015

se le tue fotografie non sono all'altezza, non eri abbastanza vicino

Robert Capa in Italia
esposizione di 78 fotografie
scattate nel biennio 1943-44
allo Spazio Oberdan di Milano 
dal 30 gennaio al 26 aprile 2015

vale la pena di addentrarsi nel mondo di Robert Capa, è una visione ravvicinata, senza filtri.
le foto sono accompagnate dalle sue riflessioni, abitudine descrittiva che vedo sempre più diffusa, e si respira un'autentica partecipazione.
credo abbia insegnato il fotogiornalismo a chi è venuto dopo di lui ma, forse, molti non hanno imparato la lezione come si deve. avverto rispetto nelle sue foto, il dolore c'è ma alla giusta distanza, la morte e la distruzione mantengono un loro pudore, le persone, se pur straziate, sono integre e dignitose. Capa non ruba niente, non strappa, è lontano dal sensazionalismo odierno, penso veramente che la sua lezione sia stata fondamentale e merita una doverosa osservanza. le sue inquadrature e osservazioni sono partecipi, umane, riflessive, solidali e spesso dubbiose e il dubbio, si sa, è un elemento fondamentale del processo di conoscenza.
in Capa c'è quel che serve, niente di più, niente di meno, umana compartecipazione.
come spiega John Steinbeck "Capa sapeva cosa cercare e cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra, perchè è soprattutto un'emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell'emozione conoscendola da vicino".











"se le tue fotografie non sono all'altezza, non eri abbastanza vicino"

domenica 15 marzo 2015

la camicia secondo me




E’ fin troppo facile raccontare la mia camicia bianca. 
E’ fin troppo facile dichiarare un amore che si snoda come un filo rosso lungo tutto il mio percorso creativo. Un segno - forse “il” segno - del mio stile, che dichiara una costante ricerca di novità ed un non meno costante amore per la tradizione. 
Tradizione e novità sono infatti gli elementi da cui prende il via la storia della camicia bianca Ferré. La tradizione, il dato di partenza, è quella della camicia maschile, presenza codificata e immancabile nel guardaroba, che ha fornito uno stimolo incredibile al mio desiderio di inventare, alla mia propensione a rileggere i canoni dell’eleganza e dello stile, giocando tra progetto e fantasia. Letta con glamour e poesia, con libertà e slancio, la compassata e quasi immutabile camicia bianca si è rivelata dotata di mille identità, capace di infinite modulazioni. Sino a divenire, credo, un must della femminilità di oggi.
Questo processo di elaborazione rivela sempre un intervento ragionato sulle forme. Mai uguale a se stessa, eppure inconfondibile nella sua identità, la blusa candida sa essere leggera e fluttuante, impeccabile e severa quando conserva il taglio maschile, sontuosa ed avvolgente come una nuvola, aderente e strizzata come un body. Può essere enfatizzata in alcune sue parti, il collo ed i polsi innanzitutto, oppure ridotta ed intenzionalmente privata di alcune sue parti: la schiena, le spalle, le maniche. Si impreziosisce di pizzi e ricami, è resa sexy dalle trasparenze, oppure incredibilmente ricca ed importante da ruche e volant. Si gonfia e lievita con il movimento, quasi in assenza di gravità. Svetta come una corolla incorniciando il viso. Scolpisce il corpo per trasformarsi in una seconda pelle. E’ la versatile interprete delle più svariate valenze materiche: dell’organza impalpabile, del taffettà croccante, del raso lucente, della duchesse, del popeline, della georgette, dello chiffon.. 
Nel lessico contemporaneo dell’eleganza, mi piace pensare che la mia camicia bianca sia un termine di uso universale. Che però ognuno pronuncia come vuole..
Gianfranco Ferrè.




