bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

lunedì 30 settembre 2013

Satie e le stelle, l'armonia delle sfere

dopo averle viste nel cielo me le sono godute al planetario.
certo non è la stessa cosa, ma è stato suggestivo lo stesso.
stelle in musica: un bel momento, breve ma intenso.
un momento riflessivo, pensieroso. lunghi minuti passati al buio in compagnia delle note ripetitive di Satie guardando il passare dei giorni sulla cupola illuminata del planetario...c'era tempo per pensare e pensare bene.
il planetario è stato costruito nel 1930 e le sedie, che ruotano su se stesse per seguire i movimenti sulla volta, sono del 1930. l'orizzonte che si individua alla base della volta è quello di Milano, del 1930, mancano alcuni particolari, come la torre Velasca, ma si vede bene, ovviamente, il Duomo.
la macchina che proietta le immagini di stelle e pianeti è più recente, del 1968, è un sistema ottico ed elettrico e mostra quel che a Milano non si può vedere nemmeno nella migliore delle ipotesi.
di più ho visto sulla spiaggia di Favignana, ma quel che si potrebbe vedere, e l'ho visto nel buio totale della sala, è possibile goderselo nel deserto, in un luogo che non conosca nessuna luce artificiale, in un luogo in cui notte vuol dire buio assoluto.
quel che sta sopra di noi è inimmaginabile.


Lo strumento "planetario"

Il planetario è un proiettore che riproduce l'aspetto e del cielo stellato e i fenomeni astronomici. Si presenta come un traliccio cilindrico mobile con una grossa sfera a ciascuna estremità. Una potente lampada all'interno di ogni sfera illumina una serie di lastre circolari di vetro che generano le immagini delle stelle di un determinato settore del cielo.Lo strumento può ruotare attorno a tre assi per simulare il moto diurno, la precessione degli equinozi e il movimento in latitudine.
Sala del Planetario con il proiettore Zeiss IV
La sala con il proiettore planetario Zeiss IV prima dell'installazione del sistema multimediale negli anni '90. Si noti all'orizzonte il profilo degli edifici di Milano, con la chiesa di San Carlo e il Duomo a destra del supporto del planetario. L'immagine del pianeta Saturno (fotomontaggio) individua l'area di proiezione delle diapositive.
La parte centrale del traliccio alloggia i proiettori fissi degli oggetti diffusi (Via Lattea e nubi di Magellano) e quelli mobili dei corpi del Sistema Solare visibili a occhio nudo. Altri proiettori mostrano i principali cerchi e riferimenti astronomici come il meridiano locale e una porzione del reticolo di coordinate celesti. Ulteriori proiettori presso la postazione di comando riproducono una pioggia di stelle cadenti, una rappresentazione in movimento del Sistema Solare e una immagine schematica del globo terrestre.

immersa nella musica di Satie, al buio, ho guardato, per un tempo finito, il fluire del tempo sulla volta celeste. sono le stelle a dare il ritmo alle stagioni terrestri , con i loro movimenti ciclici, ripetitivi e lenti scandiscono il fluire del tempo. le stelle ritornano, sempre uguali, ma tuttavia non c’è una stagione uguale all’altra. conoscere le stelle ci può aiutare a conoscere meglio noi stessi, la nostra realtà ultima, universale, fatta di scienza, di musica e di arte.(Fabio Peri, direttore scientifico dell’istituto)
Quandò ideò Vexations, nel 1893, Satie voleva liberarsi dal giogo della musica austro-tedesca che aveva dominato l’Ottocento. la partitura di Vexations si esaurisce in 4 righi di musica, ma in cima si trova la seguente indicazione: «Per suonare questo motivo 840 volte, bisognerebbe prepararsi in anticipo, nel più assoluto silenzio, con serie e scrupolose immobilità»: il che voleva dire appunto annullare la direzionalità del tempo nel ritorno costante e immutato di una medesima entità, e che ciò poteva instaurare, nel controllo imposto dalla ripetizione incessante, un rapporto con una dimensione trascendente.
l'effetto non è stato così potente, ma certamente ha indotto riflessione, fissità, uno stare fermi, muti, inermi che non appartiene al mondo terrestre, forse a quello delle stelle.



da: MITO SettembreMusica
L'armonia delle sfere
Conferenza astronomica di Fabio Peri
Erik Satie Vexations
Pianoforte Orazio Sciortino

venerdì 27 settembre 2013

dicasi "proiezione"

