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lunedì 6 aprile 2020
citta ospedale, l'afa di morte sale, città scorta, il si che veramente ti rinnova
Laura Marinoni fino ad un mese fa, prima dell’inizio della quarantena, era protagonista dei Promessi sposi alla prova di Giovanni Testori al Franco Parenti, nella doppia parte della Monaca di Monza e della madre di Cecilia.
qui propone un passaggio del testo, quello dedicato a Milano, e pronunciato da Fra Cristoforo in occasione della peste.
un brivido, si sente odore di morte.
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domenica 5 aprile 2020
conversazione con la morte
Federica Fracassi, già protagonista di Erodiàs e della Monaca di Monza, legge alcune pagine iniziali di “Conversazione con la morte”, il testo scritto da Giovanni Testori nel 1978, dopo la perdita della madre.
ripensiamo al valore delle parole, al valore degli eventi, al valore degli atti della vita.
al valore dell'innominabile morte.
Nei tempi lontani e perduti
quando quella lingua arcana
si usava ancora almeno per certi atti della vita
come il nascere, il morire
...
tutto in quelle parole un tempo
era più rispettoso, più lucido e più forte,
le sillabe erano come una carezza
che scendeva sopra un taglio
o sopra una ferita.
Oggi chi muove più la mano
per calmare il dolore di tutti i tagli
e di tutte le ferite che compiamo sugli altri
o che vengono compiute su di noi?
...
Cari, poveri, forse delusi amici,
il teatro, le sue assi, il sipario
le quinte, le luci, tutto ciò che fu per anni
la mia fatica, la mia gloria
la mia battaglia, il mio sole,
la mia perdizione, la mia vanità
tutto questo e ben altro
si è ridotto a questi muri scrostati,
a questo gocciolare d’acqua dentro le tubature,
a quest’odor di muschio e di salnitro,
a questa nebbia.
Negli anni della mia gloria, dissipavo
il mio corpo, la mia mente, la mia stessa anima
...
anima, perduta anima,
scura anima d’affanno e di morte.
Una parola che, lungo il giro dei tempi,
abbiamo lasciato cadere:
anima
una parola che abbiamo resa vuota e inerte,
come la spoglia di una cicala.
Ma il giorno in cui le spoglie s’alzeranno
anche le parole, sì, anche loro
ci punteranno contro il dito, già.
...
Quel giorno, se sarà veramente un giorno,
o non piuttosto un’alba
una di quelle albe in cui il sole s’alza
come una spada dorata,
o una notte d’uragani e di tempesta.
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lunedì 24 settembre 2018
la lingua continuerà a mettere il mondo in parole
Svaniranno tutte in un colpo solo come sono svanite a milioni le immagini che erano dietro la fronte dei nonni morti da mezzo secolo, dei genitori morti anch'essi. Immagini in cui comparivamo anche noi, bambine, tra altri esseri scomparsi prima ancora che nascessimo, nella stessa maniera in cui ricordiamo i nostri figli piccoli assieme ai loro nonni già morti, ai nostri compagni di scuola. E cosi un giorno saremo nei ricordi dei figli in mezzo a nipoti e a persone che non sono ancora nate. Come il desiderio sessuale, la memoria non si ferma mai. Appaia i morti ai vivi, gli esseri reali a quelli immaginari, il sogno alla storia.
Tutto si cancellerà in un secondo. Il dizionario costruito termine dopo termine dalla culla all’ultimo giaciglio si estinguerà. Sarà il silenzio, e nessuna parola per dirlo. Dalla bocca aperta non uscirà nulla. Né io né me. La lingua continuerà a mettere il mondo in parole. Nelle conversazioni attorno a una tavolata in festa saremo soltanto un nome, sempre più senza volto, finché scompariremo nella massa anonima di una generazione lontana.
Annie Ernaux
Gli anni
una descrizione della morte come non ho mai letto in vita mia.
ma il linguaggio sopravvive alla morte, per questo ci sarà, temporaneamente, memoria di noi.
sono sconvolta da queste parole, l'angoscia mi soffoca.
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venerdì 29 giugno 2018
Una parola è morta, quando è detta Taluni dicono - Io dico che invece inizia a vivere Quel giorno
sono andata a vedere A Quiet Passion.
film di Terence Davies.
film di Terence Davies.
parla, niente meno, di Emily Dickinson.
un film cupo, scuro, buio. sempre di più, sempre di più.
pare evidente che parlare della Dickinson significhi parlare di morte.
posso essere d'accordo.
potrei anche dire che la Dickinson ha cercato disperatamente di accedere al mistero della morte, ha cercato di sfondarlo e di capirlo, di carpirlo, di andare oltre, forse di vincerlo.
ha parlato della sua morte in vita, l'ha immaginata forse esorcizzandola, forse pensando di poter esserci per vederla, la sua morte.
