bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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venerdì 25 gennaio 2019

No, non bisogna parlare — egli pensò, quand’ella gli passò avanti. — È un segreto necessario, importante per me solo e inesprimibile a parole.

“Ma io, guardando il moto delle stelle, non posso immaginarmi la rotazione della terra, e ho ragione di dire che le stelle camminano.
E gli astronomi potrebbero forse capire e calcolare qualcosa, se prendessero in considerazione tutti i complessi e svariati movimenti della terra? Tutte le loro meravigliose conclusioni sulle distanze, sul peso, sui moti e le rivoluzioni dei corpi celesti sono basate soltanto sul movimento apparente degli astri intorno alla terra immobile, su quello stesso moto che adesso è dinanzi a me e che è stato così per milioni di persone durante secoli ed è stato e sarà sempre eguale e potrà essere sempre controllato.
E proprio così come sarebbero oziose e incerte le conclusioni degli astronomi non basate sulle osservazioni del cielo visibile, in rapporto con un meridiano e un orizzonte, così sarebbero oziose e incerte anche le mie conclusioni non basate su quella comprensione del bene, che è stata e sarà sempre eguale per tutti e che mi viene dischiusa dal cristianesimo e può essere sempre controllata nell’anima mia. La questione poi delle altre credenze e dei loro rapporti con la Divinità, non ho io il diritto e la possibilità di risolverla”.
— Ah, non te ne sei andato? — disse a un tratto la voce di Kitty, che tornava in salotto. — Che hai, sei agitato da qualcosa? — ella disse, osservandogli attentamente il viso al chiarore delle stelle.
Tuttavia ella non avrebbe scorto bene il viso di lui se di nuovo un lampo, che nascose le stelle, non lo avesse illuminato. Alla luce del lampo ella guardò bene tutto il suo viso e, avendo visto ch’egli era calmo e gioioso, gli sorrise.
“Lei capisce — egli pensava — sa a che cosa penso. Devo dirglielo o no? Sì, glielo dirò”. Ma nel momento in cui egli voleva cominciare a parlare prese a parlare anche lei.
— Ecco, Kostja, fammi un piacere — ella disse — va’ nella stanza d’angolo e guarda come hanno accomodato tutto per Sergej Ivanovic. Che ci vada io non sta bene. L’hanno messo il lavabo nuovo?
— Va bene, ci andrò senz’altro — disse Levin, alzandosi e baciandola.
“No, non bisogna parlare — egli pensò, quand’ella gli passò avanti. — È un segreto necessario, importante per me solo e inesprimibile a parole.
Questo nuovo sentimento non mi ha cambiato, non mi ha reso felice, non mi ha rischiarato a un tratto, come sognavo, proprio come il sentimento per mio figlio. Anche qui non c’è stata nessuna sorpresa. E fede o non fede, non so cosa sia, ma questo sentimento è entrato in me egualmente inavvertito, attraverso la sofferenza, e si è fermato saldamente nell’anima.
Mi arrabbierò sempre alla stessa maniera contro Ivan il cocchiere, sempre alla stessa maniera discuterò, esprimerò a sproposito le mie idee, ci sarà lo stesso muro fra il tempio dell’anima mia e quello degli altri, e perfino mia moglie accuserò sempre alla stessa maniera del mio spavento e ne proverò rimorso; sempre alla stessa maniera, non capirò con la ragione perché prego e intanto pregherò, ma la mia vita adesso, tutta la mia vita, indipendentemente da tutto quello che mi può accadere, ogni suo attimo, non solo non è più senza senso, come prima, ma ha un indubitabile senso di bene, che io ho il potere di trasfondere in essa!”.


sono due i finali del romanzo di Tolstoj.
uno è dedicato ad Anna,
l'altro è dedicato a Levin.
io credo che nel libro lo spazio dedicato a quest'ultimo nel romanzo sia molto, ma molto, superiore a quello dedicato alla prima. e credo, certamente non solo io, che il favore dello scrittore vada a Levin, in tutto e per tutto.
a lui il compito di dipanare la vita, di torturarsi alla ricerca di un senso, di trovarlo al fine nella compiutezza del Bene, quello che lui ha il potere di trasfondere in essa.
se Anna ha strappato l'esistenza travolta dalla mancanza di senso che la sua avidità di possesso del tutto ha corroso fino alla morte, Levin acquisisce passo dopo passo l'andamento possibile della vita.
se Anna è divorata dal sollevamento del velo, se delira nella convinzione che dell'altro dobbiamo vedere le viscere e conoscere ogni pensiero, Levin sa che No, non bisogna parlare —  È un segreto necessario, importante per me solo e inesprimibile a parole.
quanti errori passano dall'idea che l'amore sia completa conoscenza.
casomai, è proprio l'accettazione del totale mistero. 