Giorgio Napolitano è “arrogante”, “non imparziale” e “minaccioso”. Tutti aggettivi scelti dalla pasionaria del Pdl, Daniela Santanché per il Capo dello Stato che in una lunga nota ufficiale ha difeso la tenuta del governo da possibili rischi definendo inquietanti le minacce di dimissioni di massa dei parlamentari Pdl.

allora, letto questo, la foto dice molto sul tono pacato ed equilibrato e interlocutorio della signora -è una donna?- considererei la necessità per la stessa di una valutazione psichiatrica.
Napolitano, sant'uomo, da buon terapeuta qual è, non risponde alle provocazioni proiettive della paziente bordeline -ma non lo ha fatto nemmeno con gli altri pazienti bipolari megalomanici o gravemente paranoici, potendoci effettivamente considerare fortunati per la buona rappresentanza di tutte le diagnosi psichiatriche nel parlamento italiano-.
propongo ufficialmente per il sant'uomo una laurea ad honorem in psichiatria.

giovedì 26 settembre 2013

los MITOs del tango

non ho guardato che queste, almeno all'inizio, alla serata Los MITOS del tango y mas agli East End Studios di Milano, evento finale della rassegna musicale meneghina e torinese.
la serata inizia con un presentatore da abbattere, una "comicità" volgare e deprimente, fastidiosa. finalmente ha smesso e se ne è andato, vivaddio, quando qualcuno, quindi non ero sola a pensarla così, gli ha gridato: BASTA.
non è stato bello ma assolutamente necessario.
poi la gente, numerosissima, assiepata in piedi e per terra oltre che sui pochi tavolini disponibili, dopo le esibizioni dei ballerini delle scuole, ha iniziato a occupare la milonga e a ballare. 
si vedono cose accettabili e altre inguardabili, diciamolo, ma ciò che non si può proprio fare a meno di guardare, ossessivamente e bramosamente, sono i piedi delle ballerine, e le scarpe.
i sandali, tacco 10 o 12, sono di una bellezza incredibile, elegantissimi, svettanti. è una vera gioia vedere le donne ballare sui tacchi. quelle poche che si sono avventurate con le infradito erano una pena. una tortura.
quelle che poi sanno ballare, poche, usano i piedi in modo davvero sensuale.

Hyperion ensemble 
Juan José Mosalini (senior), bandoneon 
Miguel Angel Zotto e Daiana Guspero, ballerini 
Gabriel Ponce e Analía Morales, ballerini 
Claudio Garcés, voce 
Pablo Scarpelli,  presentatore 
Punto y Branca, musicalizador






è chiaro che questa impressione si è poi enfatizzata fino all'orgasmo vedendo ballare la Guspero o la Morales, due genialità in movimento. due corpi completamente diversi, una morbida e sensualissima, l'altra sottile magra e forte, che esprimono una potenza espressiva ineguagliabile.
io guardo le donne, gli uomini non mi interessano, pur essendo loro a far muovere il corpo dell'altra. le invidio fino alla vergogna, così belle, libere, padrone del loro corpo. così intense, così desiderabili. 
la Guspero esibisce vestiti favolosi, pare disegnati da lei stessa, che mettono in risalto questo suo corpo che ha dell'incredibile, tra morbidezza, seno prorompente, schiena arcuatissima, gambe forti e piedi miracolosi. mi piace molto ma molto meno il suo compagno, anche di vita, Miguel Angel Zotto, che mi dicono essere il massimo della bravura, così piccolo e brutto.
non posso dire lo stesso del compagno della Morales, Gabriel Ponce, bel ragazzo alto e slanciato,  sguardo serio ma non troppo, certamente una coppia meglio assortita. due modi diversi di ballare il tango, il primo classico l'altro energetico, due fascini irresistibili.
ma, lo devo dire, la serata è stata più del ballo, la serata è stata musica. la musica del tango mi piace oltre modo, e quella sera mi ha stregata, il gruppo mi è sembrato portentoso, l'anziano bandoneon, Juan José Mosalini, un vero mostro di bravura. sentivo ogni strumento, ogni elemento, mi sono divertita da pazzi. è stato un vero godimento, un inno alla bellezza della vita e dell'energia.

