bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

giovedì 13 dicembre 2018

«Freddo, vero? Pare inverno». Stringendosi il coltello al seno, Miss Meadows la fissò con odio. Tutto in lei era dolciastro e sbiadito come miele. Un’ape impigliata nel groviglio di quei capelli giallognoli non sarebbe stata una sorpresa. «Sì davvero tagliente» disse Miss Meadows, tetra.

di Kathrine Mansfield.
una delizia.
acuta arguta spiritosa divertente.
un racconto raggiante di intelligenza narrativa.
al ritmo sconbussolato del cuore corrisponde quello melodrammatico del canto.
un vero incanto.
me lo ha letto Iaia Forte, brava, allegra e viva come si addice al testo, ieri sera, al teato No'hma, gentilmente offerto da Livia Pomodoro.

Con la disperazione – una gelida, acuta disperazione – conficcata nel cuore come un perfido coltello, Miss Meadows, in toga e tòcco e con la bacchetta in mano percorreva i freddi corridoi che portavano alla sala da musica. Ragazze di tutte le età con le gote rosate dal vento, traboccanti d’allegria e di eccitazione dopo la corsa verso la scuola in quella bella mattina d’autunno, si affrettavano, saltellavano, svolazzavano tutt’intorno a lei; dalle aule echeggianti veniva un fitto tambureggiare di voci […].
L’insegnante di scienze fermò Miss Meadows.
«Buongiorno» gridò, con la sua voce melliflua e strascicata. «Freddo, vero? Pare inverno».
Stringendosi il coltello al seno, Miss Meadows la fissò con odio. Tutto in lei era dolciastro e sbiadito come miele. Un’ape impigliata nel groviglio di quei capelli giallognoli non sarebbe stata una sorpresa. «Sì davvero tagliente» disse Miss Meadows, tetra.
L’altra fece uno dei suoi sorrisi zuccherini.
«Mi sembri intirizzita» disse. I suoi occhi azzurri si spalancarono; dentro c’era una luce beffarda. (Che si fosse accorta di qualcosa?)
«Oh, non esageriamo» disse Miss Meadows, e passò oltre, ricambiando il sorriso dell’insegnante di scienze con una piccola smorfia.
La quarta, la quinta e la sesta erano radunate nella sala da musica; c’era un rumore assordante. Sulla piattaforma, accanto al piano, c’era Mary Beazley, la preferita di Miss Meadows, incaricata degli accompagnamenti. […] Quando vide Miss Meadows avvertì le altre con un forte «Ps! pss! ragazze!» e Miss Meadows, le mani nascoste nelle maniche e la bacchetta sotto il braccio, attraversò la corsia centrale, salì gli scalini, si voltò di scatto, afferrò il leggio d’ottone, se lo piantò davanti e batté due colpi secchi con la bacchetta per fare silenzio. «Silenzio, per favore! Subito!» e, senza guardare nessuno, i suoi occhi percorsero quel mare di camicette di flanella colorata pieno di facce ondeggianti, di mani rosee, di frementi fiocchi a farfalla e di album spalancati. Sapeva benissimo quello che stavano pensando. «La Meady è furibonda». Be’, che lo pensino pure! Le sue palpebre ebbero un tremito; gettò indietro la testa con aria di sfida.
Che importanza potevano avere i pensieri di quelle creature per una persona che come lei stava morendo dissanguata, ferita al cuore, al cuore, da una simile lettera...
«... Sento con sempre maggiore chiarezza che il nostro matrimonio sarebbe un errore. Non che io non ti ami. Ti amo quanto mi è possibile amare una donna, ma, per essere sincero, sono giunto alla conclusione che il matrimonio non fa per me e che l’idea di sistemarmi mi dà solo un senso di...» e la parola «ripugnanza», cancellata a malapena, era stata sostituita da «disagio».
Basil! Miss Meadows si diresse a grandi passi verso il pianoforte, Mary Beazley, che non aspettava altro, si chinò in avanti e i riccioli le ricoprirono le guance mentre sussurrava: «Buongiorno, Miss Meadows», e faceva il gesto di porgerle un bellissimo crisantemo giallo. Quel piccolo rituale andava avanti ormai da un mucchio di tempo, esattamente da un trimestre e mezzo. Faceva parte della lezione come l’aprire il pianoforte. Ma quel mattino, invece di prenderlo e infilarselo nella cintura dicendo, china su di lei: «Grazie, Mary. Che meraviglia! Apri a pagina trentadue», Miss Meadows, con grande costernazione della ragazza, ignorò del tutto il crisantemo e non rispose al saluto, ma disse con voce glaciale: «Pagina quattordici, prego, e segna bene gli accenti».
