bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

venerdì 16 luglio 2010

feel better now



dai, a quelli che si squagliano e pensano al natale.

giovedì 15 luglio 2010

Bolero: erotismo firmato Bejart


i miei festeggiamenti sono inziati sabato. Milanesiana, rassegna culturale che verte, quest'anno, sul tema del paradosso. tema interessante, non sempre rispettato nel suo vero significato, ma sabato ho ascoltato Jane Campion e Salma Rushdie confermare il senso portante della contraddizione nella genesi letteraria, ho ascoltato Ute Lemper (aaahhhhhh Ute, mia divina co-concerina) cantare Weill, e infine mi sono vista, fino alle due di notte wow, alcuni corti della Campion...bianco e nero...espressione potente dell'immagine.
il genio espressivo mi consola della miseria umana, la mia in primis.
un buon inizio ma il crescendo, si sa, e' un moto dell'anima e non solo di quella.
e la mia festa è stata un 'evoluzione verso il cielo, a partire dai baci alle carezze sono arrivata in cima, fino alle nuvole, fino al blu.
infatti, ieri sera Villa Olmo, lago di Como, trittico di Bejart.
infatti ieri sera, il Bolero di Ravel nella versione di Bejart.
atmosfera incantata, lago, estate, cielo, stelle, bellezza neoclassica...e anche caldo e pubblico molesto.
ma.
nulla ha potuto, nemmeno la mia vicina che fa atto di presenzialismo ma chiaramente non guarda quel che vede, si sventola insopportabilmente un ventaglio che rumoreggia ritmico alla mia destra e distoglie la mia attenzione con quel movimento continuo e inutile, nemmeno la fila delle vedove inconsolabili che ridono senza motivo se non quello del chiacchiericcio inopportuno, nulla ha potuto evitare l'ipnosi del Bolero di Ravel.
nessuno mi può dire che merdailballettomivienedavomitare senza aver prima visto questo capolavoro del genio e dell'intelligenza emotiva e motoria.
la potenza di questo pezzo di musica e danza è, ogni volta, devastante.
l'ho visto quattro volte e ogni volta mi dico che non sara' l'ultima.
ballava il Tokio Ballet, a buona ragione uno dei rappresentanti piu' significativi dell'eredita' artistica di Bejart, una scuola di perfezione stilistica e interpretativa.

ma nel Bolero non c'e' solo lo stile.
nel Bolero c'e' movimento corporeo che inneggia alla mascolinita', alla sessualita', all'eccitazione e all'estasi corporea, oltre che, come sempre nella danza, alla sfida alla legge di gravità.
il ballo è, spesso, un'espressione libidica che sottende al sesso, anzi è sesso quanto una scopata.
nel Bolero c'è una tavola rotonda, rossa, nel mezzo della scena, sopraelevata e vi danza un personaggio. ieri sera era una donna, anche se il balletto e' stato anche interpretato al maschile.
nel Bolero ci sono una ventina di sedie intorno occupate, dapprima silenziosamente, poi vorticosamente, direi inesorabilmente, da uomini. lei balla con calzamaglia nera e body color carne, loro con calzamaglia nera e petto nudo. niente piu' di questo.
niente ovvero tutto quel che serve.
a dispetto dei corpi iperesposti che non hanno nulla da dire, qui c'è minimalismo che esprime tutto con un linguaggio diretto che prende le viscere il cervello i genitali e conduce alla felicita'.
poi la musica, poi il ballo, poi l'orgasmo.
perchè questo è un balletto orgasmico, è un balletto dedicato alla virilità, alla forza genitale, fallica e vaginale, in quanto forza creativa, vitale, rigenerante.
la figura femminile sulla tavola comincia piano e finisce forte, si intravede al buio e finisce nella luce più accecante, inizia con stile e proseguendo si scompone, inizia perfetta e finisce sudata nel corpo e all'attaccatura dei capelli, lunghi, che scendono sulle spalle e lungo la schiena.
è chiara evidente l'eccitazione di lei che balla, il corpo si muove sempre più accelerato e comunicativo, sembra prendere tutto quello che le sta intorno, non solo i maschi intorno a lei, tutta la platea, tutta la mascolinità possibile. tutta per sè, tutta in sè. è vorace.