                       



le scarpe, ho deciso, anche se non ballo il tango, me le compro!

lunedì 23 settembre 2013

rise and fall of apartheid

l'ho vista a luglio, ne scrivo solo ora, a mostra ormai terminata. 
l'ho vista un venerdì al PAC, e ci sono rimasta almeno un'ora e mezza, anche più, una quantità sconfinata di fotografie e commenti. l'ho consigliata a chi, quest'anno, è stato o andrà in Sud Africa: inaspettatamente ben tre persone mi hanno comunicato questa meta per le vacanze estive o prossime invernali. è diventata di moda? è una meta così appetibile? credo che nessuno di questi sia andato a vederla. e credo che le ricchezze di questo paese siano sempre più disomogeneamente distribuite, siamo sempre più vicini alle voragini dei paesi sudamericani. 
detto questo, fuori tema, vi riporto la presentazione della mostra: 

Pietra miliare nel suo genere e frutto di oltre sei anni di ricerche, il progetto raccoglie il lavoro di quasi 70 fotografi, artisti e registi, dimostrando il potere dell’immagine - dal saggio fotografico al reportage, dall’analisi sociale al fotogiornalismo e all'arte - di registrare e analizzare l'eredità dell'apartheid e i suoi effetti sulla vita quotidiana in Sud Africa.
Complessa, intensa, evocativa e drammatica, la mostra analizza oltre 60 anni di produzione illustrata e fotografica ormai parte della memoria storica e della moderna identità sudafricana. Fotografie, opere d'arte, film, video, documenti, poster e periodici: un ricco mosaico di materiali, molti dei quali raramente esposti insieme, documenta uno dei periodi storici più importanti del ventesimo secolo, le sue conseguenze tuttora durature sulla società sudafricana e l'importanza del ruolo di Nelson Mandela. 
L’Apartheid, parola olandese composta da “separato” (apart) e “quartiere” (heid), è stata la piattaforma politica del nazionalismo afrikaner prima e dopo la seconda guerra mondiale. Un sistema creato appositamente per promuovere la segregazione razziale e mantenere il potere nelle mani dei bianchi. Nel 1948, dopo la vittoria a sorpresa dell’Afrikaner National Party, l'apartheid è stata introdotta come politica ufficiale dello stato e si è imposta attraverso un'ampia serie di programmi legislativi. Col tempo il sistema dell'apartheid è diventato sempre più spietato e violento nei confronti degli africani e delle altre comunità non bianche. Non ha solo trasformato il moderno significato politico di cittadinanza, ma ha anche inventato una società completamente nuova sia a livello pratico che a livello giuridico: una riorganizzazione delle strutture civili, economiche e politiche che ha coinvolto anche gli aspetti più mondani dell'esistenza, dalla casa al tempo libero, dai trasporti all’istruzione, dal turismo alla religione e ai commerci. L'apartheid ha trasformato le istituzioni mantenendole in vita con l'unico scopo di negare e privare dei propri diritti civili di base africani, meticci e asiatici. È in questo contesto che nasce la fotografia del Sud Africa così come la conosciamo oggi. 
La mostra parte dall’idea che la salita al potere del Partito Nazionale Afrikaner e la conseguente introduzione dell'apartheid come suo fondamento legale abbiano modificato la percezione del paese da una realtà puramente coloniale, basata sulla segregazione razziale, a una realtà vivacemente dibattuta, basata su ideali di uguaglianza, democrazia e diritti civili. La fotografia ha colto quasi immediatamente questo cambiamento e ha trasformato il proprio linguaggio da mezzo puramente antropologico a strumento sociale. Questa è la ragione per cui nessuno ha saputo cogliere la situazione del Sud Africa e della lotta all'apartheid meglio, in modo più critico e incisivo, con una profonda complessità illustrativa e una penetrante introspezione psicologica, di quanto abbiano fatto i fotografi sudafricani. Lo scopo della mostra è quello di far conoscere i protagonisti di questo straordinario cambiamento.
All’impegno investigativo hanno contribuito, tra gli altri, Eli Weinberg – è l’autore del bel ritratto di Nelson Mandela –, Peter Magubane – particolare è lo scatto (qui sotto) della sparatoria a Sharpeville (1960) –, Jurgen Schadeberg – sua è l’immagine che ritrae 20 leader davanti al Tribunale dei Giudici di Johannesburg (1952) –, Paul Weinberg e gli artisti contemporanei Adrian Piper, Jo Ractliffe, Hans Haacke. Quest’indagine culturale, sociale e antropologica è stata realizzata anche con il contributo di Drum Magazine, dell’Afrapix Collective e del Bang Bang Club.