sono a Palazzo Reale a Milano, un giovedì sera. le mostre chiudono alle 22 e 30.
sono venuta a vedere due mostre, Growing roots e La camicia bianca secondo me, ovvero secondo Ferrè.
la prima,  una retrospettiva che fa il punto sull’arte italiana degli ultimi quindici anni attraverso le opere dei dieci artisti vincitori del Premio Furla, mi fa sorridere, la seconda mi lascia di sasso.
sono nella sala delle Cariatidi e, pur trattandosi solo di camicie bianche, sono stupita.
l'allestimento è magico e sorprendente.
camicie bianche in fila, sembrano cadere dal soffitto, giochi di luce le illuminano e sembrano inquadrarle come personaggi in un film. emergono il bianco e il nero, c'è un'atmosfera di sospensione. 
si gira un po' estasiati, le camicie sono bellissime, ai lati ci sono i disegni dello stilista e le foto delle modelle, Ferrè ha disegnato e realizzato giochi d'arte più che indumenti per la gente, quel che penso è che la moda non è per chi vive, ma solo nella penna dei suoi ideatori, un gusto personale per collocarsi nella memoria, nella storia del costume.
questo allestimento ha a che vedere con le fiabe, con l'estetica, con il sogno, la sala fa da contesto a uno spettacolo teatrale, e i soldi, mi dico,  fanno la differenza. 
un impatto scenografico di grandissimo stile, un momento a bocca aperta e di naso all'insù, camicie come fiori, boccioli bianchi nella notte, ovunque.

giovedì 12 marzo 2015

OPG: guardare dritto dentro l’abisso

Paolo Giordano ha scritto un bell'articolo sul Corriere della Sera.
l'argomento è scottante e attuale: gli OPG e la loro imminente chiusura.
quel che coglie, secondo me, è fondamentale in questa questione ed è la paura.
la paura di tutti direi. degli operatori del settore, dei pazienti, della gente comune.
la paura è quel che ha generato l'orrore. 
perchè gli OPG sono l'orrore tanto quanto, o forse peggio, lo erano i manicomi. 
perchè sono l'emblema della degradazione umana proprio quando si era cercato di fermarla con la riforma del 1978, la legge 180.
la paura ha fatto sfuggire tutto di mano, gli ospedali giudiziari hanno cercato di arginare il terrore, il delitto commesso dal folle, con la negazione stessa della sua esistenza. l'esito è stato peggiore del delitto stesso.
ho scritto sullo stato della follia in un post -http://nuovateoria.blogspot.it/2014/04/lo-stato-della-follia.html- dopo la visione di un film agghiacciante di Francesco Cordio.
la paura è dei sanitari, medici e infermieri, che ora vanno incontro a una riforma che prevede riassorbimenti e nuove strutture, la domanda sullo stato effettivo delle cose è d'obbligo, la risposta non la conosco. la componente giudiziaria viene abolita, ci si fa carico del paziente, del malato, solo secondariamente colpevole di un reato. questo pensiero è decisivo, portante, sostanziale, l'unica speranza di trasformare la putrefazione in un moto di cambiamento, di cura.
la paura è dei pazienti, molti dei quali saranno dimessi, e molti di loro saranno salvati dal degrado umano, dalla dimenticanza, dall'oblio,  e gli altri, quelli gravi e socialmente pericolosi (questione sempre citata e mai fino in fondo capita), immessi in nuove strutture, i REMS (Residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria). il cambiamento è speranza oppure abbandono?
la paura è della gente, quella per cui la follia è innominabile, ma anche di quella che riesce a citarla anche solo mentalmente, di quella che l'ha vista crescere in casa e agitarsi come un animale inferocito, e di quella che non sa che negare la follia vuol dire solo alimentarla e trasformala in un incubo del reale.


Gli ultimi internati della nostra storia. Così finisce un'idea di detenzione

Il 31 marzo è prevista la chiusura degli Opg. Le incognite sul futuro Per i soggetti considerati gravi nuove «residenze» affidate alla Sanità

di Paolo Giordano







Ho sempre diffidato, anche letterariamente, di chi vedeva nella follia un accesso privilegiato alla verità. Eppure, mentre parlavo con gli internati dell’Ospedale psichiatrico giudiziario (Opg) di Aversa, ho avuto forte la sensazione che guardassero dentro un abisso che competeva anche a me - che compete a noi tutti -, con la sola differenza che su quell’abisso loro si sporgevano pericolosamente, e senza mai riuscire a distoglierne lo sguardo. 