le figure maschili sono un ritratto perfetto della genesi evoluzione e conclusione di un atto di seduzione maschile. prima seduti, semplicemente seduti, poi insieme, tutti, un gesto, un semplice cambiamento di posizione. una posizione inconfondibile. la vedi e la riconosci. quello è un uomo. poi un'altra, una mano che dalla testa scende fino all'inguine, poi qualcuno si alza, sono solo due, alla fine saranno tutti, e si muove con andamento ritmico del bacino, intorno a lei, per lei. lentamente, inesorabilmente, seguendo l'invito di lei sulla tavola, tutti parteciperanno al banchetto della seduzione al ritmo incalzante diabolico della musica. una musica che non da scampo, credetemi.
la parte finale è un'orgia di sensi, i movimenti maschili di certo non sono misteriosi, ci danno dentro con forza e potenza, lei sopra è regina regista e al contempo schiava dell'eccitazione, di se stessa e della forza che la circonda. una forza alla quale è impossibile sottrarsi. cadere sfiniti, appagati, moribondi e non riprendersi mai più, questa sembra la fine, ma il rimando di quella musica e di quell'onda travolgente è ancora nell'aria.
il bolero di Bejart è un fantasma che naviga dentro.

“Il Bolero di Ravel è una musica sempre nuova, una musica di origine orientale, che si avvolge instancabilmente su se stessa, divorando lo spazio sonoro e inghiottendo alla fine la melodia". Maurice Béjart


