bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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domenica 24 gennaio 2016

Questa città mi appartiene e io le appartengo, quasi fossi un frammento fluttuante nel suo immenso corpo.

Ascolto il tuo cuore, città.
Questa città mi appartiene e io le appartengo, quasi fossi un frammento fluttuante nel suo immenso corpo. Mi ossessiona un bisogno costante di conoscenza della sua fisicità, un bisogno di rileggere di nuovo i tratti, le parti nascoste, ma anche i luoghi noti e le sembianze più conosciute.
così si intitola la mostra su Gabriele Basilico all'UniCredit Pavillion di Milano.
già solo questa scelta mi sembra calzarmi a pennello.
e infatti, così è.
perfetto il titolo, perfetta la mostra, accompagnata anche da alcuni incontri a tema, due sono anche riuscita ad ascoltarli.
Basilico è fulminante. anche se non all'istante. strano, fulminante ma non subito. Basilico l'ho capito osservandolo, piano piano, anche conoscendolo, tramite le letture su di lui, i suoi appunti, le conferenze sul suo modo di lavorare.
ora lo guardo, tramite le sue foto, e comprendo il suo talento, coltivato con un lavoro e uno studio meticolosissimo. fare il fotografo non è mica andare in giro con la canon, santocielo no, è un lavoro, un lavoro serio, un'applicazione, uno studio, una riflessione, una filosofia. un'attesa.
chissà quanto attendeva Basilico. ore, anche giorni. 
foto senza umani, nemmeno uno,  senza macchine, luce del primo mattino. 
la sua foto è matematica, geometrica, perfetta.

Il compito del fotografo è di lavorare sulla distanza, di prendere le misure, di trovare un equilibrio tra un qui e un là, di riordinare lo spazio, di cercare infine un senso possibile del luogo.

Basilico era un architetto, e si vede, Basilico fotografa lo spazio come dimensione del vivere umano.

Quello che mi interessa in modo costante, quasi ossessivo, è il paesaggio urbano contemporaneo, il fenomeno sociale ed estetico delle grandi, rapide, incontenibili trasformazioni in atto nelle città del pianeta e penso che la fotografia sia stata, e continui forse a essere, uno strumento sensibile e particolarmente efficace per registrarlo. Fotografare la città non vuol dire scegliere le migliori architetture e isolarle dal contesto per valorizzare la loro dimensione estetica, compositiva, ma vuol dire per me esattamente il contrario. Cioè mettere sullo stesso piano l’architettura ‘colta’ e l’architettura ‘ordinaria’, costruire un luogo della convivenza, perché la città vera, la città che mi interessa raccontare, contiene questa mescolanza tra eccellenza e mediocrità, tra centro e periferia, anche nella più recente ricomposizione dei ruoli: una visione dello spazio urbano che, con un po’ di retorica, una volta avremmo definito democratica. Coltivo l’illusione e la speranza che la disponibilità a osservare e ad accettare la condizione urbana contemporanea delle nostre città possa essere un buon punto di partenza per immaginare una città e un futuro migliori.

sono straordinarie le sue foto delle città, non diciamo quanto lo siano quelle di MILANO.
la città con le sue cattedrali, intese come punti di sintesi urbana, di monumentalità cittadina, luoghi in cui la città sale in cattedra e parla di sè. cattedrale punto di incontro, città reale, città mentale.

Quello che mi interessa è l’umanità dell’architettura. È un paradosso: fotografo l’architettura, lo spazio, il paesaggio urbano senza le persone, ma penso che le mie fotografie siano profondamente dedicate all’umanità del luogo che è stato costruito da persone che non si vedono.

c'è un'estrazione del luogo dal contesto, c'è solo un luogo, e quel luogo diventa tutto, diventa storia, progetto, costruzione, vite umane, diventa città, luogo sociale, condivisione, centro e periferia. Basilico celebra i luoghi, diventano santuari, e dico tutti i luoghi, assolutamente tutti.

