bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

giovedì 17 ottobre 2013

Sexxx




sabato 12 ottobre
Elfo Puccini sala Shakespeare
ore 20.00
BALLETTO TEATRO DI TORINO 
SEXXX 
un balletto di Matteo Levaggi
musiche John Zorn, David Bowie, John Foxx, The Longcut
con Marco De Alteriis, Denis Bruno, Kristin Furnes, Manuela Maugeri, Vito Pansini, Viola Scaglione.
luci Fabio Sajiz
costumi Maria Teresa Grilli
produzione Balletto Teatro di Torino - Loredana Furno
co-produzione Lavanderia a Vapore - Collegno,
Festival MilanOltre 
durata 60’

Uomini e donne tutti sulle punte, corpi velati, grovigli vorticosi, voci sussurrate per una danza che «penetra senza pudore negli anfratti più nascosti del corpo, scava tra i muscoli per estrarre, con segno pornografico, il movimento». Le tre xxx di Sexxx alludono allo sguardo incensurato dello spettatore sulla danza e all'ossessione di Matteo Levaggi per la propria creazione: un flusso continuo di forti emozioni. Un balletto che pesta i piedi, sbraita come un indemoniato. L’importante è lasciare che la danza sia.
I sei ballerini del BTT danzano incessantemente per 60 minuti “incastrandosi come Lego” in un crescendo musicale che spazia da John Zorn, David Bowie, John Foxx, Ooioo ai The Longcut. Un successo già al suo debutto torinese nel febbraio 2013 che sarà presto un lungometraggio sotto la direzione di Davide Ferrario.











in realtà a me è sembrato molto meno pornografico di quel che si dice e di quel che si vede.
forse i nostri occhi si sono abituati a tutto, forse le immagini si fermano dove il "fermo" non c'è.
la danza è fluida e fluidifica, il gesto si alleggerisce di senso e si intensifica di movimento.
la fotografia e la danza non vanno d'accordo, sono due concetti antitetici.
il balletto è stato bello, intenso, frenetico, irriducibile in parole.
il balletto è sensule, è sexy, è gia sexxx, se Levaggi voleva andare oltre c'è riuscito solo in parte, perchè al di là dei costumi, della nudità dei corpi, di alcuni gesti e movimenti espliciti, il sesso è implicito nella danza sempre. 
le gambe, le braccia, il corpo, il busto, l'inguine, la schiena, l'elevazione, l'apertura, il volo, il salto, tutto rimanda alla libertà di un corpo alla sua massima espressione, fisica, sessuale.
non voglio con questo minimizzare la portata del balletto che rimane intenso espressivamente in molti passaggi, merito anche di ottimi danzatori, più bravi che belli, invidiabilmente liberi e padroni di sè, dominatori di se stessi laddove nella maggior parte delle persone e della vita, questo dominio sul corpo non c'è. neanche un po', neanche in sogno, non c'è.
nella vita è il corpo che domina noi, mai il contrario.
evviva sexxx.

lunedì 14 ottobre 2013

Chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna? (V.Woolf)