http://www.youtube.com/watch?v=ApwenICr4g0

sabato 10 luglio 2010

un uomo


quel che fa di un uomo, un uomo.
ha 60 anni ha la faccia arrossata dal sole, lavora in un cantiere.
è semplice nei modi e nelle parole.
parla a testa china, non alza lo sguardo, sorride stentatamente. quasi si vergognasse della gioia.
ha un passato di solitudine e sofferenza, niente di eclatante, nessuna tragedia, nessun lutto prematuro o inaspettato, solo la vita che brucia, fa male e non prende il suo cammino. una vita che non respira, soffre di asma, non si ossigena.
l'ansia lo addenta, lo rallenta, lo fa sentire perduto, solo in mezzo alla gente.
ricorda, bambino, il silenzio. seduto a tavola con i genitori in silenzio. silenzio. forse che il silenzio somiglia alla morte?
ricorda un cimitero, ancora ragazzo, un funerale, uno zio calato nella tomba e per la prima volta la sensazione, quella sensazione, una sensazione che non morde, no, di più, che sbrana. la sensazione di cedere e di morire lì, in quell'istante.
confessa di non aver amato, mai nella sua vita.
confessa di non conoscere il sesso, mai nella sua vita.
una vita di paura. di cedimento, vuota, senza amore, senza contatto carnale.
ma, quest'uomo, è tutto tranne che vuoto.
sorrido se penso al commercio corporeo dei nostri tempi, sorrido se penso che quest'uomo nemmeno la vede, l'aria che tira intorno, nemmeno la sfiora, la densità carnale che ci circonda, nemmeno la conosce, la sessualità urlata che trasforma l'unico in banale.
quest'uomo vive fuori dal tempo. fuori dal suo tempo, fuori da questo tempo.
il tempo, interno ed esterno, lo detta il suo ricordo, la sua memoria, quel silenzio e il suo parlare.
guarda le cose come fosse per la prima volta, tutto. ogni cosa ha una sua verità, ogni gesto ha un valore, ogni parola ha una storia, ogni persona ha una densità.
quando sta per dire qualcosa, e quali cose, lo annuncia, timido, impacciato, timoroso di dire banalità. o oscenità. o assurdità.
ma, al contrario, a ogni frase, scelta, pensata, enunciata, c'è il senso delle cose.
raramente ho parlato con qualcuno che non avesse veli tra sè e il mondo. di solito faccio la ronda intorno al filo spinato della mente e magari, se sono fortunata, trovo una breccia per entrare senza procurare sanguinamenti.
raramente ho percepito densa l'autenticità del sentire.
non c'è, in quest'uomo, mediazione della coscienza, non c'è falsità dell'educazione, non c'è arroganza della presunzione, non c'è barriera dell'io prepotente, non c'è imposizione della cultura. ciò che vede tocca, ciò che sente emerge.
forse ora qualcosa cambia, la parola cura. si signori, la parola sa curare.
racconta felice di aver fatto un complimento a una signorina. una cassiera con una briciola in un occhio che la faceva lacrimare. le ha detto che ha dei bellissimi occhi. teme l'osceno come solo l'ingenuità sa dettare e mi convince che non c'è malizia.
mi dice: in quel momento ho solo scelto la vita. basta morire, morire sempre, per ogni cosa.
ed è così, la scelta del bello, della speranza, dello sguardo è la rivincita della vita sulla morte. perchè a volte va in cantiere, prima dice di no, ha paura, poi magari telefona e dice solo che è in ritardo, ha paura, poi invece va e in orario e non ha più paura. di cosa? di stare male, di cedere e di dover andare via. in ambulanza.
vita dolore, vita paura, vita galera, ma con un po' di speranza negli occhi belli di una donna.
sogna una vita nuova, parla di una comune, una vita in condivisione, con qualcuno, con altri, ma non una famiglia, non fa per lui. la donna è il santuario della santità, nel corpo di una donna, mi dice, c'è sacralità. forse sarebbe meglio pensare la donna come più vicina, toccabile, sfiorabile e non viverla come un santuario di simboli inviolabili. non perchè la sacralità non sia un valore ma perchè rischia di arrestare il desiderio, di lasciare soli, di non coltivare l'appartenenza.
cerca soluzioni attraverso le domande, pensa a come vivere la sua vita, si immagina e proietta in una condizione sociale in cui il contatto con l'altro, un altro generico asessuato, sia la salvezza da una vita ingabbiata nella paura.
quest'uomo, a 60 anni, parla di futuro.
quest'uomo, oggi, nel 2010, parla di sacralità.
chi, oggi, di voi, ha il coraggio di usare queste parole?



http://browse.deviantart.com/?qh=&section=&q=old+man#/d11uv5m

giovedì 8 luglio 2010

Ascolta il passo breve delle cose

"stelle poche" ti ha turbato.
ma forse non hai letto bene, non fino in fondo.
Saramago parla di mistero, mistero che non trova le parole per esprimersi.
mistero che non ha bisogno di parole per esprimersi.
mistero che condivide il buio dello spazio profondo.
mistero che non trova le parole così come lo spazio profondo non ha stelle che lo illuminino.
il mistero dell'amore è nel profondo buio di noi e non ha stelle che possano raccontarlo.
"nessuno sguardo raggiungerà il mio pensiero più profondo". (Claude Monet)

queste ti sembreranno meno cupe.



William Blair Bruce


Rosa purpurea

Ti avevo cantato una canzone.
Tu tacevi. La tua destra tendeva
con dita stanche una grande,
rossa, matura rosa purpurea.
E sopra di noi con estraneo fulgore
si alzò la mite notte d'estate,
aperta nel suo meraviglioso splendore,
la prima notte che noi godemmo.
Salì e piegò il braccio oscuro
intorno a noi ed era così calma e calda.
E dal tuo grembo silenziosa scrollasti
i petali di una rosa purpurea.

Hermann Hesse


Victor Gilsoul


Ascolta il passo breve delle cose

Ascolta il passo breve delle cose
- assai più breve delle tue finestre -
quel respiro che esce dal tuo sguardo
chiama un nome immediato: la tua donna.
E’ fatta di ombre e ciclamini,
ti chiede il tuo mistero
e tu non lo sai dare.
Con le mani
sfiori profili di una lunga serie di segni
che si chiamano rime.
Sotto, credi,
c’è presenza vera di foglie;
un incredibile cammino che diventa una meta di coraggio.