Che momento imbarazzante! Mary arrossì fino alle lacrime, ma Miss Meadows aveva già rivolto l’attenzione al leggio; la sua voce squillò nell’aula. «Pagina quattordici. Cominceremo da pagina quattordici. Lamento. A quest’ora dovreste già saperlo bene, ragazze. Lo canteremo senza controcanto, tutte insieme. E senza troppo sentimento. […]».
Alzò la bacchetta: diede due colpi sul leggio. Mary suonò il primo accordo e tutte quelle mani sinistre si abbassarono battendo l’aria e quelle giovani voci afflitte si unirono in coro:
Troppo presto, ahimè!, sfioriscon le ro-o-se del piacere;
Subito l’autunno cede al cu-u-po inverno.
Fuggono, ahimè, fuggono i lieti concenti,
All’orecchio che ascolta si perdono lontano.
Santo cielo, si poteva pensare a qualcosa di più tragico di quel lamento? Ogni nota era un sospiro, un singhiozzo, un gemito di atroce tristezza. Miss Meadows alzò le braccia nelle ampie maniche e cominciò a dirigere con tutt’e due le mani. «... Sento con sempre maggiore chiarezza che il nostro matrimonio sarebbe un errore...» lei scandiva il tempo. E le voci gridavano: Fuggono, ahimè, fuggono. Che cosa poteva averlo spinto a scrivere una lettera del genere? Che motivo poteva esserci? Era stato come un fulmine improvviso. La sua ultima lettera parlava soltanto di una libreria di quercia patinata che aveva comprato per i «nostri» libri e di un «elegante mobiletto da ingresso» che aveva visto, «un aggeggio molto carino con una civetta intagliata su un supporto che regge tre spazzole da cappello negli artigli». Come si era divertita all’idea! Era così tipicamente maschile pensare all’utilità di tre spazzole da cappello! All’orecchio che ascolta, cantarono le voci.
«Da capo», disse Miss Meadows «ma questa volta col controcanto. Sempre senza sentimento». Troppo presto, ahimè! Con la malinconia aggiunta dai contralti era difficile non rabbrividire. Sfioriscon le rose del piacere. 
L’ultima volta che era venuto a trovarla Basil aveva una rosa all’occhiello. Come le era parso bello in quello smagliante abito blu e con quella rosa d’un rosso cupo! E lui lo sapeva. Non poteva non saperlo. Prima si era passato una mano sui capelli, poi sui baffi, e quando aveva sorriso i denti gli brillavano.
«La moglie del direttore continua a invitarmi a cena. È una bella seccatura. Non riesco mai ad avere una serata tutta per me, in quel posto».
«Ma non puoi rifiutare?».
«Be’, sai, un uomo nella mia posizione non può permettersi d’essere impopolare».
I lieti concenti, gemettero le voci. I salici, fuori delle finestre alte e strette, ondeggiavano al vento. Avevano perso metà delle foglie, e quelle rimaste, piccolissime, si contorcevano come pesci presi nella lenza. «... Il matrimonio non fa per me...».
Le voci tacquero; il pianoforte aspettava.
«Benissimo» disse Miss Meadows, ma sempre con un tono così strano e gelido che le ragazze più giovani cominciarono a sentirsi spaventate. «Ma ora che lo sappiamo bene, lo canteremo con sentimento. Con quanto più sentimento potete. Pensate alle parole, ragazze. Usate l’immaginazione. Troppo presto ahimè!» gridò Miss Meadows. 
«Deve prorompere – forte – come uno scoppio di dolore. E poi, nel secondo verso, deve sembrare che in quel cupo inverno soffi un vento freddo. Cupo inve-e-rno!» gridò in un modo così orribile che Mary Beazley, sul suo sgabello, sentì un brivido correrle giù per la schiena. «Il terzo verso dovrebbe essere un crescendo. Fuggono, ahimè, fuggono i lieti concenti, sempre più forte fino all’inizio dell’ultimo verso, All’orecchio, e poi quando siete a che ascolta dovete cominciare a morire – a sfiorire, finché si perdono lontano deve essere solo un tenue sussurro. Potete rallentare quanto volete sull’ultimo verso. Avanti, per favore». Di nuovo due colpetti leggeri; di nuovo alzò le braccia. Troppo presto, ahimè! «... e l’idea di sistemarmi mi dà solo un senso di ripugnanza...». Era ripugnanza la parola che aveva scritto. Come dire che il loro fidanzamento era definitivamente rotto. Rotto! Il loro fidanzamento! La gente era già rimasta abbastanza sorpresa quando si era fidanzata. [...] Aveva trent’anni, Basil ne aveva venticinque. Era stato un miracolo, un vero miracolo, sentirgli dire mentre tornavano a casa dalla chiesa in quella notte così buia: «Sai, non so come, ma ho scoperto di volerti bene». E le aveva afferrato un capo del boa di struzzo. All’orecchio che ascolta si perdono lontano.