la bellezza della mostra era nella sua capacità narrativa. a partire dalle case coloniche stile anglosassone dei bianchi ricchi fino alle bidonville ai margini del senso di umanità, dagli arresti alle proteste pacifiche davanti ai tribunali, dalle panchine che segnano il confine della razza ma non dell'affetto, dai morti caduti nelle dimostrazioni ai ritratti dei grandi protagonisti della storia. 
mi piace il potere delle immagini, la traccia indelebile nella storia.
l'irrefutabile testimonianza della disumanità, della stupidità, della violenza e della prepotenza.
quando ancora la fotografia non aveva quel gusto, quel godimento mortifero perverso di mostrare l'intestino che fuoriesce dall'addome squarciato, quando semplicemente sapeva cogliere il momento drammatico o tragico con uno sguardo spietato senza provare piacere ad affondare il braccio dentro il torace sventrato.
basta un morto lasciato a terra nell'indifferenza del potere bianco assassino, basta, basta eccome per dire oltre le parole.
Peter Magubane – sparatoria a Sharpeville (1960)

giovedì 19 settembre 2013

ogni strumento è come un germoglio che spunta sulla corteccia di un albero secolare (Igor Stravinsky)

ad oggi il più bello è stato quello di Giovanni Falzone al Cimitero Monumentale di Milano.






06.09 Cimitero Monumentale
Requiem around Requiem
Giovanni Falzone Contemporary Orchestra
Giovanni Falzone, tromba, arrangiamenti e direzione

un'idea gagliarda, lo devo proprio dire.
un concerto jazz, rivisitazione ardita del Requiem di Verdi, tenuto davanti all'entrata del Monumentale.
dopo una breve coda ci hanno fatto accedere al palco facendo un giro, non necessario logisticamente ma assolutamente necessario artistiticamente parlando, passando dal famedio dello stesso. 
intanto il monumentale è un monumento della città di Milano temo fortemente tralasciato...chi va a visitare un cimitero? 
nessuno e nemmeno io. ma sono anni che me lo dico e dopo questo breve obbligatorio passaggio mi sono convinta definitivamente della necessità culturale di visitare questo insolito monumento e tutta la sua carica di mistero. ne avevo già viste tracce, affascinanti, in un film che mi aveva lasciato orme fotograficamente indelebili su Milano, ovvero Io sono l'amore di Luca Guadagnino (http://nuovateoria.blogspot.it/2012/03/io-sono-lamore.html). già li avevo visto ombre e luci, ovviamente sapientemente inquadrate da un regista, di un ambiente abitato da creature inanimate ma cariche di evocazioni.
e quelle creature, dopo averne viste alcune da vicino, statue solenni o ripiegate, angeliche o serafiche, a custodia delle tombe di Verdi e Manzoni, mi hanno osservata mentre ascoltavo il concerto. mi sono pioaciute da matti le tonalità jazz mentre il baritono e la soprano intonavano il dies irae. 
non so niente di musica e dico niente. le mie valutazioni non contano, di conseguenza, se per l'apprezzamento sensoriale immediato.
posso dire che la musica jazz comincia a piacermi, sempre più, ed è stato un bell'incontro, quello di venerdì l'altro, grazie a questa ennesima maratona milanese, il MITO 2013, rassegna musicale della durata di quasi tre settimane che coinvolge, in contemporanea e spesso con gli stessi interpreti, le città di Milano e Torino. 
ed ecco il MITO.
il programma è densissimo, musica classica, antica, barocca, contemporanea, jazz, suonata in luoghi variegatissimi e, a volte inaspettati come, appunto, il cimitero Monumentale di Milano. si prestano al programma chiese, teatri grandi e piccoli, il planetario, il duomo, piazze, musei, hangar bicocca, palazzi, triennale: un'occupazione territoriale completa. un'invasione cui è difficilissimo sottrarsi. avrei visto tutto e invece ho sentito poco, molto meno di quanto avrei potuto e dovuto, ma a volte sono bloccata, paralizzata, impossibilitata. ieri in Duomo c'era un grande concerto, finisco tardi in studio, passo da casa, sistemo, cucino, accontento, è tardi, vado lo stesso ... e invece ciao. una disfatta pesantissima per me, rinunciare a qualcosa che mi attrae per motivi di ordine etico superiore che mi fregano, 9 volte su 10. questa sera sono a una festa di cui mi frega zero, al freddo all'aperto (70 persone obbligate al freddo del primo autunno milanese-si arriva ormai e 15-16 gradi dopo le 21- io mi domando come sia possibile organizzare una festa mettendo a disagio un numero così alto di cristiani), con obbligo di tacchi bassi che non ho, non possiedo scarpe se non con il tacco fatta eccezione per scarpe da ginnastica e qualche infradito. bene, al posto di questa fregatura ci sarebbe del jazz doc MITO all'OUTOFF, dietro casa mia, oppure un'inaspettata conferenza organizzata dall'Ordine dei Medici di Milano(!) su corpo e filosofia tenuta da Umberto Galimberti, filosofo psicoanalista. è un suicidio psichico-intellettuale il mio, un vero suicidio, anche per ipotermia (dovrò andarci scalza...).
mi ribello, a questo e altro, ma nessuno capisce le mie ragioni.
mi sono gustata Mozart al Conservatorio giovedì scorso e mi sono procurata una fregatura domenica, alla Basilica di San Marco in Brera, curiosa di un concerto per organo che era, ahimé, una specie di intrattenimento musicale che sapeva di infanzia e fumetti, musica per organo di un francescano, Padre Davide da Bergamo, un ascolto a tratti ridicolo per ingenuità e banalità sonora. 