Alda Merini

domenica 4 luglio 2010

Se chiami più forte reclami il corpo ritorna con forza si stacca, mi scioglie la scorza in bocca c’è il miele rimani.



http://fc09.deviantart.net/fs32/f/2008/194/e/9/e98af24332ce8a9de0529a3b5a9a2fde.png


Lo specchio

Lo specchio che hai fissato sul petto
è il segnale di un patto profondo
tu mi guardi mentre io ti guardo dentro
e se ti guardo dentro mi vedo.

Anonio Porta



Stelle poche

Chiamarti rosa, aurora, acqua fluente,
cos'è se non parole raccattate
tra i rifiuti d'altre lingue, d'altre bocche?
I misteri non sono quello che sembrano,
o non riescono a dirli le parole:
nello spazio profondo, stelle poche.

José Saramago


pensieri come fiumi.
scelgo la poesia.
linguaggio vertigine che tutto tocca senza inquinare niente.

venerdì 25 giugno 2010

cosa voglio di più


"cosa voglio di più".
lo chiedi a me?
molto di più.
no. è il titolo di un film. di Soldini.
milano, amanti, motel, sesso, passione, fuga, e anche la mia coop. si la mia.
per dire che il film racconta una realtà. comune.
l'insoddisfazione e il miraggio della passione.
mariti mogli figli amici lavoro. noia.
e poi..
vestiti strappati, baci umidi accartocciati negli androni bui delle case, sesso che non sa aspettare e crea dipendenza.
tutti, lo leggo nei blog, anche maschili, sognano l'incontro shock.
uno sguardo, fantasia, eccitazione, ci starà?, cazzo duro figa bagnata ci sta, è sesso, è estasi di corpi, è soddisfazione.
ma
temporanea.
transitoria.
settoriale.
ripetibile.
è così facile pensarlo, così facile agirlo, così facile praticarlo, così facile esaltarlo ed enfatizzarlo, così facile sodomizzarlo, così facile consumarlo, così facile raccontarlo.
si, facile, a parole.
per qualche imperscrutabile motivo il sesso e' stato elevato a semplice veloce immediato strumento di comunicazione tra un uomo e una donna.
non credo, e nemmeno Soldini.
il sesso crea legame. sempre.
legame di carne. legame di corpi. legame di sostanza. legame intimo. legame segreto. movimento interiore.
e se fallisce questo scopo è squallido impraticabile e reiterato come un'ossessione ma deprivato di senso. insoddisfacente sempre, conclusivo mai.
per questo il sesso è tutto, davvero tutto, tranne che facile.

mercoledì 23 giugno 2010

a thing of beauty is a joy for ever

Una cosa bella è una gioia per sempre:
Si accresce il suo fascino e mai nel nulla
Si perderà; sempre per noi sarà
Rifugio quieto e sonno pieno di sogni
Dolci, e tranquillo respiro e salvezza.
John Keats
(Endimione)



Fulgida stella, come tu lo sei
fermo foss'io, però non in solingo
splendore alto sospeso nella notte
con rimosse le palpebre in eterno
a sorvegliare come paziente
ed insonne Romito di natura
le mobili acque in loro puro ufficio
sacerdotale di lavacro intorno
ai lidi umani della terra, oppure
guardar la molle maschera di neve
quando appena coprì monti e pianure.

No, eppure sempre fermo, sempre senza
mutamento sul vago seno in fiore
dell'amor mio, come guanciale; sempre
sentirne il su e giù soave d'onda, sempre
desto in un dolce eccitamento
a udire sempre sempre il suo respiro
attenuato, e così viver sempre,
o se no, venir meno nella morte.
(Bright Star - Fulgida Stella)