Ci sono efferatezze nel passato di molti degli internati del «Filippo Saporito» - aggressioni, violenze carnali, patricidi e matricidi - e altrettante sono le atrocità nel passato dell’Opg stesso. Qui entrò la commissione presieduta da Marino nel 2010 e si trovò davanti uno scenario raccapricciante: sporcizia, sovraffollamento, detenuti legati ai loro letti, pratiche che rasentavano le sevizie. A vedere il vecchio letto di contenzione che viene adesso conservato come una reliquia, con l’orrido buco al centro per le deiezioni dei malati, non si può non domandarsi come sia stato possibile che una misura simile fosse ancora in uso cinque anni fa. Ma sarebbe troppo comodo accodarsi alla scia dello sdegno comune, condannare gli Opg come luoghi isolati di sadismo sfrenato, senza rilevare la parte di responsabilità che ognuno di noi ha avuto in tutto questo: la convenienza di una nazione intera che, dopo avere applaudito a lungo se stessa per la chiusura dei manicomi, ha tollerato per decenni delle realtà perfino peggiori, in ragione della presunta pericolosità sociale di alcuni infermi.

Oggi, al «Filippo Saporito», si avverte soprattutto una specie di trauma al contrario. La diffidenza del personale nei riguardi del visitatore esterno, di colui che potrebbe giudicare, scrivere e così rinnovare la vergogna, è quasi invincibile, è la diffidenza di chi si è sentito maltrattato (seppure non del tutto ingiustamente) e utilizzato come capro espiatorio. Alcuni degli internati erano stati evidentemente «preparati» per il mio arrivo, al punto da lanciarsi in elogi irrefrenabili e un po’ goffi dell’Opg e del suo staff, ma l’intento dietro la «preparazione» non sembrava quello di mascherare qualcosa (ciò che andava svelato è stato svelato, credo), bensì l’ansia che un nuovo ciclone potesse scatenarsi. Molti degli operatori sanitari e di custodia che lavorano nell’Opg erano lì anche parecchi anni fa, hanno vissuto l’ospedale come un luogo con regole a sé, poi i riflettori impietosi e infine la brusca inversione di rotta. Non tentano di nascondere ciò che l’Opg era. La sola giustificazione che portano, e alla quale non è così difficile credere, è questa: «Non avevamo le risorse». 

Non che l’Opg sia diventato un posto veramente gradevole, nel frattempo. Gli edifici sono tutti malmessi - finestre rotte, soffitti anneriti -, i bagni delle celle si presentano come corridoi angusti e tetri, mentre nel 9bis i servizi sono ancora in comune: alcuni internati sono recalcitranti a utilizzare le docce, ma a vederle non si può dare loro torto. Tutte le migliorie, mi spiegano, dalle parti ritinteggiate ai fornelli con le piastre a induzione per scaldare il caffè, dalla fattoria per la pet therapy alle aule dove si svolgono i laboratori, sono state realizzate su iniziativa spontanea del personale. Dopo la rappresaglia mediatica, si percepisce l’ambizione di migliorare e una psichiatra si lascia sfuggire il proprio rammarico: «Ciò che sta succedendo è un processo evolutivo, ma al tempo stesso ci sentiamo come se ci venisse tolta la terra da sotto i piedi, proprio mentre stavamo imparando a fare la cosa giusta». 


Ciò che sta succedendo è la chiusura dei sei Opg ancora attivi in Italia. La data prevista è il 31 marzo e non si attendono proroghe. I circa 700 internati verranno ridistribuiti in base a un principio di appartenenza territoriale, affidati al servizio sanitario e alloggiati in comunità, case-famiglia o altri enti di accoglienza. Soltanto quelli considerati non «dimissibili», in ragione della loro pericolosità, saranno destinati a nuove strutture, più piccole degli Opg, battezzate Rems. Anche le Rems, tuttavia, saranno interamente affidate alla sanità: non penitenziari ridotti, dunque, ma luoghi di cura. In un quadro ristretto, questo è l’arrivo di un percorso iniziato con la denuncia della commissione Marino e la frase ormai celebre pronunciata dall’ex-presidente Napolitano, che parlò degli Opg come di un «estremo orrore, indegni di un paese appena civile». In un quadro esteso, la dismissione degli Opg è solo la tappa ulteriore di un cammino assai più lungo e faticoso, passato per gli sviluppi controversi della psichiatria e la legge Basaglia, e la cui immagine seminale si può attribuire già a Philippe Pinel. Nel 1792, Pinel fece togliere le catene ai «pazzi furiosi» di Bicêtre ed essi, invece di dare in escandescenze, camminarono incontro al loro liberatore, per ringraziarlo. 

