bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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domenica 12 marzo 2017

strade

invece il 6 marzo è andato tutto bene.
lunedì, giornata tranquilla.
di solito faccio cose, vedo gente.
Marco Eugenio mi invita alla sua mostra, vado.
l'elemento perturbante è che la sua mostra è in via Savona.
ci sono nata.
ci ho abitato.
c'è ancora la casa dei miei genitori, non più mia.
parcheggio sotto casa.
guardo.
spio.
la storia è lunga e triste, come quella della coda del topo di Alice del Paese delle Meraviglie: la persona alla quale io e mio fratello l'abbiamo venduta, amica di famiglia, con dentro tutti i libri di mio padre, l'ha affittata ad altri. con dentro tutti i libri di mio padre? chissà. magari sono finiti in discarica. ogni tentativo di parlare con costei, non più amica di famiglia, sono stati inutili.
l'errore è stato nostro, un'ingenuità degna di due deficienti.
stai lì a menartela su quanto sei bravo, intelligente, quanto siamo colti, figli degni di nostro padre, gran dotto della sua sfera, e poi, i due cretini vendono la casa con dentro i libri di una vita convinti che siano in buone mani. due deficienti.
primo risultato: non faccio che pensarci, a quei libri, con un senso di colpa cosmico, con una voragine che mi mangia, una nostalgia colpevole che non si placa.
secondo risultato: una casa non più mia la sento ancora mia per via di quel che contiene(va).
dunque, guardo, spio.
le finestre sono alzate al massimo. fastidio: io amo la penombra, non le terrei mai così.
il terrazzo, quante foto da bambini, è stracolmo di piante. bello, mi fa piacere.
in un angolo vedo un mobiletto bianco, sembra un mobile da cucina, cosa ci fa li? la casa era tutta in legno, quello era il soggiorno, cosa è successo?
sono messa così. cioè, male.
mi avvio, pensierosa, verso la sede della mostra.
uno shock.
un altro.
dov'è finita la fabbrica d'angolo con via Tolstoi?
non c'è più. c'è una piazza, no dico, una piazza. piazza Enrico Berlinguer.
sono già in rianimazione.
c'è una struttura, nuova, il centro Seicentro.
e dentro il centro Seicentro, gestito dal municipio 6 della città di Milano, c'è la mostra di Marco Eugenio.
intubata.
dovevano avvisarmi, mandarmi una lettera, tenermi aggiornata, forse anche chiedermi l'autorizzazione per questi cambiamenti.
chiaro, l'avrei negata.
da anni passo vicino, sulla circonvallazione, ma mi tengo lontana da via Savona. ho fatto bene, ho fatto male,
chissà.
certo ora, in rianimazione intubata e ventilata artificialmente, rischio pericolosamente la mia vita, appesa a un filo.
detto ciò la mostra di Marco Eugenio è bella, piacevole, un salotto in cui si parla e si incontrano persone, faccio cose e vedo gente, e le foto mi piacciono, intonate sulla musica, musica di strada, e poi, al di là del mio giudizio, è sempre bello vedere una passione che trova anche il modo di essere apprezzata da un pubblico. è un riconoscimento, una celebrazione.
capisco che Marco è malato di fotografia, gira con la macchina, o con il cellulare, scatta, incornicia, sviluppa quando usa l'analogico (encomio speciale). non solo, è malato di musica, orchestra La Verdi, jazz, generazioni a venire che si dedicano alla stessa passione.
che dire, quando si incontra il desiderio si respira sempre aria buona.

sabato 3 ottobre 2015

l’età verde sarei dannato a consumare in questo natio borgo selvaggio

Né mi diceva il cor che l’età verde
sarei dannato a consumare in questo
natio borgo selvaggio, intra una gente
zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
argomento di riso e di trastullo,
son dottrina e saper; che m’odia e fugge,
per invidia non già, che non mi tiene
maggior di sé, ma perché tale estima
ch’io mi tenga in cuor mio, sebben di fuori
a persona giammai non ne fo segno.
Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
senza amor, senza vita; ...

