bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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lunedì 23 settembre 2019

non contate più un cazzo

ha una bel da fare il febbrile Alessandro D'avenia nel suo articolo di oggi sul Corriere.
e pure l'inveterato e ormai consumato Umberto Galimberti, qualche giorno prima, sempre sulle pagine del Corriere.
il primo oggi cita due racconti di Kafka, il primo si intitola Rinuncia, ed è, al solito, di grande potenza.
Era di mattina molto presto, le strade pulite e deserte. Andavo alla stazione. Confrontando il mio orologio con quello di un campanile, vidi che già era molto più tardi di quanto avessi creduto, dovevo affrettarmi, l’ansia per quella scoperta mi fece incerto della strada, non conoscevo ancora bene quella città; per fortuna lì vicino c’era una guardia, corsi da lui e senza fiato gli domandai la strada. Egli sorrise e disse: “Da me vuoi sapere la via?”. “Sì”, dissi, “perché non riesco a trovarla da me”. “Rinuncia, rinuncia!”, disse e si girò bruscamente, come chi vuole essere solo con la propria risata.
nell'articolo cita Umberto Galimberti, intervistato sul Corriere settimana scorsa, che denuncia: «i ragazzi non stanno bene, ma non capiscono nemmeno perché. Gli manca lo scopo. Per loro il futuro da promessa è divenuto minaccia. Bevono tanto, si drogano, vivono di notte anziché di giorno per non assaporare la propria insignificanza sociale. Nessuno li convoca...Nel 1979, quando cominciai a fare lo psicoanalista — prosegue Galimberti — i problemi erano a sfondo emotivo, sentimentale e sessuale. Ora riguardano il vuoto di senso».
scrive D'avenia che il vuoto di senso ha i suoi guardiani, come racconta Kafka: essi non dicono che non ci sia una strada, ma scherniscono chi la cerca, voltandosi dall’altra parte, con una risata. Sono coloro che, a vario titolo, annichiliscono (la radice è la stessa di nichilismo) le vite loro affidate. In qualsiasi ambito (politico, economico, professionale, educativo...), i burocrati della Rinuncia non spingono ma spengono la vita.
"voi non contate più un cazzo", se la ride dall'alto della torre di citylife.
quel che contano sono gli influencer e e quelli che li accompagnano.
lo squallido Fedez (mai musica fu più infelice e marcescente di quella degli ultimi anni tra rapper e trapper, un'inno al nichilismo all'arricchimento all'uso facile e povero delle parole), a seguito della montagna di soldi che il criticatissimo film di sua moglie sta incassando, afferma, rivolgendosi ai critici, a gran voce: potetete pure dire quello che vi pare, ma ormai non contate più un cazzo.
già la forma e il depauperatissimo italiano dicono tutto sulla levatura dei personaggi ma quel che conta, oltre alla miseria umana di chi rispone con volgarità a chi si è speso di criticare usando le strutture fondamentali alla vita della ragione della valutazione e dell'educazione, è che la ragione sta solo dalla parte dei soldi.
vendo guadagno sono ricco viaggio spendo posto quindi io ho ragione su di te.
il mio denaro non ha bisogno di cultura e formazione, già da solo dice tutto, dice tutto di me, del potere che io ho in confronto a te. alla gente piaccio, come i salvini come i like delle votazioni 5 stelle, questo conta, questo paga, questo arricchisce.
