bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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martedì 10 marzo 2020

la luce nelle mani

sono i dettagli delle mani, e dei volti, che mi hanno colpito in La Tour.
le trasparenze della pelle attraverso la luce delle candele.
la modernità dei volti, dei tratti.



infine l'opera più straodinaria è l'ultima della mostra, S. Giovanni nel deserto.


un'ombra di uomo, che vive solo nel riflesso di una luce fioca e sinistra, non posso immaginare figura più essenziale, scarnificata, impoverita di tutto, eppure un'onda di potenza e di santità mi arriva in piena faccia e mi bagna gli occhi. sento la solitudine di questa figura e al contempo il coraggio, la rassegnazione a un destino di dolore. un assenso alla posizione di penitente. 

venerdì 6 marzo 2020

maddalena allo specchio

Georges De La Tour - Palazzo Reale





Maddalena allo specchio, vanità e morte.
un pittore misterioso e moderno, sorprendente, nella mia Milano deserta.
una boccata d'aria nella pioggia battente di un giovedì di storia moderna italiana.






venerdì 10 gennaio 2020

Madonne

erano entrambe di proprietà dei Litta, conservate nel grande palazzo di Corso Magenta, ma, nel 1865, Antonio Litta Visconti Arese ne vendette una allo zar Alessandro II di Russia, che lo pagò una cifra paragonabile a 2,5 milioni di euro (inizialmente l'opera fu posta a Mosca per poi passare all'Ermitage), l'altra a fu acquistata da Gian Giacomo Poldi Pezzoli nel 1864 e oggi si può ammirare al Museo Poldi Pezzoli di Milano.
in realtà, grazie a una feconda operazione culturale, oggi sono entrambe collocate al Museo Poldi Pezzoli, in una mostra di piccole dimensioni ma di bellezza mozzafiato.
sono le Madonne di Leonardo e del Boltraffio, peraltro in buona compagnia di altre sensazionali sante donne, la Madonna con il Bambino di Marco d’Oggiono, di Francesco Napoletano e del Maestro della Pala Sforzesca.
non si tratta di una sfilata démodé, al contrario, si tratta di  veri schianti, di donne meravigliose, roba da lustrarsi gli occhi e leccarsi i baffi.

Leonardo da Vinci, Madonna Litta, 1495 circa, tempera su tavola trasportata su tela, San Pietroburgo, Museo Statale dell’Ermitage


Giovanni Antonio Boltraffio (Milano, 1467-1516) Studio per una testa di bambino che prende il latte (studio per la Madonna Litta) 1490 circa


Giovanni Antonio Boltraffio, (Milano, 1467-1516), Madonna con il Bambino (“Madonna del fiore”), 1487-1488 circa, olio su tavola, Milano, Museo Poldi Pezzoli
Marco d’Oggiono, Madonna con il Bambino (“Madonna delle violette”) 1495-1498 circa

Leonardo ha fatto scuola, in tutti i sensi. si tratta infatti di allievi della sua scuola e si tratta anche di un dipinto, quello della Madonna oggi all’Ermitage, che conobbe una notevole fortuna, come dimostra il grande numero di copie e derivazioni eseguite da artisti lombardi che ci sono pervenute.
del dipinto di Leonardo mi colpisce, oltre alla bellezza della donna, il delicatissimo intreccio dei capelli, quel velo sottile che compone la sua elegantissima capigliatura e poi la circonda e la avvolge fino alle vesti che accolgono il bambino. lo stesso gioco si osserva nella Madonna di d'Oggiono, mentre una ricchezza d'abito mozzafiato e un delicato gioco di nastri vestono la Madonna di Boltraffio con il suo bambino.
una mostra straordinaria, ci ho girato dentro per molto tempo, guardando, poi tornando, girando poi riguardando, osservando e sospirando.
che meraviglia

venerdì 8 novembre 2019

bisogna scoprire il demone in ogni cosa, bisogna scoprire l'occhio in ogni cosa

Giorgio De Chirico








enigma
mistero
ombre
sospensione
metafisica
tempo
miti
infanzia
sogno
inquietudine
rebus
inganni
classicismo ellenico
rivelazione
pietrificazione
manichini
dislocazione
spaesamento

una pittura spiazzante.
non so nemmeno se guardo la capacità pittorica, guardo il soggetto.
e sono senza fiato.
mi ritrovo in tutto. e in niente.

giovedì 24 ottobre 2019

oh un geranio di un molle rosa incarnato sopra un abito di stoffa inglese

questa mostra è uno schianto.
come una gran bella gnocca che passa per strada.