13.09 Conservatorio 
Orchestra da Camera di Mantova
pianoforte
Maria João Pires

domani sono attratta da un evento musicale al planetario...ce la farò?, e sabato ho i biglietti per l'evento che chiude la rassegna: los MITOs del tango y mas, una grande milonga argentina, all'insegna del rosso scarlatto e di movenze appassionate. e che diomelamandibuona.

Il mio mestiere è quello di scri­vere e io lo so bene e da molto tempo

Leggendo Natalia Ginzburg nutro dei dubbi.
Non sto leggendo un'opera importante, ma Piccole virtù, una raccolta di racconti, piccoli saggi, per lo più autobiografici.
ha una scrittura schietta e un animo onesto. sembra anzi godere nel mostrarsi per come è, a volte nel minimizzarsi, nel farsi piccola e umile.certamente non si camuffa e la sua parola assume un valore autentico, genuino, apprezzabile. non è una grande scrittura, la sua, ma piana, semplice, diretta, a volte ripetitiva, senza sfumature.
il problema è che avverto, a volte, di non essere d'accordo con lei. alcune sue affermazioni non sono condivisibili, alcune visioni mi risultano ristrette, non corroborate dalla conoscenza per cui alla fine mi sembra che, in effetti, la sola visione familiare, cui era molto legata, quella proveniente dall'esperienza diretta, dall'analisi dei sentimenti, possa avere il fondamento della verosimiglianza. alcune affermazioni sulla guerra o sulla psicoanalisi, sulla correlazione tra colpa e panico, mi sembrano azzardate o non corrette. uno scrittore deve sapere cosa scrive, deve attenersi ai fatti se è di realtà che parla. l'invenzione vale nel romanzo, non nella saggistica.
tra i racconti ce n'è uno sul mestiere della scrittura.
ripenso alla lezione di Virginia Woolf e mi piace constatare le differenze, e anche le somiglianze, nell'affrontare il discorso sulla letteratura al femminile.
la visione della Woolf è certamente più ariosa, il suo è un discorso universale, globale, un metadiscorso. è un ragionare su qualcosa.la Ginzburg si attiene alla sua sola esperienza, parla del suo scrivere e della sua personale, individuale evoluzione, dei suoi limiti e delle sue potenzialità.
è chiaro che la prima ha doti di pensiero e di coinvolgimento intellettivo ed emotivo che la seconda non possiede. nel discorso della Ginzburg tutto diventa più piccolo, più provinciale, più circoscritto. il discorso di Virginia è un invito, è un'incitazione, un'esaltazione della potenzialità di scrittura al femminile, è un abbraccio ecumenico.
in entrambe però si leggono passaggi sull'importanza di non imitare il mondo maschile, di fare della scrittura femminile una propria e unica scrittura. anche la Ginzburg afferma la necessità di un'indipendenza economica e di pensiero, di un mestiere che non paga poi molto ma che appaga moltissimo.
l'aspetto più interessante della riflessione della Ginzburg è la fatica dello scrittore, l'impegno e l'energia che richiede. scrivere non può essere un passatempo, scrivere è uno sforzo intellettivo e spirituale che richiede concentrazione, conoscenza, riflessione e molta capacità di dedizione. per scrivere bisogna abbandonare la propria personale visione, bisogna essere scevri da rancore e rabbia, i personaggi non vanno alimentati e inquinati dalle personale questioni di vita, altrimenti la scrittura ne sarà irrimediabilmente compromessa, risulterà orientata e disturbata, non credibile. e così disse anche Virginia nella sua stanza tutta per sè, che, non me ne voglia la Ginzburg, rimane inarrivabile e immensa. 


