bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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lunedì 31 ottobre 2016

Considero l'eleganza un valore di tipo morale


Considero l'eleganza un valore di tipo morale... è un fatto interiore che si riflette anche all'esterno, è un equilibrio che impone anche delle regole dure, non c'entra niente con l'educazione. 
G. Gastel

di contro la mostra di Giovanni Gastel mi dice poco.
estetizzante.
è chiaro che Gastel, nipote di Luchino Visconti, è un'altra persona rispetto a Eugene Smith.
è chiaro quindi che la fotografia sia, in questo caso, un esercizio di stile, non di indagine sulla vita.
è chiaro che Gastel utilizzi tecniche recenti, le rielaborazioni pittoriche, gli sdoppiamenti e le stratificazioni, fino al ritocco digitale e che Smith vada di bianco e nero con un'analogica.
è chiaro anche che la fotografia che apprezzo somigli poco a quella di Gastel e che, nel mio caso, la vita domini sullo stile, è chiaro.
mi è chiaro anche che pure Smith abbia messo in posa i suoi soggetti, abbia lavorato sulla sua fotografia, di natura etica direi, ma manipolandola per ottenere il risultato che più gli piaceva.
Gastel ha talento ed eleganza, inoltre leggo nelle sue interviste che l'espiazione della sua immensa ricchezza deve essere stata una croce non indifferente.
però l'effetto ai miei occhi, e nei miei modi, è lampante. la mostra di Smith la riguardo due volte, quella di Gastel la scorro veloce, molte delle sue foto mi sono anche note, sono già nei miei occhi, le ho viste al Mia Fair e nelle riviste di moda.
è chiaro alla fine quanto sia manipolabile anche la mia testa, la prima mostra la reputo migliore, e forse è ingannevole quanto la seconda, la seconda la giudico un bell'artefatto, ma di certo non ne fa mistero, e non gode della mia attenzione. davvero la verità è un pregiudizio come un altro. 


Lo stile è un'operazione a togliere.
Giovanni Gastel




La fotografia non può morire, cambia.
Giovanni Gastel

Dal 23 settembre al 13 novembre al Palazzo della Ragione Fotografia a Milano sarà presente la mostra di Giovanni Gastel. L'esposizione sarà articolata in quattro sezioni, ciascuna dedicata a un decennio di attività artistica del fotografo, sviluppando da un lato la sua vita professionale e dall'altro il trend di quegli anni, al fine di comprendere e connotare al meglio i singoli scatti seguendo l'evoluzione professionale dell'artista. GIOVANNI GASTEL è’ un’icona della fotografia Italiana e internazionale. Un’origine importante in una delle famiglie più antiche e storiche, nipote del grande regista Luchino Visconti, cresce in un contesto permeato d’arte e di grandi personaggi della scena internazionale. Vive tra Milano e Parigi, l’affermazione del made in Italy in cui si delinea il suo stile inconfondibile: poeticamente ironico ma sempre permeato, come nell’arte, dal gusto per una composizione equilibrata. Nel 2002, nell’ambito della manifestazione La Kore Oscar della Moda, riceve l’Oscar per la fotografia. Molte le mostre: Milano, Venezia, New York, Parigi e i libri pubblicati anche di poesia, l’altra passione dell’artista, che continua tuttora a lavorare nel suo studio milanese. E’ membro permanente del Museo Polaroid di Chicago e dal 2013 è Presidente dell’Associazione Fotografi Professionisti.

lunedì 18 aprile 2016

far bella la gente

mostra ricca e agile. si cammina leggeri.
tante foto, ma una sola impressione sopra qualsiasi altra: l'ossessione del corpo.
non c'è altro nelle foto di Herb Ritts.
solo corpo.
ci sono, certo, maestria, delicatezza, osservazione, attenzione.
cura.
sguardo.
luce e materia.
ma soprattutto corpo. un'idolatria.