giovedì 24 gennaio 2019

“Liberarsi di quello che lo inquieta” ripeté Anna

E a un tratto si ricordò dell’uomo schiacciato al suo primo incontro con Vronskij e capì quello che doveva fare. Dopo essere scesa con passo veloce, leggero, per i gradini che andavano verso le rotaie, si fermò accanto al treno che le passava vicinissimo. Guardava la parte sottostante dei carri, le viti e le catene e le ruote alte di ghisa del primo carro che scivolava lento, e cercava di stabilire con l’occhio il punto mediano fra le ruote anteriori e le posteriori e il momento in cui questo punto mediano sarebbe stato di fronte a lei.
“Là — si diceva, guardando nell’ombra del carro la sabbia mista a carbone di cui erano sparse le traverse — là, proprio nel mezzo, e lo punirò, e mi libererò da tutti e da me stessa”.
Voleva cadere sotto il primo vagone che giungesse alla sua altezza nel punto mediano; ma la sacca rossa che aveva preso a togliere dal braccio, la trattenne, ed era già tardi; il punto mediano le era passato accanto. Bisognava aspettare il vagone seguente. Un sentimento simile a quello che provava quando, facendo il bagno, si preparava a entrar nell’acqua, la prese, ed ella si fece il segno della croce. Il gesto abituale della croce suscitò nell’anima sua tutta una serie di ricordi verginali e infantili, e a un tratto l’oscurità che per lei copriva tutto si lacerò, e la vita le apparve per un attimo con tutte le sue luminose gioie passate. Ma ella non staccava gli occhi dalle ruote del secondo vagone che si avvicinava. E proprio nel momento in cui il punto mediano fra le ruote giunse alla sua altezza, ella gettò indietro la sacca rosso, ritirò la testa fra le spalle, cadde sulle mani sotto il vagone e con movimento leggero, quasi preparandosi a rialzarsi subito, si lasciò andare in ginocchio. E in quell’attimo stesso inorridì di quello che faceva. “Dove sono? che faccio? perché?”. Voleva sollevarsi, ripiegarsi all’indietro, ma qualcosa di enorme, di inesorabile la colpì alla testa e la trascinò per la schiena. “Signore, perdonami tutto!” ella disse, sentendo l’impossibilità della lotta. Un contadino, dicendo qualcosa, lavorava su del ferro. E la candela, alla cui luce aveva letto il libro pieno di ansie e di inganni, di dolore e di male, avvampò di una luce più viva che mai, le schiarì tutto quello che prima era nelle tenebre, crepitò, prese ad oscurarsi e si spense per sempre.

continuo a pensare alla dinamica del suicidio di Anna e cerco di immaginarmela. non capisco tutti i passi e faccio fatica a visualizzare la scena. non so pechè qualcosa mi si oscura nel cervello e perdo la lucidità per capire. questo passo è pieno di dettagli inquietanti, come la sacca rossa, il contadino che lavora sul ferro (soggetto presente negli incubi di Anna che presagise la tragedia) e la candela che si spegne (riferimento a un passo i cui Anna pensa “Sì, mi agita molto, e la ragione è data per liberarsene; perciò bisogna liberarsene. E perché non spegnere la candela, quando non c’è più nulla da guardare, quando fa ribrezzo guardare tutto? Ma come? Perché questo capotreno è passato di corsa sulla traversa? perché gridano quei giovani, in quello scompartimento? Perché parlano, perché ridono? Tutto è menzogna, tutto inganno, tutto malvagità...”.).
leggo e rileggo, ascolto all'audiolibro, e qualcosa mi sfugge e mi inquieta. Anna muore per vendetta, sapendo, e godendo, e sperando che lui soffrirà, verrà punito, e si pentirà del male che, lei pensa, lui le ha fatto. ciò che Anna desidera è una dedizione assoluta che preveda solo il suo nome scritto nella mente dell'altro, auspica un possedimento completo dell'altro: lei deve essere l'unico motivo di vita dell'altro, e niente di meno è accettabile, e per avere questo assoluto è disposta a perdere la sua vita, dimentica che poi non ne potrà godere. la passione senza velo, che alza il velo dell'impossibile, è solo l'anticamera della morte.
questo libro, nei passi su Anna rasenta davvero l'assoluto, nulla può andare più vicino alla narrazione dell'eros che si fonde con la morte di questo romanzo.
mi inquieta che nulla di simile si possa mai più scrivere, ma almeno una volta è stato scritto. 

