Si alzò irresoluta, e solo giunta a metà di Ponte
Garibaldi fu consapevole d'essere incamminata al Ghetto. Riconosceva il richiamo
che la tentava laggiù e che stavolta le perveniva come una nenia bassa e sonnolenta,
però tale da inghiottire tutti i suoni esterni.
I suoi ritmi irresistibili somigliavano a
quelli con cui le madri ninnano le creature, o le tribù si chiamano a raccolta per la
notte. Nessuno li ha insegnati, stanno già scritti nel seme di tutti i vivi soggetti a
morire.
Ida sapeva che il piccolo quartiere adesso, già da mesi, era di nuovo sgombro di
tutta la sua popolazione: gli ultimi latitanti dello scorso ottobre, tornati quatti quatti
nelle loro stanzette, ne erano stati snidati a febbraio, uno per uno, dalla polizia
fascista al servizio della Gestapo; e perfino i senzatetto e i vagabondi se ne
scansavano… Però nella sua testa, oggi, queste notizie si smarrivano fra le
reminiscenze e abitudini anteriori. Seppure confusamente, lei s'aspettava tuttora
d'incontrare, là dentro, la solita pipinara di famigliucce dai capelli ricci e dagli occhi
neri nelle strade, sui portoncini e alle finestre. E al primo crocicchio si fermò,
perplessa, senza più riconoscere né le vie né le porte. In realtà si trovava all'imbocco
di una via da lei già molto frequentata in passato: stretta nel primo tratto, fra case
basse essa si apre in uno slargo e prosegue fra altre piccole diramazioni fino alla
piazzetta centrale. Il suo nome, se non sbaglio, è Via Sant'Ambrogio. E qua, più o
meno, Ida usava sempre sbarcare, nei suoi vagabondaggi trascorsi. Qua d'intorno
stavano le bottegucce e i cortiletti e i vicoli familiari: dove lei s'era indaffarata per le
sue compre-vendite; e dove aveva udito dalla Vilma «un po' disturbata nella testa» le
radio-informazioni della Signora e della Monaca; e dove una volta aveva imparato da una vecchietta in cappellino la razza ufficiale dei meticci; e un'altra volta s'era
incontrata con la levatrice Ezechiele… Era un circuito più minuscolo d'ogni
minuscolo villaggio, anche se dentro ci si affollavano, a famiglie di dieci per ogni
stanzetta, migliaia di giudii. Ma oggi Ida ci si trascinava come in un labirinto enorme
senza principio né fine; e per quanto lo girasse, ci si ritrovava sempre allo stesso
punto.
Si rendeva conto vagamente d'esser venuta qui per consegnare qualcosa a
qualcuno; anzi di costui sapeva il cognome: EFRATI, che andava compitando fra sé a
voce bassa per tenerselo a memoria. E cercava a chi rivolgersi per indicazioni. Ma
non c'era nessuno, neanche un passante. Non si udiva nessuna voce.
Agli orecchi di Ida, il perpetuo rullo dei cannoni in lontananza si confondeva coi
rimbombi dei suoi propri passi solitari. Di qua dal movimento del lungotevere, il
silenzio di questi vicoletti assolati le isolava i sensi come una iniezione narcotica, escludendo ogni territorio popolato all'intorno. Attraverso i muri delle case, si
avvertiva stranamente la risonanza degli interni vuoti. E lei seguitava a mormorare
EFRATI, EFRATI, affidandosi a questo filo incerto per non perdersi del tutto.
Eccola di nuovo allo spiazzo con la fontana. La fontana era secca. Dalle loggette e
dai ballatoi decrepiti della viuzza spiovevano le piante morte. Ai piani delle casupole
non c'era più il solito imbandieramento di calzoncini, fasciole e altri cenci stesi ad
asciugare; qua e là dai ganci esterni ne pendevano tuttora le cordicelle spezzate. E
qualche finestra aveva i vetri rotti. Dall'inferriata di un terraneo, già adibito a
rivendita, si intravvedeva il locale umido e buio, spogliato del banco e delle merci, e
invaso da ragnatele. Dei portoni, qualcuno pareva sbarrato, ma altri, sfondati nei
saccheggi, erano appena accostati o semiaperti. Ida spinse un portoncino scassinato a
un solo battente, e lo riaccostò alle proprie spalle.
L'ingresso, della misura di un bugigattolo, era quasi al buio, e ci faceva freddo.
