bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

domenica 25 luglio 2010

lontano lontano come un cieco m'hanno portato per mano .


se fosse anche solo pochi anni fa oggi sarei scesa da quelle scale, a spirale, in pietra, con la ringhiera in ferro battuto e le pareti d’intorno affrescate. Le avrei scese come ho fatto per molta parte della mia vita. avrei fatto uno scalino dopo l’altro respirando l’aria umida e spessa di quella casa, di quel santuario che era la mia casa al lago, lago maggiore, a S.
le avrei fatte di corsa, come facevo di solito, lasciando scorrere la mano sul corrimano di legno e pregustando il momento di arrivare in sala, la grande sala liberty della casa, la più grande e più bella di tutte, di tutte tre le sale che animavano quel luogo fatto di sogno. sarei arrivata contenta e avrei aspettato il momento magico di arrivare in cucina, una vecchia cucina piena di finestre, con le persiane verdi, vecchie e scrostate, dove già la mattina presto filtrava quella luce, luce d’estate, che nella mia memoria è la luce più vivida e vitale che abbia avuto modo di respirare. si, respirare a polmoni pieni, respirare con gli occhi spalancati, respirare con il sistema limbico in allerta, respirare con il cuore allargato, respirare con le orecchie ricettive al rumore del vento.
fosse stato poi anche molti anni fa, sarei arrivata in cucina e ci avrei trovato mia madre, sempre con la sua vestaglia rosa, semplice ma perfetta, antica ma profumata dell’odore caldo gli armadi di legno, con i capelli pettinati anche alle nove del mattino di un sabato di luglio prima delle vacanze, con la cuccuma del caffè fumante, sola, a sorseggiare, e mi avrebbe sorriso.
non fosse che la vita me l’ha portata via, quella casa, ora avrei splalancato le persiane della porta finestra e avrei visto il giardino, con il suo orto e le sue ortensie e i suoi scalini e il recinto dell’oratorio. avrei trovato un cestino pieno di frutta, fichi e susine e ciliege appena colti dall’albero e di verdura, pomodori melanzane peperoni e odori dell’orto. e una cipolla, per fare il sugo, nel pentolino vecchio, quello della nonna.
questo avrei trovato, spalancando quella persiana verde.
avrei preparato la colazione e l’avrei assaporata nelle tazze vecchie, un po’ sbeccate, di ceramica azzurra. avrei sentito che quella casa, acquistata dal nonno, siciliano di origine, lombardo di adozione, mi apparteneva, nelle viscere, come un figlio, come un pezzo della mia carne, come un angolatura della mia memoria. avrei poi aperto le finestre della sala ma senza lasciarle splalancate, le avrei lasciate come sempre, dischiuse, in modo da lasciare filtrare la luce senza darle il modo di invadere la stanza.
per me la luce d’estate è quella, la luce forte delle cicale e del coro delle tortore e del rumore del calore bianco-fuoco che rimane fuori. per me la luce d’estate è la penombra dell’interno, per me è il contrasto, in tutto, che crea l’atmosfera, la percezione della differenza tra un dentro e un fuori, la sensazione di un confine che non si valica, mai, del tutto. la luce è fuori la penombra è dentro, anche quando è forte fortissima e vuole entrare e si insinua e magari la vedi per terra, come un quadrato, un fazzoletto, ti chini per raccoglielo...e non è un pezzo di carta caduto.
è la luce da fuori che cerca di entrare.
è la luce che esiste, senza esserci, e che chiede materia.

avrei passato la mattina a sistemare e aerare le stanze di quella villa a tre piani, con un soffitto pieno di polvere ma irresistibile di segreti e anfratti e oggetti consumati del primo novecento. avrei rifatto il letto della camera dei miei, la più bella camera che io ricordi, con un letto di legno di quelli alti, e i comodini con le lampade liberty, eleganti e originali, e le pareti coperte di affreschi, le finestre immense, una sulla terrazza sul giardino davanti e l‘altra sul frutteto dietro. mi sarei lavata e preparata nel bagno con la vasca in ceramica con i piedini e i cigni dipinti ovunque ti girassi, pronta a uscire forse per fare la spesa di pizzette e paste a Laveno, forse per correre in giardino e leggere, leggere, leggere. leggere sotto gli alberi più alti che mai, alberi secolari enormi giganteschi carichi di ombra e di fresco. oppure sarei stata frenetica nella preparazione di una mia festa di compleanno, di quelle che iniziavano alle sette di sera con uno spettacolo di teatro organizzato da mio padre e finivano alle due con una giovane band che suonava dal vivo. Avrei cercato la mia gatta nera, l’avrei cercata sopra gli alberi a nascondersi dopo una notte brava, oppure l’avrei trovata su al tennis dopo il torneo, o ancora a rincorrere le palle al campo di bocce.