venerdì 18 gennaio 2019

la morte di Nikolaj, la nascita di Dmitrij

la morte
Mentre il prete leggeva la preghiera, il morente non dava alcun segno di vita; gli occhi erano chiusi. Levin, Kitty e Mar’ja Nikolaevna stavano in piedi accanto al letto. 
Il prete non aveva ancora finito di leggere, che il morente si stirò, sospirò e aprì gli occhi. Il prete, finita la preghiera, appoggiò sulla fronte fredda la croce, poi la ravvolse lentamente nella stola e, dopo aver sostato ancora due minuti in silenzio, toccò la mano enorme, divenuta fredda ed esangue. — È finito — disse il prete e voleva andar via; ma improvvisamente i baffi sottili del morente si mossero, e con chiarezza nel silenzio, emessi dal profondo del petto, si sentirono i suoni netti e precisi: 
— Non del tutto.... Presto. 
Dopo un istante il viso si rischiarò, sotto i baffi apparve un sorriso, e le donne, raccoltesi, si diedero a vestire il morto, affaccendandosi. La vista del fratello e la presenza della morte rinnovarono nell’animo di Levin quel senso di paura dinanzi all’inesplicabile inevitabilità della morte, che lo aveva sconvolto quella sera d’autunno, quando il fratello era giunto da lui. Questo senso, adesso, era ancora più forte; ancora meno di prima egli si sentiva in grado di capire il senso della morte, e ancora più terribile gliene appariva l’inevitabilità; ma ora, grazie alla vicinanza della moglie, questo senso non lo gettava nella disperazione: malgrado la morte, egli sentiva la necessità di vivere e di amare. Sentiva che l’amore lo salvava dalla disperazione e che l’amore, sotto la minaccia della disperazione, diveniva ancora più forte e puro. Dinanzi ai suoi occhi si era appena compiuto un mistero di morte, rimasto sempre inesplicabile, che ne sorgeva un altro, altrettanto inesplicabile, che richiamava all’amore e alla vita. Il medico confermò le sue supposizioni riguardo a Kitty. Il suo malessere era dovuto alla gravidanza.

