come dire, un sogno ad occhi aperti, di quelli magici indimenticabili sedimentati in memoria.
la più grande illusione la dice Guido (un inarrivabile Mastroianni), malato di sogni, immerso nei sogni, confuso con i suoi sogni, calato nella vita quasi per caso, indolente e inerme, sostenuto solo dallo sguardo delle donne:
"Mie care, la felicità consiste nel poter dire la verità senza far mai soffrire nessuno".
e naturalmente, lo sappiamo, questo è veramente un sogno: la felicità non si basa sulla verità caso mai sul compromesso con l'ignoto, quasi sempre. non insorgano i moralisti bacchettoni a dirmi che la verità esiste. ognuno la traveste a proprio modo, mascherandosi dietro i propri sintomi, in compagnia di fantasmi e sotterfugi. ogni relazione, anche e soprattutto quelle felici, si fonda sul mistero del non detto.
ma forse Fellini si riferisce all'onestà di essere ciò che siamo.
qui le donne sono donne. solo donne e infinitamente donne.
belle brutte magre grasse cellulite e smagliature eleganti straccione pazze metodiche intelligenti svampite sofisticate grossolane.
donne.
grazie Fellini, incondizionatamente grazie.
apprezzo infinitamente l'onestà di una visione che non nasconde l'universo maschile dietro compromessi inverosimili e, di fatto, introvabili. l'uomo vive di molte donne, le donne desiderate dell'infanzia, la madre le balie e il sogno erotico primordiale, la Saraghina, che tutto è, nell'immaginario sessuale e carnale, tranne che bella, le donne angelicate trasparenti di una bellezza eterea -una stupefacente Claudia/Claudia Cardinale- le donne mogli che assolvono il dovere dell'assistenza e dell'insofferenza, le donne amanti svampite ma sempre disponibili, le donne degli altri, le donne avute e che si avranno. le donne della vita di un uomo.
nella vita di una donna c'è un uomo. una donna cerca un uomo nel completamento della sua totalità in un rapporto esclusivo.
nella vita di un uomo ci sono molte donne, perchè l'uomo vive in modo parcelizzato mai totalizzante investendo solo parzialmente. la donna, per l'uomo, è un simbolo e non la totalità, un pezzo mancante non l'interezza. all'intelligenza delle donne saperlo, accettarlo e apprezzare la parte che compete loro. questo è gioco delle parti, inutile cambiarlo, inutile appiattirlo, inutile sembrare uguali. l'eros si nutre della differenza, della diversità e del contrasto, della mascolinità opposta e complementare alla femminilità, non della parità dei sessi.
Claudia: Della storia che mi hai raccontato non ho capito quasi niente. Ma scusa, un tipo così, come tu l'hai descritto, che non vuol bene a nessuno, non fa mica tanta pena sai? In fondo è colpa sua. Che cosa pretende dagli altri?
Guido: Perché? credi che io non lo sappia? Come sei noiosina, anche tu.
Claudia: Ah ma non ti si può dire proprio niente! Quanto sei buffo con quel cappellaccio truccato da vecchio! Io non capisco, incontra una ragazza che lo può far rinascere, che gli ridà vita e lui la rifiuta?
Guido: Perché non ci crede più.
Claudia: Perché non sa voler bene.
Guido: Perché non è vero che una donna possa cambiare un uomo.
Claudia: Perché non sa voler bene.
Guido: E perché soprattutto non mi va di raccontare un'altra storia bugiarda.
Claudia: Perché non sa voler bene.
siamo diversi, sentimentalmente e sessualmente diversi. la vera forza delle donne è non dimenticarlo mai e non sembrare diverse da ciò che sono. Guido Anselmi è solo, unico, è il giocoliere mentre le donne sono tante, molte, miriadi, alla fine meravigliosamente applaudite nella parata circense finale, alla fine tutte appagate nel ruolo che sosterranno nel grande unico film finale, quello della vita.
Ma che cos'è questo lampo di felicità che mi fa tremare e mi ridà forza, vita? Vi domando scusa dolcissime creature non avevo capito, non sapevo, com'è giusto accettarvi, amarvi, e com'è semplice. Luisa, mi sento come liberato, tutto mi sembra buono, tutto ha un senso, tutto è vero. Ah, come vorrei sapermi spiegare... ma non so dire. Ecco, tutto ritorna come prima, tutto è di nuovo confuso, ma questa confusione sono io, io come sono non come vorrei essere, e non mi fa più paura. Dire la verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato. Solo così mi sento vivo e posso guardare i tuoi occhi fedeli senza vergogna. È una festa la vita, viviamola insieme. Non so dirti altro Luisa né a te né agli altri. Accettami così come sono se puoi, è l'unico modo per tentare di trovarci. (Guido Anselmi)
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mercoledì 26 gennaio 2011
fellinianamente donna
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giovedì 20 maggio 2010
l'uomo che verra'

per chi ama il cinema italiano ma ritiene che Ozpetek sia ripetitivo e Antonioni un po' datato (ma non è vero).
per chi vuole entrare in un pezzo di storia a patto di non aspettarsi l'altisonanza dei sentimenti urlati.
per chi ha visto "il vento fa il suo giro" e ha pensato che Giorgio Diritti, il regista, abbia qualcosa da dire.
"l'uomo che verrà" parla di guerra, ma solo in parte.