fosse stato molti e molti anni fa avrei trovato mio padre, le mie zie e i mie cugini, avrei guardato impaziente quel movimento di gente amata intenta nella preparazione della pollata allo spiedo, tutti ubriachi alla tavolata lunga dieci metri sotto il portico a cantare al calore della brace, oppure alle olimpiadi di S., giochi e gare ginniche, ma forse sarebbe stato più probabile trovarmi, piccola e pacifica, sul prato a giocare con i conigli, o nella stalla vicino al fienile a spiare le mucche, occhi liquidi che non guardano. oppure, ancora, con il naso dentro la voliera bianca.
fosse stato ancora prima avrei visto mia nonna preparare il burro, in quella cucina, quando il lavandino era ancora di pietra, e il suo dolce con i savoiardi e aggiungere l’idrolitina all’acqua, che strano gioco di magia...

oggi la natura è potente, è energica e grida l’estate, è splendida di luce e forte di vento e io non sono a S. ma la mia memoria mi gioca questo strano scherzo di farmi vagare in quelle stanze, come gli spazi immaginifici di magritte, scatole di memoria in cui guardiamo dentro e ritroviamo la nostra radice, il nostro motivo di essere, il senso della continuità.
quello spazio, dal quale, una volta entrata, era difficile farmi uscire, era il mio ventre materno e la mia mente paterna, era il luogo della paura bambina –lunghe interminabili scale buie di notte e in fondo la luce della vita dei grandi- della serenità adulta, della speranza migliore, del sesso avvolto in un lungo respiro con le finestre ancora chiuse, la luce che filtrava a scaglie e illuminava a tratti il mio corpo, con la zanzariera del mio letto che mi avvolgeva e il cassettone di legno con le candele accese la sera prima...ormai spente, testimoni del mio sonno. quello spazio aveva tutto, non finiva mai, si replicava all'infinito, era pieno di tempo, non aveva bisogno del mondo per vivere, almeno così credevo.
è lì che vorrei essere ora, ne avrei diritto, ne avrei motivo, ne avrei giustizia. per l’amore e quella radice che penetra in me come nella terra umida.

Estiva
Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell'albe senza rumore -
ci si risveglia come in un acquario -
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d'oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell'ordine che procede
qualche cadenza dell'indugio eterno.

Vincenzo Cardarelli

17 commenti:

Il rospo dalla bocca larga ha detto...

Un viaggio spaziotemporale degno di "Ritorno al futuro", parecchie volte anche io mi ritrovo ad immaginarmi in modo diverso, incastonato in vecchi ricordi che non esistono più... La tua dovizia di particolari è sorprendente e fa capire quanto tu sia rimasta profondamente legata ai ricordi stessi, che sembrano essere in qualche modo ancora intatti, nonostante l'incessante scorrere del tempo.

Complimenti per il post... e viva l'idrolitina. :D

pesa ha detto...

che dire? noi siamo il nostro passato, che rimane in noi a modellare il presente attraverso i nostri ricordi e la nostra esperienza. ma non ne deve essere prigione e limite. continuità... proprio così.
nonostante la vena nostalgica si fa strada la gioia e la serenità di questi ricordi e di questo passato.
bello! e confermo l'impressione che ti ho lasciato nel commento al post precedente :-)
un abbraccio, alla prossima

Tequila ha detto...

Sembra di esserci...

il giardino di enzo ha detto...

Sembra il racconto che mi fa sempre la mia compagna di questa casa dove abitiamo adesso, la stessa luce, la paura del buio, gli odori, la natura.
Io, da cittadino, questi ricordi li ho, ma di luoghi non aviti, non familiari: è tutta un'altra cosa.
La storia che si imbeve nelle mura di queste case è densa, di grandi famiglie numerose, di infinite soffitte, di storia delle storie.