è finita.
anche questa volta è finita.
Sense and Sensibility.
titolo infinitamente più bello, sotto ogni punto di vista, di Ragione e Sentimento.
ovviamente, Jane Austen.
"by a lady", semplicemente sulla copertina. da non credersi...
quanto meravigliosamente bene parlava di lei la mia cara carissima Virgina Woolf?
ed è vero, Jane è un vortice travolgente.
così scriveva la Woolf su Jane Austen:
Se una donna scriveva, doveva scrivere nel soggiorno comune. E per di più, come Florence Nightingale doveva lamentarsene con tanta veemenza: "le donne non hanno mai una mezz'ora ... che possono chiamare propria", veniva sempre interrotta. Era comunque più facile scrivere della prosa o un romanzo, di quanto non fosse scrivere della poesia o un dramma. È necessaria meno concentrazione. In questo modo scrisse Jane Austen fino alla fine dei suoi giorni. "Come riuscisse a fare tutto questo", scriveva suo nipote nella sua Memoir, "è sorprendente, perché ella non aveva uno studio separato in cui rifugiarsi, e la gran parte del lavoro deve essere stata fatta nel soggiorno comune, dove era soggetta ad ogni sorta di interruzione accidentale. Ella badava a che la sua occupazione non fosse sospettata né dalla servitù, né dai visitatori, né da qualsiasi altra persona al di fuori della sua famiglia". Jane Austen nascondeva i suoi manoscritti o li copriva con un pezzo di carta assorbente. Dunque tutta l'educazione letteraria che una donna riceveva nel primo Ottocento si limitava ad un'esercitazione nell'osservazione dei caratteri, nell'analisi delle emozioni. Per secoli la sua sensibilità era stata educata dall'influenza del soggiorno comune. Erano stati impressi in lei i sentimenti umani; i rapporti personali erano sempre davanti ai suoi occhi. Di conseguenza, quando la donna della classe media cominciò a scrivere, scrisse naturalmente dei romanzi.
...
Scrissero romanzi, tuttavia; e si potrebbe persino aggiungere, mi dicevo, prendendo Orgoglio e pregiudizio dallo scaffale, che scrissero bei romanzi. Senza vantarsi o addolorare l'altro sesso, si potrebbe dire che Orgoglio e pregiudizio è un bel libro. Ad ogni modo, non ci saremmo vergognate se ci avessero scoperte a scrivere Orgoglio e pregiudizio. Tuttavia Jane Austen era felice che un cardine cigolasse, così da poter nascondere il suo manoscritto prima che entrasse qualcuno. Per Jane Austen c'era qualcosa di sconveniente nel fatto di scrivere Orgoglio e pregiudizio. E mi chiedevo se Orgoglio e pregiudizio non sarebbe stato un romanzo migliore, se Jane Austen non avesse ritenuto necessario nascondere il manoscritto ai visitatori. Ne lessi una pagina o due per vedere; ma non c'era nessun segno che le circostanze avessero minimamente danneggiato il suo lavoro. Questo, forse, è stato il miracolo più grande. Ecco una donna che intorno al 1800 scriveva senza odio, senza amarezza, senza paura, senza proteste, senza prediche. Era così che scriveva Shakespeare, pensai, guardando Antonio e Cleopatra; e quando si mette a confronto Shakespeare con Jane Austen, si intende forse dire che le menti di entrambi avevano distrutto ogni ostacolo; ed è per questo che non conosciamo Jane Austen e non conosciamo Shakespeare, ed è per questo che Jane Austen pervade ogni parola che scrisse, e così anche Shakespeare. Se il modo in cui viveva fu per Jane Austen causa di qualche sofferenza, questa era dovuta alla limitatezza di vita che le era stata imposta. Era impossibile per una donna andare in giro da sola. Ella non viaggiò mai; non attraversò mai Londra in autobus, né pranzò mai da sola in un ristorante. Ma forse era nella natura di Jane Austen non desiderare quello che non aveva. Il suo talento e la sua condizione si accordavano perfettamente.

e ancora:
Ma quanto deve essere stato difficile per loro non voltarsi né a destra né a sinistra. Che genio, che integrità saranno occorsi di fronte a tutte quelle critiche, in quella società esclusivamente patriarcale, per poter affermare la realtà, così come le donne la vedevano, senza timore. Solo Jane Austen ci è riuscita; ed Emily Brontë. È un'altra piuma, forse la più bella, del loro cappello. Scrissero come scrivono le donne, non come scrivono gli uomini. Fra tutte le migliaia di donne che scrivevano allora romanzi, furono le sole ad ignorare completamente gli incessanti ammonimenti dell'eterno pedagogo: scrivi questo, pensa quello. Furono le sole a rimanere sorde a quella voce insistente, ora brontolante, ora condiscendente, ora tiranneggiante, ora accorata, ora scandalizzata, ora arrabbiata, ora confidenziale, quella voce che non riesce a lasciare in pace le donne, ma deve star loro dietro, come un'istitutrice troppo coscienziosa, scongiurandole di essere raffinate; ricorrendo persino, nella critica letteraria, alla critica del sesso; esortandole, se volessero essere brave e vincere, come suppongo, qualche trofeo luccicante, a mantenersi entro certi limiti convenienti: "... le scrittrici di romanzi dovrebbero aspirare all'eccellenza soltanto riconoscendo coraggiosamente le limitazioni del loro sesso".

