
quel che fa di un uomo, un uomo.
ha 60 anni ha la faccia arrossata dal sole, lavora in un cantiere.
è semplice nei modi e nelle parole.
parla a testa china, non alza lo sguardo, sorride stentatamente. quasi si vergognasse della gioia.
ha un passato di solitudine e sofferenza, niente di eclatante, nessuna tragedia, nessun lutto prematuro o inaspettato, solo la vita che brucia, fa male e non prende il suo cammino. una vita che non respira, soffre di asma, non si ossigena.
l'ansia lo addenta, lo rallenta, lo fa sentire perduto, solo in mezzo alla gente.
ricorda, bambino, il silenzio. seduto a tavola con i genitori in silenzio. silenzio. forse che il silenzio somiglia alla morte?
ricorda un cimitero, ancora ragazzo, un funerale, uno zio calato nella tomba e per la prima volta la sensazione, quella sensazione, una sensazione che non morde, no, di più, che sbrana. la sensazione di cedere e di morire lì, in quell'istante.
confessa di non aver amato, mai nella sua vita.
confessa di non conoscere il sesso, mai nella sua vita.
una vita di paura. di cedimento, vuota, senza amore, senza contatto carnale.
ma, quest'uomo, è tutto tranne che vuoto.
sorrido se penso al commercio corporeo dei nostri tempi, sorrido se penso che quest'uomo nemmeno la vede, l'aria che tira intorno, nemmeno la sfiora, la densità carnale che ci circonda, nemmeno la conosce, la sessualità urlata che trasforma l'unico in banale.
quest'uomo vive fuori dal tempo. fuori dal suo tempo, fuori da questo tempo.
il tempo, interno ed esterno, lo detta il suo ricordo, la sua memoria, quel silenzio e il suo parlare.
guarda le cose come fosse per la prima volta, tutto. ogni cosa ha una sua verità, ogni gesto ha un valore, ogni parola ha una storia, ogni persona ha una densità.
quando sta per dire qualcosa, e quali cose, lo annuncia, timido, impacciato, timoroso di dire banalità. o oscenità. o assurdità.
ma, al contrario, a ogni frase, scelta, pensata, enunciata, c'è il senso delle cose.
raramente ho parlato con qualcuno che non avesse veli tra sè e il mondo. di solito faccio la ronda intorno al filo spinato della mente e magari, se sono fortunata, trovo una breccia per entrare senza procurare sanguinamenti.
raramente ho percepito densa l'autenticità del sentire.
non c'è, in quest'uomo, mediazione della coscienza, non c'è falsità dell'educazione, non c'è arroganza della presunzione, non c'è barriera dell'io prepotente, non c'è imposizione della cultura. ciò che vede tocca, ciò che sente emerge.
forse ora qualcosa cambia, la parola cura. si signori, la parola sa curare.
racconta felice di aver fatto un complimento a una signorina. una cassiera con una briciola in un occhio che la faceva lacrimare. le ha detto che ha dei bellissimi occhi. teme l'osceno come solo l'ingenuità sa dettare e mi convince che non c'è malizia.
mi dice: in quel momento ho solo scelto la vita. basta morire, morire sempre, per ogni cosa.
ed è così, la scelta del bello, della speranza, dello sguardo è la rivincita della vita sulla morte. perchè a volte va in cantiere, prima dice di no, ha paura, poi magari telefona e dice solo che è in ritardo, ha paura, poi invece va e in orario e non ha più paura. di cosa? di stare male, di cedere e di dover andare via. in ambulanza.
vita dolore, vita paura, vita galera, ma con un po' di speranza negli occhi belli di una donna.
sogna una vita nuova, parla di una comune, una vita in condivisione, con qualcuno, con altri, ma non una famiglia, non fa per lui. la donna è il santuario della santità, nel corpo di una donna, mi dice, c'è sacralità. forse sarebbe meglio pensare la donna come più vicina, toccabile, sfiorabile e non viverla come un santuario di simboli inviolabili. non perchè la sacralità non sia un valore ma perchè rischia di arrestare il desiderio, di lasciare soli, di non coltivare l'appartenenza.
cerca soluzioni attraverso le domande, pensa a come vivere la sua vita, si immagina e proietta in una condizione sociale in cui il contatto con l'altro, un altro generico asessuato, sia la salvezza da una vita ingabbiata nella paura.
quest'uomo, a 60 anni, parla di futuro.
quest'uomo, oggi, nel 2010, parla di sacralità.
chi, oggi, di voi, ha il coraggio di usare queste parole?
http://browse.deviantart.com/?qh=§ion=&q=old+man#/d11uv5m