bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

lunedì 9 dicembre 2013

terrore del mistero

al funerale del padre di una mia collega.
il prete legge una lettera indirizzata al nonno, presumibilmente da parte dei nipoti del defunto, più probabilmente da parte della nipote maggiore, la figlia della mia collega.
se ne dice bene, si dice abbia lottato fino in fondo, si dice non si sia lamentato mai, si dice abbia tenuto duro per stare in vita e sofferto in silenzio.
si dice anche che la famiglia si è trovata tenacemente unita nel dolore, capace di vicinanza amore dedizione responsabilità e armonia.  
perchè si dicono sempre queste cose ai funerali?
queste bugie grossolane?
queste menzogne pietose e penose, queste falsità nel tentativo di tenere in piedi il vacillante concetto cattolico dell'indissolubilità della famiglia distruggendo al contempo, e ben più gravemente, l'eterno altissimo valore della dignità umana, il valore immenso della verità?
per quello che so io, e l'ho saputo bene, durante la malattia del padre la mia collega ha affrontato, forse in modo ancora più doloroso rispetto all'attesa della morte, la perversione dell'istituzione familiare, la ragnatela di dinamiche relazionali malate che, anzi, si sono amplificate, enfatizzate nel corso della lunga agonia paterna: rapporti sbagliati, responsabilità squilibrate, egoismi, fatiche immani sostenute da una sorella nell'afa milanese di agosto contrapposte a fughe nella brezza marina in vacanza dell'altra. una madre incapace di tenere una posizione ferma che imponga giustizia, due sorelle contrapposte, l'una vittima e l'altra carnefice (e probabilmente viceversa), una dedita l'altra scaltra ed egoista, così tutta la vita, così in morte del padre.
perché dire bugie anche di fronte alla morte? non c'è mai speranza che la verità abbia una sua dignitosa posizione? una sua necessaria e ripettosa collocazione nelle coscienze sofferenti ma vigili di chi ha perso una persona cara? perché farsi portatori di un così grave e disgustoso peccato anche di fronte, in memoria di chi, ormai, non giudicherà né mai più sarà giudicato?

primi di settembre, a un funerale di una mia collega, mia coetanea, forse anche più giovane di qualche anno.
morte improvvisa, o qualcos'altro? gravemente depressa, la mia collega psichiatra, persona inavvicinabile, invivibile, a tratti solo bizzarra, a tratti gravemente disturbata. come i suoi pazienti.
al funerale ho ascoltato la sua descrizione da parte del prete officiante, e le testimonianze di colleghi e infermieri. del primario.
false, palesemente false, forzate per darne una visione fasulla, inventata, artefatta ma degna evidentemente di un apparato che in morte ci vuole tutti santi.
non si dice, a un funerale, che la collega aveva avuto episodi in vita di grave depressione, di deliri persecutori, di accessi maniacali con ricovero in SPDC? che lavorare con lei voleva dire mettersi in fuga per salvarsi dai suoi imprevedibili accessi di aggressività e prepotenza?
non si dice.
dirlo vuol dire sminuire il valore della perdita? dire che è morta una persona difficile e sgradevole -almeno lavorativamente parlando ma dubito che viverle accanto fosse una passeggiata- significa toglierle qualcosa? cos'è la morte? non è almeno la fine la pace il termine della sofferenza fisica o mentale? la fine del giudizio degli altri, la parificazione di tutto davanti all'annullamento della carne e della fisica presenza?
cosa si dice a un funerale, perché si fa un funerale, nemmeno in morte abbiamo diritto di dire, noi e gli altri per noi, senza vergogna, senza punizione, senza peccato, quel che siamo?
mai? proprio mai?
È difficile avere, in queste cose, certezze. Probabilmente abbiamo perso la familiarità con la morte che aveva la civiltà classica, il senso concreto di far parte del gran fiume delle cose, come dice l’espressione cinese, del ciclo di aurora e tramonto, fiorire e appassire, aggregazione e disgregazione degli elementi. Si è forse data troppa importanza alla morte, permettendole di fare troppo il gradasso e di presentarsi come il trionfo del nulla e dell’insensatezza di tutto. 
Forse bisognerebbe ritrovare concretamente, fisicamente il senso della morte quale sigillo della nostra appartenenza all’ordine naturale delle cose; viverla certo come mistero, ma senza la necessità di parlare troppo del mistero e delle cose nascoste e continuando, anche su quella soglia, a interessarsi delle cose relative ed effimere di cui ci si è interessati nella quotidianità. Un senso classico — romano più ancora che greco — invita a venerare l’imperscrutabile ma, proprio perché è imperscrutabile, a non angosciarsi nell’ossessivo tentativo di scrutarlo. Ciò non implica affatto necessariamente uno spirito irreligioso: le nostre contingenze colorano l’eternità di Dio; sono il nostro modo di vivere quella «inafferrabilità di Dio» che è proclamata con forza «martellante» nella Bibbia. 
così scrive Magris su La Lettura di ieri, ma sono proprio il mistero e il trionfo del nulla che sono inaccettabili in vita dall'uomo occidentale, cha trasforma il mistero della morte in farsa, nella prosecuzione del teatro della nostra vita, la falsifica solo perchè ha il terrore di ciò che non conosce.
in morte si mente come in vita, non c'è mai fine alla menzogna anche quando la fine ha polverizzato la materia per la quale si mente.