come per salvini con i rosari in mano e i baci alla madonna, così per questa gente conta il consenso della massa, la risposta di pancia, le viscere che fanno aprire il portafoglio e recarsi al cinema per vedere un sottoprodotto della cinematografia italiana e quindi urlare al successo.
perlamadonna io piaccio.
quindi tu sei un coglione.
abbiamo aperto le porte a questo consenso, a questo vuoto di senso e nessuno mai ce ne libererà.
la cultura tecnologica dei cellulari degli instagram del web degli influencer del populismo ha splancato la porta della volgarità, dell'arricchimento sulla vacuità, sul sostegno dell'incompetenza e non torneremo indietro mai più.
anche io ho un bel da fare dietro a film teatri convegni concerti mostre, dietro al culto della bellezza per farne senso, al cibarmi di boccate di  bellezza.
io e quelli come me non contiamo un cazzo, contano loro e i soldi che fanno.
e sono in molti, anche dentro casa, a farmelo notare. non conto più un cazzo.
per questo guardo con grande interesse all'unico possibile rivolgimento culturale, quello ecologico.
leggo con commozione dei milioni scesi in piazza venerdì scorso, in tutto il mondo, per chiedere una speranza di salvezza per questo mondo in fiamme.
ecologia oggi, o forse da sempre, è politica.
perchè la questione non si ferma all'abuso e spreco delle canucce di plastica, la questione è sostanziale e chiede un fondamentale cambio di passo.
la questione sta nell'arresto, se mai è possibile, della corsa capitalistica.
il capitalismo non ha migliorato il mondo, ha creato abissi incolmabili tra classi sociali e gruppi  etnici mondiali, ha scavato nello sfruttamento delle risosrse di paesi poveri, ha favorito guerre universali, ha consentito la distruzione in macerie della Siria e permesso trasumanaze epocali di milioni di uomini verso un futuro possibile.
la corsa del capitalismo all'arricchimento incondizionato, al consolidamento della richezza di chi già la possiede, l'inarrestabile accelerazione lavorativa che fa stramazzare chi il lavoro ce l'ha e fa morire di fame chi non ce l'ha e mai l'avrà, è la corsa allo sfruttamento incondizionato delle risorse del pianeta, finchè anche il pianeta, stremato, alzerà bandiera bianca affondando nelle acque dello spreco e dell'ingordigia dell'uomo tecnologico.
antropocene.
non se ne può più di questa eccentricità, del singolo (o quanti ce ne sono) e dell'umanità.
vorrei vedere i miei figli unirsi a questo slancio, ma non tutti i figli vengono col buco, come le ciambelle.
i figli non ci somigliano e questi navigano indifferenti dietro alle loro piccole cose o ai grandi progetti di fare montagne di soldi, da grandi. da grandi. e quante risorse invece ci sono, ora, da giovani?
il capitalismo ha attecchito bene in loro, nonostante me.
mi piacerebbe vedere questo movimento culturale cambiare lo stato attuale del nulla, del vuoto di senso, mi piacerebbe vedere accendersi una fiamma, non amazzonica, ma di desiderio in giovani e non.
mi piacerebbe avvertire un "via di qua, via di qua, solo questa è la mia meta", citata nell'altro racconto di Kafka, riportato da Alessandro D'Avenia nel suo bell'articolo di oggi.
"non ho bisogno di viveri, il viaggio è così lungo che dovrò morire di fame, se non ricevo nulla sulla via. nessuna provvista mi può salvare, per fortuna è un viaggio veramente immenso."