Chi potre pensare a Tintoretto o a Tiepolo, a Veronese, o a Piazzetta, senza la luce di Venezia? La luce goriosa e patetica, allegra e funerea.

"E quel chiaro pomeriggio domenicale, come altre volte, pensò che l'aria di Parigi, la luce del suo cielo, ha in sè una specie di magia. Le cose acquistano in essa un'espressione di sogno e di dolce mistero".




forse potrei metter qui la mostra intera.
sono pochi i quadri che non mi sono piaciuti.
certamente il "gladiolo fulminato" del 1930, è folgorante, già a partire dal titolo, un po' futurista.
"oh un geranio di un molle rosa incarnato sopra un abito di stoffa inglese, in una mattina primaverile può valere l'universo!...Per l'eleganza si arriva al punto di non andar con l'amico perchè ha una cravatta che stona con la tua."



De Pisis Museo del 900,
Milano dal 4 ottobre 2019 al 1 marzo 2010
promossa e prodotta da Comune di Milano | Cultura e dalla casa editrice Electa con il sostegno dell’Associazione per Filippo de Pisis, a cura di Pier Giovanni Castagnoli con Danka Giacon – conservatrice del Museo del Novecento.
Suddivisa in dieci sale, l’esposizione segue un andamento cronologico che introduce al visitatore l’universo di Filippo de Pisis (Ferrara, 1896 – Milano, 1956), a partire dagli esordi nel 1916 e dall’incontro con la pittura metafisica di de Chirico fino agli inizi degli anni Cinquanta, con il drammatico periodo del ricovero nella clinica psichiatrica di Villa Fiorita.


mi ritrovo nel suo sguardo, anche quando si ispira alla metafisica di De Chirico, è come se lo approvassi: si è così.
è polveroso a volte, e poi è pensoso, come in un altrove.
mi piace davvero molto.

domenica 18 agosto 2019

arlecchino dal dentista

Guido Pajetta
al solito palazzo Reale mi regala, nel pieno dell'estate, piacevolissime scoperte artistiche.
cominciamo da qui.
Miti e Figure tra forma e colore - palazzo Reale, fino al 5 settembre
Nella sua lunga carriera Pajetta ha attraversato quasi interamente il 900, incontrandone gli stili e i personaggi più importanti ma, nonostante i numerosi sodalizi artistici e le innegabili influenze, rimane una figura anomala all’interno di questo contesto. Non gli interessa infatti legarsi e identificarsi con uno stile, tanto che si allontana da qualunque movimento artistico riconosciuto per non essere limitato nel proprio fare arte. È piuttosto un artista che dipinge spinto dal proprio inconscio, dalle proprie inquietudini, dal proprio istinto e dai propri demoni. Il gesto pittorico di Pajetta, a volte leggero e veloce, altre volte graffiante e marcato, muta in continuazione. Ma se nel corso della sua carriera l’artista cambia la forma della sua pittura e si mantiene sempre in bilico tra figurativo e astratto, non è così per i contenuti, tutti riconducibili alla ricerca di sé e di sé nella storia. Pajetta ha saputo adoperare tanti linguaggi in funzione di quello che era il suo obiettivo di analisi interiore.



non sapevo nulla, e sono andata a un appuntamento al buio.
le prime sale mi sono sembrate già viste, con agganci a vari autori, Carrà e Picasso.

poi il discorso si è fatto interessante e alla fine mi ha stregato.
convinto.
appagato.
divertito, anche rapito.
dagli autoritratti alle maschere, per finire con le figure femminili, Pajetta mi è sembrato un autore libero, vivo, figurativo e astratto.
il suo sguardo mi è piaciuto.