Fu durante il regno di Giorgio III che i suddetti personaggi vissero e disputarono. 
Buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri ora sono tutti uguali.
da Barry Lindon di Stanley Kubrik

6 commenti:

corte sconta ha detto...

ciao sensibile pensatrice Rossa:metafisico,visionario e alto è il tuo esprimere determinati concetti,come in questo caso,toccando realtà e menzogne,conformismi appiccicosi e vili che ci impigliano,soprattutto quando si inscenano riti religiosi vari.non so bene il perché..mi hai ricordato Spoon River e l'indimenticabile poeta Faber di "non al denaro,non all'amore né al cielo".

monteamaro ha detto...

Ciao Rossa, inizio la giornata leggendoti, (con piacere). Sono cattolico e praticante, e ho un sacco di amici "don". Quello che dici sugli elogi funebri è tutto vero, ma loro i preti, in tutto questo di responsabilità ne hanno veramente poca. Il più delle volte del caro estinto e relativa famiglia, hanno una conoscenza assolutamente superficiale, in effetti non li conoscono affatto, e quindi sono costretti a trasformarsi in difensori d'ufficio, anche perché la loro funzione è quella di "vedere" comunque il po' di bene possibile. A parte il defunto che dall'alto se la ride, il resto della truppa fa finta di credere che tutto va bene: E vissero insieme felici e contenti... E dici bene, in morte si mente come in vita, ma questa è un altra storia, e all'interno della nostra natura di uomini.

Rossa ha detto...

corte sconta, il poeta Faber...non dire così mi confondi..

Rossa ha detto...

la questione riguarda i preti solo marginalemente, ma quel che dici non è consolante. se non si sa, si tace. quelli che ho sentito parlare e dire menzogne sono nipoti, parenti, colleghi e primari. persone che mentono intenzionalmente per preservare fino all'ultimo immagini false di santità in vita...e quindi in morte.
riguarda gli uomini che hanno paura, come in vita anche in morte, secondo me. forse noi tutti, hai ragione.

Anonimo ha detto...

Gianni Rodari diceva che nel paese della bugia, la verità è una malattia. Nel mondo direi io più che nel paese. Paese è riduttivo. Ciascuno usa la menzogna come più gli fa comodo, spesso trasformandola in verità, così in cielo come in terra.
Non stupiamoci degli altri, se i primi siamo noi.

Rossa ha detto...

e così sia, anonimo.
il mio discorso è relativo alla questione, delicata e irrisolta, della morte.
il tuo mi sembra una condanna generalizzata, ma non è quello che ho scritto io.
grazie dell'intervento.
Rossa