strage di Marzabotto, crimine di guerra compiuto dalle truppe naziste in Italia tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, nel territorio di Marzabotto e nelle colline di Monte Sole in provincia di Bologna.
è guerra è strazio è sterminio.
ma è, alla fine, un film sulla pietà, sulla compassione, sulla rinascita.
l'ambientazione rurale fa da sfondo ai personaggi ma ne costituisce anche l'essenza primaria. in questa narrazione ciò che conta, ciò che passa, ciò che si vive, è l'essenziale, ovvero una dimensione autentica in cui la vita scorre su elementi primari, insostituibili, scanditi dal tempo in modo inesorabile ma solido: il lavoro, la famiglia, la casa, il matrimonio, i figli, l'educazione, la terra, il raccolto, la chiesa.
la vita.
la morte.
e le nascite.
anche in questo caso il vento fa il suo giro, vita e morte ruotano, senza stupore, ineluttabilmente. si vive sapendo di morire e di dare il testimone a chi verrà dopo di noi.
la strage lascia il segno per la sua crudeltà e stupidità, paralizza per la sentenza della legge della guerra che non lascia scampo, ma nel film non c'è quasi spazio per il giudizio perchè la narrazione è asciutta, diretta, senza enfasi nè sentimenti armati.
un colpo di pistola, tutto è finito.
un mitra spara sulla folla. finito.
una vecchia zoppa non ubbidisce al comando di uscire. finita.
un bambino piange mentre violentano la madre e da fastidio. finito.
una donna viene salvata per una somiglianza con la moglie del nazista, ma vendica la crudeltà dello sterminio, uccide ma viene uccisa a sua volta. finita.
un padre crede la famiglia annientata, si butta verso i nazisti sperando in un colpo che lo atterri e ponga fine al suo dolore. finito.
un gruppo di gente inerme viene rinchiuso in una chiesa, si rompe un vetro, bomba. finiti.
ma anche un nazista viene preso dai partigiani, un colpo alla nuca. a freddo. finito.
tutto parebbe finito, ma c'è Martina.

ha otto anni e da quando, anni prina, è morto il fratellino appena nato ha smesso di parlare. martina sente il legame con la terra, più di chiunque altro, ne segue i ritmi, come un animale, con la stessa istintualità. vive l'appartenenza in modo viscerale, come glielo hanno insegnato, come lei lo ha assorbito come le radici di una pianta, e alla morte di un fratello da l'unica risposta di cui è capace: il silenzio.
martina guarda e osserva. e i suoi occhi hanno ancora più valore perchè non parla. martina aspetta.
aspetta un tempo migliore.
aspetta l'arrivo di un nuovo fratellino, che nasce, finalmente, poco prima che la strage abbia inzio.
nello sterminio muoiono la madre, la nonna, il padre. finiti.
ma lei persegue solo uno scopo, salvare suo fratello.
sembra che la strage non la tocchi, non piange in mezzo ai cadaveri, rialzandosi con il volto schizzato del sangue di quelli annientati dall'esplosione nella chiesa, scappa, corre, prende il fratello ancora vivo, lo nutre, lo nasconde.
il mondo intorno sembra non riguardala. non vede la morte ma solo la vita, la vita dell'uomo che verrà. dell'uomo che rinascerà dalla strage, dalla guerra, dall'insensatezza.
protegge la vita come invasata da una missione, la sopravvivenza della specie e della sua stessa terra.
la anima la speranza invitta dell'uomo, della giustizia, della ricostruzione.
spinta da una forza incoercibile, cieca a tutto il resto, tenace, senza sosta e senza ragioni. spinta da qualcosa che somiglia alla vita, la vitalità.
sopra la morte, martina salva il suo piccolo fratellino e lo consegna al futuro.
finalmente, in chiusura, canta ritrovando la voce, quell'estensione dell'anima che mai mente, e le parole dei canti della terra, cullando tra le braccia l'uomo che verrà.
la vita che verrà.
un capolavoro.
andate a vederlo.
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