le sue foto le riconosco, ormai, il suo stile, lo leggo.
foto di città, come Beirut,

come le città del nord

Quei luoghi nord Europa, con il mare burrascoso, i cieli profondi, le nubi pesanti, con la pioggia insistente, il vento, il sole e la luce che cambiava continuamente, mi hanno spalancato una porta verso una nuova, grandiosa visione del paesaggio. ... Ho scoperto “la lentezza dello sguardo”. ...C’è un’immagine che racconta perfettamente queste sensazioni e queste percezioni, ed è un paesaggio di Le Tréport che ho fotografato nel 1985. Nella mia esperienza sul campo è stato un passaggio senz’altro importante, direi persino cruciale. Penso che dopo quella ripresa fotografica in quel luogo, in quel momento, molte cose siano cambiate, e in particolare il mio rapporto con il paesaggio. In quella fotografia c’è un processo di sintesi massima, è una fotografia ideale perché rimanda al luogo nella sua interezza e globalità.

ritratti di fabbriche
colte prima della trasformazione, prima che divenissero archeologia industriale.
ritratti che ricordano De Chirico, Sironi, Boccioni, la città con i suoi volti, le sue ossa, la sua struttura, il suo corpo.
attesa, metafisica, condizione permanente dell'abitare.
Per la prima volta ho visto le strade e, con loro, le facciate delle fabbriche stagliarsi nitide, nette e isolate su un cielo inaspettatamente blu intenso, grazie al quale la visione consueta delle forme diventava improvvisamente inusuale. Ho saputo vedere cosi, come se non l’avessi mai visto prima, un lembo di città senza il movimento perpetuo quotidiano, senza le auto in sosta, senza persone, senza suoni e rumori. Ho visto l’architettura riporporsi nella sua essenza, filtrata dalla luce, in modo sorprendentemente scenografico e monumentale.

fotografia. nè arte, nè pittura, ma atto di conoscenza, atto come scelta di sguardo.
Gabriele Basilico, la tua città ti ha perduto.

venerdì 22 gennaio 2016

Le Treport



Gabriele Basilico

giovedì 12 dicembre 2013

luci nella città

è piccola questa mostra, ma mostra belle foto di Milano, di gente illustre e altra meno.
è alla Casa dell'Energia, sede AEM. curioso no?
eppure scopro che Gabriele Basilico ha fatto foto di Milano commissionate proprio dall'azienda AEM.
davvero curioso, almeno per me.
in realtà l'archivio fotografico di AEM è davvero notevole, di foto ne custodisce almeno 180.000 e, leggevo, è un archivio che può essere consultato dal pubblico, liberamente.
Quando nel gennaio 1881 alla Scala si inaugurò il Ballo Excelsior, "azione coreografica, storica, allegorica di Luigi Manzotti" che esaltava il trionfo del Progresso identificandolo con la Luce, pochi si aspettavano che lì vicino, in via Santa Radegonda, solo due anni dopo sarebbe sorta la prima centrale elettrica europea, capace di illuminare piazza Duomo, piazza della Scala e la Galleria. Milano andava fiera di quell'essere un po' ville lumiére, ma ben presto si accorse che i prezzi praticati da Edison erano eccessivi: ed ecco il progetto di una nuova centrale, municipale, inaugurata nel 1905 in piazza Trento e immortalata poi da Boccioni nel suo dipinto La città sale. 
Da qui parte una storia intrigante raccontata da una grande mostra fotografica prodotta dalla Fondazione Aem ed esposta da oggi alla Casa dell'Energia. Curata da Fabrizio Trisoglio, Luci nella città raccoglie in un'ottantina di fotografie, tutte provenienti dall'imponente archivio storico Aem. (La Repubblica, ottobre 2013)

fondazione aem mostra milano luci nella città 
Olivio Barbieri, piazzale duca d'Aosta nel 1989

fondazione aem mostra milano luci nella città
Il ponte di Paderno d'Adda, Gianni Berengo Gardin nel 1985
 
fondazione aem mostra milano luci nella città
Olivio Barbieri, piazza 24 maggio nel 1989

fondazione aem mostra milano luci nella città 
Le fontane di piazza Duomo nel 1934 viste da Antonio Paoletti

fondazione aem mostra milano luci nella città
Via Serbelloni nel 1989: foto di Gabriele Basilico