come diceva Tomasi di Lampedusa : la Austen è uno dei pochi romanzieri che ha davvero creato un mondo.
e c'è da crederci, credetemi, un mondo cui vorresti appartenere.
l'ho letta stregata dalle vicende che crea, i personaggi che immagina, i sentimenti che mette in scena, il buon senso che troneggia sopra ogni cosa.
diciamolo, il personaggio di Elinor, una 19enne così sensata e equilibrata che nemmeno una donna di 50 anni con 30 di analisi alle spalle potrebbe venire fuori così, è vincente su tutti. Jane ci fa sapere che riflessività, equilibrio, saper fare e saper dire, educazione, controllo di sè, ragionevolezza sopra ogni cosa sono gli unici elementi che spianano la via verso la felicità. e verso la felicità sentimentale. Elinor è l'unica che, di fatto, sposerà chi ha sempre amato, soffrendo in silenzio e compostezza per umiliazioni e frustrazioni, sopportando con pazienza e capacità di attesa tutti i dubbi, allontanamenti e provocazioni. Elinor patisce ma non enfatizza, Elinor osserva e attende sempre il tempo giusto per parlare e intervenire o, nella maggior parte dei casi, si astiene, quando intelligentemente capisce che il parlare non porterà da nessuna parte se non all'esacerbazione di animi e conflitti. Elinor sa sempre cosa si deve fare. ecco forse, diciamo anche questo, Elinor non sbaglia mai. ma questo è il beneficio che le conferisce la sua creatrice, facile non sbagliare quando siamo scritti da qualcun altro!
ed Elinor sarà premiata dalla felicità suprema. il suo amore, fondato sull'equilibrio e sul bastare a se stessi, premiato dall'intelligenza, lo scrupolo, la riservatezza, sarà un luogo di scambio alla pari, sempre attento, mai oppressivo, mai tormentato dall'egoismo della propria passione.
la sorella, Marianne, al contrario animata da sentimenti sempre in mano, da eccessi temperamentali e risposte a volte inadatte, inadeguate, intempestive, non vedrà coronato il suo sogno coniugale; alla fine sposerà chi non ama ma solo rispetta, un uomo assai pregevole ma da lei sempre considerato vecchio e inadatto all'amore, giudizi da lei stessa espressi con veemenza ma scottanti e inopportuni, se viste poi alla fine del romanzo, quando è a lui che andrà in sposa.
è stato un viaggio fantastico, pieno di colpi di scena, attese e meraviglie, abissi e sconforti. un mondo ricchissimo e mai banale, un mondo di vita come la vita non è.
insomma è finita, sono rimasta sola per l'ennesima volta.
vivo meglio nei romanzi che nella realtà, non so la grande Jane cosa penserebbe di me, se mai lo sapesse.

giovedì 10 ottobre 2013

via castellana bandiera

ci penso e ci ripenso.
e non so cosa pensare di questo film.
un film che aspettavo: Via Castellana Bandiera, regia di Emma Dante, con Emma Dante, Alba Rohrwacher, Elena Cotta (coppa Volpi miglior attrice a Venezia)
l'idea ha una sua polpa, una sostanza, ma non abbastanza succosa.
le immagini hanno contorni definiti, ma non abbastanza forti.
c'è qualcosa che colpisce ma poi, di fatto, il film mi ha lasciato fredda.
il film è freddo.
e non sa cosa vuole dire.

