bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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lunedì 11 maggio 2015

Cóse sta léngua sperduta

la Parola canta. 
spettacolo con Toni e Beppe Servillo e il gruppo Solis String Quartet.
al Piccolo teatro di Milano.
bello bello, bello spettacolo.
due ore di musica, canto, recitazione e Napoli, con autori da Eduardo De Filippo a Raffaele Viviani, da E. A. Mario a Libero Bovio, fino a voci contemporanee come quelle di Enzo Moscato e Mimmo Borrelli.
Toni, si sa, spacca.
Beppe, pure.
un aspetto molto interessante dello spettacolo è l'osservazione della diversità dei due fratelli nell'occupazione dello spazio scenico e della voce.
se il primo recita, e occupa il suo spazio composto e misurato, figura attorale sana e imponente, se il primo scandisce la parola, finissima e stentorea, al punto che, se pur napoletana, si comprende senza traduzione
il secondo canta e occupa lo spazio dilagando, muovendosi come un animale inquieto, piegandosi fino quasi a toccare terra, modulando, serpentino, il corpo al ritmo della voce che, invece, naviga con una tonalità tutta sua, spesso incomprensibile, puro suono, puro strumento.
due fratelli, due professioni al servizio dell'arte e della cultura, al servizio della propria origine e terra, simili ma diversi. ovviamente mi chiedo chi siano, come siano, come persone e come fratelli, che genitori avranno mai avuto, come si sono differenziati, quanto e se si sono separati dalla matrice materna, come si intersecano, ognuno la propria arte e maestria, l'uno con l'altro.

bellissimi il pezzo di Eduardo Vincenzo de Pretore, bellissima l'ultima poesia di Michele Sovente Cose sta lengua sperduta.
bellissime Dove sta Zazà,  e Està- Nun voglio fa' niente.
bellissimo l'Allegretto pizzicato dal quartetto n.4 di Béla Bartok.




Cóse sta léngua sperduta / conta sta léngua sturduta / scàrdule e
cràstule ’i vite / ca cchiù r’i suónne / ’int’’u scuro so’ rummase (...).

Cuce questa lingua smarrita, racconta questa lingua stordita 

schegge e cocci di esistenze che più dei sogni al buio sono restate.
Chiama questa lingua selvaggia un turbinio, una festa di nomi voci colori.
Questa lingua così discreta, questa lingua così nuda.

giovedì 4 dicembre 2014

tra il genio e la filodrammatica

parole di Cesare Garboli, scrittore, saggista e critico letterario italiano, sulle Voci di dentro di Eduardo.
ed è a partire da un suo testo sul teatro di Moliere, Tartufo, che ho ascoltato a BookCity, proprio Toni Servillo e Carlo Cecchi, disquisire di teatro e recitare sulle pagine di Tartufo. 
un'ora speciale, tra saggistica e recitazione.
bell'affare il teatro, e non  resisto a riportare la scena che ho più gradito, 10 giorni fa, al Piccolo Teatro di Milano.

ALBERTO
No, ma vi consiglierei di riposare un poco. Io 'a matina sono felice quando mi posso papariare, fare cioè con comodoquelle cose inutili ma tanto necessarie nello stesso tempo... Che so: «Stu quadro mi piacerebbe più a quell'altra parete...» «Stu tappeto 'o vulesse mettere là...» «Stu mobile 'o mettesse dint' 'a cammera 'e pranzo...» «St'armadio starebbe meglio in quell'altro posto...»

PASQUALE
E già, io 'a matina me sóso e me metto a cambiare 'e mobile d' 'a casa?

ALBERTO
Non dico questo, ma dei piccoli ritocchi. Per esempio: quella credenza (indica il mobile di fronte al fornello) non starebbe meglio ad angolo fra la parete e la porta?... Carlu', damme na mano... (Si avvicina alla credenza per spostarla).

PASQUALE 
Ma nossignore. Io studiai tanto, primma d' 'a mettere là. Quello è il posto più indicato.

ALBERTO
Ah, non la volete spostare, la credenza... è vero??? Carlu', nun 'a vo' spusta'!

CARLO
'O ccredo.

PASQUALE
Ma si capisce che non la voglio spostare. Io, in casa mia, i mobili li voglio tenere dove mi pare e piace. E quando mai io so' venuto a spusta' 'a rrobba in casa vostra?

ALBERTO
E se venite, ve la faccio spostare. Perché in casa mia chiunque vuole spostare i mobili, lo può fare senza paura di arrecarmi danno. Venite, e spostate.

PASQUALE
Don Albe', io non vi capisco. Tengo una nottata addosso che Iddio lo sa... Non ho chiuso occhio.

ALBERTO
E questo dicevamo con donna Rosa, don Pasqua', dormire è diventato un lusso. Le agitazioni sono troppe, è vero don Pasqua'?... 'A capa ncopp' 'o cuscino volle... Chello che sta 'a dinto, 'a notte iesce fora...