Viene da domandarsi perché, se certe idee circolano nella medicina da oltre duecento anni, ci abbiamo impiegato tanto, perché fino a ieri i detenuti psichiatrici del nostro Paese fossero la categoria più radicalmente privata di diritti, perfino di quelli fondamentali che assicurano la dignità dell’essere umano. La risposta era già in grado di fornirla Foucault, quando scrisse: «Quanto al malato mentale, egli rappresenta il residuo di tutti i residui, il residuo di tutte le discipline, inassimilabile a tutte quelle che si possono trovare in una società». In questa prospettiva, gli scempi perpetrati ad Aversa come in altri Opg della penisola non erano un abuso esclusivo di chi in quelle strutture operava, bensì la deiezione di un Paese intero, esso sì, ancora incatenato a un letto di contenzione fatto di paura. 
Oggi sono molte le aree nelle quali la reclusione in Opg viene già evitata. E il numero esiguo di coloro che sono ancora internati potrebbe far pensare a un cambiamento marginale, più che altro simbolico. Eppure, è soprattutto così che una civiltà perfeziona se stessa: attraverso la destituzione di simboli che ormai appaiono sorpassati, deteriori. 

Più che il passato sconcertante, occorre adesso considerare il futuro prossimo, che in questo «processo evolutivo» porta con sé preoccupazioni legittime da parte di molti. Da parte della popolazione, innanzitutto. La follia spaventa oggi come duecento anni fa. Se poi si accompagna ad azioni criminali, come omicidi o violenze sessuali ( un uomo che ha mangiato sua madre ), essa scatena suggestioni incontrollate, finisce per abitare il dominio del terrore. Ma al percorso di reintegro dei malati, accelerato dalla politica sull’onda dello sdegno, non si è accompagnata alcuna iniziativa di sensibilizzazione. È facile prevedere che, quando diverrà chiaro a tutti che all’interno delle Rems non vi sarà per legge alcun personale di custodia o vigilanza, si scatenerà un malcontento diffuso, se non addirittura una paranoia. Un’orda di pazzi violenti a piede libero , sarà il messaggio recepito da alcuni in assenza di un’informazione adeguata. 

Al contrario, per gli attivisti di «StopOpg» e per molti psichiatri, l’istituzione delle Rems rappresenta una misura contraddittoria ed eccessiva. Essi ne denunciano l’inutilità, nonché il rischio che le Rems si tramutino presto in dei micro-Opg. Non vi è evidenza, sostengono, che i soggetti psichiatrici siano più inclini degli altri a ripetere le loro azioni criminose e forse è il concetto stesso di «pericolosità sociale» a essere errato: secondo Debuyst si tratterebbe soltanto di un retaggio antico, di una «malattia infantile della criminologia». 

C’è poi il fardello che cade improvviso sul personale sanitario, investito di responsabilità nuove, come il mantenere un livello di sicurezza e ordine fra internati, senza l’ausilio dei secondini. Ad Aversa qualcosa di simile avviene già oggi, ma soltanto in zone specifiche dell’Opg, con pazienti considerati più «gestibili» e comunque con la possibilità di un intervento tempestivo da parte delle guardie. Come regolarsi nelle nuove Rems? Si dovrà assumere una vigilanza privata almeno per l’esterno? E dentro? I responsabili dei nuovi centri stanno affrontando un’infinità di dettagli scomodi, oltre a una burocrazia titanica che promette ritardi. Andrebbero evitate le sbarre alle finestre, per esempio (la Rems non deve ricordare un penitenziario), ma su chi ricadrà la colpa quando in un accesso di delirio il primo degli internati riuscirà a buttarsi di sotto? 