domenica 11 febbraio 2018

una storia romantica

Umberto Galimberti mi ha raccontato una bella storia, con quel suo strano modo di raccontare.
sembra che stia per andarsene da un momento all'altro, le frasi sembrano buttate lì.
ma non è vero.
un po' caustico, un po' cinico, questo nostro filosofo.
la psicoanalisi, una storia romantica, è il titolo della sua narrazione. la conferenza fa parte di un ciclo di incontri dedicati allo spettacolo produzione del Piccolo: "Freud, o l'interpretazione dei sogni", che ho felicemente visto qualche sera fa.
lo spettacolo non è perfetto, non nasce per il teatro ma è stato costruito per il teatro, ma lo è Gifuni e certamente molti degli attori che lo accompagnano. 
lo spettacolo ha un secondo tempo faticoso, ma un primo esuberante. emerge il Freud ricercatore instancabile, genio al lavoro. Gifuni tiene in modo mirabolante le fila del discorso, gli ho creduto, era lui, era Freud.
ma Galimberti mi ha raccontato un'altra storia, quella dell'era simbolica in cui la psicoanalisi è nata e si è fondata, e quella dell'era in cui affonda ora.
secondo Freud la nevrosi è un conflitto tra il mondo delle pulsioni (Es) e le esigenze della società (Super-io) che ne chiede il contenimento e il controllo: "di fatto l’uomo primordiale stava meglio perché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale. In compenso la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L’uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza".
questa interpretazione del disagio psichico, che sposta la lettura della sofferenza dal piano biologico a quello culturale, è la grande scoperta di Freud, che inventa le regole che colonizzano l'inconscio e lo rendono trattabile dall'io. a questa intuizione Freud era giunto grazie alla sua frequentazione della filosofia e in particolare di quella di Schopenhauer, che Freud considera suo precursore: "molti filosofi possono essere citati come precursori, e sopra tutti Schopenhauer, la cui "volontà inconscia" può essere equiparata alle pulsioni psichiche di cui parla la psicoanalisi". secondo Schopenhauer siamo abitati da una doppia soggettività: la soggettività della specie che impiega gli individui per i suoi interessi di conservazione (sessualità e aggressività svolgono questa funzione), e la soggettività dell’individuo che desidera dare un senso, che si illude di disegnare un mondo in base ai suoi progetti. questo sdoppiamento viene codificato dalla psicoanalisi con le parole io e inconscio. nell’inconscio pulsionale trovano espressione le esigenze della specie, in quello superegoico si depositano e si interiorizzano le esigenze della società. tra le esigenze della specie e le esigenze della società si posiziona la nostra parte cosciente, il nostro io, che non è padrone in casa propria e che raggiunge il suo equilibrio nel dare soddisfazione a queste esigenze contrastanti. secondo Galimberti questa definizione di nevrosi si adatta a una società della disciplina, alla società dominata dal senso di colpa, dove la nevrosi è conflitto tra il desiderio che infrange la norma e la norma che inibisce il desiderio. la nostra invece, dice, è la società dell’efficienza, dove la contrapposizione tra il permesso e il proibito ha lasciato il posto alla contrapposizione lacerante tra il possibile e l’impossibile. nel rapporto tra individuo e società, la misura dell’individuo ideale non è più data dalla docilità e dall’obbedienza disciplinare, ma dall’iniziativa, dal progetto, dalla motivazione, dai risultati ottenuti nella massima espressione di sé. l'individuo non agisce più in conformità alla legge, la cui infrazione genera sensi di colpa, ma fa appello alle sue risorse interne, alle sue competenze mentali, per raggiungere quei risultati a partire dai quali verrà valutato. il disagio psichico ha cambiato radicalmente forma: non più il conflitto nevrotico tra norma e trasgressione ma, in uno scenario sociale in cui tutto è possibile, tutto è permesso, la sofferenza origina da un senso di insufficienza. la figura del soggetto ne esce in gran parte modificata. il problema dell’azione non è: "ho il diritto di compierla?" ma: "sono in grado di compierla"? il fallimento in questa competizione generalizzata equivale all'esclusione sociale.
la storia romantica della psicoanalisi consiste nella sua collocazione in una specifica simbologia, quella romantica, ovvero in una semantica in cui l'uomo, l'individuo, governa il mondo, con i suoi egoismi, i suoi conflitti, i suoi ardori e miserie.
questa semantica, il cui germe è stato seminato dal cristianesimo, responsabile dell'introduzione del concetto di anima. ha soppiantato quella greca, che ha dominato tutto il tempo precedente all'avvento di Cristo, e che aveva ben altra concezione dell'uomo, dell'amore, delle relazioni.
per i Greci, che non avevano il concetto di io, amore è relazione. per Aristotele l’uomo è animale sociale e se non lo fosse sarebbe o una bestia o dio. l’uno è una mutilazione del due, che viene prima. ciascuno di noi è un due di partenza, nasciamo da un due. il corpo delle donne è una struttura per due e hanno una predisposizione alla relazione molto più sviluppata. gli uomini vivono ed esistono all'interno della polis, sono individui che instaurano relazioni ma per i greci il primato spetta alla natura. per i cristiani spetta all'individuo e alla sopravvivenza della sua anima. e, seppure magari atei,  anche marxisti, siamo tutti cristiani, tutti abitiamo il mondo creato dalla nascita di dio.
Galimberti si interroga sul destino della psicoanalisi, nata in un'epoca la cui simbologia si basava sull'individualità e dalla promessa di un futuro: dal suo punto di vista è destinata ad estinguersi, soppiantata dal progressivo sviluppo di un altro inconscio, quello che chiama tecnologico. in questo mondo l'irrazionale è perdita di tempo, solo la tecnica funziona e potenzia, in questo mondo non siamo più funzionari della specie, lo siamo della tecnica. in questo mondo non siamo bravi grazie a una conoscenza, a un contenuto, ma nell'applicazione di un mansionario che soddisfa un superiore. in questo mondo la trasgressione della norma è perdonata, tutto è permesso, in questo mondo però se sei inadeguato nella performance sei fuori dall'apparato, sei out.

posso scendere?