Il mio mestiere è quello di scri­vere e io lo so bene e da molto tempo. Spero di non essere frain­tesa: sul valore di quel che posso scri­vere non so nulla. So che scri­vere è il mio mestiere. Quando mi metto a scri­vere, mi sento straor­di­na­ria­mente a mio agio e mi muovo in un ele­mento che mi par di cono­scere straor­di­na­ria­mente bene: ado­pero degli stru­menti che mi sono noti e fami­liari e li sento ben fermi nelle mie mani
...
La prima cosa seria che ho scritto è stato un rac­conto. Un rac­conto breve, di cin­que o sei pagine: m’è venuto fuori come per mira­colo, in una sera, e quando poi sono andata a dor­mire ero stanca, stor­dita e stu­pe­fatta. Avevo l’impressione che fosse una cosa seria, la prima che avessi mai fatto: le poe­sie e i romanzi con le ragazze e le car­rozze mi pare­vano a un tratto molto lon­tani, in un’epoca scom­parsa per sem­pre, crea­ture inge­nue e ridi­cole di un’altra età. In que­sto nuovo rac­conto c’erano dei per­so­naggi. Isa­bella e l’uomo con la barba ros­sa­stra non erano per­so­naggi: io non sapevo niente di loro all’infuori delle frasi e delle parole di cui m’ero ser­vita nei loro riguardi, ed erano affi­dati al caso e all’estro della mia volontà. Le parole e le frasi di cui m’ero ser­vita per loro le avevo pescate su a caso: era come se avessi avuto un sacco e avessi tirato su a caso ora una barba e ora una cuoca negra o un’altra cosa che si poteva usare. Que­sta volta invece non era stato un gioco. Que­sta volta avevo inven­tato delle per­sone con dei nomi che non mi sarebbe stato pos­si­bile cam­biare: niente di loro avrei potuto cam­biare e sapevo una quan­tità di par­ti­co­lari sul loro conto, sapevo com’era stata la loro vita fino al giorno del mio rac­conto anche se nel rac­conto non ne avevo par­lato per­ché non era stato neces­sa­rio. 
...
E ne ho scritti dav­vero un certo numero, a inter­valli di uno o due mesi, qual­cuno abba­stanza bello e qual­cuno no. Ho sco­perto allora che ci si stanca quando si scrive una cosa sul serio. È un cat­tivo segno se non ci si stanca. Uno non può spe­rare di scri­vere qual­cosa di serio così alla leg­gera, come con una mano sola, svo­laz­zando via fre­sco fre­sco. Non si può cavar­sela così con poco. Uno, quando scrive una cosa che sia seria, ci casca den­tro, ci affoga den­tro pro­prio fino agli occhi; e se ha dei sen­ti­menti molto forti che lo inquie­tano in cuore, se è molto felice o molto infe­lice per una qua­lun­que ragione diciamo ter­re­stre, che non c’entra per niente con la cosa che sta scri­vendo, allora, se quanto scrive è valido e degno di vita, ogni altro sen­ti­mento s’addormenta in lui. Lui non può spe­rare di ser­barsi intatta e fre­sca la sua cara feli­cità, o la sua cara infe­li­cità, tutto s’allontana e sva­ni­sce ed è solo con la sua pagina, nes­suna feli­cità e nes­suna infe­li­cità può sus­si­stere in lui che non sia stret­ta­mente legata a que­sta sua pagina, non pos­siede altro e non appar­tiene ad altri e se non gli suc­cede così, allora è segno che la sua pagina non vale nulla.
...
In quei brevi rac­conti che scri­vevo allora, c’erano dei per­so­naggi che in fondo io disprez­zavo. Sic­come avevo sco­perto che è bello che un per­so­nag­gio sia mise­re­vole e comico, a forza di comi­cità e com­mi­se­ra­zione ne facevo degli esseri così spre­ge­voli e privi di glo­ria che io stessa non potevo amarli. Quei miei per­so­naggi ave­vano sem­pre dei tic o delle manie o una defor­mità fisica o un vizio un po’ grot­te­sco, ave­vano un brac­cio rotto e appeso al collo in una benda nera o ave­vano degli orza­ioli  o erano bal­bu­zienti o si grat­ta­vano il sedere par­lando o zop­pi­ca­vano un poco. Mi era sem­pre neces­sa­rio carat­te­riz­zarli in qual­che modo. Era per me un mezzo di sfug­gire al timore che risul­tas­sero incerti, di cogliere la loro uma­nità della quale incon­scia­mente dubi­tavo. Per­ché allora non capivo – ma al tempo dello spec­chio sul car­retto comin­ciavo con­fu­sa­mente a capirlo – che non si trat­tava più di per­so­naggi ma di burat­tini, abba­stanza ben dipinti e simili agli uomini veri ma burat­tini. Nell’inventarli subito li carat­te­riz­zavo, li segnavo d’un par­ti­co­lare grot­te­sco, e c’era in que­sto qual­cosa di un po’ mal­va­gio, c’era in me allora come un risen­ti­mento mali­gno nei con­fronti della realtà. Non era un risen­ti­mento fon­dato su qual­cosa di vivo, per­ché ero allora una ragazza felice, ma nasceva come rea­zione all’ingenuità, si trat­tava di quel par­ti­co­lare risen­ti­mento che è la difesa della per­sona inge­nua, sem­pre por­tata a cre­dere d’essere presa in giro, del con­ta­dino che si trova da poco in città e vede ladri ovun­que. Sul prin­ci­pio ne andavo fiera, per­ché mi pareva un grande trionfo dell’ironia sull’ingenuità e su que­gli abban­doni pate­tici dell’adolescenza che si vede­vano tanto nelle mie poe­sie. L’ironia e la  mal­va­gità mi pare­vano armi molto impor­tanti nelle mie mani; mi pareva che mi ser­vis­sero a scri­vere come un uomo, per­ché allora desi­de­ravo ter­ri­bil­mente di scri­vere come un uomo, avevo orrore che si capisse che ero una donna dalle cose che scri­vevo. Facevo quasi sem­pre per­so­naggi uomini, per­ché fos­sero il più pos­si­bile lon­tani e distac­cati da me.
