bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

venerdì 13 aprile 2018

viaggio sentimentale



ritratto di Goffredo Parise
Giosetta Fioroni

«Sono tutti morti».

Si alzò irresoluta, e solo giunta a metà di Ponte Garibaldi fu consapevole d'essere incamminata al Ghetto. Riconosceva il richiamo che la tentava laggiù e che stavolta le perveniva come una nenia bassa e sonnolenta, però tale da inghiottire tutti i suoni esterni. 
I suoi ritmi irresistibili somigliavano a quelli con cui le madri ninnano le creature, o le tribù si chiamano a raccolta per la notte. Nessuno li ha insegnati, stanno già scritti nel seme di tutti i vivi soggetti a morire. 
Ida sapeva che il piccolo quartiere adesso, già da mesi, era di nuovo sgombro di tutta la sua popolazione: gli ultimi latitanti dello scorso ottobre, tornati quatti quatti nelle loro stanzette, ne erano stati snidati a febbraio, uno per uno, dalla polizia fascista al servizio della Gestapo; e perfino i senzatetto e i vagabondi se ne scansavano… Però nella sua testa, oggi, queste notizie si smarrivano fra le reminiscenze e abitudini anteriori. Seppure confusamente, lei s'aspettava tuttora d'incontrare, là dentro, la solita pipinara di famigliucce dai capelli ricci e dagli occhi neri nelle strade, sui portoncini e alle finestre. E al primo crocicchio si fermò, perplessa, senza più riconoscere né le vie né le porte. In realtà si trovava all'imbocco di una via da lei già molto frequentata in passato: stretta nel primo tratto, fra case basse essa si apre in uno slargo e prosegue fra altre piccole diramazioni fino alla piazzetta centrale. Il suo nome, se non sbaglio, è Via Sant'Ambrogio. E qua, più o meno, Ida usava sempre sbarcare, nei suoi vagabondaggi trascorsi. Qua d'intorno stavano le bottegucce e i cortiletti e i vicoli familiari: dove lei s'era indaffarata per le sue compre-vendite; e dove aveva udito dalla Vilma «un po' disturbata nella testa» le radio-informazioni della Signora e della Monaca; e dove una volta aveva imparato da una vecchietta in cappellino la razza ufficiale dei meticci; e un'altra volta s'era incontrata con la levatrice Ezechiele… Era un circuito più minuscolo d'ogni minuscolo villaggio, anche se dentro ci si affollavano, a famiglie di dieci per ogni stanzetta, migliaia di giudii. Ma oggi Ida ci si trascinava come in un labirinto enorme senza principio né fine; e per quanto lo girasse, ci si ritrovava sempre allo stesso punto. 
Si rendeva conto vagamente d'esser venuta qui per consegnare qualcosa a qualcuno; anzi di costui sapeva il cognome: EFRATI, che andava compitando fra sé a voce bassa per tenerselo a memoria. E cercava a chi rivolgersi per indicazioni. Ma non c'era nessuno, neanche un passante. Non si udiva nessuna voce. 
Agli orecchi di Ida, il perpetuo rullo dei cannoni in lontananza si confondeva coi rimbombi dei suoi propri passi solitari. Di qua dal movimento del lungotevere, il silenzio di questi vicoletti assolati le isolava i sensi come una iniezione narcotica, escludendo ogni territorio popolato all'intorno. Attraverso i muri delle case, si avvertiva stranamente la risonanza degli interni vuoti. E lei seguitava a mormorare EFRATI, EFRATI, affidandosi a questo filo incerto per non perdersi del tutto. 
Eccola di nuovo allo spiazzo con la fontana. La fontana era secca. Dalle loggette e dai ballatoi decrepiti della viuzza spiovevano le piante morte. Ai piani delle casupole non c'era più il solito imbandieramento di calzoncini, fasciole e altri cenci stesi ad asciugare; qua e là dai ganci esterni ne pendevano tuttora le cordicelle spezzate. E qualche finestra aveva i vetri rotti. Dall'inferriata di un terraneo, già adibito a rivendita, si intravvedeva il locale umido e buio, spogliato del banco e delle merci, e invaso da ragnatele. Dei portoni, qualcuno pareva sbarrato, ma altri, sfondati nei saccheggi, erano appena accostati o semiaperti. Ida spinse un portoncino scassinato a un solo battente, e lo riaccostò alle proprie spalle. 