Il nuovo assetto, più frammentato, sarà in generale meno controllabile di prima. Molti pazienti verranno affidati a enti privati, ad associazioni accreditate di vario genere, religiose e non, e per questi diverranno istantaneamente una fonte di profitto, con tutti i rischi ovvi che ne conseguono. In Italia, è difficile non essere attraversati da un fremito di inquietudine ogni volta che si sente parlare di «comunità» e «associazioni». Qualcuno scommette poi che la criminalità organizzata, quella tutt’altro che inferma mentalmente, stia già preparando dei dossier ad hoc per i suoi, con i giusti precedenti, le giuste perizie, per accedere in caso di necessità alle nuove strutture piuttosto che al carcere. 

E infine, ci sono le ansie dei detenuti. Al «Filippo Saporito» ho cercato di capire quale chiarezza gli internati avessero dei cambiamenti in atto, del destino che li attende. Per lo più è emersa una grande confusione, qualcuno parlava frettolosamente di ritorno a casa, un altro ha evocato pieno di angoscia luoghi in cui si fanno «esperimenti sulle persone». Ho chiesto a M. se a casa sua, in Abruzzo, ci fosse qualcuno ad attenderlo. «Andrò a stare da mia madre», ha detto. Aveva una fiducia struggente in quel ricongiungimento. «La tua famiglia viene a trovarti spesso? - No, perché abitano lontano. - Ma qualcuno è mai venuto? - Le mie sorelle, una volta». Una volta. In nove mesi. 

È questa, molto spesso, la realtà dei «residui dei residui»: un abbandono radicale che comincia in seno alla famiglia e si estende alla comunità, alla società tutta, lo stesso abbandono che ha perpetuato l’esistenza degli Opg, di piccoli inferni locali come quello di Aversa, proprio nel centro storico, a un passo dalle vie dei negozi e dei locali notturni. Non ci saranno molte famiglie pronte a riprendersi i loro folli, perciò quell’accoglienza viene richiesta a tutti noi in quanto cittadini. A partire dal 31 marzo vedremo sotto una luce nuova che tipo di Paese siamo, quale livello di maturità abbiamo raggiunto, con quanto coraggio siamo disposti a guardare dritto dentro l’abisso. 

