bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

giovedì 28 novembre 2013

chi è dio per Anne Sexton?

“Spogliatevi della vita come dei pantaloni,
delle scarpe, della biancheria, 
spogliatevi della carne, 
scardinate le ossa. 
In altre parole 
togliete di mezzo 
il muro che vi separa da Dio”
Bella, passionale, economicamente fortunata. Forse non avrebbe ascoltato la poesia che aveva sottopelle, se il suo analista, dopo il primo tentativo di suicidio, non le avesse suggerito di scrivere. Una terapia che è valso il Pulitzer nel 1967 e la fama mondiale, nonché il ruolo di maggiore esponente tra i poeti confessionals americani. Ma neanche la famiglia e le figlie sono bastate a sanare quel turbamento che ha tanto a lungo assillato i giorni e le notti: solo il suicidio ha segnato la fine di una vita tutt’altro che comune, per una donna che ha trovato la propria strada poetica, diversa da tutti i contemporanei e i poeti tradizionali, perché istintiva e di modesta formazione intellettuale.
così leggo su un blog e proseguo sulla scia per dire che Anne Sexton è veramente un enigma per me.
trascinata nei bassifondi del vivere dal dolore la perversione la sofferenza la malattia la sessualità più brutale e la morte, la morte sempre ovunque, in ogni riga, in ogni respiro, in ogni parola, in ogni pensiero.
abusata da bambina e abusante sua figlia a sua volta, la Sexton scopa sempre, ogni parola che emetta e che scriva. scopa si fa montare trapassare martellare da tutto da tutti da ogni cosa dal padre dalla madre da chiunque. la sua vita è un abuso continuo, la sua vita non è disgiungibile da una sessualità pervasiva massacrante e degradante. 
fu famosissima in vita, seduceva il mondo con ogni parte del suo corpo, era uno schianto di donna, era sensuale e vestita di rosso, faceva sesso rilasciando interviste, probabilmente prendendo il te, figuriamoci tracannando martini al bar.
faceva sesso e ogni volta, così, toccava la morte. ad ogni penetrazione, vera o simbolica sia chiaro, si faceva permeare dalla morte per poi tornare in vita e riprovarci, e poi riuscirci davvero, finalmente, anche lei come la Plath, con la morte pulita e silenziosa e indolore del gas, chiusa in un garage a motore acceso. era il 1974, aveva 45 anni.
la penso immersa in una fatica immane, una fatica sessuale continua, una forma di eccitazione indomabile e necessaria per vivere, una forma parossistica, una schiavitù perversa senza fine. 
e su tutto, in ogni poesia, domina dio, che fa e che disfa, dio che può e distrugge, dio dio dio, ma chi è questo dio nella sua mente?
The priest came,
he said God was even in Hitler. 
I did not believe him 
for if God were in Hitler 
then God would be in me.
(The sickness unto death)
di certo non il dio dei cieli, è un dio metafisico, un oltre irraggiungibile, un oltre che la domina, che la ancora al terreno, che la radica in una contrapposizione continua tra corpo reale e immagine sognata.
è quel dio che quando: l’uomo dentro la donna stringe un nodo perché mai più loro due si separino e la donna si fa fiore che inghiotte il suo gambo e il Logos appare e sguinzaglia i loro fiumi. Quest’uomo e questa donna con la loro duplice fame hanno cercato di spingersi oltre la cortina di Dio, e ci sono riusciti per un momento, anche se poi Dio nella sua perversione scioglie il nodo.
non era sostenuta da una gran cultura, e il confronto con la Plath è perdente su tutti i fronti in questo campo, ma la sua poesia era un fiume, era facile, immediata, incisiva, senza scampo.

ho scoperto a Bookcity che anche Peter Gabriel scrisse di lei in una canzone, Mercy Street, tratta da una sua poesia, omonima.
Eccoli:

45 Mercy Street, Anne Sexton
Nel mio sogno
reale fino al midollo
cammino su e giù per Beacon Hill
cercando un cartello stradale,
Mercy Street.
Non c’è.