le Marche sono una regione italiana e sono belle.
le colline sono dolci e accoglienti, in estate coperte di girasoli, sormontate da piccoli paesi, che si intravedono ovunque si guardi all'orizzonte, uno di qua, l'altro di là, un altro più lontano ancora, uno più bello dell'altro.
io ho visto Osimo, Loreto, Numana, Sant'Elpidio a Mare, Sirolo
e Recanati
e io ho anche sentito un fantastico concerto jazz a Sant'Elpidio a mare, con gli indimenticabili Mattia Cigalini e Fabrizio Bosso in una piazza mozzafiato in una bellissima sera d'estate.
(che è finita, tra l'altro).
a Leopardi non piaceva, il natio borgo selvaggio, e lo capisco bene, ma a me si. e non me ne voglia.
la visita più bella è stata proprio alla sua casa.
caro Giacomo, pensarti lì è stato fantastico.
certo hai le fattezze di Elio Germano e non potrebbe essere che così nel mio limitato immaginario -non volermene neanche per questo ma, ti assicuro, ho scelto bene- e la tua famiglia somiglia moltissimo agli attori del film che ha parlato e raccontato di te, Il giovane Favoloso.
ho visto anche l'ermo colle, il giardino, questa siepe, che da tanta parte/dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
emozionante.
ma la biblioteca di tuo padre è uno sballo, e il tuo tavolino con vista sulla piazza della chiesa è da brividi.
ti penso che studi, penso che hai un cervello superlativo, ti immagino triste e spossato, penso a tua madre e a tuo padre, penso che hai mal di schiena, penso a quando ti sei arrabbiato così tanto, penso ai tuoi sogni, alla tua luna, penso che la poesia sia stato un significante essenziale per tenerti in vita, penso che poteva andarti meglio, ma forse, poi, non sarebbe andata così bene a noi.
insomma ho camminato tra le tue stanze, ho visto la tua bibbia poliglotta su cui hai studiato il greco e l'ebraico, ho visto l'albero genealogico della famiglia e ho scoperto che hai avuto altri fratelli oltre a Carlo e Paolina, mi è piaciuto molto il rumore del pavimento sotto le mie scarpe.
mi sono commossa, chissà cosa, di casa tua, mi ha ricordato la mia.
Guarda che Recanati mi è piaciuta, sono contenta di esserci andata, e credo che mancasse anche a te, quando eri lontano.

"Cangiando spesse volte il luogo della mia dimora, e fermandomi dove più dove meno o mesi o anni, m'avvidi che io non mi trovava mai contento, mai nel mio centro, mai naturalizzato in luogo alcuno, comunque per altro ottimo, finattantochè io non aveva delle rimembranze da attaccare a quel tal luogo, alle stanze dove io dimorava, alle vie, alle case che io frequentava; le quali rimembranze non consistevano in altro che in poter dire: qui fui tanto tempo fa; qui, tanti mesi sono, feci, vidi, udii la tal cosa; cosa che del resto non sarà stata di alcun momento; ma la ricordanza, il potermene ricordare, me la rendeva importante e dolce. Ed è manifesto che questa facoltà e copia di ricordanze annesse ai luoghi abitati da me, io non poteva averla se non con successo di tempo, e col tempo non mi poteva mancare. Però io era sempre tristo in qualunque luogo nei primi mesi, e coll'andar del tempo mi trovava sempre divenuto contento ed affezionato a qualunque luogo." (Zibaldone).




mercoledì 25 aprile 2012

la casa degli italiani

Fiera di Milano
19 aprile
sera
piove
sotto l'ombrello
stretti stretti
soli
due ore di visita
rivista di AD in omaggio, uscendo
saluto la guardia
gente che lavora di notte
fa freddo
piove ancora
è aprile?
sono le 23
19 aprile
una serata, una bella serata
oggetti-case-arredi-idee-stili-forme-immagini-merce-aziende da vedere
un bello spazio in fiera, un viaggio nello spazio domestico, uno sguardo sugli spazi
AD - La casa degli Italiani dal 1861 al 2011.













molti video, oggetti, icone di stile e oltre 200 foto di interni di grande formato.
panoramica sull'evoluzione dello stile di vita, del gusto e delle abitudini nel nostro Paese.
sette i periodi rappresentati: l'Italia dell'800 (1861-1900), l'età giolittiana (1901-1920) con uno spazio ad hoc dedicato al collezionista, il Ventennio (1921-1945) introdotto da una visita del Vittoriale, la Ricostruzione e il Boom (1946-1967), gli anni delle crisi (1968- 1980), l'ascesa e la caduta del consumismo (1981-2000), l'era di Internet (2001-2011).
casa italiana, pur nelle radicali trasformazioni, sempre legata ad alcuni paradigmi: qualità degli arredi, sentimento del bello, armonia delle differenze, intreccio di tradizione e modernità e la persistenza dell'arte. rassegna di oggetti che hanno accompagnato l'evoluzione dell'abitare (arredi, telefoni, radio, televisori, computer, elettrodomestici, servizi da tavola, suppellettili) e apporti multimediali interattivi (spezzoni di film, gallerie virtuali d'arte, stanze animate).
apposite nicchie per il "ritratto", sempre multimediale, di 76 aziende protagoniste nella trasformazione del nostro paesaggio domestico e nella materializzazione dello stile AD.