L'ingresso, della misura di un bugigattolo, era quasi al buio, e ci faceva freddo. Invece la scaluccia di pietra, tutta avvallata e viscida, riceveva luce da una finestra all'altezza circa del secondo piano. Sul primo piano c'erano due uscioli chiusi; ma uno dei due non portava nessun nome. L'altro, su un cartoncino incollato portava scritto a penna: Famiglia Astrologo, e sul muro, al di sopra del campanello, ancora altri due nomi a matita: Sara Di Cave — Famiglia Sonnino. 
Lungo la parete della scala, scrostata e coperta di chiazze, si leggevano varie scritte murali, per lo più di mano chiaramente infantile: Arnaldo fallamore con Sara — Ferucio è bello (e sotto, aggiunto da un'altra manina: è stronzo) — Colomba fallamore con L — W la Roma. 
Corrugando la fronte, Ida scrutava tutte le scritte, nello sforzo di decifrarvi la propria ragione confusa. La casa era in tutto di due piani, ma la scaluccia a lei parve assai lunga. Finalmente, al secondo pianerottolo, scoprì quello che cercava. E in realtà, gli EFRATI non si contano nel Ghetto di Roma. Non c'è scala, si può dire, in cui non se ne trovi qualcuno. 
Qui c'erano tre porte. Una, senza nome e scardinata, dava su un bugigattolo privo di finestre, con in terra una rete da letti e un catino malconci. Le altre due porte erano chiuse. Su una, c'era una targhetta col nome: Di Cave, e sopra, scritti sul legno, ancora i nomi: Pavoncelle, Calò. E sulla seconda, un largo pezzo di carta incollato diceva: Sonnino, EFRATI, Della Seta. 
Dalla stanchezza che provava, Ida non seppe resistere alla tentazione di buttarsi a sedere su quella rete di ferro. Dalla finestra rotta sulla scala arrivò lo strido di una rondine, e lei se ne meravigliò. Incurante dei bombardamenti e degli schianti quella bestiola aveva trasvolato il cielo — nel suo fragile corpicino orientato senza errore — come un sentiero domestico. E invece lei, donna, e anziana di più di quarant'anni, si trovava persa. 
Dovette fare uno sforzo enorme per non cedere alla voglia di stendersi su quella rete e lasciarsi lì fino a tutta la notte. E certo fu simile sforzo che nel suo stato di estrema debolezza le provocò allora un'allucinazione auditiva. Dapprima la sorprese un silenzio irreale del luogo. E in questo i suoi orecchi, ronzanti dai digiuni, incominciarono a percepire delle voci. Non fu, invero, propriamente un'allucinazione, perché Ida si rendeva conto che la fabbrica di quelle voci era dentro il suo cervello, anzi lei stessa non le avvertiva altrove. Però, l'impressione che ne riceveva era che si irradiassero nei suoi canali auditivi da qualche dimensione imprecisata, la quale non apparteneva né allo spazio esterno, né ai suoi ricordi. Erano voci estranee, di timbri diversi ma femminili in prevalenza, slegate una dall'altra senza dialogo né comunicazione fra di loro. E pronunciavano distintamente delle frasi, ora esclamative ora distese, però tutte di ordinaria banalità, quasi spezzoni raccogliticci della vita comune di ogni giorno: … 
«Sto su in terazza a riccòie la biancheria!!»… «Si nun fenisci er compito, nun esci!»… «Abbada che stasera lo dico a tu' padre!»… «Oggi distribuiscono le sigarette…» «Vabbè, t'aspetto, ma sbrighete…» «Indò sei stata, tutto 'sto tempo?…» «Mó vengo, a' mà, mó vengo!» «A quanto la fate?» «M'ha detto de buttà giù la pasta…» «Smorza la luce, che la corente costa cara…»… 
Questo fenomeno delle voci è abbastanza comune, e a volte lo sperimentano anche i sani, più di frequente sul punto d'addormentarsi e dopo una giornata di fatica. Per Ida, non era un'esperienza nuova; ma nella sua presente fragilità emotiva lei ne fu coinvolta come da un'invasione. Le voci nei suoi orecchi, prima di spegnersi, presero a riecheggiarsi a vicenda, accavallandosi in un ritmo tumultuante. E in questa loro fretta pareva di avvertire un senso orribile, come se i loro poveri pettegolezzi si esumassero da una eternità confusa in un'altra eternità confusa. Senza sapere quel che diceva, né perché, Ida si trovò a mormorare da sola, col mento che le tremava come ai bambinelli sul punto di piangere: 
«Sono tutti morti». 
Lo disse con le labbra, però senza voce quasi. E a questo mormorio, dentro il silenzio avvertì un peso, come il piombare di uno scandaglio acustico nella sua memoria.