PASQUALE (che comincia a trovare incomprensibile il parlare di Alberto)
A me, nun esce 'a fore niente. Ho la coscienza tranquilla e se non dormo è perché... Chi 'o ssape pecché?

ALBERTO
Pecché 'e muorte so' assaie. So cchiù 'e muorte ca 'e vive.

PASQUALE
Lo credo. N'è morta gente, da quando è nato il mondo.

ALBERTO
Ma vuie, 'e quale muorte parlate?

PASQUALE (superficiale)
'E muorte... 'A ggente che more pecché ha da muri'.

ALBERTO
Ah, ecco! Vuie parlate 'e chille ca mòreno c' 'a morte... Quelli sì. Quelli si mettono in santa pace e danno pace pure a noi. Ma chille c' 'avevan' 'a campa' ancora e che, invece, moreno per volontà di un loro simile, no. Quelli non se ne vanno... Restano. Restano con noi. Vicino a noi... Attuorno a nuie!.. Restano dint' 'e ssegge... dint' 'e mobile... 'A notte sentite: «Ta...» È nu muorto ca s'è mmiso dint' 'o llignamme 'e nu mobile. Na porta s'arape? L'ha aperta nu muorto. Sott' 'o cuscino... dint' 'e vestite... sott' 'a tavula... Chilli muorte là restano... Nun se ne vanno. E strilleno comme ponno strilla'. Perciò nun putimmo durmi' 'a notte, don Pasqua'. Campanello interno. Tutti sobbalzano richiamati da quel suono che li libera dall'atmosfera terrificante creata da Alberto. Pasquale esce.

ROSA
Apri Mari'... (Alludendo alla inopportunità di Alberto) E ccà, 'a matina, ce scetammo allegre... Maria esce seguita da Alberto.

ALBERTO (dopo poco si ode la sua voce)
Carlu', io so' pronto.

CARLO (repentinamente si alza e afferra Rosa per le braccia tenendola ferma. Grida)
Albe', entra. Alberto entra tenendo ferma la cameriera. Lo segue Michele, un brigadiere di Pubblica Sicurezza e cinque agenti, tre dei quali bloccano l'ingresso. Sono tutti armati di mitra e pistole.

ROSA
Per la pace di Dio, che è successo?

CARLO (tenendola ferma)
Non gridate. Raccomandatevi a Dio, che è grande e misericordioso.

BRIGADIERE (impugnando la pistola, a uno degli agenti)
Tu nun te movere a ccà. (Agli altri) Voi venite con me. (Esce per la porta a destra seguito dagli agenti, anche essi con pistola in pugno).

ALBERTO
Finalmente è finita! Il sangue di un innocente diventerà fuoco eterno che correrà nelle vostre sporche vene.

ROSA E MARIA (allibite)
Ma...

CARLO (calmo, mistico)
A Dio... raccomandatevi a Dio, che è grande e misericordioso.

Internamente scoppia un fracasso d'inferno. Grida, strepiti di donne, misti alle energiche proteste degli uomini. Dopo poco, trascinati dalle guardie e dal brigadiere, entrano assonnati e sommariamente vestiti, Pasquale, Elvira, Matilde e Luigi. Chi in pigiama, chi in camicia, chi in maglietta.

PASQUALE (fuori di sé)
Ma cheste so' ccose 'e pazze! Chi vi conosce?

BRIGADIERE
Ci conoscerai. Non fare resistenza.

MATILDE (coprendosi alla meglio)
Io sto in camicia. Ho vergogna.

ALBERTO
Perché, tu conosci la vergogna che cos'è?

LUIGI (scagliandosi contro Alberto)
Tu si' na carogna! Le guardie lo trattengono.

ALBERTO
E tu sei un assassino. Come tuo padre, tua madre, tua sorella, tua zia e questa criminale di cameriera che tenete in casa. (La famiglia Cimmaruta rimane muta come di fronte a una enormità incredibile). Assassini! Signor brigadiere, la denuncia che ho fatto è precisa e documentabile. Questa è una famiglia di degenerati criminali. (Indicando Pasquale) Questo immondo individuo, con due figli, di fronte ai quali avrebbe dovuto sacrificare ogni sua aspirazione per educarli al bene, assiste sereno e contento alle tresche provvisorie e occasionali di sua moglie, la quale, con la scusa di leggere le carte, riceve clienti di giorno e di notte. (Luigi c.s.). Tu, è meglio che non ti agiti. Ho le prove, perciò parlo. Vi ho seguiti, v'aggio fatta 'a spia. E il sospetto è stato coronato dall'autenticità dei fatti. Ma ora la vostra miserabile esistenza è finita. Brigadie', questo branco di iene, questi vermi schifosi, hanno commesso il più atroce e raccapricciante dei delitti. Dopo aver attirato in casa il mio fraterno amico Aniello Amitrano, con l'arma della seduzione di questa donna, l'hanno sgozzato, derubato, e hanno fatto sparire il cadavere.