martedì 10 marzo 2015

Whiplash

l'ultima scena vale tutto il film.
ma direi che il film vale comunque. 
anzi, finalmente un bel film dopo molte delusioni, vedi Turner, vedi Birdman, film noiosi con poco da dire.
fa eccezione Shaun, vita da pecora -cosa?- delizioso film dagli stessi animatori di Wallace e Gromit -come?-, ma questo è un mondo a parte, muto e leggero, e consiglio a tutti di salirci sopra, figli o no.
tornando a noi l'ultima scena di Whiplash è da infarto, io ho sudato come stessi scalando una montagna. al termine qualcuno ha accennato a un applauso, e ne ho avuto l'istinto anche io, evento raro al cinema. 
questo film è due cose: musica e nome del padre.
musica molta musica, un film sulla musica, il jazz, la passione e la fatica. la dedizione alla musica. 
la follia della musica? anche nella musica, come per ogni desiderio, la passione può sfiorare la follia, del discente, dell'insegnante.
il ragazzo Andrew, suona la batteria, jazz, alla Shaffer, rinomata scuola di NY. e sembra non saper pensare ad altro. nessun amico, nessuna vita sociale, nessuna relazione d'amore, niente, solo la musica e un padre, amorevole come una madre. la madre non c'è più, morta molto tempo fa. anche il padre, di fatto non c'è, non c'è la legge e la regola del padre, la spinta sociale, ma c'è un padre protettivo che compra le gelatine di frutta e interpella gli avvocati a difesa del figlio. 
l'insegnante, Terence Fletcher, è sadico. carpisce informazioni con faccia d'angelo e rivolta tutto a danno del discepolo, usa le informazioni per umiliare, danneggia tutti con una ferocia senza senso. di fatto è un pessimo insegnante, un folle alla ricerca di una soddisfazione personale che non trova pane per i suoi denti. produce frustrazione e abbandoni, pure suicidi tra gli allievi, e non si placa, convinto che al suo sadismo conseguirà la vittoria sulla mediocrità. senza risultato.
eppure, il film ce lo racconta, l'incontro tra i due, un giovane talento alla ricerca di un padre padrone e un insegnante fallito, aggressivo e nocivo, produrrà l'effetto desiderato, la rivelazione del talento.
l'ultima scena consacra questo incontro riuscito. all'ennesima cattiveria dell'insegnate, all'ennesima illusione del ragazzo, all'ennesimo abbraccio amorevole e compassionevole del padre, segue l'esplosione del desiderio, della riuscita personale. 
sembra che Andrew sia stimolato dalla ferocia di Fletcher, in fondo non fa che cercarla. la cerca come unica fonte di stimolo, come unica possibilità di espressione della sua ambizione smisurata. nel film abbandona temporaneamente la musica ma per amore di un padre angosciato per lui.
sembra che Fletcher stia solo aspettando questa occasione, qualcuno capace di rispondere alla sua ferocia con accanimento e ferocia del tutto speculare alla sua. in fondo il nostro ragazzo suona fino al sangue dalle mani, le immerge nell'acqua gelata, si sottopone a prove da marine sul fronte, e non gli dispiace morire per la musica. sa rialzarsi da un incidente in auto mortale e correre alle prove grondante sangue e trauma, appunto. musica e sangue. musica e guerra. 
da detonatore alla riuscita di tutto questo ritroviamo il padre, il suo abbraccio, il suo amore incondizionato, il suo amore materno. il padre avvolge il figlio, accorre per consolarlo del tranello escogitato dal folle insegnante per umiliarlo, e il figlio trova lì lo slancio per tornare dal padre che ha trovato, il suo sadico persecutore. 
e sarà intesa tra loro, uno sguardo di reciproca ammirazione e accettazione sancirà il successo per entrambe.
scena finale.
applauso.

Whiplash è un film diretto da Damien Chazelle e interpretato da Miles Teller (Andrew) e da J. K. Simmons Terence Fletcher), vincitore di 3 Premi Oscar.

lunedì 9 marzo 2015

America

Con le mie foto cerco di trasmettere il senso del luogo, quando fotografo devo rimanere completamente solo. Non voglio nessuno che mi osservi mentre immortalo i soggetti. L’atto del fotografare innalza il luogo e le sue storie in un’eternità, in cui la sua stessa condizione temporale può essere ingrandita, studiata e testimoniata per sempre. Così l’immagine fotografica fa entrambe le cose: disvela l’eternità e al tempo stesso la rende obsoleta. […] In ognuna di queste immagini avvertiamo la natura del tempo, l’essenza della mortalità e dell’immortalità.

America
WIM WENDERS
Villa Panza, Varese 
mostra di fotografie
personaggio amabile, intenso, intelligente
incantevole Villa in quel del varesotto ricco e brumoso
molta neve
molto freddo
e poi, dentro,  la luce 
Ground Zero
Avevo portato la mia macchina fotografica panoramica, per essere in grado di cogliere l’ampiezza del luogo, e la natura stessa delle foto che scattavamo ci costringeva a rivolgere lo sguardo soprattutto verso il basso. All’improvviso vidi una luce diversa splendere attraverso la polvere e il fumo. Sollevai lo sguardo e mi resi conto che il riflesso del sole aveva immerso per qualche istante Ground Zero in una luce accecante. Era ancora mattina, e fino a quel momento i grattacieli intorno avevano impedito ai raggi del sole di illuminare direttamente lo spazio rado di Ground Zero. Ma adesso gli edifici circostanti contribuivano a deviare la luce. Anche gli operai lo notarono. Vidi Joel [Meyerowitz, il fotografo che aveva ricevuto dal comune di New York il compito di fotografare la macerie, ndr] guardare su, incredulo, borbottando di non aver mai visto nulla di simile in tutti i suoi giorni “di servizio”. Non durò a lungo, e il sole scomparve di nuovo. Ma in quei momenti, nelle poche foto scattate con quella luce, mi sembrò di essere il testimone di un messaggio che il luogo stesso ci consegnava. Era un messaggio di pace. Quel luogo aveva visto un orrore indicibile. Ma ora, per un attimo, mostrava un lampo di bellezza surreale che voleva dire: “Il tempo guarirà le ferite! Questo luogo guarirà! Questo paese guarirà! Ma tutto ciò non deve essere la causa di altri morti! Non lasciamo che questo diventi motivo di ulteriori orrori…”. Questo è ciò che ho capito mentre scattavo le mie foto in quegli attimi beati. E sì, spero di aver immortalato quel messaggio