La Storia
Elsa Morante

giovedì 12 aprile 2018

novecento di carta


Adolfo Widlt, autoritratto, matita e carboncino


Romolo Romani, ritratto di Grubicy de Dragon, matita su carta


Alberto Martini, illustrazioni da Edgar Allan Poe


Mostra Novecento di Carta, Castello Sforzesco.
un'occasione unica, ho visto cose indimenticabili...

lunedì 9 aprile 2018

il più lungo giorno

Ritorno. Ne la stanza ove le schiuse sue forme bronzine dai velarii de la luce io cinsi è ancora un alito tardato. Nel crepuscolo la mia pristina lampada instella il mio cuore vago di ricordi ancora: e ancora ogni volto cui risero gli occhi a fior del sogno – ogni volto tra fragili rime sparito ghirlande d’amori notturni appare come maschera che fatua brilla e fluttua e già si cela al mio sgomento. E ancora tutto ciò che è arido e dolce sfiorite le rose de la nostra giovinezza appare sul panorama scheletrico del mondo. E si raccoglie la mia anima – e volta al più lungo giorno de l’amore antico ancora leva chiaro un canto a l’amore notturno.

Il più lungo giorno
Dino Campana

ieri sera a teatro, indubbiamente, un poeta.

venerdì 6 aprile 2018

senso

variazioni sul corpo

 













e poi ritratti.











Elio Luxardo, fotografo delle dive di cinecittà e del ventennio.
molta posa, tanto lustro, devota ammirazione, assoluta devozione, estatica contemplazione, futuri combattenti e luci della ribalta.
tutto in stile di risonaza e di propaganda, così Luxardo esaltava l'immortalità del fascio, tra la sensualità sinuosa delle modelle e i corpi levigati e muscolosi degli eroi sempiterni della patria.
anche questo alla mostra della Fondazione Prada, Post Zang Tumb Tuuum.

giovedì 5 aprile 2018

still

“Una magistrale partitura coreografica, ennesima conferma di uno degli autori più interessanti del panorama nazionale.”  Teatro e Critica
Pluripremiato performer e artista di fama europea, Daniele Ninarello ha danzato con coreografi del calibro di Virgilio Sieni e Sidi Larbi Cherkaoui. Il suo lavoro indaga la relazione tra il movimento e l’identità, dando forma alla mutabilità e all’indeterminazione della condizione contemporanea. Still è il gesto di un costante ritorno al corpo. È un diagramma al cui centro si dispone il tema di un’identità articolata nelle sue molteplici facce e mutazioni, disposta nello spazio come una figura del tempo. Un’entità sottile, giacomettiana, un’«ombra della sera» che avanza in direzione incognita e disorientata, attraversando l’esistenza con la fragilità e la potenza della propria anatomia. Le figure vacillano sostenute dall’occhio che le osserva, come poggiate su una tessitura di suoni, ne ripercorrono l’andatura e ne prolungano la traiettoria. In questo magma acustico i corpi si frammentano nella costante ricerca del loro centro, inseguendo un «altrove» che prende forma nello spazio del palco. Ogni corpo è sempre più della somma delle sue parti. 



l'ho visto ieri sera.
mi dico: cambia un po' orizzonti, vai sempre negli stessi teatri, spazia un po', arieggiati.
già a gennaio mi sono avventurata al Litta per una Karenina in versione moderna. una cosa (non più di una cosa) inguardabile.
e ieri sera?
una boiata pazzesca.
allora è così, devo andare sempre negli stessi posti se voglio la garanzia di un pezzo artistico, vario, come si deve. eppure volevo proprio togliermi sta patina da borghesuccia.
il teatro dell'Arte mi aveva già ampiamente fregato, l'anno scorso, uno spettacolo indegno, go. go. go. di Sokurov e mi ero annoiata parecchio (https://nuovateoria.blogspot.it/2016/10/go-go-go.html). ci sono ricaduta.
non entro nei dettagli, sarebbero crudeli, ma anche fuori dal teatro i commenti erano taglienti, qualcuno parlava di un pizzaiolo che balla, qualcuno ha pensato anche a un bagnino, due ragazzi fumando si domandavano. ma cosa abbiamo visto? comincia piano, finisce piano, un cerchio che si chiude. e allora?
ma l'aspetto per me molto curioso è la locandina che accompagna lo spettacolo, che è simile alla presentazione sul sito del teatro, sopra riportato.
mi inorridisce l'uso manipolatorio della parola. quelle parole, quelle che ho letto per prendere la decisione di vedere lo spettacolo, dicono quello che non c'è. parlano di una ricerca stilistica, addirittura giacomettiana, di sottrazione delle figure, di ricerca di nuove forme di spazio e di tempo , di ritorno al corpo, che sono pura invenzione letteraria. nulla dello spettacolo può far pensare a una minima ricerca, di Giacometti poi nemmeno l'ombra, figurarsi, c'era un pizzaiolo in mezzo alla scena!
una truffa, un raggiro mentale, una bugia condita di parole false.
il problema è che qualcuno ci avrà creduto, probabilmente qualcuno in sala, (la gente applaudiva!!) ma molti avranno dormito, la noia e la ripetitività sgraziata erano mortali, anche musicalmente, e certamente anche qualcuno che ha scritto. sono certo che chi ha scritto ha pensato, in qualche modo, a un'aderenza tra le sue parole e la realtà visiva, ma, temo, che, invece, la dissociazione sia profonda.
colpevole o innocente?





domenica 1 aprile 2018

mondo (altro)



















Mia Photo Fair 2018
Istvan Mizerak

fotografia, d'altri tempi.