caso mai
il problema
è
troppo
troppo da leggere
troppo da vedere
bellissimi gli art-box: gallerie virtuali di arte, una per ogni periodo rappresentato, quadri e sculture raffiguranti interni, stili, arredi, modi di ogni epoca. da perdersi.
da vedere
è finita il 22 aprile
da vedere lo stesso

domenica 25 luglio 2010

lontano lontano come un cieco m'hanno portato per mano .


se fosse anche solo pochi anni fa oggi sarei scesa da quelle scale, a spirale, in pietra, con la ringhiera in ferro battuto e le pareti d’intorno affrescate. Le avrei scese come ho fatto per molta parte della mia vita. avrei fatto uno scalino dopo l’altro respirando l’aria umida e spessa di quella casa, di quel santuario che era la mia casa al lago, lago maggiore, a S.
le avrei fatte di corsa, come facevo di solito, lasciando scorrere la mano sul corrimano di legno e pregustando il momento di arrivare in sala, la grande sala liberty della casa, la più grande e più bella di tutte, di tutte tre le sale che animavano quel luogo fatto di sogno. sarei arrivata contenta e avrei aspettato il momento magico di arrivare in cucina, una vecchia cucina piena di finestre, con le persiane verdi, vecchie e scrostate, dove già la mattina presto filtrava quella luce, luce d’estate, che nella mia memoria è la luce più vivida e vitale che abbia avuto modo di respirare. si, respirare a polmoni pieni, respirare con gli occhi spalancati, respirare con il sistema limbico in allerta, respirare con il cuore allargato, respirare con le orecchie ricettive al rumore del vento.
fosse stato poi anche molti anni fa, sarei arrivata in cucina e ci avrei trovato mia madre, sempre con la sua vestaglia rosa, semplice ma perfetta, antica ma profumata dell’odore caldo gli armadi di legno, con i capelli pettinati anche alle nove del mattino di un sabato di luglio prima delle vacanze, con la cuccuma del caffè fumante, sola, a sorseggiare, e mi avrebbe sorriso.
non fosse che la vita me l’ha portata via, quella casa, ora avrei splalancato le persiane della porta finestra e avrei visto il giardino, con il suo orto e le sue ortensie e i suoi scalini e il recinto dell’oratorio. avrei trovato un cestino pieno di frutta, fichi e susine e ciliege appena colti dall’albero e di verdura, pomodori melanzane peperoni e odori dell’orto. e una cipolla, per fare il sugo, nel pentolino vecchio, quello della nonna.
questo avrei trovato, spalancando quella persiana verde.
avrei preparato la colazione e l’avrei assaporata nelle tazze vecchie, un po’ sbeccate, di ceramica azzurra. avrei sentito che quella casa, acquistata dal nonno, siciliano di origine, lombardo di adozione, mi apparteneva, nelle viscere, come un figlio, come un pezzo della mia carne, come un angolatura della mia memoria. avrei poi aperto le finestre della sala ma senza lasciarle splalancate, le avrei lasciate come sempre, dischiuse, in modo da lasciare filtrare la luce senza darle il modo di invadere la stanza.
per me la luce d’estate è quella, la luce forte delle cicale e del coro delle tortore e del rumore del calore bianco-fuoco che rimane fuori. per me la luce d’estate è la penombra dell’interno, per me è il contrasto, in tutto, che crea l’atmosfera, la percezione della differenza tra un dentro e un fuori, la sensazione di un confine che non si valica, mai, del tutto. la luce è fuori la penombra è dentro, anche quando è forte fortissima e vuole entrare e si insinua e magari la vedi per terra, come un quadrato, un fazzoletto, ti chini per raccoglielo...e non è un pezzo di carta caduto.
è la luce da fuori che cerca di entrare.
è la luce che esiste, senza esserci, e che chiede materia.

avrei passato la mattina a sistemare e aerare le stanze di quella villa a tre piani, con un soffitto pieno di polvere ma irresistibile di segreti e anfratti e oggetti consumati del primo novecento. avrei rifatto il letto della camera dei miei, la più bella camera che io ricordi, con un letto di legno di quelli alti, e i comodini con le lampade liberty, eleganti e originali, e le pareti coperte di affreschi, le finestre immense, una sulla terrazza sul giardino davanti e l‘altra sul frutteto dietro. mi sarei lavata e preparata nel bagno con la vasca in ceramica con i piedini e i cigni dipinti ovunque ti girassi, pronta a uscire forse per fare la spesa di pizzette e paste a Laveno, forse per correre in giardino e leggere, leggere, leggere. leggere sotto gli alberi più alti che mai, alberi secolari enormi giganteschi carichi di ombra e di fresco. oppure sarei stata frenetica nella preparazione di una mia festa di compleanno, di quelle che iniziavano alle sette di sera con uno spettacolo di teatro organizzato da mio padre e finivano alle due con una giovane band che suonava dal vivo. Avrei cercato la mia gatta nera, l’avrei cercata sopra gli alberi a nascondersi dopo una notte brava, oppure l’avrei trovata su al tennis dopo il torneo, o ancora a rincorrere le palle al campo di bocce.

