bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

venerdì 10 gennaio 2014

Combray


"Già da molti anni di Combray tutto ciò che non era il teatro e il dramma del coricarmi non esisteva più per me, quando in una giornata d'inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere, contrariamente alla mia abitudine, un pò di tè. Rifiutai dapprima e poi, non so perché, mutai d'avviso. Ella mandò a prendere una di quelle focacce pienotte e corte chiamate "maddalenine", che paiono aver avuto come stampo la valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. Ed ecco, macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione di un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzetto di "maddalena". Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me ditazza di te' straordinario. Un piacere delizioso mi aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M'aveva subito rese indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità inoffensive, la sua brevità illusoria, nel modo stesso che agisce l'amore, colmandomi d'un'essenza preziosa: o meglio quest'essenza non era in me, era me stesso. Avevo cessato di considerarmi mediocre, contingente, mortale. Donde m'era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch'era legata al sapore del tè e della focaccia, ma lo sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla? Bevo un secondo sorso in cui non trovo nulla di più che nel primo, un terzo dal quale ricevo meno che dal secondo. E' tempo che io mi fermi, la virtù della bevanda sembra diminuire. E' chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. Essa l'ha risvegliata, ma non la conosce, e non può che ripetere indefinitamente, con forza sempre minore, quella stessa testimonianza che che io sono incapace di interpretare e che voglio almeno poterle donare di nuovo e ritrovare a mia disposizione intatta, fra poco, per una spiegazione decisiva. Depongo la tazza e mi rivolgo al mio animo. Tocca ad esso trovare la verità. Ma come? grave incertezza, ogni qualvolta l'animo nostro si sente sorpassato da se medesimo; quando lui, il ricercatore, è al tempo stesso anche il paese tenebroso dove deve cercare e dove tutto il suo bagaglio non gli servirà a nulla. Cercare? Non soltanto. Creare. Si trova di fronte a qualcosa che ancora non è, e che esso solo può rendere reale, per poi far entrare nella luce." 

