bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

giovedì 1 marzo 2018

credo di avere avuto un incidente

già non sono una leonessa, adesso proprio ho paura.
un incidente sugli sci, travolto da qualcuno, ancora non sappiamo chi né come forse più o meno quando, e l'elisoccorso ti porta, svenuto, all'ospedale di  Bolzano con trauma cranico commotivo, 5 costole rotte e altre amenità.
la giornata di sabato l'ho passata immersa nell'angoscia, non ho capito subito la gravità della situazione, il messaggio sul cellulare diceva "credo di avere avuto un incidente sugli sci, sono al pronto soccorso di Bolzano".
sta bene? sta male? alle telefonate successive ho capito che fisicamente era intero ma che la memoria non teneva oltre un minuto, e che, passato quello, tutto ricominciava da capo. qualcosa si spegneva nell'istante in cui veniva rivelato, a ogni comunicazione successiva la risposta era: mi sono appena svegliato. che giustificazione può darsi la coscienza di quel torpore indefinibile dato dal fatto che non si ricorda nulla? perchè sono qui? chi mi ha portato? cosa è successo? tu chi sei? chi ti ha avvisato? forse mi sono appena svegliato, forse dormivo.
per un giorno ho assistito, ancora una volta, a ciò di cui non ci rendiamo conto vivendo. che siamo una macchina perfetta, che il nostro funzionamento dipende da milioni di operazioni integrate tra loro, di cui il cervello è l'indiscusso regista. il meccanismo della memoria non è, come crediamo (come per il battito e il respiro), un meccanismo scontato, automatico, perenne e garantito. la memoria si perde, si lede, se ferita non si fissa, e un'intera giornata può passare nell'oblio irrecuperabile. certamente il cervello mette in atto i suoi meccanismi di difesa: del trauma, delle ore prima e delle ore dopo, non trattiene nessuna informazione. si difende dal male, dalla lesione, dal rischio e dal pericolo. tutto ciò che ruota intorno a una caduta potenzialemnte mortale (e senza casco quel cervello sarebbe stato sfondato) viene sapientemente tenuto lontano, almeno per un lungo periodo a venire. 
per un giorno intero ho supplito a una funzione, fondamentale, competamente mancante.
l'angoscia e la stanchezza mi hanno assalito. a un certo punto ho scritto, asausta, i punti salienti della storia sul foglio di accettazione del pronto soccorso in modo che potesse leggerli. leggi, io non ce la faccio più.
di certo comunicare ai figli, a distanza, l'accaduto (a fine giornata, aspettando un miglioramento possibile, poi verificatosi) non è stato facile. anche in queste occasioni quante cose impariamo dei nostri figli. vederli reagire, in modo così diverso, mi ha dato modo di sapere tante cose di loro, delle loro risorse, delle loro debolezze. è come se avessi rivisto, in entrambi, la storia della loro educazione, delle loro esperienze, della loro progressiva formazione.
inutile dire che tante cose ho visto di me, della mia educazione, delle mie esperienze, della mia formazione.
una cosa ho capito, ma già la sapevo. 
che siamo soli.
e sapere che siamo soli è il principio di ogni possibile libertà.
la solitudine è una condizione di mancanza, e noi siamo esseri mancanti.
saperlo, e accettarlo, è l'unica via possibile di sopravvivenza, senza inutili affanni.
ero sola e ho fatto tutto da sola, ho sofferto per questo ma non avevo soluzioni a portata di mano.
ho solo interpellato sua sorella, mi sembrava giusto che la sua famiglia sapesse che le cose si erano un attimo compromesse.
ho sentito e capito cosa è la solitudine, ho dovuto fare appello a tutto ciò che sono e che so, della vita, della medicina, degli altri.
in poche ore, in quel pronto soccorso, ho visto molta umanità, ferita, e ho capito tanto. una signora sconosciuta, sentendomi parlare, e avendo capito che sono un medico, ha cominciato una manovra di affidamento totale progressivo incandescente fino alla confessione di problematiche personali, è stato come un transfert immediato che mi ha fatto vedere nella signora sconosciuta una paziente in grave sofferenza. come ha potuto capire che avrei potuto accogliere, senza rigettarla infastidita, tutto quel che, inconsciamente, mi ha rivelato della sua vita più intima?
anche questo può accadere in un sabato al pronto soccorso di Bolzano.
una signora anziana, su una barella, mi chiama, si appella  a me e mi chiede, ripetutamente: chi sei tu? è sola, è anziana, è abbandonata. non ci sono i suoi figli? certo, non mi lasciamo mai sola, mi dice. ma è stata sola tutto il giorno. la cosa sorprendente è che, dopo essermi presentata per nome, per dare forma al suo appello (ma convinta che se ne sarebbe subito dmenticata), mi ha poi chiamata per nome. forte e chiaro. sono rimasta di pietra e ho capito la forza che i nomi hanno, il valore della nostra identità, per noi e per gli altri. io ero un nome, un appello possible, non un chi sei tu, e sono certa che per quella donna anziana sola, anche solo questa possibilità di richiamo a un nome ha avuto un senso di appartenenza alla vita, alla vita che sia umana, non dettata dal solo funzionamento corporeo.
anche questo può accadere in un sabato al pronto soccorso di Bolzano.
ho visto gli inferimieri lavorare, e i portantini lavorare, seriamente, compostamente, sanza mai perdere il controllo. e, credetemi, quel ps era un inferno.
ho visto il medico, lavorare sodo ma con minor controllo di sè, dire cose che non si devono dire, al paziente e anche a me. esagerava per esercitare il suo potere (ma la pancia che usciva dal camice troppo stretto strideva parecchio con il mandato di cui era portatore), per far sentire la sua voce sopra le altre. ma che bisogno c'è? non lo sai che quel ruolo che rivesti è già un'inondazione di potere e di responsabilità enormi, che bisogno hai di ribadirlo? anzi, dovresti farti più piccolo, lo spazio occupato dal medico è di per sè ridondante, schiacciante, sottrarsi un po' può fare solo bene agli altri, tutti, collaboratori e pazienti e familiari. ma quanti medici hanno una formazione rispetto a queste tematiche? nessuno. o qualcuno ha la forza, autonoma, di sapere qualcosa di sè e della gestione del ruolo che lo investe, o è in balia dell'immagine che lo traveste. sta lì da differenza: difarsene o portarla avanti come maschera, un vessillo, una bandiera.
ora, dopo ore di attesa, notti al buio in auto sulle strade di montagna (non il mio forte), richieste inevase e ridicolizzate di rimborsi (simpatici i gardenesi, veramente della cara affettuosa simpatica gente), sci noleggiati recuperati e sci personali persi, contatti imbarazzanti con il maresciallo della stazione di polizia (anche questo un caso umano, scusi come si chiama, sono il maresciallo, no mi dica il suo nome, sono il maresciallo, ma non ha un nome? il mio nome è il maresciallo), rientro a Milano, debito di sonno, stanchezza e abbattimento pervasivo, sensazione di paura e di smarrimento, sono ancora qui, a scrivere in un cps deserto di pazienti, perchè oggi nevica. 
oggi nevica. 

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