la nascita
Fuori di sé, entrò di corsa nella stanza da letto. La prima cosa che vide fu il viso di Lizaveta Petrovna. Esso era ancora più agitato e più severo. Il viso di Kitty non c’era più. Nel posto dov’era prima, c’era qualcosa di mostruoso e per l’aspetto di tensione e per il suono che ne usciva. Egli cadde con la testa sul legno del letto, sentendo che il cuore gli si spezzava. L’orribile grido non finiva, s’era fatto ancora più orribile, ma poi, come se fosse giunto al limite estremo dell’orrore, si calmò a un tratto. Levin non credeva al proprio udito, ma non si poteva dubitare: il grido s’era calmato e si sentiva un silenzioso affaccendarsi, un fruscio, un respirare ansioso, e la voce di lei felice e affannata, viva e tenera che pronunciava piano: “È finito”.
Egli sollevò il capo. Abbassate sulla coperta le braccia senza forza, straordinariamente bella e calma, ella lo guardava senza parole e voleva, ma non poteva sorridere. E a un tratto da quel mondo misterioso e orribile, estraneo, in cui aveva vissuto in quelle ventidue ore, Levin si sentì trasportato in un attimo nel mondo solito di prima, ma splendente, adesso, d’una tale luce nuova di felicità, ch’egli non la sopportò. Le corde tese si strapparono tutte. Singhiozzi e lacrime di gioia, ch’egli non aveva in nessun modo preveduto, si sollevarono in lui con una forza tale, agitando tutto il suo corpo, che per lungo tempo gli impedirono di parlare. Caduto in ginocchio davanti al letto, egli teneva dinanzi alle labbra la mano della moglie e la baciava, e questa mano con un debole movimento delle dita rispondeva ai suoi baci. E intanto, là, ai piedi del letto, nelle abili mani di Lizaveta Petrovna, come la fiammella d’una lampada, oscillava la vita d’un essere umano che prima non c’era mai stato e che avrebbe vissuto e creato degli altri esseri nello stesso modo, con lo stesso diritto, con la stessa importanza di sé.
— Vivo! vivo! È pure un maschio! Non vi agitate! —
Levin sentì la voce di Lizaveta Petrovna, che batteva con la mano tremante la schiena del bambino. — Mamma, è vero? — disse la voce di Kitty.
Le risposero i singhiozzi della principessa. E in mezzo al silenzio, come una risposta indubitabile alla domanda della madre, si sentì una voce affatto diversa da tutte le voci che parlavano nella camera. Era il grido ardito, temerario, che non voleva considerare nulla, d’un nuovo essere umano, che non si capiva donde fosse venuto fuori. Prima, se avessero detto a Levin che Kitty era morta e che lui era morto insieme con lei, e che avevano per bambini gli angeli, e che Dio era lì dinanzi a loro, non si sarebbe stupito di nulla; ma adesso, tornato nel mondo della realtà, faceva grandi sforzi per capire ch’ella era viva, sana e che l’essere che strideva in modo così disperato era suo figlio. Kitty era viva, le sofferenze erano finite. Ed egli era inesprimibilmente felice. Questo lo capiva e ne era pienamente soddisfatto. Ma il bambino? Donde veniva, perché, chi era? Non poteva in nessun modo abituarsi a questo pensiero. Gli sembrava qualcosa di superfluo, una sovrabbondanza a cui per lungo tempo non poté abituarsi. 
... 
Quello ch’egli provava per quel piccolo essere era proprio tutt’altra cosa da quello che si aspettava. Non c’era nulla di allegro e di gioioso in questo sentimento; al contrario, un nuovo senso di paura. Era la coscienza di un nuovo campo di vulnerabilità. E questa coscienza era così tormentosa nei primi tempi, il terrore che quell’essere impotente soffrisse era così forte, che proprio per questo non avvertiva lo strano sentimento di spensierata gioia e perfino di orgoglio ch’egli aveva provato proprio nel momento in cui il bambino aveva starnutito.
(Anna Karenina, Lev Tolstoj)


la morte, la vita, l'inizio e la fine del nulla.

venerdì 26 ottobre 2018

quando accanto a lei un individuo dal cappotto militare le intercettò la luce vacillante del fanale.