è la nostra dannazione il corpo, tutto passa da lì, anni di tormento, e di godimento, dalla nascita all'ultimo dei nostri respiri.
e se il nostro non basta c'è pur sempre quello degli altri.
guardavo i provini, esposti in mostra, dalla cui analisi veniva scelta la foto suprema, quella rappresentativa, quella poi nota e famosa, quella che consacra una carriera e mi sono domandata se quel lavoro fosse una gioia o una condanna, dietro a quelle foto ho visto una dannazione.

Palazzo della Ragione Fotografia ospita la prima grande retrospettiva di Herb Ritts a Milano. 
Creatore delle immagini più incisive, sognanti e perfette dello star system hollywoodiano, Herb Ritts è stato un grande interprete della fotografia internazionale. Suoi sono molti dei ritratti che hanno costruito, è proprio il caso di dirlo, celebrities come Madonna, Michael Jackson o Richard Gere. Sue sono le fotografie patinate e oniriche della moda, dove gli abiti lucenti di Versace, i corpi perfetti delle modelle, sono immersi in una luce piena e vaporosa. 
Herb Ritts inizia la sua carriera fotografica sul finire degli anni settanta guadagnandosi la reputazione di miglior fotografo sia in campo artistico che commerciale. Oltre a produrre ritratti per riviste di moda fra cui Vogue, Vanity Fair, Interview e Rolling Stones, Ritts realizza le campagne pubblicitarie per Calvin Klein, Chanel, Donna Karan, Gap, Gianfranco Ferrè, Gianni Versace, Giorgio Armani, Levi,s, Pirelli, Polo Ralph Lauren, Valentino e altri. Dal 1988 dirige alcuni video musicali e commerciali, per i quali ricevette numerosi premi. La sua meravigliosa arte fotografica è stata oggetto di diverse esposizioni al livello mondiale e i suoi lavori si trovano in importanti collezioni pubbliche e private. Ritts era impegnato nella causa per combattere l’ AIDS, contribuendo attivamente a diverse organizzazioni di beneficenza fra le quali amfAR, Elizabeth Taylor AIDS Foundation, Project Angel Food, Focus on AIDS, APLA, Best Buddies and Special Olympics. Era, inoltre, un membro Board Of Directors per The Elton John Aids Foundation. Herb Ritts è morto il 26 dicembre 2002.

giovedì 7 maggio 2015

Italia inside out

è strepitosa questa mostra a Palazzo della Ragione.
avrei anche potuto vederla meglio, l'ho visitata in chiusura un giovedì sera, forse mezz'ora in più sarebbe stata ottimale.
ma quel che ho visto mi è piaciuto moltissimo.
grandi autori italiani, grandi foto, bellissima presentazione, panelli come vagoni di un treno, un treno che viaggia in Italia. è la più grande mostra di fotografia mai dedicata all’Italia in due momenti distinti ma collegati:
INSIDE 21 marzo –21 giugno 2015: i fotografi italiani 
OUT 1 luglio –27 settembre 2015: i fotografi del mondo
c'è di tutto in questa mostra, potessi metterei qui tutte le foto che ho visto. 250.
tutte.
e di tutto c'è in questa mostra, in questi immagini, grazie a questi fotografi, 42: Marina Ballo Charmet, Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Gianni Berengo Gardin, Antonio Biasiucci, Tommaso Bonaventura, Luca Campigotto, Silvia Camporesi, Lisetta Carmi, Vincenzo Castella, Giovanni Chiaramonte, Cesare Colombo, Mario Cresci, Paola De Pietri, Pietro Donzelli, Franco Fontana, Vittore Fossati, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Guido Guidi, Giovanni Hänninen, Guido Harari, Alessandro Imbriaco, Francesco Jodice, Mimmo Jodice, Martino Marangoni, Nino Migliori, Domingo Milella, Paolo Monti, Ugo Mulas, Walter Niedermayr, Federico Patellani, Franco Pinna, Francesco Radino, Riverboom, Claudio Sabatino, Marta Sarlo, Fabio Severo, Shobha, Massimo Siragusa, Toni Thorimbert, Paolo Ventura, Massimo Vitali. 
fotografia è storia e conoscenza, è coraggio e denuncia, è bellezza e natura, è indagine e pieghe di un volto. ho visto l'Italia in queste foto, tante immagini che mi raccontano una storia, non sono mai stata tanto patriottica!!
Testimoni di un paese
Mendini : «Non ho mai fatto foto, eppure nel paese, come negli scatti, cerco poesia » 