La giostra alle Varesine, Gianni Berengo Gardin 1986

fondazione aem mostra milano luci nella città
Gabriele Basilico: viale dei Missaglia nel 1982

Gabriele Basilico, il quartiere Isola nel 1982

 
Antonio Paoletti

Antonio Paoletti, piazza Duomo nel 1933

la fotografia è sempre un gran sollievo, per me.
per me e per Milano.
diceva Basilico in un'intervista del 2011: la fotografia mi ha insegnato, aiutato a guardare la città con affetto. sono trenta e rotti anni che ogni tanto fotografo Milano, e cerco di vederla in un certo modo. non smetterò mai di fotografare Milano. un giorno, spero, mi troveranno in cima al duomo rinsecchito in un angolo.

lunedì 2 dicembre 2013

padiglioni e giardini della Biennale di Venezia


L’ultimo contributo alla fotografia lo ha dato con un ciclo di scatti dei padiglioni e dei giardini della Biennale di Venezia. Gabriele Basilico, morto sessantanovenne, il 13 febbraio di quest’anno ha offerto allo sguardo i contenitori svuotati di opere, folla e visitatori, delle più grandi rassegne d’arte e d’architettura al mondo. Si assiste, così, nel libro curato da Adele Re Rebaudengo ed edito da Contrasto, alla Biennale senza Biennale, alla Biennale che non abbiamo mai visto, quella del silenzio. E si scopre un museo di architettura. A firmare i progetti di alcuni dei 31 padiglioni ai Giardini della Biennale, realizzati tra il 1895 e il 1995, sono stati infatti architetti quali Hoffmann, Rietveld, Aalto, Scarpa, Stirling e Bbpr. E poi il meno noto Sverre Fehn, autore di quel capolavoro che è il padiglione dei Paesi Nordici, con gli alberi innestati nel congegno architettonico, nel rispetto di un principio di armonia tra natura e architettura, che è un filo rosso del Giardino veneziano fotografato da Gabriele Basilico.





In questo libro sono raccolte le sue affascinanti fotografie che raccontano per la prima volta, in maniera completa, i Padiglioni e i Giardini della Biennale di Venezia, progettati dai più importanti architetti del XX secolo. Oltre alle immagini di Basilico, il volume presenta il contributo critico di architetti e storici dell’arte relativamente ai padiglioni presenti all’interno dei Giardini della Biennale d’Arte e della Biennale di Architettura di Venezia. Nel libro, infatti, i testi che accompagnano le immagini di Basilico descrivono le architetture dei trentuno padiglioni fotografati e guidano il lettore in un percorso incredibilmente ricco, in cui si ha la possibilità di fruire di una chiave di lettura esemplare con considerazioni di carattere storico-artistico, descrizioni tecniche e riflessioni sulle modalità con cui i padiglioni sono stati pensati e realizzati. Adele Re Rebaudengo, curatrice del volume, racconta così l’inizio del progetto: “Quando noi tre, Gabriele Basilico, la sua macchina fotografica e io, ci siamo inoltrati per la prima volta in questo luogo inattuale e in questi spazi sospesi, siamo stati pervasi da una sensazione di benessere. La successione dei vuoti e dei pieni, l’imponenza dei Padiglioni tra il verde, i vialetti leggermente in salita a ritardare la bramosia della curiosità d’essere esaudita, ci permettevano di inoltrarci in pensieri più alti che invitavano a guardare all’uomo come a un essere, in grado certo di realizzare opere grandiose, ma ora spesso smarrito, separato da quell’armonia capace di portarlo lontano”.