TUTTI
Noi?

ALBERTO
Ma la mano di Dio è grande e toglie i lumi agli assassini. Le prove, i documenti, sono nascosti in casa e so io dove. Brigadie', portateli via questi miserabili... Io vi seguirò in questura con tutte le prove, e vedrete che non avranno più il coraggio di negare.

BRIGADIERE (autoritario)
Camminate, andiamo!

PASQUALE
Ma questo è un pazzo. Noi siamo gente per bene.

BRIGADIERE
Cammina... (Gli agenti spingono fuori gli altri componenti della famiglia, i quali protestano energicamente. Carlo li segue confortandoli con parole mistiche). Fa' presto. (Ad Alberto) Noi vi aspettiamo in questura. (Esce spingendo Pasquale).

ALBERTO
Via, via, pulizia!

MICHELE (angosciato)
Chi poteva mai pensare! Signo', e queste prove? Questi documenti, dove stanno?

ALBERTO (sicuro)
Qua, dietro a quel mobile. Hanno tolto i mattoni e ci hanno messo dentro tutti i documenti, la camicia insanguinata e una scarpa. Non hanno avuto tempo di pareggiare il muro, volevano farlo stamattina, e partire. Damme na mano... (Tolgono il mobile dal muro, e osservato in lungo e in largo dietro ad esso, non scorgono nulla. Un po' deluso, si guarda intorno) No, là... (Indica un altro punto. Dal muro di sinistra stacca una grande mensola, alla quale sono attaccate pentole e tegami, e dopo aver osservato c.s. ) No, sott' 'e carboni.
MICHELE
E qua carboni non ce ne sono. Tengono la cucina a gas.

ALBERTO
E che ti posso dire... Forse, dentro a quella cesta. (Indica un altro punto).

MICHELE
Forse?...

ALBERTO (guarda nella cesta. Il risultato è il medesimo delle altre volte. Siede avvilito, passandosi una mano sulla fronte)
Miche'!

MICHELE
Signo'.

ALBERTO Miche', io me lo sono sognato...

MICHELE Vuie che dicite...? E mo'?

ALBERTO
Ma così naturale.. .

MICHELE (insistendo con voce monotona)
E mo'?

ALBERTO (con un filo di voce)
Damme nu bicchiere d'acqua. (Quasi estasiato dalla visione fantastica, dice beato) Ma che bel sogno.

FINE PRIMO ATTO

Le voci di dentro

ALBERTO
Mo' volete sapere perché siete assassini? E che v' 'o dico a ffa'? Che parlo a ffa'? Chisto, mo', è 'o fatto 'e zi' Nicola... Parlo inutilmente? In mezzo a voi, forse, ci sono anch'io, e non me ne rendo conto. Avete sospettato l'uno dell'altro: 'o marito d' 'a mugliera, 'a mugliera d' 'o marito... 'a zia d' 'o nipote... 'a sora d' 'o frate... Io vi ho accusati e non vi siete ribellati, eppure eravate innocenti tutti quanti... Lo avete creduto possibile. Un assassinio lo avete messo nelle cose normali di tutti i giorni... il delitto lo avete messo nel bilancio di famiglia! La stima, don Pasqua', la stima reciproca che ci mette a posto con la nostra coscienza, che ci appacia con noi stessi, l'abbiamo uccisa... E vi sembra un assassinio da niente? Senza la stima si può arrivare al delitto. E ci stavamo arrivando. Pure la cameriera aveva sospettato di voi... La gita in campagna, la passeggiata in barca... Come facciamo a vivere, a guardarci in faccia? (Esaltato, guardando in alto verso il mezzanino) Avive ragione, zi' Nico'! Nun vulive parla' cchiù... C'aggia ffa', zi' Nico'? (Più esaltato che mai, implorante) Tu che hai campato tanti anni e che avevi capito tante cose, dammi tu nu cunziglio... Dimmi tu: c'aggia ffa'? Parlami tu... (Si ferma perché ode come in lontananza la solita chiacchierata pirotecnica di zi' Nicola, questa volta prolungata e più ritmata) Non ho capito, zi' Nico'! (Esasperato) Zi' Nico', parla cchiù chiaro! (Silenzio. Tutti lo guardano incuriositi). Avete sentito?


TUTTI     E che cosa?



ALBERTO     Comme, non avete sentito sparare da lontano?



TUTTI     No.



ALBERTO (ormai calmo e sereno) M'ha parlato e nun aggio capito. (Amaro, fissando lo sguardo in alto) Non si capisce! (Poi rivolto al brigadiere) Brigadie', possiamo rimandare questa formalità in questura a più tardi? Me voglio arrepusa'.