Una tormenta paurosa s’era scatenata e fischiava fra le ruote della vettura, lungo le colonne, al di là dell’angolo della stazione. Vetture, colonne, uomini; tutto quello che si poteva scorgere veniva ricoperto da un sol lato di neve e sempre di più se ne ricopriva. Per un attimo la tormenta parve calmarsi, ma poi di nuovo si sferrò con raffiche tali che sembrava non si potesse resisterle. Nel frattempo alcune persone corsero e, scambiando allegramente qualche parola, fecero scricchiolare le assi della banchina aprendo e richiudendo continuamente la porta grande. L’ombra contorta di un uomo scivolò sotto i piedi di lei e si udì il rumore di un martello sul ferro... «Telegrafa!» echeggiò una voce irritata dall’altra parte nel buio della tormenta. «Favorite qua, n. 28!» gridarono ancora altre voci e delle persone imbacuccate corsero, ricoperte di neve. Due signori, con le sigarette accese in bocca, le passarono accanto. Ella respirò ancora una volta per prendere aria a sazietà e aveva già tirato fuori la mano dal manicotto per afferrarsi alla colonnina e rientrare in vettura, quando accanto a lei un individuo dal cappotto militare le intercettò la luce vacillante del fanale. Si voltò e in quell’attimo riconobbe il viso di Vronskij. Portando la mano alla visiera, egli s’inchinò e domandò se avesse bisogno di qualcosa e se potesse esserle utile. Anna lo fissò a lungo senza rispondere nulla e, malgrado l’ombra in cui era, vedeva, o le sembrava di vedere, anche l’espressione del viso e degli occhi di lui. Ancora quell’espressione di reverente ammirazione che la sera prima l’aveva tanto impressionata. Più di una volta in quei giorni, e fino a pochi momenti prima, era andata ripetendo a se stessa che Vronskij era per lei uno dei cento giovanotti eternamente identici che s’incontrano on sapevo che foste in viaggio. Perché viaggiate? — disse, abbassando la mano con la quale stava aggrappata alla colonnina. E un’irrefrenabile gioia e animazione le illuminarono il viso. 
— Perché viaggio? — ripeté lui, guardandola dritto negli occhi. 
— Voi sapete che io viaggio per essere dove siete voi — disse — e non posso fare altrimenti. 
Nello stesso tempo, come se avesse superato degli ostacoli, il vento spazzò via la neve dai tetti delle vetture, strascinò una lamiera di ferro ch’era riuscito a strappare, e il fischio della locomotiva ruggì, lugubre e cupo. A lei ora tutto l’orrore della tormenta pareva ancora più bello. Egli aveva detto proprio quello che l’anima sua desiderava, ma che la sua ragione temeva. Ella non rispondeva nulla, e sul viso di lei egli scorgeva la lotta interiore. 
— Perdonatemi se vi spiace quello che ho detto — disse umilmente. 
Parlava con cortesia, con rispetto, ma con tanta fermezza e ostinazione che per molto tempo ella non poté rispondere nulla. 
— È male quello che dite, e vi prego, se siete un gentiluomo, dimenticate quello che avete detto; anch’io dimenticherò — disse infine. 
— Non una vostra parola, non un vostro gesto dimenticherò mai, e non posso... 
— Basta, basta! — gridò lei, cercando invano di dare un’espressione severa al viso che egli andava scrutando avidamente. E afferratasi con la mano alla colonnina gelida, montò sul predellino ed entrò in fretta nel corridoio della vettura. Ma nel piccolo ingresso si fermò per riflettere a quello che era accaduto. Non ricordava né le parole proprie, né quelle di lui, ma ebbe la sensazione che quella conversazione di pochi istanti li avesse terribilmente avvicinati e ne era spaventata e felice. Dopo esser rimasta in piedi per qualche secondo, entrò nello scompartimento e sedette al proprio posto. Quello stato di tensione che l’aveva tormentata poco prima non solo si rinnovò, ma aumentò sino a farle temere che da un momento all’altro si spezzasse in lei qualcosa di troppo teso. Non dormì tutta la notte. Ma in quella tensione e in quel vaneggiamento che le riempivano la mente, non c’era nulla di spiacevole e di tetro, al contrario, c’era qualcosa di gioioso e di eccitante. All’alba si assopì nella poltrona, e quando si svegliò era giorno chiaro e il treno si avvicinava a Pietroburgo. Il pensiero della casa, del marito, del figlio, le faccende di quel giorno e dei seguenti s’impossessarono subito di lei.dovunque, e che ella mai avrebbe concesso a se stessa di pensare a lui; ma ora, in quel primo attimo dell’incontro, fu presa da un senso di orgoglio gioioso. Non c’era bisogno di chiedere perché fosse là. Lo sapeva così sicuramente come s’egli avesse detto che si trovava là perché voleva essere dov’era lei. 


che dire, sono ammaliata.
non so dure esattamente.
a volte penso che Tolstoj non sia un campione di eleganza formale della scrittura.
ma questa descrizione incombente della figura di Vronskij, la cui ombra ricade su Anna in modo così minaccioso e potente, circondata da una tempesta di neve che scoperchia le lamiere, da rumori violenti ma ovattati dalla neve, in cui la bellezza e l'orrore convivono, la sottomissione e la furia dell'amore anche, insomma, mi dico: che incontro fatale! che bella la letteratura! come vorrei essere lì!