LA STORIA DEL FILM
Una domenica pomeriggio calda e assolata. Lo scirocco soffia senza pietà su Palermo quando due donne, Rosa e Clara, venute per festeggiare il matrimonio di un amico, si perdono nelle strade della città e finiscono in una specie di budello: Via Castellana Bandiera. Nello stesso momento un’altra macchina, guidata da Samira e con dentro ammassata la famiglia Calafiore, arriva in senso contrario ed entra nella stessa strada. Né Rosa, al volante della sua Multipla, né Samira, donna antica e testarda alla guida della sua Punto, intendono cedere il passo l’una all’altra. Chiuse nelle loro auto, le due donne si affrontano in un duello muto che si consuma nella violenza intima degli sguardi. Una sfida tutta al femminile punteggiata dal rifiuto di bere, mangiare e dormire, più ostinata del sole di Palermo e più testarda della ferocia degli uomini che le circondano. Perché, come in ogni duello, è sempre una questione di vita o di morte…



intanto, lo devo dire, non ne posso più della Rohrwacher -Alba- che fa sempre e dico sempre la stessa parte. sembra trasportarsi da un film all'altro senza modificare mai la sua immagine. mi sembra di ritrovarla immutata e mi sforzo di ricordare cosa faceva prima, nell'altro film: la stessa cosa. stessi vestiti, stesso look, stessa parte, stessa pettinatura. basta.
questo toglie carattere al personaggio, ammesso che ne abbia, alla fine lo rende del tutto anonimo.
la nostra regista e attrice, la brava Emma Dante, artista piuttosto poliedrica nota soprattutto per la dedizione al teatro, sembra voler dire qualcosa con lo strumento cinema ma non riuscirci fino in fondo. ci sono trovate, espedienti, allargamenti, immagini fisse, ma alla fine nulla è convincente.
le immagini più forti sono quelle dei corpi. non so se mi sono fissata sul corpo ultimamente, ma vedo corpo ovunque. qui non me lo sono immaginata, qui il corpo c'è, mangia piscia, sa di corpo.odora di corpo.
ma.


nel procedere del film lo sguardo si allarga, la strada che sembrava così stretta e angusta, e che giustificava il fronteggiarsi delle due macchine, o passi tu o passo io, o ti sposti o da qui non ci muoviamo, diventa larga, molto larga, spaziosa, con tutto l'agio per passare senza fastidio per nessuno.
lo spazio c'era ma nessuno l'ha voluto vedere.
e quindi?
quell'ostinato fronteggiarsi e sfidarsi che senso ha avuto?
è forse quello che accade negli invincibili orgogli? nei rifiuti al cedere? nelle prese di posizione ad ogni costo?
vogliamo dire che la rigidità è solo un prodotto mentale o un comportamento acritico? che la soluzione c'è sempre? è lì ma non la vogliamo intraprendere per la volontà, la caparbietà, la prepotenza di voler dimostrare che abbiamo ragione? almeno questa volta nella vita voglio aver ragione dell'altro dopo che per tutta la vita ne ho sopportato l'abuso? è questa la metafora che sottende i due musi duri, quello delle auto e delle due protagoniste nemiche amiche?
insomma, avrei voluto che questo film mi piacesse, avrei voluto ma non è andata così.

martedì 8 ottobre 2013

dimorare dentro una domanda

l'ho comprato attratta dall'idea che potesse essere un audiolibro.
mi sbagliavo, sono due cd.
si tratta di un ciclo di quattro letture tenute da Alessandro Baricco sul palco del teatro Palladium di Roma nel gennaio di quest'anno. La prima riguarda curiosamente, ma solo esplicativamente, Kate Moss, la modella diventata icona negli anni 90 dopo aver imposto un canone di bellezza che rompeva con il passato.
Baricco si impegna a voler dimostrare come i passaggi, nella vita civile, etica o estetica, artistica, musicale, sportiva o politica si verifichino spesso per "strappi" improvvisi apperentemente ingiutificabili. come il salto Fosbury, il salto dorsale che si impose nella disciplina del salto in alto dopo anni di salto ventrale.
il genio di uno ha modificato il corso imposto per lustri da altri, anonimi altri.
ma, al di là della trattazione in sè, che spazia da Kate Moss alla Callas fino a Le déjeuner sur l'herbe di Manet come esempi di strappi storici sull'idea dominante del bello fino a quel momento, quel che mi colpisce del discorso è poi il suo finale. come spesso, troppo spesso, mi accade, percepisco quando dietro a una persona c'è un'analista. o meglio, quando dentro a una persona c'è un'analisi. Baricco cita il suo, per gioco o sul serio, ma io tendo a credere che siamo più vicini al vero che alla citazione letteraria.
la conclusione del discorso di Baricco è che il sapere è dimorare dentro il paesaggio di una domanda. io direi dentro lo spazio di una domanda, ma anche paesaggio va bene. è la scelta adatta a uno scrittore.
sapere non è avere risposte, ognuno ha la sua e quella sua può variare nel tempo e scoprirsi meno vera di quel che ci sembrava, ma saper stare, muoversi, cercare, sperimentare nello spazio vasto e inesplorato che quella domanda ci pone. tutto parte da una domanda.
ogni analisi parte da una domanda, anche semplicemente: perchè sto così male?
e l'analisi non ti darà risposte, ti darà la possibilità di rettificare azioni comportamenti e reazioni per poter stare dentro una domanda sul proprio essere al mondo senza più soffrire.
ed è chiaro che analisi è sapere, anche il sapere di cui Baricco parla.