...
La nostra per­so­nale feli­cità o infe­li­cità, la nostra con­di­zione ter­re­stre, ha una grande impor­tanza nei con­fronti di quello che scri­viamo. Ho detto prima che uno nel momento che scrive è mira­co­lo­sa­mente spinto a igno­rare le cir­co­stanze pre­senti della sua pro­pria vita. Certo è così. Ma l’essere felici o infe­lici ci porta a scri­vere in un modo o in un altro. Quando siamo felici la nostra fan­ta­sia ha più forza; quando siamo infe­lici, agi­sce allora più viva­ce­mente la nostra memo­ria. La sof­fe­renza rende la fan­ta­sia debole e pigra; essa si muove, ma svo­glia­ta­mente e con lan­guore, con i deboli moti dei malati, con la stan­chezza e la cau­tela delle mem­bra dolenti e feb­bri­ci­tanti; ci è dif­fi­cile disto­gliere lo sguardo dalla nostra vita e dalla nostra anima, dalla sete e dall’inquietudine che ci per­vade. Nelle cose che scri­viamo affio­rano allora di con­ti­nuo ricordi del nostro pas­sato, la nostra pro­pria voce risuona di con­ti­nuo e non riu­sciamo ad imporle silen­zio. Fra noi e i per­so­naggi che allora inven­tiamo, che la nostra fan­ta­sia illan­gui­dita rie­sce tut­ta­via a inven­tare, nasce un rap­porto par­ti­co­lare, tenero e come materno, un rap­porto caldo e umido di lagrime, di un’intimità car­nale e sof­fo­cante. Abbiamo radici pro­fonde e dolenti in ogni essere e in ogni cosa del mondo, del mondo fat­tosi pieno di echi e di sus­sulti e di ombre, a cui ci lega una devota e appas­sio­nata pietà. Il nostro rischio è allora di nau­fra­gare in un buio lago d’acqua morta e sta­gnante, e tra­sci­narvi con noi le crea­ture del nostro pen­siero, lasciarle perire con noi nel gorgo tie­pido e buio, tra topi morti e fiori putre­fatti. C’è un peri­colo nel dolore così come c’è un peri­colo nella feli­cità, riguardo alle cose che scri­viamo. Per­ché la bel­lezza poe­tica è un insieme di cru­deltà, di super­bia, d’ironia, di tene­rezza car­nale, di fan­ta­sia e di memo­ria, di chia­rezza e d’oscurità e se non riu­sciamo a otte­nere tutto que­sto insieme, il nostro risul­tato è povero, pre­ca­rio e scar­sa­mente vitale.
...
Così è il mio mestiere. Denaro, vedete, non ne frutta molto, e anzi sem­pre biso­gna fare con­tem­po­ra­nea­mente anche un altro mestiere per vivere. Pure a volte ne frutta un poco: e avere del denaro per virtù sua è una cosa molto dolce, come rice­vere denaro e doni dalle mani dell’essere amato. Così è il mio mestiere. Non so molto, dico, sul valore dei risul­tati che m’ha dato e che potrà darmi: o meglio, dei risul­tati già otte­nuti cono­sco il valore rela­tivo, non certo asso­luto. Quando scrivo qual­cosa, di solito penso che è molto impor­tante e che io sono un gran­dis­simo scrit­tore. Credo suc­ceda a tutti. Ma c’è un angolo della mia anima dove so molto bene e sem­pre quello che sono, cioè un pic­colo, pic­colo scrit­tore. Giuro che lo so. Ma non me ne importa molto. Sol­tanto, non voglio pen­sare dei nomi: ho visto che se mi chiedo: “un pic­colo scrit­tore come chi?” mi rat­tri­sta pen­sare dei nomi di altri pic­coli scrit­tori. Pre­fe­ri­sco cre­dere che nes­suno è mai stato come me, per quanto pic­colo, per quanto pulce o zan­zara di scrit­tore io sia. Quello che invece è impor­tante, è avere la con­vin­zione che sia pro­prio un mestiere, una pro­fes­sione, una cosa che si farà per tutta la vita. Ma, come mestiere, non è uno scherzo. Ci sono innu­me­re­voli peri­coli oltre a quelli che ho detto. Siamo con­ti­nua­mente minac­ciati da gravi peri­coli pro­prio nell’atto di sten­dere la nostra pagina. C’è il peri­colo di met­tersi a un tratto a civet­tare e a can­tare. Io ho sem­pre una voglia matta di met­termi a can­tare, devo stare molto attenta a non farlo. E c’è il peri­colo di truf­fare con parole che non esi­stono dav­vero in noi, che abbiamo pescato su a caso fuori di noi e che met­tiamo insieme con destrezza per­ché siamo diven­tati piut­to­sto furbi. C’è il peri­colo di fare i furbi e truf­fare. È un mestiere abba­stanza dif­fi­cile, lo vedete, ma il più bello che ci sia al mondo. I giorni e i casi della nostra vita, i giorni e i casi della vita degli altri a cui assi­stiamo, let­ture e imma­gini e pen­sieri e discorsi, lo saziano e cre­sce in noi. È un mestiere che si nutre anche di cose orri­bili, man­gia il meglio e il peg­gio della nostra vita, i nostri sen­ti­menti cat­tivi come i sen­ti­menti buoni flui­scono nel suo san­gue. Si nutre e cre­sce in noi.
*
Il rac­conto è tratto da “Nata­lia Ginz­burg, Le pic­cole virtù”, Einaudi, 2010.