Alessandro Mendini, classe 1931, architetto e designer, nonché uno degli intellettuali più ironici del nostro Paese, attraversa la Venezia surreale di Berengo Gardin, si sofferma davanti alla Roma fotografata da Gabriele Basilico, ammira gli scorci torinesi di Massimo Siragusa. Poi si gira e sorride: «Confesso: in vita mia non ho mai scattato una foto». Forse è questo lo sguardo giusto da posare su «Italia Inside Out», la grande mostra che si apre domani a Palazzo della Ragione Fotografia e che, nelle parole della curatrice, Giovanna Calvenzi, «non vuole essere tanto un racconto dell'Italia, quanto un racconto della visione dell'Italia dagli anni Cinquanta a oggi». Un lavoro molto accurato perché lascia a casa la tentazione dell'ordine cronologico, spariglia le carte nella rappresentazione e, soprattutto, come dice Mendini, «non pare tanto una mostra di fotografia, quanto un sistema visivo, una narrazione completa».L'architetto, che ha vissuto in pienezza l'arco di tempo raccontato nelle 250 immagini (di 42 artisti) sorprende nelle sue intuizioni da profano della camera oscura, perché davanti alla Modena inusuale di Franco Fontana (uno conosciuto per i suoi paesaggi iperrealisti, dai colori fortissimi) china la testa e sussurra: «Che scelta dura quella di mostrare una città colta nella sua notturna solitudine. Ma le nostre città sono anche questo. Modena è, nel segreto, una città di meditazione». Davanti ad una Torino de-saturata, quasi solare di Massimo Siragusa, osserva: «Questa interpretazione mi piace perché miniaturizza gli umani. Qui sembrano tante figurine alla maniera di Bosch o Bruegel». Mendini gioca da sempre con la scala delle dimensioni: dalla celebre poltrona Proust (in mostra ad Aosta in una retrospettiva a lui dedicata) agli spiritosi accessori da cucina per Alessi. Ecco perché, inserendosi nello spirito della mostra, non presta attenzione tanto alle rappresentazioni socio-antropologiche (come la bellissima Sardegna arcaica di Pinna), quanto a dettagli come: «La Roma di Basilico pare un quadro del 700».Davanti alle sconvolgenti periferie milanesi di Toni Thorimbert però una riflessione si impone: «Quante utopie urbane degli anni Settanta si sono rivelate illusorie». E sui Navigli di Paolo Monti la visione acquatica di una Milano mai del tutto sparita ha il sopravvento. «Quelli come me hanno vissuto due Milano, pre e post guerra. Le abbiamo interiorizzate entrambe e, in qualche modo, raccontate in molti modi». È la poesia che lo affascina. Ecco perché il Delta del Po ritratto da Pietro Donzelli con un misto di casualità e di «tesa tranquillità» come in un film di Visconti, Mendini immagina di veder spuntare, da un momento all'altro, «Marcello Nizzoli o Zavattini». Occhi spalancati di fronte al bellissimo (diremmo commovente) lavoro di Vittore Fossati, scatti rubati sulla sponda del Tanaro, semplicemente alberi e boccate d'aria fresca che ti sembra di vedere. «Molta poesia sta nella sospensione, in quel momento indefinito in cui le cose non le puoi chiamare per nome. Nel design è importante per definire l'anima di un oggetto» dice Mendini, che poi, con leggerezza, passa alle foto, in un bianco e nero accecante, di Letizia Battaglia: «Questa Palermo è, sì, recente ma sembra medievale. Una caratteristica questa non solo del Sud ma anche delle valli del Nord. L'Italia ha angoli senza tempo».Ci giriamo e su una parete si impone, con potenza, un gigantesco abisso verde che sorregge un borgo bianco. È la Puglia di oggi vista da Domingo Milella, quasi un contraltare alla Calabria in bianco e nero degli anni 50 (e qui stampata per la prima volta) di Ugo Mulas o alla pietrosa Matera di Patellani, del 1953. «Che strano, commenta Mendini passeggiando tra rovine e paesaggi, c'è molta architettura ma poco design. Come se questa ricerca avesse seguito una strada a sé». Difficilmente rappresentabile a meno che si sorrida sulle forme poetiche distorte del collettivo Riverboom, che si diverte con una Firenze inaspettata, kitsch nei suoi souvenir e con le statuette sconce del David di Michelangelo. Meglio sorridere per Mendini, che davanti alle Marche di Giacomelli nota che somigliano alle opere di Burri e di fronte alle gigantografie dei sentieri della Grande Guerra di Campigotto osserva che sarebbe «meglio metterne uno solo. Come qualcuno dei miei mobili: si impongono così tanto singolarmente che se li allineo poi fanno a pugni». Una mattinata trascorsa a percorrere oltre 50 anni della nostra storia e una lezione di vita: i veri maestri non smettono mai di prendersi in giro. 
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Corriere della Sera
Scorranese Roberta