venerdì 12 ottobre 2018

c'è qualcosa di strano, di diabolico e di affascinante in lei

"Ma per chi? Per tutti o per uno solo?" si chiese. E, senza venire in aiuto al disgraziato giovanotto col quale ballava e che s'era lasciato sfuggire il filo di una conversazione iniziata e non riusciva a riannodarlo, e prestando apparentemente orecchio alle forti grida allegre e imperiose di Korsunskij che ora lanciava tutti in un grand rond, ora in una chaine, Kitty osservava, e il cuore le si stringeva sempre più. "No, non è l'ammirazione di tutti che l'ha inebriata, ma l'esaltazione di uno solo. E chi è quest'unico? Possibile che sia lui?". Ogni volta che Vronskij parlava con Anna, negli occhi di lei si accendeva uno scintillio gioioso e un riso di felicità increspava le sue labbra vermiglie. Era come se ella volesse contenersi per non fare apparire questi segni, ma questi salivano da soli sul viso. 
"E lui?". Kitty lo guardò ed ebbe paura. Ciò che con tanta chiarezza appariva nello specchio del viso di Anna, Kitty vide anche in lui. Dove erano più quell'atteggiamento calmo e deciso e quell'espressione del viso liberamente serena? No, ora, ogni volta che egli si volgeva a lei, piegava un po' il capo, quasi desideroso di caderle ai piedi, e nello sguardo suo non vi era che un'espressione di sottomissione e di paura. "Non voglio offendervi - diceva ogni volta il suo sguardo - ma voglio salvarmi e non so come". 
Un'espressione quale non aveva mai vista nel viso di lui. Parlavano di amici comuni, facevano la più insignificante delle conversazioni, ma a Kitty pareva che ogni parola pronunziata decidesse il loro e il suo destino. E lo strano era che, in realtà, pur parlando di come fosse ridicolo Ivan Ivanovic col suo francese e del fatto che per la Elackaja si sarebbe potuto trovare un partito migliore, tuttavia queste parole avevano un senso speciale per loro ed essi lo sentivano così come lo sentiva Kitty. Tutto il ballo, il mondo intero, tutto si coprì di nebbia nel cuore di Kitty. Soltanto la severa educazione ricevuta la sosteneva e l'obbligava a fare quello che da lei si pretendeva, cioè ballare, rispondere alle domande, parlare, sorridere persino. Ma, prima che cominciasse la mazurca, quando già si allontanavano le sedie e alcune coppie s'erano mosse dai salotti verso la sala grande, Kitty fu presa da un attimo di disperazione e di sgomento. Aveva rifiutato cinque cavalieri e ora non ballava la mazurca. Non c'era neppure speranza che qualcuno l'invitasse; proprio perché ella aveva un così grande successo in società, a nessuno poteva venire in mente che non fosse impegnata fino a quel momento. 
(...)
Nessuno, all'infuori di se stessa, poteva capire la sua situazione, nessuno sapeva ch'ella aveva detto di no il giorno prima a un uomo che forse amava, e che gli aveva detto di no perché credeva in un altro. La contessa Nordston trovò Korsunskij col quale doveva ballare la mazurca e gli impose di andare a invitare Kitty. Kitty ballava nella prima fila e per sua fortuna non doveva parlare perché Korsunskij correva su e giù tutto il tempo dando ordini al suo stuolo di ballerini. Vronskij ed Anna erano situati quasi di fronte a lei. Li vide da lontano con i suoi occhi presbiti, li vide poi da vicino, quando si incontrarono fra le coppie, e più li vedeva più si convinceva che la rovina sua era compiuta. Vedeva che essi si sentivano soli in quella sala piena di gente. E sul viso di Vronskij, sempre così deciso e libero, vedeva quell'espressione di smarrimento e di sottomissione che l'aveva stupita; l'espressione di un cane intelligente che si senta colpevole. 
Anna rideva e il riso si trasmetteva a lui. Anna diveniva pensosa, ed egli si faceva serio. Una forza magica attirava gli occhi di Kitty sul viso di Anna. Ella era incantevole con quel semplice vestito nero, ed incantevoli erano le braccia tonde con i bracciali, ed il collo forte col filo di perle; incantevole la capigliatura inanellata e sciolta e incantevoli le movenze lievi dei piccoli piedi graziosi e delle mani, e il viso piacente pieno di vita; eppure c'era qualcosa di pauroso e di crudele in quell'incanto. 
Kitty l'ammirava ancor più di prima, e sempre di più soffriva. Si sentiva stroncata e il suo viso lo rivelava. Quando Vronskij, scontratosi con lei nella mazurca, la vide, non la riconobbe al primo momento, tant'era mutata. - Splendido ballo - le disse, tanto per dire qualcosa. - Sì - rispose lei. Durante la mazurca, ripetendo una figura complicata inventata da Korsunskij, 
Anna uscì nel mezzo del circolo, prese due cavalieri e chiamò a sé una signora e Kitty. Kitty la guardò come spaurita e le si accostò. Anna la guardava, socchiudendo gli occhi, e sorrideva stringendole una mano. Ma, visto che il viso di Kitty rispondeva al suo sorriso con disperata sorpresa, si allontanò da lei e si mise a parlare allegramente con l'altra signora. "Sì, c'è qualcosa di strano, di diabolico e di affascinante in lei" si diceva Kitty.
(...)