lunedì 16 settembre 2013

di tutti i colori il più forte il più indelebile è il colore del vuoto

Vittorio Sereni.
ovvero sapere cosa sono 
la lucidità, la consapevolezza del male.

Sarà la noia
dei giorni lunghi e torridi
ma oggi la piccola
Laura è fastidiosa proprio.
Smettila – dico – se no...
con repressa ferocia
torcendole piano il braccino.

Non mi fai male non mi fai
male, mi sfida in cantilena
guardandomi da sotto in su
petulante ma già
in punta di lagrime,
non piango nemmeno vedi.

Vedo. Ma è l’angelo
nero dello sterminio
quello che adesso vedo
lucente nelle sue bardature
di morte
e a lui rivolto in estasi
il bambinetto ebreo
invitandolo al gioco
del massacro.


e il nulla, la consapevolezza del vuoto.

Autostrada della Cisa
Tempo dieci anni, nemmeno
prima che rimuoia in me mio padre
(con malagrazia fu calato giù
e un banco di nebbia ci divise per sempre).

Oggi a un chilometro dal passo
una capelluta scarmigliata erinni
agita un cencio già spento, e addio.

Sappi- disse ieri lasciandomi qualcuno-
sappilo che non finisce qui,
di momento in momento credici a quell’altra vita,
di costa in costa aspettala e verrà
come di là dal valico un ritorno d’estate.

Parla così la recidiva speranza, morde
in un’anguria la polpa dell’estate,
vede laggiù quegli alberi perpetuare
ognuno in sé la sua ninfa
e dietro la raggera degli echi e dei miraggi
nella piana assetata il palpito di un lago
fare di Mantova una Tenochititlàn.
Di tunnel in tunnel di abbagliamento in cecità
tendo una mano. Mi ritorna vuota.
Allungo un braccio. Stringo una spalla d’aria.

Ancora non lo sai
-sibila nel frastuono delle volte
la sibilla, quella
che sempre più ha voglia di morire –
non lo sospetti ancora
che di tutti i colori il più forte
il più indelebile
è il colore del vuoto?

(entrambe da: Stella variabile)



e saperlo dire, sapere come dirlo.
la poesia.