era il 21 Novembre, a Milano, allo Spazio Forma -prima della sua prossima scandalosa chiusura, una gran vergogna per una Milano che se la tira da gran signora della cultura e dell'arte- ed era anche la settimana di Bookcity a Milano. e quella era proprio la presentazione di un libro, quello di fotografie di Basilico.
ora, la sensazione è stata forte, per diversi motivi.
intanto arrivare in un luogo bello e conosciuto, come lo Spazio Forma, affidabile e ben organizzato, puntuale e ineccepibile dopo il gran casino, anche disorganizzativo, delle giornate convulse di Bookcity, è stata una sensazione di sollievo. sapevo di andare nel posto giusto.
poi però sono stata colta da un senso di perdita e di nostalgia. a gennaio lo Spazio chiuderà per impossibilità della fondazione di pagare i costi dell'affitto delle sale appartenenti all'ATM di Milano e senza che sia stato possibile arrivare ad un accordo con l'ATM stessa e con il comune di Milano. nessun aiuto, nessun contributo, nessuna alternativa: lo spazio CHIUDE, sarà pellegrino in città, un po' qua e un po' la con le sue mostre, ma senza un luogo di riferimento.
credono di convincermi che tanto è uguale, le mostre ci saranno lo stesso, ma è una pietosa e disonesta bugia. è uno scandalo culturale, una vergogna per Milano, la sua giunta comunale, per Pisapia e tutti i milanesi.
Roberto Koch, conferma quanto dichiarato in conferenza stampa: “La attività di Forma è sempre stata impostata con vocazione pubblica. Aver portato in oltre 8 anni le grandi mostre di fotografia a Milano è stata una scelta di forte interesse e passione per la città di Milano e per l'Italia. Dispiace a noi che il Comune di Milano e le altre istituzioni della città non ne abbiano saputo cogliere l'importanza. Forma è stato in questi anni l'unico luogo dedicato alla fotografia del nostro paese, ha collaborato con reciproco apprezzamento con le più importanti realtà analoghe europee con cui ha coprodotto mostre e continuerà la sua azione nei prossimi anni. Solo che dalle autorità cittadine e della Regione non è venuto mai in nessun momento il giusto riconoscimento della importanza del luogo. Ristrutturare un immobile di proprietà dell'ATM, renderlo agibile e funzionale secondo parametri espositivi di eccellenza internazionale, portare qui a Milano i grandi protagonisti della fotografia mondiale è stata una scelta di passione e di forte interesse per la città e per l'Italia, una scelta che avrebbe meritato un diverso apprezzamento. La ristrutturazione dell'immobile da noi operata è molto superiore alla richiesta, fatta nel corso degli ultimi due anni, soprattutto dopo l'avvento della giunta Pisapia, di poter avere un utilizzo in comodato gratuito dello spazio, e non in affitto oneroso come da contratto. Dal 2005 ad oggi abbiamo dialogato con tre diversi Presidenti della ATM, e con 4 diversi assessori alla cultura del Comune, riscontrando di fatto indifferenza ai nostri problemi, considerati - come conferma oggi l'Assessore Del Corno - come difficoltà di privati e non di interesse pubblico. La Fondazione Forma prosegue le proprie attività. Pubblicamente - durante gli incontri di fotografia organizzati dall'Assessorato - ho avuto modo di raccontare in dettaglio i nostri progetti, avvertendo che in caso di indifferenza, saremmo stati costretti a spostare in altri luoghi parte della nostra attività. Se non è interesse della città di Milano preservare per il proprio territorio una realtà unica, viva e importante come lo spazio espositivo di Forma che lì agisce, non possiamo che prenderne atto”.
infine, last but not least, le foto di Basilico sono struggenti.
mi colpisce la precisione, la perfezione, l'inquadratura impeccabile.
mi colpisce da sempre di Basilico, forse qui più probabile e concepibile, lo spazio vuoto, l'assenza di figure umane. non c'è mai nessuno nelle foto di Basilico, mai nessuno, come fa?, e tanto meno negli abbandonati giardini della Biennale di Venezia. il luogo in sè ha qualcosa di metafisico, di ultraterreno, di un'archeologia recente, dell'abbandono in vita, della bellezza senza sguardo. è un luogo malinconico per definizione, sembra appartenere a un altro pianeta, a un'altra epoca, a un tempo irreale immerso nel presente. è un paradosso.
il bianco e nero, il vuoto, il silenzio, la simmetria...sono la perfezione di una scelta fotografica.