BRIGADIERE     Vuol dire che vi vengo a prendere nel pomeriggio.



ALBERTO (affranto siede)    Grazie.



PASQUALE Andiamo, va'... tante emozioni... 'o zio muorto... Andiamo.



Parlottando fra loro escono. Rimangono in iscena Alberto, Carlo e Michele.



MICHELE (dopo una lunga pausa) Io non mi sogno mai niente. 'A sera mi corico stanco che Iddio lo sa. Quando ero ragazzo, mi facevo un sacco di sogni... ma belli. Certi sogni che mi facevano svegliare così contento... Mi parevano spettacoli di operette di teatro. E quando mi svegliavo, facevo il possibile di addormentarmi un'altra volta per vedere di sognarmi il seguito. Me ne scendo, perché ci ho il palazzo solo... (Va per andare, poi come ricordando qualche cosa) Ah! il mezzo portone, poi, l'ho chiuso... Perché De Ferraris ha detto che la madre non esce, sta poco bene. È sempre un rispetto... Permettete. (Ed esce).



I due fratelli sono rimasti soli, l'uno di spalle all'altro. Alberto seduto al tavolo, in primo piano a sinistra, col capo chino sulle braccia. Carlo, accasciato su di una sedia, in fondo allo stanzone. Alberto, dopo una piccola pausa, solleva il capo lentamente, e con uno sguardo pietoso cerca il fratello. Dopo averlo fissato per un poco, per non prorompere in lacrime, con gesto che ha della disperazione, comprime fortemente le mani aperte sul suo volto. Il sole inaspettatamente, dal finestrone in fondo, taglia l'aria ammorbata dello stanzone e, pietosamente, vivifica le striminzite figure dei due fratelli e quelle povere, sgangherate sedie, le quali, malgrado tutto, saranno ancora provate dalle ormai svogliate «feste» e «festicciolle» dei poveri vicoli napoletani.

l'ho visto, al Piccolo teatro Strehler sfidando la mia sordità (che perdura anche se meno grave).
mi è piaciuto tanto.
mi è piaciuto Servillo, Toni, e anche il fratello, Beppe. in scena Alberto Saporito e Carlo Saporito.
coppia di fratelli, nella vita e nella finzione teatrale.
un testo semplice, una splendida intuizione, uno spettacolo teatrale classico, intenso, vivo. 
da un sogno nasce un equivoco. Alberto Saporito accusa la famiglia Cimmaruta di un omicidio, orientato da una dimensione onirica che ha un trascinamento diurno. compreso l'errore la situazione non si risolve, piuttosto ne segue una sequela di accuse e delazioni intrafamiliari, emerge il sospetto, la disistima, la distanza tra persone che vivono vicine, una prossimità spaziale ma non sentimentale. 

“Eduardo De Filippo è il più straordinario e forse l'ultimo rappresentante di una drammaturgia contemporanea popolare”, spiega Toni Servillo. “Dopo di lui il prevalere dell’aspetto formale ha allontanato sempre più il teatro da una dimensione autenticamente popolare. E’ l’autore italiano che con maggior efficacia, all’interno del suo meccanismo drammaturgico, favorisce l'incontro e non la separazione tra testo e messa in scena. Affrontare le sue opere significa insinuarsi in quell'equilibrio instabile tra scrittura e oralità che rende ambiguo e sempre sorprendente il suo teatro. Il profondo spazio silenzioso che c'è fra il testo, gli interpreti ed il pubblico va riempito di senso sera per sera sul palcoscenico, replica dopo replica”. "Le voci di dentro”, continua Toni Servillo, “è la commedia dove Eduardo, pur mantenendo un'atmosfera sospesa fra realtà e illusione, rimesta con più decisione e approfondimento nella cattiva coscienza dei suoi personaggi, e quindi dello stesso pubblico”.Si arriva ad una vera e propria "atomizzazione della coscienza sporca", di cui Alberto Saporito si sente testimone al tempo stesso tragicamente complice, nell'impossibilità di far nulla per redimersi. Eduardo scrive questa commedia sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale, ritraendo con acutezza una caduta di valori che avrebbe contraddistinto la società, non solo italiana, per i decenni a venire. “E ancora oggi”, conclude Servillo, “sembra che Alberto Saporito, personaggio-uomo, scenda dal palcoscenico per avvicinarsi allo spettatore dicendogli che la vicenda che si sta narrando lo riguarda, perché siamo tutti vittime, travolte dall'indifferenza, di un altro dopoguerra morale.”