ogni foto è accompagnata da commenti di Wenders
acuti
profondi
spiritosi
umili
appassionati


molte foto ricordano, come esplicitamente affermato dall'autore,
la pittura di Hopper.
la foto sopra, Woman in the window, potrebbe essere l'esterno di Morning sun.

Non ci sono molte persone nelle mie fotografie. Di solito aspetto finché se ne sono andate. Non perché mi disinteressi della nostra specie, al contrario! È solo che trovo più stimolante vedere le tracce lasciate dalle persone e lasciare che siano i luoghi a parlare. Sono convinto che strade, case e paesaggi sappiano parlare di noi in maniera molto eloquente. Ci hanno osservato con pazienza. Ci guardano per tutto il tempo... 
Wyeth Landscape, Montana  è un omaggio a un altro artista, che non conosco: Andrew Wyeth.
Utilizzava – commenta Wenders – tecniche antiche come l’acquerello a secco e la tempera all’uovo che aveva studiato nei dipinti di Dürer o Michelangelo. In poche parole, aveva fegato!
è un omaggio al sogno americano, sull'infinito. questi spazi immensi sono un tentativo di mai finito.
qualcosa ricorda Furore di Steinbeck, ma qui la luce e il grano brillano.

il cartello, lì, nel nulla, fa da testimone. progetti urbani abbandonati, il cartello fa da resto.
il cartello riempie il nostro immaginario sull'America, enormi spazi, vuoti.
l'insegna, dipinta, diventa un'icona, diventa oggetto architettonico a se stante, una capsula temporale di messaggi abbandonati.
“Il West non voleva essere conquistato – dice Wenders – e ha resistito ostinatamente a quasi ogni tentativo di civilizzazione”. Ne sono testimonianza quei cartelli che ancora si possono incontrare con scritto sopra l’indicazione “Western World Development Tract 8271” che delimitano lo spazio vicino Four Corners (California) in cui sarebbe dovuta sorgere una città mai edificata.
il luogo parla, dopo le tracce lasciate dalla persone, strade case e paesaggi sanno parlare in modo eloquente. nel West la natura è stata più forte di ogni cosa, più di quanto ci si aspettasse, lì tutto va in pezzi.

Butte, nel Montana, è un  paese di minatori che nel secolo scorso poteva essere considerato una cittadina piuttosto grande a ovest del Mississippi e che viceversa all’inizio del secolo nuovo, dopo l’abbandono delle miniere diviene una enorme città fantasma, “metafora dell’abbandono, un contenitore della mia storia" come lo stesso Wenders la definisce.
la casa ha le rughe sulla fronte, le case hanno facce e caratteri come le persone.



ho guardato la mostra con grandissima gioia. il contesto era esaltante, fuori pioveva, anzi nevicava, la villa era bellissima. la mostra è bella, molto bella, mi sono mangiata le foto, voracissima. ho letto ogni riga, ci ho pensato e riflettuto, ho scritto molto sul mio quaderno, e non ho fatto che ripetermi che Wenders ha un grandissimo talento, un talento fruibile, un talento che arricchisce, che trasmette, che parla. le sue foto mi hanno parlato, molto intimamente, e a tratti mi sono commossa, come mi capita ultimamente ogni volta che mi arriva qualcosa di bello. mi viene da piangere, è un'emozione che mi possiede, forse per la rarità della bellezza. mi piace questa lunga e feconda riflessone sui luoghi, mi comunica spazio e speranza.