un film poesia,
un dolce eccitamento
a udire sempre sempre il suo respiro
attenuato.
l'ha girato per me?
di Jane Campion (regista e sceneggiatrice neozelandese) ho visto tutti, e dico tutti, i film. dai primi sul disagio mentale (chi ha visto Un angelo alla mia tavola? e Sweetie?), fino a Lezioni di Piano e poi Ritratto di Signora e ora...Bright Star.
l'elemento portante di tutti i film della Campion è la figura femminile, la sua significanza e il suo rapporto con il mondo.
anche in questo caso, pur raccontando di Keats, poeta romantico inglese del 1800 morto di tisi all'eta' di 25 anni, è lei, Funny, l'oggetto del desiderio e la stella del firmamento.
che creatura è questa donna: fiera e razionale, intelligente e creativa, dialettica e curiosa.
incontra un poeta e incontra l'amore.
incontra la parola e e il suo incantamento.
è come se il film realizzasse questa magia, che è poi la magia dell'innamoramento, quella della poetica dell'amore e delle intemittenze del cuore.
la poesia, spiega Keats a Funny in uno dei loro primi incontri, è come un lago. non ci si immerge con il solo scopo di nuotare per tornare a riva, ma per il piacere di immergersi e di stare.
nella poesia si sta, si coglie un sentire, ma senza meta, senza pensiero.
nella poesia si assiste al passaggio, non si accede alla meta.
e cos'è l'amore se non questo? stare, immergersi, senza scopo, solo per il piacere di stare, di assaporare il momento.
e questo accade tra i due personaggi, uno stare, un avvicinarsi, una parola che crea l'incantesimo.
“Ho l’impressione di dissolvermi”. le scrisse, un giorno, pensando a lei.
Funny, rapita e fulminata, chiede a Keats di insegnarle la poesia, ma non sarà una lezione di scuola, la poesia fluirà tra loro, sarà insegnamento di vita, sarà costruzione d'amore.
la poesia sarà il loro incontro, l'attesa e lo stare.
la poesia si spiegherà attraverso il loro incanto.
" non toglierla alla mia vista -dice il poeta all'amico guardandola fuori, nel giardino- se non la vedo entro in ansia".
come il passaggio di un verso, così l'amore crea attesa, crea incontro, crea estasi che si ricama attraverso la parola.



Beauty is truth, truth beauty, - that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.
(Ode su un'Urna Greca)

nel film si crea un connubio felice tra i due personaggi. lui è poeta, romantico e nostalgico, malato di tisi e immaginativo, e lei cuce meravigliosamente vestiti sempre diversi, originali e personalissimi. è l'incontro tra due creatività che esplode l'amore. senza creazione non c'è sviluppo, senza apporto personale non c'è scambio, senza pensiero libero e immaginativo non c'è comunicazione. Funny riconosce da subito il senso dell'altro, la sua portata creativa, il suo sguardo che la spoglia. e così Keats vede l'intelligenza creativa, la pensosità, l'interrogarsi di Funny.
e il film si nutre di immagini che sono il riflesso della poesia, di sguardi lontani, di lettere di richiamo lette tra le viole, di stanze ariose come farfalle e tende estive gonfiate dal vento, di un ago che cuce e buca il tessuto come la poesia la mente, di abiti leggeri e di muri che assorbono i respiri. il film e' magia come la storia d'amore, come la poesia.
Funny che sa che rimarrà sola, che conosce la limitatezza del tempo, che percepisce la fine dell'incontro, coltiva il suo sentire incapace di fare diversamente, attratta dalla magia della parola, la parola che hanno saputo creare e costruire insieme.
alla fine lo saprà cos'è la poesia, l'avra' vissuta, se la sarà cucita addosso come uno dei suoi vestiti migliori.



Il cuore si strugge ed un sonnolento torpore
affligge i sensi, come se ebro di cicuta,
o d’un sonnifero pesante trangugiato
pochi istanti fa, fossi affondato nel Lete:
E’ non certo per invidia della tua felice sorte,
ma troppo felice nella tua felicità
Tu, arborea driade dalle lievi piume,
che in una macchia melodiosa
di faggi verdi e sparsa d’ombre innumerevoli
canti l’estate la felicità a gola spiegata.
(Ode all'usignolo)

John Keats