lunedì 7 ottobre 2013

Colibrì

il poeta che legge sei tu -acrilico su tela di ivan

Colibrì
Fai conto che io dica estate,
scriva la parola “colibrì”,
la metta in una busta,
la porti giù per la discesa
fino alla buca. Quando tu aprirai
la lettera, ti verranno in mente
quei giorni e quanto,
ma proprio tanto, ti amo.

 Raymond Carver

venerdì 4 ottobre 2013

per il suo cuore passa alto e immenso il ciclo degli eventi che ricorrono eterni

Rainer Maria Rilke
L'angelo

Con un cenno della fronte respinge

lungi da sé ogni vincolo, ogni limite
perché per il suo cuore passa alto e immenso il ciclo
degli eventi che ricorrono eterni.

Nei fondi cieli scorge una folla di figure
che lo chiamano: riconosci, vieni -.
Ciò che ti pesa, perché lo sostengano,
non affidarlo alle sue mani lievi.

Verrebbero di notte a provarti nella lotta,
trascorrendo la casa come furie,
afferrandoti come per crearti
e strapparti alla forma che ti chiude.
 
 
Il cimitero Monumentale di Milano è un'opera d'arte.
scopro che mi piacciono i cimiteri, c'è la morte che incute rispetto, mi piacciono i viali alberati che conducono chissà dove.
sono attratta morbosamente dagli angeli, gli angeli, gli angeli, lì era così colmo di angeli, di ali d'angelo, di braccia d'angelo, di volti angelici,  in tutte le fattezze ed espressioni possibili immaginabili, così colmo e pieno che  lo vorrei anche io un angelo così tutto per me, afferrarlo per crearlo e strapparlo alla forma che lo chiude.
 











giovedì 3 ottobre 2013

la scuola si ridesta, per godersi la festa

mi piace moltissimo passare davanti alla scuola elementare che fu dei miei figli e vedere, alle 8 e 35, le porte di accesso spalancate, come grandi e pazienti braccia aperte, in attesa di accogliere gli ultimi ritardatari.
mi piace vedere le mamme trafelate che si affrettano, i vigili che fermano le macchine per facilitarne la corsa affannata verso quelle braccia, i bambini dietro, trascinati come al guinzaglio dalla voce preoccupata della madre, con gli zaini in spalla che sballottano pesantemente sulle spalle.
mi piace ancora di più quando le mamme portano anche dei piccoli in braccio, il fratello minore che va ancora all'asilo, quello si può portare dopo, l'ingresso alla scuola materna è di maggior agio per mamme  in stato di riserva respiratoria.
poi vanno al liceo, i figli, e si menano all'intervallo.
esattamente, quando è finito il gioco delle filastrocche?

Buongiorno alla scuola
di Gianni Rodari

Che deserto la scuola, tutta l’estate!
Chiuse le porte,
le finestre sprangate,
l’aule parevan morte
e nel silenzio severo
i banchi, tante tombe al cimitero.
Ma una mattina la vecchia bidella
si attacca alla campanella.
“den!, den! den!” la scuola si ridesta:
le finestre si spalancano
per godersi la festa,
il sole inonda l’aula,
salta sulla cattedra
e con il dito d’oro del suo raggio
disegna sulla carta geografica
un meraviglioso viaggio...