leggendo, penso che Proust, in fondo, parli di nulla.
avevo sfiorato questo pensiero leggendo, o meglio rileggendo quasi 30 anni dopo, Un amore di Swann
ma quel libro aveva una narrazione, una storia, episodi in sequenza, sebbene ininfluenti rispetto al suo senso.
al senso di Proust intendo.
ma quel libro ha avuto un pregio incommensurabile, farmi aprire gli occhi, vedere, qualcosa che mi riguardava molto da vicino: l'idealizzazione dello sguardo amoroso. l'altro, oggetto d'amore, è costruzione dei nostri bisogni, o, al meglio, dei nostri desideri.
ora, leggendo Combray, e terminatolo, credo di non aver dubbi: Proust scrive sul nulla.
me la leggo tutta la Recherche? o mi fermo qui?
perchè per me, questa, è stata una lettura faticosissima.
Combray non parla di nulla, eppure tratta il tutto.
la scrittura di Proust è così ricca, così dettagliata e descrittiva che, spesso, mi costringe alla rilettura, a una maggiore concentrazione, oppure a sorvolare quel che mi sembra meno influente. ma è meno influente?
Il maggior pregio della passeggiata di Guermantes era d'avere sempre accanto il corso della Vivonne [...] nei piccoli stagni formati dalla Vivonne, veri giardini di ninfee. Come le sponde erano assai boscose in quel punto, le grandi ombre degli alberi davano all'acqua un fondo che era abitualmente di un verde cupo, ma che a volte, qundo si rientrava in certe sere rasserenate di pomeriggi tempestosi [...] qua e là alla superficie, rosseggiava come una fragola un fior di ninfea scarlatto, bianco agli orli.
è una scrittura che nasconde, che sottintende, che evoca altro, che scrive sopra ciò che non si può scrivere.
è la scrittura della sensazione, sensazionale, delle emozioni, ma non emotiva, delle percezioni, dell'inconscio che ci fa dire oltre il nostro controllo, della memoria, ovviamente!, dell'opzione del presente a partire dal ricordo.
una scrittura davvero difficile.
in fondo, lo ripeto, in Combray non si parla di niente, non c'è una storia, non c'è una costruzione, non c'è narrazione, non ci sono dei capitoli. i personaggi?, forse, si, ma non comportano nulla, non hanno la funzione di costruire un significato, una storia di senso. se ci sono non sono lì per parlare di sè, rimandano ad altro. il narratore vaga nel ricordo di un'infanzia, ma nemmeno ricorda quella.
Tutti quei ricordi aggiunti gli uni agli altri non costituivano ormai che una massa; ma non era impossibile distinguere tra loro ,- tra i piu' antichi e i piu' recenti, nati da un profumo, poi tra quelli che non erano che i ricordi d'un'altra persona da cui li avevo appresi ,- se non delle fessure, delle crepe vere e proprie, almeno quelle venature, quelle screziature di colorazione che in certe rocce, in certi marmi, rivelano delle differenze d'origine, d'eta', di formazione.
ricorda, a partire dalla sua madeleinette inzuppata nel te, dei fiori, delle paure, degli odori, delle ombre, dei campanili, del bivio davanti a casa per una passeggiata o per un'altra -per Méséglise o per Guermantes?,- di un libro, di una fantasia, di un episodio di cattiveria. ricorda, ma non in modo strutturato, è la memoria dell'inconsistenza, del nulla e del tutto, ovvero della madre e della sua assoluta dipendenza da essa, ricorda di una simbiosi insostituibile, irrinunciabile, pena l'angoscia del non esistere. si può raccontare? si, come lo fa Proust si, senza raccontare, solo ricordando.
Il campanile di Saint-Hilaire lo si riconosceva da lontano, profilarsi nella sua linea indimenticabile all'orizzonte, su cui Combray non appariva ancora; quando, la settimana di Pasqua, dal treno che ci portava da Parigi, mio padre lo scorgeva balzare alternativamente da un lembo all'altro del cielo, menando in corsa per ogni senso il suo galletto di ferro, ci diceva: su, prendete le coperte, siamo arrivati.
niente di più inconsistente, niente di più ponderoso.
Combray è un embrione, possiede già tutto, ma un tutto che deve ancora venire.
E tuttavia, poiche' vi e' qualcosa di individuale nei luoghi, quando mi prende il desiderio di rivedere la parte di Guermantes, non mi appaghereste conducendomi in riva ad un fiume dove vi fossero ninfee di egual bellezza, di bellezza maggiore che nella Vivonne; non piu' di quanto la sera, rincasando,- nell'ora in cui si risvegliava dentro di me quell'angoscia che piu' tardi emigra nell'amore, e puo' divenire sua inseparabile compagna per sempre,- non avrei desiderato che venisse a darmi la buona notte una mamma piu' bella e piu' intelligente della mia. No : come quel che mi era necessario per potermi addormentare felice,- con quella pace senza turbamento che nessuna amante mi pote' ispirare piu' tardi, poiche' di loro si dubita sempre, anche nel momento in cui si presta loro fede, e non ci e' dato mai di possedere il loro cuore come era dato a me ricevere in un bacio quello di mia madre, tutto, senza la riserva d'un pensiero nascosto, senza il residuo d'un'intezione non rivolta a me- era che fosse lei, che lei chinasse verso di me quel volto dove c'era sotto l'occhio qualcosa che sembra fosse un difetto, e che amavo come il resto; nello stesso modo cio' che voglio rivedere e' la parte di Guermantes che ho conosciuta, con la fattoria un poco lontana dalle due seguenti strette l'una contro l'altra, sulla soglia del viale delle querce; sono le sue praterie, sulle quali, quando il sole le rende riflettenti come uno stagno, si disegnano le foglie dei meli; e' quel paesaggio di cui l'individualita', a volte la notte in sogno, m'afferra con forza quasi fantastica, e che non posso ritrovare al risveglio. Senza dubbio, con l'aver unito indissolubilmente in me, per sempre, impressioni diverse solo perche' me le avevano fatte provare nello stesso tempo, la parte di Meseglise e la parte di Guermantes m'hanno esposto, per l'avvenire, a molte delusioni e a molti errori. Infatti, spesso ho voluto rivedere una persona senza intendere che volevo rivederla semplicemente perche' mi ricordava una siepe di biancospini, e sono stato indotto a credere, a far credere a un ritorno d'affetto, per un semplice desiderio di viaggio. Ma anche cosi', e restando presenti in quelle tra le mie impressioni di oggi a cui possono ricollegarsi, danno loro dei sostrati, una profondita', una dimensione di piu' che alle altre. Aggiungono anche loro un fascino, un significato che e' vivo solo per me. Quando, nelle sere d'estate, il cielo armonioso ringhia come un animale selvatico, e ciascuno s'imbroncia per il temporale, e' alla parte di Meseglise ch'io vado debitore di restarmene solo, in estasi, a respirare, nel suono della pioggia che cade, l'odore d'invisibili e persistenti lilla.

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