Provo per Back Bay.
Non c’è.
Non c’è.
Eppure conosco il numero,
Mercy Street, 45.
Conosco il vetro colorato
della finestra nell’atrio,
le tre ali della casa
con il parquet sui pavimenti
Conosco i mobili e
Mamma, nonna e bisnonna e servi.
Conosco la credenza con gli Spode,
la vaschetta del ghiaccio, argento solido,
dove il burro posa in bei quadrati,
come strani denti di gigante,
sul grande tavolo di mogano.
Lo conosco bene.
Non c’è.

Dove siete andati?
Mercy Street, 45,
con la nonna inginocchiata
nel suo corsetto di stecche di balena
che prega, a bassa voce, ferocemente,
davanti alla bacinella,
alle cinque del mattino
a mezzogiorno,
sonnecchiando sulla sedia a dondolo
il nonno schiaccia un pisolino nella dispensa,
la nonna suona il campanello per la cameriera, di sotto,
e Nana culla Mamma, con un fiore gigante
sulla fronte, per coprire un ricciolo
di quando era buona ed era …
E là, dove fu concepita,
e, dopo una generazione,
me,
la terza che avrebbe concepito,
un fiore di nome Orrido, sbocciante
da un seme straniero.

Cammino con un vestito giallo
e una borsetta bianca piena di sigarette,
pillole, portafogli, chiavi
e ho ventotto anni, o quarantacinque?
Cammino. Cammino.
Accendo i fiammiferi ai cartelli stradali,
perché è buio,
scuro come pelle morta
e ho perso la mia Ford verde,
e la mia casa nei sobborghi,
e due bambini piccoli
succhiati via come polline dall’ape che sono,
e un marito,
che si è seccato gli occhi
per non guardarmi più dentro,
e cammino e guardo
e non è un sogno,
ma solo la mia vita,
dove le persone sono alibi
e la strada è perduta
per sempre.

Indosso gli occhiali scuri.
Non mi importa.
Imbullona pure la porta, pietà,
cancella il numero,
strappa via i cartelli stradali.
Cosa può contare, cosa può contare
questa spilorcia che sono,
chi lo vuole un passato,
che uscì da un morto battello
lasciandomi solo della carta?

Non c’è.

Apro la borsetta,
come fanno le donne,
e pesci nuotano avanti e indietro
tra le banconote e il rossetto.
Li afferro uno per uno
e li getto ai cartelli stradali,
e lancio la borsetta
nel fiume Charles.
Poi tiro fuori il sogno
e lo getto sul muro di cemento
dello stupido calendario
in cui vivo
la mia vita,
e i suoi faticosi taccuini


Mercy StreetPeter Gabriel, in So (1986)
Looking down on empty streets, all she can see
Are the dreams all made solid
Are the dreams all made real

All of the buildings, all of those cars
Were once just a dream
In somebody's head

She pictures the broken glass, she pictures the steam
She pictures a soul
With no leak at the seam

Lets take the boat out
Wait until darkness
Let's take the boat out
Wait until darkness comes

Nowhere in the corridors of pale green and grey
Nowhere in the suburbs
In the cold light of day

There in the midst of it so alive and alone
Words support like bone

Dreaming of mercy st.
Wear your inside out
Dreaming of mercy
In your daddy('s arms again
Dreaming of mercy st.
'swear they moved that sign
Dreaming of mercy
In your daddy's arms

Pulling out the papers from the drawers that slide smooth
Tugging at the darkness, word upon word

Confessing all the secret things in the warm velvet box
To the priest-he's the doctor
He can handle the shocks

Dreaming of the tenderness-the tremble in the hips
Of kissing Mary's lips

Dreaming of mercy st.
Wear your insides out
Dreaming of mercy
In your daddy's arms again
Dreaming of mercy st.
'swear they moved that sign
Looking for mercy
In your daddy's arms

Mercy, mercy, looking for mercy
Mercy, mercy, looking for mercy

Anne, with her father is out in the boat
Riding the water
Riding the waves on the sea


e anche questo è un modo per conoscere, poesia e musica, arte e vita.

