bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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lunedì 2 febbraio 2015

io cerco uno spazio ulteriore. lui voleva l’infinito

accanto a quel blu così forte e allucinato, previsione di infinito senza materia, senza vincoli nè legami, di Klein, lì accanto c'è la materia, o immateria, di Fontana.

Fontana mi piace moltissimo, dagli angeli del Diocesano, ai tagli sulla tela, allo schizzo di luce al neon, in questo caso, dominante sul blu di Klein. le ricerche dei due artisti, accostati in questa mostra,  dialogano lungo un itinerario che mette a confronto le loro opere principali attraverso accostamenti tematici e visivi, affidati a soluzioni espositive specifiche: ne è appunto un esempio il colloquio immaginario tra il segno del neon di Fontana del 1951 – elemento centrale e ormai iconografico della collezione permanente del museo del novecento– e la riproposizione della grande installazione di Pigment pur di Klein , presentata nel maggio del 1957 a Parigi. la stanza del museo, così allestita, è stata chiamata Il cielo in una stanza: la luce, il blu. 
Klein dice: “Il pigmento puro, esposto per terra, diventava un dipinto da pavimento e non più da parete: lo strumento per fissarlo era così il più immateriale possibile, vale a dire la stessa forza di attrazione, che non alterava i singoli grani di pigmento […]. Il solo problema era che l’uomo sta naturalmente in piedi e guarda l’orizzonte.”
anche Fontana si interroga sullo spazio, sulla materia, sul movimento della materia.

e i suoi interrogativi mi piacciono. i tagli mi fanno pensare a una domanda. cosa c'è dietro la tela? si apre uno spazio sufficiente e porsi il problema, a sbirciare oltre, ma non abbastanza grande per trovare una risposta. e posso assicurare che quei tagli si vedono, si sentono, come si sente il blu di Klein. mi piacciono le palle tonde grosse massiccie con grandi sbreghi, lacerazioni, tagli slabbrati sulla superficie. sono grossolani eppure potenti e quelle faglie beanti son sempre la stessa domanda: oltre, dopo, dall'altra parte c'è qualche altro posto?
si chiamano Nature, realizzate nel 1960 "Trenta grandi sfere in terracotta, con dei grandi tagli e buchi",e aggiunge: "Sono molto contento, è il nulla! La morte della materia, è la pura filosofia della vita".
“Klein rappresenta lo spirito nuovo. È diverso da un pittore espressionista come Rothko, che è interessato alla vibrazione luminosa dello spazio, e da Pollock, che vuole distruggerlo, farlo esplodere, rompendo il quadro. È diverso da me, perché io cerco uno spazio ulteriore. Lui voleva l’infinito.” dice Lucio Fontana, nel 1967.
certo Klein cerca una ricostruzione dell'universo, tocca la trascendenza, Fontana è qui, alla fine, è  in verità legato alla materia seppure desidera annullarla, non la polimerizza, non cerca l'essenza, è sessuale è sensuale, è donna, buco, utero, grandi labbra: circondiamo il nostro vuoto, gli stiamo intorno.
se Fontana vuole cogliere la quarta dimensione, l’obiettivo prometeico di Klein è la “capture du vide”, splendido nonsenso Zen in grado di sintetizzare il mezzo e il fine, l’opera umana e la ricerca dell’Essere, scrive Davide Parlato su Revolart.
al termine della mostra i due talenti si confrontano frontalmente. da una parte Fontana con il Campione olimpico, dall'altra Klein con il ritratto di Claude Pascal.
oro e blu,  ancora una tinta uniformemente distribuita che trasforma il fine in un mezzo, nella ricerca della pura spiritualità, nella sospensione della carne con uno sfondo che riflette la luce ma non trasmette le forme e un corpo statuario, muscolare, squadrato ma senza peso. 
Klein e Fontana.

lunedì 29 dicembre 2014

attraverso Fontana

sono andata a vedere Chagall e la Bibbia, al museo Diocesano, di Milano, ovvio.
è una piccola estensione della mostra di Chagall a Palazzo Reale, sempre a Milano, ovvio.
allora la questione è che la mostra, entrambe ma direi pricipalmente la seconda, è di una tale meraviglia che nemmeno so da dove cominciare.
a Palazzo Reale ci sono andata due volte, figurati un po', ormai almeno due mesi fa.
è che davvero non so da dove si comicia a parlare di Chagall. 
pure ieri, a Rovereto, alla mostra sulla Grande Guerra al MART (che posto), La guerra che verrà non è la prima (e che titolo per una mostra per la miseria), tra i tanti c'erano due quadri di Chagall. uno, Il soldato beve, l'ho visto, come se avessi un radar, all'inizio della sala, a 50 metri di distanza.
va bene ne parlerò, di Chagall e della Grande Guerra al Mart, ma intanto parto da lontanissimo.
la sera che sono andata al Diocesano, al termine della breve mostra sui disegni tratti dalla Bibbia del maestro, una gentilissima signora addetta alla sorveglianza, pensando che non fossi paga di una così breve esposizione, mi ha invitato, anzi direi costretta, a visitare i resto del museo Diocesano.
io non avrei acconsentito, non avevo problemi a spiegare alla signora che ero contenta, e già ubriaca di bellezza, così com'ero, ma la timidezza di chi mi accompagnava non ha saputo dire di no, temendo di dare una grandisissima delusione a tanta generosità. ho girato per le sale a tasta bassa perchè non volevo vedere. non volevo vedere niente, tanto meno oro incenso mirra e santi.
alla fine del tour da carcerati abbiamo chiesto la via per l'uscita. la medesima signora, un vero mastino, una di quelle che tiene la presa fino alla vista del sangue, ci ha invitati a fare questo e quel giro perché avremmo incontrato una sala molto interessante. nonostante la mia bava alla bocca, qualcuno ha perfino chiesto quale stanza, e la iena ha detto: quella di Lucio Fontana. "ma non il solito Fontana dei tagli sulla tela, un altro Fontana, da vedere".
Fontana al Diocesano?  prima domanda nella mia testa, quando l'ignoranza vi alberga sovrana.
naturalmente, e pure da soli, perchè quando il senso di colpa ci domina non si può fingere nè trasgredire all'ordine impartito nemmeno se nessuno ti vede,  siamo andati nella sala indicata, quella di Lucio Fontana.
potrei dire di esserci entrata per sbaglio, a occhi chiusi o quasi, giusto per non torturare con il diniego chi non avrebbe potuto passare oltre la propria coscienza di aver detto si a una sconosciuta, ma qualcosa è successo.
ho visto.
ho visto qualcosa a cui penso.
ho visto quello che mi è sembrato un angelo ma è una madonna.
ho visto la Pala della Vergine Assunta.
l'ho vista venirmi addosso,come se stesse per investirmi.
non posso dire che mi abbia portata alla conversione, ma la folgorazione è avvenuta, sulla via per l'uscita, una sera di Dicembre.



c'erano anche altre figure, le ho intraviste, una via Crucis, anche quella era strana, era "bianca", era mossa.  poi c'erano altre due figure,


una di un frate, che scrive. mi sono sentita investita, come da un treno in corsa, l'ho vista venire verso di me, uscire dal muro, muoversi, camminare, avvicinarsi, toccarmi.


cosa dovevo fare?
scappare o guardare?
ho guardato.
e non dimentico.
nemmeno la signora...