le voci di dentro sono quelle soffocate dall'ipocrisia e dalla paura, quelle voci che non possono parlare, esprimersi, perchè nessuno le ascolta. ed ecco, tra le altre, la figura di zi' Nicola, dietro le scene, che non parla, si esprime con i petardi. zi' Nicola è la saggezza inascoltata, un'altra voce di dentro soppressa, un richiamo che va interpretato, ognuno a suo modo, se la saggezza ci incontra, se la possediamo. Eduardo raccontava che lo zio Nicola esisteva davvero, non era un personaggio inventato. aveva trovato la notizia in una raccolta di articoli dove ce n’era uno che parlava di un “fuochista” napoletano e descriveva con precisione questa specialità, questa arte. era un poeta dei fuochi artificiali. è un'altra forma di mutismo, un grido della misantropia, un incarnato dell'incomunicabilità. eppure zio Nicola è presente, è un mutismo che ci perseguita con la sua presenza, anche quando, alla fine, non scoppia più.
la fusione, e la confusione, tra sogno e realtà è solo lo spunto, è l'inizio della fine, della lenta e inesorabile fuoriuscita dei cattivi umori che covavano da tempo, da sempre, inespressi e soffocati. e allora non possono che essere i petardi, a scoppiare, i fuochi dell'indignazione.
è strepitosa la scena della lenta costruzione di Alberto, con l'appoggio del fratello, spalla complice muta ma espressiva, dell'antefatto, del dubbio, dell'inaspettata richiesta di spostare il mobilio della stanza, fino all'esplosione della denuncia: voi avete ucciso. prima scherzava...prima faceva ridere...prima ci si domandava...e poi più.
solo il teatro, e quello di Eduardo senza dubbio, può regalare quest'arte di dire oltre le parole, con la rappresentazione. solo il teatro, e chi lo sa interpretare come Toni Servillo, può esprimere la disperazione di Alberto Saporito, che ha consapevolezza di aver portato in emersione un dramma apparentemente familiare ma universale, senza travasare nell'enfasi, con un narrazione che fa buon uso della farsa e della metafora, degli equivoci e dei rimbrotti, dell'ironia e del sarcasmo, dei fantasmi della solitudine.


teatro. guardatelo.
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-3b583ec2-db5b-42fb-a0cd-d5d363d2dfc0.html

In generale, se un’idea non ha significato e utilità sociali non m’interessa lavorarci sopra. Naturalmente, mi rendo conto che quello che è vero per me può non esserlo per altri, ma io sono qui per parlarvi di me e dato che la pietà, lo sdegno, l’amore, le emozioni, insomma, si avvertono nel cuore, in questo senso io posso affermare che le idee mi nascono nel cuore prima che nel cervello: poi ci lavoro su con la mente, e allora ho bisogno dei sensi per rendere le idee concrete, comunicabili, affidandole a personaggi e dando ai personaggi parole per esprimersi. Occhi e orecchie mie sono stati asserviti da sempre – e non esagero – a uno spirito di osservazione instancabile, ossessivo, che mi ha tenuto e mi tiene inchiodato al mio prossimo e che mi porta a lasciarmi affascinare dal modo d’essere e di esprimersi dell’umanità. Un’idea, in fondo, non è tanto difficile averla; difficilissimo è invece comunicarla, darle forma. Solo perché ho assorbito avidamente, e con pietà, la vita di tanta gente, ho potuto creare un linguaggio che, sebbene elaborato teatralmente, diventa mezzo di espressione dei vari personaggi e non del solo autore. Quando parenti e amici si meravigliano che io possa restare così a lungo solo, appartato e apparentemente inoperoso, non sanno che è con quella gente che io continuo a parlare e a ragionare, ascoltando i loro casi, le loro aspirazioni, seguite troppo spesso da delusioni e immancabili proteste. 
Il teatro e il mio lavoro 
di Eduardo De Filippo 

martedì 4 marzo 2014

"le vedi queste persone? Questa fauna? Questa è la mia vita. E non è niente". Jep Gambardella

e vince, oscar al miglior film straniero del 2013, la Grande Bellezza e ne sono veramente molto fiera.
se con la Vita è bella di Benigni nutrivo seri dubbi sulla grande bellezza di quel film, in questo caso non ne ho.
mi domando cosa arrivi di questo film all'anima del pubblico americano, perchè ho la tendenza razzista a considerarli stupidi. penso che il fascino di Roma, della strepitosa fotografia, delle feste mondane, dell'alone felliniano abbiano fatto centro nell'immaginario della giuria, ma mi domando cosa, dell'altro versante di quella grande bellezza, sia arrivato a bersaglio.
il film di Paolo Sorrentino, che ho amato da subito (http://nuovateoria.blogspot.it/2013/07/la-grande-bellezza.html), seppure tagliandolo nel finale, è un film sulla decadenza, sulla bellezza della decadenza, sul sole che tramonta, sullo spreco della bellezza, sul cinismo imperante, sull'intelligenza che è, a volte, una vera condanna, sulla disillusione sull'eternità, sul tumore che mangia vivi, uomini e cose.
sono veramente contenta di questo meritato successo, il grande Jep, il meraviglioso elegantissimo Toni Servillo, già sogghigna sulla volatilità del successo, sulla vita effimera che a volte ti da un contentino, sui trenini delle feste tanto belli perchè non vanno da nessuna parte, per poi ricadere nell'oblio dell'insipienza,  sul bla bla bla della vita, seppure passeggiando tra i fori romani o discutendo del nulla sorseggiando un aperitivo sulla terrazza che da sul colosseo.