«Ripetere! Ripetere!» disse Miss Meadows. «Più sentimento, ragazze! Da capo!».
Troppo presto, ahimè. Le ragazze più grandi erano paonazze; qualcuna delle più giovani si mise a piangere. Grosse gocce di pioggia battevano contro i vetri, e si udivano i salici sussurrare «... non che io non ti ami...».
«Ma, caro, se mi ami» pensò Miss Meadows «non importa quanto grande sia il tuo amore. Amami pure come puoi». Ma sapeva che lui non l’amava. Non essersi nemmeno preoccupato di cancellare bene quella parola «ripugnanza» perché lei non potesse leggerla! Subito l’autunno cede al cupo inverno. Per giunta, avrebbe dovuto lasciare la scuola. Non avrebbe più potuto guardare in faccia l’insegnante di scienze né le sue allieve quando la cosa fosse risaputa. Sarebbe dovuta scomparire. Si perdono lontano. Le voci cominciarono a morire, a sfiorire, a bisbigliate... a svanire...
Improvvisamente la porta si aprì. Una bambina in azzurro attraversò rumorosamente il corridoio tra i banchi, a capo chino, mordendosi le labbra e rigirandosi il braccialetto d’argento che portava a uno dei piccoli polsi rossi. Salì gli scalini e si fermò davanti a Miss Meadows. 
«Be’, cosa c’è, Monica?». 
«Oh, scusi, Miss Meadows», disse la bambina, un po’ ansimante, «ha detto Miss Wyatt che l’aspetta in direzione».
«Va bene» disse Miss Meadows. E si rivolse alle ragazze: «Vi chiedo il favore di non fare chiasso durante la mia assenza. Conto sulla vostra parola». Ma erano tutte troppo spaurite per comportarsi diversamente. […]
Nei corridoi silenziosi e freddi i passi di Miss Meadows echeggiavano. La direttrice sedeva alla sua scrivania. […]. «Si sieda, Miss Meadows» disse con molta cortesia. Poi prese una busta rosa da sotto il tampone di carta asciugante. «L’ho mandata a chiamare perché è arrivato questo telegramma per lei».
«Un telegramma per me, Miss Wyatt?».
Basil! Si era suicidato, pensò Miss Meadows. Allungò subito la mano, ma Miss Wyatt trattenne il telegramma per un attimo. «Spero che non siano cattive notizie», disse, con un tono che era soltanto cortese. E Miss Meadows lo aprì in fretta. «Non badare lettera dovevo essere impazzito comprato mobiletto ingresso oggi Basil» lesse. Non riusciva a distogliere gli occhi.
«Spero che non sia nulla di grave» disse Miss Wyatt, sporgendosi in avanti. «Oh, no, grazie, Miss Wyatt» arrossì Miss Meadows. «Tutt’altro. È...» e fece una risatina di scusa «è del mio fidanzato che dice... che dice...». Una pausa. «Capisco» disse Miss Wyatt. Un’altra pausa. Poi: «Lei ha ancora un quarto d’ora di lezione, vero, Miss Meadows?». «Sì, Miss Wyatt». Si alzò. Si avviò verso la porta quasi di corsa.
«Un attimo solo, Miss Meadows» disse Miss Wyatt. «Non approvo che le mie insegnanti ricevano telegrammi nelle ore di scuola, a meno che non si tratti di cose molto serie, come una morte», spiegò Miss Wyatt «o un grave incidente, o qualcosa del genere. Le buone notizie, Miss Meadows, possono sempre aspettare».
Sulle ali della speranza, dell’amore, della gioia, Miss Meadows tornò di corsa alla sala da musica, attraversò il corridoio tra i banchi, salì gli scalini e si accostò al pianoforte.
«Pagina trentadue, Mary», disse «pagina trentadue» e, raccolto il crisantemo giallo, se lo portò alle labbra per nascondere un sorriso. Poi si volse alle ragazze, batté il leggio con la bacchetta: «Pagina trentadue, ragazze. Pagina trentadue». 
Qui oggi veniamo cariche di fiori,
Ceste di frutta e nastri colorati,
Per felicita-a-rci.
«Ferme! Ferme!» gridò Miss Meadows. «È orribile. È spaventoso». E rivolse alle allieve un sorriso raggiante. «Che cosa vi succede? Ma ragazze, pensate a quello che state cantando. Usate l’immaginazione. Cariche di fiori. Ceste di frutta e nastri colorati. E poi felicitarci». Miss Meadows interruppe per un attimo. «Avete un’aria troppo triste, ragazze. Questo bisogna cantarlo con calore, con allegria, con entusiasmo. Felicitarci. Ricominciamo. Veloci. Tutte insieme. Avanti!». E questa volta la voce di Miss Meadows si levò sopra le altre – piena, profonda, vibrante di sentimento.

 (K. Mansfield, Lezione di canto, in Tutti i racconti, trad. di C. Campo, Adelphi, Milano 1993)

ascolto e sorrido, sussulto e provo gioia, ma che invenzione la parola.

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