Rossa ha detto...

buongiorno rospo, non so nemmeno se sono legata, forse incatenata, forse sono nel sangue che scorrono, quei ricordi. potrei scriverci un libro. ah ah.
l'idrolitina, ho deciso, la ricompro sai...

Rossa ha detto...

ciao amico pesa. ma si ieri ero nostalgica, poi a scriverne mi sono anche un po' liberata. non è più mia quella casa, che gioia sarebbe poterci andare ora, con tutta la mia vita adesso.

Rossa ha detto...

bum bum sei tornata, ciao. davvero? ti sarebbe piaciuto, a tutti piaceva, veramente a tutti quelli che ci sono stati, e sono stati in molti.

Rossa ha detto...

ciao enzo, sei un enzo, come ho letto a casa tua. e com'è un enzo??
vedo che la natura ti trafigge di bellezza, sarai cittadino ma... lo sono anche io, quella era una parentesi dorata nella mia vita.
è come dici, era piena, ha visto molte vite e ne ha custodito i segreti, credo siano ancora tutti lì.

monteamaro ha detto...

Leggo il tuo post col primo caffè, ed è una sensazione di benessere continua.
Gli interni di casa tua, paiono venir fuori da un racconto di Michele Prisco: Nobiltà Meridionale, o da Piero Chiara in quel lago di Luino, affascinante e pieno di vita.
Ho camminato insieme a te gli spazi che furono tuoi, ed è stato come ripercorrere un pò anche i miei, anche se meno ampi, bel viaggio, grazie Rossa!

Rossa ha detto...

beh Monteamaro, grazie. grazie davvero. il tuo commento è molto lusinghiero e ti ringrazio di cuore. quel viaggio mi manca ma il ricordo mi consola. a presto.

Il rospo dalla bocca larga ha detto...

Ancora la vendono? :D La ricompro se la trovo! Mi accontento anche dell'effervescente brioschi se lo trovo...

P.S.
Il mio non era un post su Belen! Ma sul modo di fare delle persone che vogliono andare sui giornali anche a costo di dire fesserie, come il sindaco di Sanremo. La Belen faccia ciò che vuole per carità, mi serviva solo per condire il post... Mi piace mangiare pesante! :D

Rossa ha detto...

si che c'è!!
grazie rospo, anche della precisazione sul tuo post. ho letto anche di la', a casa tua.
forse mi sono lasciata prendere solo da un aspetto, la delinquenza culturale mi fa digerire male!!
ciao

il giardino di enzo ha detto...

Il mio nome è Paolo, Enzo è il mio principale soprannome e un amico mio, tanti anni fa, scrisse sulla porta del mio ufficio: Paolo sei un Enzo.

Smaug ha detto...

il piu bel post mai scritto.

Rossa ha detto...

ce l'hai fatta e leggerlo alla fine. quanto ci hai messo? e' dura lo so. tu sai quanto.

Elisabetta ha detto...

Bizzarro e strano il destino, gioca con i nostri sentimenti e ricordi..
Nella casa Liberty vicino al Lago dove si soggiornava perche' in citta' si soffocava dal caldo,la vacanza forzata prima della vacanza, il dovere stare con la nonna, la casa dove si doveva andare per studiare senza distrazioni, anche se il profumo del basilico appena raccolto, l'odore umido degli abiti da sera degli anni 50 negli armadi della nonna mi rendeva felice, anche le paste ancora calde che ci rubavamo tra fratelli, eppure felice di essere li' volevo essere gia' partita e mi vedevo sempre in posti lontani , gia' in vacanza o all'estero o infinitamente diversi.
Nella casa dove ora sogno molte notti di essere, come se il tempo non fosse passato
non mi manca, non vorrei esseri li', ma i miei ricordi sono intrappolati li' nella veranda dai vetri colorati della nonna.
Strano il destino...
"L'infinito
Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
De l'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminato
Spazio di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo, ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e 'l suon di lei. Così tra questa
Infinità s'annega il pensier mio:
E 'l naufragar m'è dolce in questo mare."
Giacomo Leopardi

Rossa ha detto...

la peculiarita' del destino sta nel fatto che tu abbia trovato questo post. e che si sia condiviso questo spazio delle memoria, ormai.
quelle vetrate hanno colorato le mie brevi incursioni dalla zia, ma, al contrario di te, e' li', in quegli anfratti colorati di storia, che volevo stare, non altrove.
un abbraccio