A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: La fessa. Io, invece, rispondevo: L'odore delle case dei vecchi.
La domanda era: Che cosa ti piace di più veramente nella vita?
Ero destinato alla sensibilità.
Ero destinato a diventare uno scrittore.
Ero destinato a diventare Jep Gambardella.

venerdì 12 luglio 2013

la grande bellezza

c'è l'uomo che apre le porte dei palazzi perchè è amico delle principesse.
è un uomo misterioso, elegante e con il passo claudicante che - non si sa come - ha con sé una valigetta con le chiavi dei più bei palazzi di Roma, del bello inarrivabile, misterioso, ancestrale, inaccessibile a tutti gli altri. è una specie di custode della "grande bellezza". è lui la chiave per la grande bellezza, l'unico pieno, seppure sfuggente, nel grande vuoto che anima tutto il film.

La Grande Bellezza è un film di Paolo Sorrentino, interpretato da Toni Servillo e, insieme a molti altri,  per un breve ma intenso tratto, da Sabrina Ferilli.
il film ha echi e richiami felliniani indiscutibili ma anche un codice personale indiscutibile.
ho letto molti articoli, anche su la Lettura del Corriere della Sera, e mi sembra possano dire molto meglio di me del valore di questo film, di cui ho goduto molto, almeno fino a tre quarti del film, trovando invece intollerabile un finale inutile e noioso. un gran bel film con un protagonista memorabile che poteva finire in gloria con il ballo di una festa -una delle tante- di matrimonio e il grande Jep che si delizia illudendosi all'idea, nostalgica e tragica, che ci sia ancora qualcosa di bello che rimanga da fare...
le scene delle feste sono travolgenti, le immagini di Roma fanno pensare al luogo più bello immaginabile , e inimmaginabile, al mondo, l'ironia, l'intelligenza, il gusto e la parola tagliente di Jep sono irresistibilmente attraenti: la verità che aleggia in questo film è così penetrante quanto insopportabile.
la vita si svolge sul bordo di una terrazza che da sul Colosseo, si nutre di lusso e di ricchezza, ma la voragine è lì, il vuoto, il nulla, il buco nero che ci risucchiano verso il non essere sono solo un passo oltre. o forse ci siamo già dentro.
l'intelligenza di Jep, tutta l'intelligenza del mondo non servono a niente, nel vuoto ci nuotiamo dentro.
solo, se lo sappiamo, intelligentemente, non facciamo finta che sia qualcos'altro.
intelligenza è solo consapevolezza ma non salvezza. è l'attimo in cui si può vedere la bellezza che ci circonda, goderne con leggerezza, ma se ne siamo capaci, per poi nuovamente inabissarci nella stupidità e nella vacuità che quotidianamente ci abitano.
"Il privilegio di avere la mia età è che posso permettermi di non fare le cose che non ho voglia di fare“.
un film inesorabile.


IL POTERE DELLA FRIVOLEZZA
di Emanuele Trevi - da la Lettura del Corriere della Sera
Nessuna storia, del resto, per quanto pretenda di essere originale e addirittura inaudita, potrebbe essere comprensibile senza la presenza di un archetipo. Perché qualcosa ci interessi davvero, deve stimolare allo stesso tempo il nostro desiderio di novità e il suo contrario, vale a dire la nostra memoria. Esattamente come fa Jep Gambardella, il fatuo e impeccabile protagonista della Grande bellezza di Paolo Sorrentino. Toni Servillo ne ha cavato fuori una delle sue interpretazioni più memorabili. Ma quella vecchia canaglia noi la conosciamo bene. E anche se ci secca ammetterlo, la sua versione della realtà rappresenta un punto di vista unico, e ancora illuminante. Proprio perché Jep è un parassita, un uomo inutile. Se si trova in cima alla piramide sociale, è alla maniera di un turacciolo che galleggia sulla superficie del mare.
Jep è un mondano, il re dei mondani. È un infallibile esperto di una delle scienze più complesse e raffinate che esistano, la scienza della frivolezza. Non la frivolezza individuale che ognuno coltiva all’interno di sé, come ingrediente del carattere e parte necessaria, anche se inconfessabile, del destino. No, la frivolezza di cui Jep è insieme l’anatomista e il sacerdote è un legame collettivo, una malattia epidemica, un linguaggio capace di cementare le relazioni fra i singoli. Non è senza importanza che Jep sia quella che una volta si sarebbe definita una «grande firma» di un importante quotidiano. La lieve coloritura professionale gli si addice come l’eleganza dei suoi completi di lino. Quella del giornalista mondano è la perfetta incarnazione moderna del custode della frivolezza. In lui trovano una sintesi suprema vecchie e onoratissime professioni, figlie o serve del privilegio e della ricchezza: la spia, il cortigiano, il poeta di epigrammi, il nottambulo. Tra tutti gli dei antichi, è Ermes il protettore ideale di questo tipo d’uomo, di quest’ombra sociale. 