Invece la scaluccia di pietra, tutta avvallata e viscida, riceveva luce da una finestra
all'altezza circa del secondo piano. Sul primo piano c'erano due uscioli chiusi; ma uno dei due non portava nessun nome. L'altro, su un cartoncino incollato portava scritto a
penna: Famiglia Astrologo, e sul muro, al di sopra del campanello, ancora altri due
nomi a matita: Sara Di Cave — Famiglia Sonnino.
Lungo la parete della scala, scrostata e coperta di chiazze, si leggevano varie scritte
murali, per lo più di mano chiaramente infantile: Arnaldo fallamore con Sara —
Ferucio è bello (e sotto, aggiunto da un'altra manina: è stronzo) — Colomba
fallamore con L — W la Roma.
Corrugando la fronte, Ida scrutava tutte le scritte, nello sforzo di decifrarvi la
propria ragione confusa. La casa era in tutto di due piani, ma la scaluccia a lei parve
assai lunga. Finalmente, al secondo pianerottolo, scoprì quello che cercava. E in
realtà, gli EFRATI non si contano nel Ghetto di Roma. Non c'è scala, si può dire, in
cui non se ne trovi qualcuno.
Qui c'erano tre porte. Una, senza nome e scardinata, dava su un bugigattolo privo
di finestre, con in terra una rete da letti e un catino malconci. Le altre due porte erano
chiuse. Su una, c'era una targhetta col nome: Di Cave, e sopra, scritti sul legno,
ancora i nomi: Pavoncelle, Calò. E sulla seconda, un largo pezzo di carta incollato diceva: Sonnino, EFRATI, Della Seta.
Dalla stanchezza che provava, Ida non seppe resistere alla tentazione di buttarsi a
sedere su quella rete di ferro. Dalla finestra rotta sulla scala arrivò lo strido di una
rondine, e lei se ne meravigliò. Incurante dei bombardamenti e degli schianti quella
bestiola aveva trasvolato il cielo — nel suo fragile corpicino orientato senza errore —
come un sentiero domestico. E invece lei, donna, e anziana di più di quarant'anni, si
trovava persa.
Dovette fare uno sforzo enorme per non cedere alla voglia di stendersi su quella
rete e lasciarsi lì fino a tutta la notte. E certo fu simile sforzo che nel suo stato di
estrema debolezza le provocò allora un'allucinazione auditiva. Dapprima la sorprese
un silenzio irreale del luogo. E in questo i suoi orecchi, ronzanti dai digiuni,
incominciarono a percepire delle voci. Non fu, invero, propriamente un'allucinazione,
perché Ida si rendeva conto che la fabbrica di quelle voci era dentro il suo cervello,
anzi lei stessa non le avvertiva altrove. Però, l'impressione che ne riceveva era che si irradiassero nei suoi canali auditivi da qualche dimensione imprecisata, la quale non
apparteneva né allo spazio esterno, né ai suoi ricordi. Erano voci estranee, di timbri
diversi ma femminili in prevalenza, slegate una dall'altra senza dialogo né
comunicazione fra di loro. E pronunciavano distintamente delle frasi, ora esclamative
ora distese, però tutte di ordinaria banalità, quasi spezzoni raccogliticci della vita
comune di ogni giorno:
…
«Sto su in terazza a riccòie la biancheria!!»… «Si nun fenisci er compito, nun
esci!»… «Abbada che stasera lo dico a tu' padre!»… «Oggi distribuiscono le
sigarette…» «Vabbè, t'aspetto, ma sbrighete…» «Indò sei stata, tutto 'sto tempo?…»
«Mó vengo, a' mà, mó vengo!» «A quanto la fate?» «M'ha detto de buttà giù la
pasta…» «Smorza la luce, che la corente costa cara…»…
Questo fenomeno delle voci è abbastanza comune, e a volte lo sperimentano anche
i sani, più di frequente sul punto d'addormentarsi e dopo una giornata di fatica. Per
Ida, non era un'esperienza nuova; ma nella sua presente fragilità emotiva lei ne fu
coinvolta come da un'invasione. Le voci nei suoi orecchi, prima di spegnersi, presero
a riecheggiarsi a vicenda, accavallandosi in un ritmo tumultuante. E in questa loro
fretta pareva di avvertire un senso orribile, come se i loro poveri pettegolezzi si
esumassero da una eternità confusa in un'altra eternità confusa. Senza sapere quel che
diceva, né perché, Ida si trovò a mormorare da sola, col mento che le tremava come ai
bambinelli sul punto di piangere:
«Sono tutti morti».
Lo disse con le labbra, però senza voce quasi. E a questo mormorio, dentro il silenzio avvertì un peso, come il piombare di uno scandaglio acustico nella sua
memoria.
La Storia
Elsa Morante