incredibile Letizia Battaglia, e le sue bambine.
L’idea di trascendenza, di continuità domina anche le foto di Letizia Battaglia e della figlia Shobha. «Sia che fossi sul luogo di un’azione violenta, di un delitto o di un arresto, cercavo sempre la bambina» rivela la Battaglia. «Quando la trovavo — e quando la trovo ancora adesso — tremavo per l’emozione: niente mi fa tremare come l’incontro con quel mondo pieno di desideri, di speranze, forte, di una bambina che si sta affacciando all’adolescenza. Ho capito che in queste bambine cerco qualcosa che si è spezzato dentro di me». E dunque La bambina col pallone, La bambina e il buio, La bambina e il pecoraro, La bambina non è mai andata a scuola. Mora, seria, magrissima. Consapevole di essere a un passo dall’adolescenza, la bambina della Battaglia sfida il tempo, quasi a dire: io ci arrivo prima. Sfida il tempo con in mano il pallone da calcio, lo sfida in posa da donna, lo sfida lavando i piatti invece di andare a scuola, lo sfida con la gonna a pieghe.
Teresa Ciabatti - La lettura


e anche i bambini di Pioltello di Toni Thorimbert che mi fa pensare a Ragazzi di vita, di Pasolini, che sto leggendo ora...
"Io ero come loro, di poco più grande. Andavo da casa mia a piedi lungo la provinciale. Avevo i capelli lunghi, una Nikkormat prestata, il 28 millimetri. Mi sputavano. I negativi sono trasparenti. Non so nemmeno dire come le facevo. A scuola avevo visto le foto di William Klein. Fulminato. Volevo irrompere dentro la Vita, starci dentro con la macchina, con tutto me stesso. Pioltello era la periferia della periferia. Casermoni, malavita, “anfe”, stereo rubati. Il disagio, il disagio totale. Quando ci sono tornato, tanti anni dopo ne ho ritrovato nessuno, di questi ragazzini. Uno. Gli altri erano in galera, o morti. Io mi sono salvato perché ho fatto queste foto. Non avevo questo destino."
e poi ci sono gli Italians di Guido Harari....
È proprio all’interno del significato globale della mostra, nell’accostamento alle opere degli altri artisti, che i ritratti di eccellenze italiane (Italians 1979-2004) di Guido Harari, diventano altro: immagini tombali, artisti, intellettuali, scienziati, in maggioranza anziani, i più oggi morti. Margherita Hack (foto del 1999) che annaffia il giardino e guarda in su, alla fronda dell’albero, o oltre.
Teresa Ciabatti - La lettura
 


e altri ancora.