E' LO SQUALLORE CHE MI COMMUOVE
intervista a Paolo Sorrentino di  Alessandro Piperno - da la Lettura del Corriere della Sera

«Dopo un libro del genere all’autore non resta che scegliere tra due opzioni: o spararsi in bocca o stendersi ai piedi della croce». È una battuta di Barbey d’Aurevilly. La scrisse dopo aver letto À rebours di Huysmans. La propongo a Paolo Sorrentino. Anzi, gliela sbatto in faccia. Gli chiedo se non si possa dire altrettanto di lui, e soprattutto di Jep Gambardella, l’insuperabile eroe de La grande bellezza.
«Be’» sorride Sorrentino «per me non saprei, ma sono certo che per Jep esista una terza via».
«La terza via di Jep è lasciare tutto così com’è» dice Sorrentino. «Del resto il film finisce con Jep che scrive la prima frase del nuovo romanzo. Non sapremo mai se riuscirà a scrivere anche la seconda, la terza, la quarta, e così via».
Tu che dici, ce la farà?
«Direi di no. Se lo conosco non ce la farà. Jep mi somiglia: è un dissipatore. Anche a me capita di trovare un buon incipit e di fermarmi lì. Ho i cassetti pieni di incipit promettenti».
Quindi anche la riscoperta della vocazione di Jep è l’ennesima patacca?
«Forse sì. Lui non vuole rompere con quel mondo, con quella vita. E Dio solo sa se lo capisco».
Anche tu sei invischiato con la mondanità?
«Parlavo del film. Del mondo del film. Di solito riesco a staccarmi abbastanza presto da un film. Stavolta no. Se mi chiedessi che film mi piacerebbe girare adesso, ti direi: il sequel de La grande bellezza. Che so, Jep molla il romanzo, torna a Roma e ricomincia da dove ha lasciato».
Uno dei segni della sopraggiunta maturità artistica è la perdita di interesse per la trama: l’ellissi è la più ambiziosa delle figure retoriche.
«In me la ricerca ossessiva di un plot è quasi evaporata. E pensare che quando ho cominciato questo mestiere ne ero così ossessionato. Ora sento il plot come un ostacolo. Prima di dirottare l’idea su un film avevo pensato di fare di Jep l’eroe di un libro. Nei romanzi (almeno per come li concepisco) si può essere molto più liberi. Solo facendo i primi sopralluoghi, le immagini hanno preso il sopravvento sui personaggi e sull’intreccio».
La grande bellezza è un titolo ironico?
«Mi dispiacerebbe se qualcuno lo intendesse così. Non volevo puntare il dito sulle volgarità di un certo milieu! Volevo raccontare la fatica di vivere. Tanto più nel privilegio, nell’agiatezza. Ecco, diciamo che la fatica di vivere, questo titanico tirare a campare, ha una sua bellezza. Persino nel vuoto che attanaglia i personaggi, e che in fondo attanaglia anche me, c’è bellezza. Alla fine mi piacerebbe che passasse questo piccolo pensierino: che la vita è una gran fatica ma che non si può dire che non sia bella».
Mi torna in mente la scena del film in cui il marito della scrittrice progressista nuota in piscina contro una corrente artificiale: nuota, si sbraccia, e non avanza di un centimetro.
Non è un caso se nel film ricorre una famosa battuta di Flaubert. Erano gli anni febbrili della Bovary quando il giovane Gustave confessò all’amante il desiderio di scrivere un «romanzo sul niente». Avrebbe dovuto attendere un’altra quindicina d’anni, e alla fine quel romanzo l’avrebbe scritto:L’educazione sentimentale. Quello sì che è un romanzo sul niente. La storia di una non-vita. Un libro stagnante (come le nostre vite), che ancora oggi fatica a trovare un pubblico: non fa piacere a nessuno immedesimarsi in un individuo così sprovvisto di qualità e ambizioni, che frequenta solo persone come lui.
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Vorrei rassicurare Sorrentino: La grande bellezza non è un film magnifico nonostante i suoi difetti. È un film magnifico in virtù dei suoi difetti: squilibri, divagazioni, false partenze, volgarità, avanspettacolo, scorciatoie retoriche, sentimentalismi…
Sei attratto dalla volgarità?
«La parola “volgarità” non mi convince, e non mi piace. Più che altro mi attrae lo squallore. Ogni tanto sono tentato di gettare un occhio giudicante e censorio sulla volgarità, ma questo non avviene mai con lo squallore. Lo squallore mi commuove. Nasconde sempre un dolore, una malinconia. Non c’è niente di amabile nella volgarità tout court, che so, Bossi in canottiera e bretelle. Mentre le scene che mescolano squallore e tristezza m’inteneriscono. Forse perché mi riguardano. Sento che potrei esserne l’ignaro protagonista».