Anna Karenina
di Lev Tolstoj

compare non prima di pagina 70, la nostra Anna.
come appare, alla stazione, scendendo da un treno, sotto il quale è morto un macchinista, schiacciato e deformato, le luci puntano su di lei, sul suo destino. e come esce dalla scena, ne sento subito la mancanza.
bella, piena, tornita, vitale, luminosa, incantevole e gaia, eppure è già paurosa e crudele.
diabolica.

sabato 30 marzo 2013

Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d'ombra e di luce

forse ci sono esigenze ovvero scelte obbligate di produzione delle grandi case filmografiche, immagino sia così perchè la scelta di Keira Knightley nel ruolo di Anna Karenina nell'omonimo film di Joe Wright è un'autentica voragine, un buco nella pellicola, in un film altrimenti ideato con garbo. 
è proprio vero che di un libro già letto, seppure molti anni fa, ci facciamo il nostro di film, la nostra personalissima messa in scena.
sarà per questo che l'immagine scheletrica e contro ogni tentazione della sopracitata attrice inglese mi sembra tutto tranne che la possibile rappresentazione di una donna russa, madre, moglie, amante folle e suicida.
Anna è piena, ha forme, è florida: è una donna. non un'adolescente in fase di recupero post anoressico. la mascella forte della Knightley, per non dire della dentatura storta, non corrispondono alla mia immagine di bellezza. le due chance espressive a disposizione di questa attrice vanno bene per un teen movie, non per l'icona più rappresentata e rappresentativa al mondo della donna che incarna (carne, appunto)  la passione mortifera dell'amore folle.
la scena più raccapricciante è quella del ballo. non ho potuto sopportare la vista di questo ramo secco senza forme con le ossa clavicolari sporgenti e le nervature malate e malsane delle scapole e della spina dorsale in evidente stato di carenza alimentare. la passione deve avere corpo, deve parlare attraverso il corpo, e il corpo deve avere qualcosa da dire, non da sottrarre all'immaginario.
una scena paragonabile a un supplizio.
una stonatura spiacevole in un film che vede bene invece la figura nobile sofferente e austera dell'uomo giusto, moralmente giusto a tutti i costi, di Alexei Karenin interpretato da un buon Jude Law. un film che vede un po' meno bene, e non la sa raccontare, la figura alla fine sofferente e insofferente di Vronskij, un uomo che non sa più tollerare la passione malata della sua Anna, un uomo che aspetta solo che qualcosa succeda, ma che non sia lui a dover far accadere, per interrompere la spirale malata di un dipendenza divorante.
un film che sa bene del valore rappresentativo classico e intramontabile della messa in scena per eccellenza della pulsione d'amore tragico e senza scampo che è in Anna Karenina e decide di rappresentarla a teatro, dentro, fuori, in scena e fuori scena, autentica vita o la sua sola rappresentazione. il treno parte il treno arriva, a volte così di cartapesta coperto di una neve di cotone bianco, a volte così piccolo e finto come il trenino del gioco elettrico del figlio Serëža, un gioco che sembra tale all'inizio ma si rivela mortale e tagliente alla fine. il treno pilota il destino, il treno conduce all'amore, il treno consegna la morte.
un gioco raffinato, ma più nell'idea che nel racconto di una tragica passione che sfida le convenzioni.