fosse stato molti e molti anni fa avrei trovato mio padre, le mie zie e i mie cugini, avrei guardato impaziente quel movimento di gente amata intenta nella preparazione della pollata allo spiedo, tutti ubriachi alla tavolata lunga dieci metri sotto il portico a cantare al calore della brace, oppure alle olimpiadi di S., giochi e gare ginniche, ma forse sarebbe stato più probabile trovarmi, piccola e pacifica, sul prato a giocare con i conigli, o nella stalla vicino al fienile a spiare le mucche, occhi liquidi che non guardano. oppure, ancora, con il naso dentro la voliera bianca.
fosse stato ancora prima avrei visto mia nonna preparare il burro, in quella cucina, quando il lavandino era ancora di pietra, e il suo dolce con i savoiardi e aggiungere l’idrolitina all’acqua, che strano gioco di magia...

oggi la natura è potente, è energica e grida l’estate, è splendida di luce e forte di vento e io non sono a S. ma la mia memoria mi gioca questo strano scherzo di farmi vagare in quelle stanze, come gli spazi immaginifici di magritte, scatole di memoria in cui guardiamo dentro e ritroviamo la nostra radice, il nostro motivo di essere, il senso della continuità.
quello spazio, dal quale, una volta entrata, era difficile farmi uscire, era il mio ventre materno e la mia mente paterna, era il luogo della paura bambina –lunghe interminabili scale buie di notte e in fondo la luce della vita dei grandi- della serenità adulta, della speranza migliore, del sesso avvolto in un lungo respiro con le finestre ancora chiuse, la luce che filtrava a scaglie e illuminava a tratti il mio corpo, con la zanzariera del mio letto che mi avvolgeva e il cassettone di legno con le candele accese la sera prima...ormai spente, testimoni del mio sonno. quello spazio aveva tutto, non finiva mai, si replicava all'infinito, era pieno di tempo, non aveva bisogno del mondo per vivere, almeno così credevo.
è lì che vorrei essere ora, ne avrei diritto, ne avrei motivo, ne avrei giustizia. per l’amore e quella radice che penetra in me come nella terra umida.

Estiva
Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell'albe senza rumore -
ci si risveglia come in un acquario -
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d'oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell'ordine che procede
qualche cadenza dell'indugio eterno.

Vincenzo Cardarelli

domenica 7 marzo 2010

la casa del padre


c'e' un luogo, luogo dell'infanzia, che rimane dentro, come un luogo interno, una scatola dentro una scatola. una stanza della mente.
la casa dove abbiamo abitato da bambini, e poi magari anche piu' adulti, la casa dove abbiamo abitato con i nostri genitori.
la casa che e' sede dei nostri ricordi, sfondo della nostra crescita, testimone dei nostri cambiamenti, ambiente dell'amore, dei contrasti, dei conflitti, del disamore o dell'abbandono.
io sono cresciuta in un luogo caldo, pieno di libri, di musica, di cultura, di interesse. magari piu' freddo in altre cose, carente di giocosita', di divertimento, di spensieratezza. un luogo serio, maledettamente serio, a volte troppo. come sono io, alla fine, diciamolo, come sono io.
quella casa mi assomiglia, non e' piu' mia ma la frequento ancora, ceduta a qualcuno che venerava mio padre e ne ha mantenuto assolutamente intatta, come in uno stato di ibernazione, la sua natura piu' vera. torno in quella casa, non e' piu' casa mia, ma e' mia. mia, indelebilmente mia. per sempre. mi appartiene come un forziere carico di gioielli. e io ne possiedo la chiave.
e quella casa sono io, con un profilo preciso ma articolata in angolazioni e ombre, piccola, magari un po' stretta ma aperta, con uno sguardo sul mondo, molto calda e completamente, presuntuosamente, tappezzata di libri, di conoscenza, di curiosita'. importante e seria ma anche comunicativa. si entra e si capisce subito in che posto sei, difficile sbagliarsi.
difficile sbagliarsi su di me. sono inquieta e complessa, ma accogliente e interrogativa.
quella casa e' la forma della mia anima. il suo stile. la sua continuità.