Uno dei colpi di genio de La grande bellezza è che Jep Gambardella, a dispetto delle apparenze e del suo ruolo in società, è un uomo buono, a suo modo premuroso. È come se l’idea della propria miseria lo spingesse a guardare gli altri con misericordia. L’indolenza, la passione nel dissiparsi non sembrano provenire dalla paura del fallimento, bensì dall’intuizione della propria irrilevanza e della gratuità della vita. Come tutti i veri cinici Jep è un sentimentale in pensione. Come tutti i veri moralisti Jep è un immoralista. Ecco perché i sodalizi di Jep sono così memorabili: i duetti mattutini (si fa per dire) con la domestica; gli affettuosi pasti con la direttrice della rivista di gossip per cui Jep lavora; le ciarle insensate con il marito della donna amata; le scorribande notturne con la spogliarellista (una Ferilli in forma magnanesca). Persino prima di umiliare pubblicamente la scrittrice progressista, Jep la mette in guardia almeno un paio di volte (per inciso, si tratta di un monologo che, per intensità e disperazione, non è secondo a quello finale de L’uomo in più). Toni Servillo è il più grande attore italiano vivente perché è capace di questa pietà. Il suo Jeb Gambardella è una specie di Lebowski: uno che sta lì per riscattarci tutti. Da qui l’eloquenza impareggiabile, una sentenziosità degna di Oscar Wilde. Jep parla in nostra vece. Siamo contenti che almeno lui sappia cosa dire.
«Hai presente quando qualcuno ti dice una cosa che ti prende in contropiede? Là per là non sai che rispondere. Poi non fai che ripensarci. Te ne vai a letto tutto incazzato ed ecco che finalmente, a bocce ferme, la battuta arriva. Ti maledici per non averci pensato al momento giusto. Ecco, a me piace mettere in bocca ai miei personaggi la risposta perfetta. Sai perché adoro Céline? Perché lui ha sempre la battuta definitiva. È vero, questo nella vita avviene di rado, ma perché non farlo avvenire al cinema?».
Raddrizzare le gambe storte della vita: una delle ragioni sociali dell’arte. L’arte ti offre la seconda chance che tutti invochiamo. E ti permette di lavorarci su in santa pace.
A giudicare dai protagonisti dei tuoi film direi che te la intendi bene con individui a dir poco ambigui… Da Tony Pisapia, passando per Andreotti fino a Jep Gambardella. Non mi pare che nessuno si segnali per civismo e dirittura morale.
«Quando devo scegliere il protagonista di un film la sua moralità non mi interessa, e neppure la sua fedina penale. Di norma mi interessa chi sa fare veramente bene una cosa».
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È per colpa di Fellini allora se nel film ci sono tutti quei prelati? Gli chiedo. Io, ad esempio, sono romano: la mia famiglia, per causa di forza maggiore, è qui da qualche secolo, e ti assicuro che a Roma i preti non ci sono più.
«Ma scherzi?», ride. «Sono ovunque. Proprio ieri ero qua sotto sullo scooter: una decina di preti in bicicletta, con tanto di tonaca e di cappello circolare, ostruivano il passaggio. Una scena degna di De Sica. Vivo da qualche anno in questa città e mi sembra immensa e misteriosa. Ci sono luoghi nel centro storico — chiese, piazzette, vicoli — che, pur essendo antichissimi, sembrano completamente privi di identità, svincolati dal contesto come la lounge di un aeroporto. Non conducono da nessuna parte. Sono disabitati. Non servono a niente e a nessuno. Capisci quanto tutto questo sia eccitante per chi fa cinema! Insomma come vedi il mio sguardo su Roma è provinciale. La parrucchiera del Minnesota in vacanza a Roma in confronto a me è una donna di mondo, una spregiudicata».
Da qui allora il passatismo? Lo sguardo ostinatamente rivolto al passato?
«Sai, mi è rimasta impressa la risposta che diede un grande scrittore (non ricordo più quale) a chi gli chiedeva perché scrivesse libri. “Cerco il padre” fu la risposta. Si tratta di una sintesi perfetta del mio lavoro. È vero, sono un nostalgico. Il presente non mi interessa, non mi smuove. Provo nostalgia per un’epoca che non ho vissuto. Forse perché ho perso mio padre quando avevo solo sedici anni. Tutto quello che faccio è un tentativo di conoscere mio padre nella deprimente consapevolezza che non ce la farò mai».