Una come lei 
In giro sono andata, strega posseduta 
Ossessa ho abitato l'aria nera, padrona della notte; 
sognando malefici, ho fatto il mio mestiere 
passando sulle case, luce dopo luce: 
solitaria e folle, con dodici dita. 
Una donna così non è una donna. 
Come lei io sono stata. 

Ho trovato nei boschi tiepide caverne, 
e pentole e amuleti, tavole 
e armadietti, infinità di oggetti 
e sete ho ammassato; 
per elfi e vermi cene ho preparato: 
mugolando ho sistemato 
le cose fuori posto. 
Una donna così non è capita. 
Come lei sono stata. 

Sul tuo carro, o cocchiere, son salita, 
a braccia nude ho salutato paesi che passavano, 
e le ultime strade luminose, ho conosciuto, 
sopravvissuta alle tue fiamme che ancora rompono le gambe 
e alle tue ruote che ancora rompono le ossa. 
Una donna così non ha vergogna di morire. 
Come lei io sono stata.

Noi
Ero avvolta nella pelliccia
nera, nella pelliccia bianca
e tu mi svolgevi
in una luce d’oro
poi m’incoronasti,
mentre fuori dardi di neve
diagonali battevano alla porta.
Mentre venti centimetri di neve
cadevano come stelle
in frammenti di calcio,
noi stavamo nel nostro corpo
(stanza che ci seppellirà)
e tu stavi nel mio corpo
(stanza che ci sopravviverà)
e all’inizio ti asciugai
i piedi con una pezza
perché ero la tua schiava
e tu mi chiamavi principessa.
Principessa!


Oh, allora
mi alzai con la pelle d’oro,
e mi disfeci dei salmi
mi disfeci dei vestiti
e tu sciogliesti le briglie
sciogliesti le redini,
ed io i bottoni,
e disfeci le ossa, le confusioni,
le cartoline del New England,
le notti di gennaio finite alle dieci,
e come spighe ci sollevammo,
per acri e acri d’oro,
e poi mietemmo, mietemmo
mietemmo.



Ancora, ancora, ancora
Hai detto che la rabbia sarebbe tornata
proprio come l'amore

Ho una sembianza nera che non
mi piace. È una maschera, me la provo.
Migro verso lei e la sua rana
s'accovaccia sulle mie labbra e defeca.
È una vecchia, è anche povera.
Ho provato a tenerla a dieta.
Non le do l'estrema unzione.

C'è un bell'aspetto che indosso
come un grumo di sangue.
Me lo sono cucito sul seno sinistro.
Ne ho fatto una vocazione.
La lussuria si è piantata in esso
e io ho accostato te e il tuo
bambino allo sbocco del latte.

Oh la nerezza è assassina
e il colmo del latte trabocca
e tutto il meccanismo mi funziona
ed io ti bacerò quando
avrò fatto a pezzetti un'altra dozzina di uomini
e tu morirai un po',
ancora, ancora.

4 commenti:

corte sconta ha detto...

che ingredienti affascinanti usi..e la chicca di P.Gabriel..che dire..sono sensazioni "strane",perdute o dimenticate,arcaiche,mi evocano il mytos.Grazie dei tuoi bellissimi/spaventosi giri sulle montagne russe,e,soprattutto,di condividerli.ciao Rossa alchimista.

monteamaro ha detto...

Stregato dalla Sexton! Saccheggio il web in cerca delle sue parole...

Rossa ha detto...

ciao Corte Sconta...alchimista, mi piace, mi ricorda l'opera al nero... si si...

Rossa ha detto...

stregato stregato è la parola giusta parlando della Sexton!!