Poiché non potevo fermarmi per la Morte -
Lei gentilmente si fermò per me -
La Carrozza non portava che Noi Due -
E l'Immortalità -
Procedemmo lentamente -
non aveva fretta
Ed io avevo messo via
Il mio lavoro e il mio tempo libero anche,
Per la Sua Cortesia -
Oltrepassammo la Scuola, dove i Bambini si battevano
Nell'Intervallo - in Cerchio -
Oltrepassammo Campi di Grano che ci Fissava -
Oltrepassammo il Sole Calante -
O piuttosto - Lui oltrepassò Noi -
La Rugiada si posò rabbrividente e Gelida -
Perché solo di Garza, la mia Veste -
La mia Stola - solo Tulle -
Sostammo davanti a una Casa che sembrava
Un Rigonfiamento del Terreno -
Il Tetto era a malapena visibile -
Il Cornicione - nel Terreno -
Da allora - sono Secoli - eppure
Li avverto più brevi del Giorno
In cui da subito intuii che le Teste dei Cavalli
Andavano verso l'Eternità -
il film, che si addentra nelle bizzarie di Emily, ribelle e malinconica, originale e solitaria, chiusa nella sua casa fortezza e prigione, ha il difetto di eccedere in frasi celebri e aforismi, che risultano molto stancanti e lasciano la sensazione di rimanere sempre indietro, di non aver colto qualcosa di essenziale, ha il pregio, come tutti questi film, di entrare nello scrigno di figure geniali, di aprre la porta del loro privato, di supporre, per un attimo, di saperne qualcosa di più.
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mercoledì 17 gennaio 2018
senza punto
Dolores é morta
È dura ma è così
Ho conosciuto i Cranberries tramite un film, davvero molti anni fa
Era Butterfly kiss di Winterbottom
La morte è assenza e di lei non ci sarà più, per me, la sua voce
Era molto malata, un male di vivere immedicabile
Mi ricordo che vederla ai concerti era strano, era molto impacciata nel suo corpo, era innaturale, minuta e molto goffa
Non le apparteneva quel corpo, si vedeva, anche nei video
Lo ha restituito
Merita la maiuscola
E nessun punto
All'infinito
È dura ma è così
Ho conosciuto i Cranberries tramite un film, davvero molti anni fa
Era Butterfly kiss di Winterbottom
La morte è assenza e di lei non ci sarà più, per me, la sua voce
Era molto malata, un male di vivere immedicabile
Mi ricordo che vederla ai concerti era strano, era molto impacciata nel suo corpo, era innaturale, minuta e molto goffa
Non le apparteneva quel corpo, si vedeva, anche nei video
Lo ha restituito
Merita la maiuscola
E nessun punto
All'infinito
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lunedì 14 agosto 2017
Lloret de Mar
è appena tornato, era lì, il posto è quello, la discoteca anche, lo immagino, senza saperlo, senza chiederlo.
l'ho letto sul giornale ma soprattutto l'ho visto al telegiornale.
perché le notizie non si leggono più, si vedono.
e finchè leggi una cosa puoi solo immaginarla, se la vedi il reale ti inchioda all'inimmaginabile.
un ragazzo massacrato di botte in una discoteca in Spagna.
un video riprende dall'alto.
da una parte c'è la scena che lascia senza fiato. io letteralmente smetto di respirare.
dall'altro c'è quel qualcosa che allo stesso modo mi angoscia oltre ogni limite.
i ragazzi intorno che guardano. come in un'arena, immobili.
dito su?
dito giù?
telefonini alla mano, e via si riprende, anche questo lo mando a casa.
lo invio a un amico.
quanti like?
quanti cinguettii?
e su Instagram?
l'amico, sul corriere della Sera, dice è durato un istante.
un istante abbastanza lungo per intervenire, comunque.
un istante che fa la differenza tra la vita e la morte.
e tra la vita vera e la vita guardata sempre attraverso un cellulare.
abbastanza lungo per morire di botte sotto lo sguardo acefalo, ebete, imbecille, da encefalogramma piatto, da idrocefalo, di tutti quei giovani instupiditi svuotati cannibalizzati dalla vita virtuale che scelgono, che non fanno, che non vivono, tanto da non capire se sono in un video gioco, in un video di you tube o su Anime, o su games of thrones, o sul blog di qualche fashion setter o influencer, dentro un like o un selfie.
ahhh qualcuno lo ha fatto, poi, un selfie???
che figo, che giusto perdio, fammi un selfie con il morto ammazzato in disco.
giovani di merda dove cazzo siete???
siete tutti rintronati demoliti sepolti dentro un mondo senza vita al punto da non riconoscere neppure più la morte?
forse siete già tutti morti.
di cosa siete fatti, otre che di tonnellate di nulla, se davanti a un ragazzo inerme che sanguina e geme e muore di dolore non muovete un dito?
che cosa avete nel cervello, oltre a montagne di immagini vuote inutili deleterie consumistiche di puro e semplice godi tutto godi sempre, se non sapete sviluppare una mossa, un riflesso, un istinto (NON DICO UN PENSIERO) difronte a un massacro di botte e di violenza.
nulla.
non siete nulla.
siete quello che ci meritiamo, siete i nostri sintomi, siete gli ultimi scarti di una vita svuotata di senso, non dico morale, anche solo molecolare.
di cosa siete fatti, otre che di tonnellate di nulla, se davanti a un ragazzo inerme che sanguina e geme e muore di dolore non muovete un dito?
che cosa avete nel cervello, oltre a montagne di immagini vuote inutili deleterie consumistiche di puro e semplice godi tutto godi sempre, se non sapete sviluppare una mossa, un riflesso, un istinto (NON DICO UN PENSIERO) difronte a un massacro di botte e di violenza.
nulla.
non siete nulla.
siete quello che ci meritiamo, siete i nostri sintomi, siete gli ultimi scarti di una vita svuotata di senso, non dico morale, anche solo molecolare.
io i miei figli non li conosco, e nessuno di noi conosce più i propri figli. con buona pace di quelle centinaia di madri rincoglionite che giurano di sapere tutto ma proprio tutto dei loro adorabili bambini.
io i miei figli non li conosco e continuo incessantemente a chiedermi:
mio figlio, due giorni fa, a Lloret de Mar, cosa avrebbe fatto?
giovedì 15 settembre 2016
heart of a dog
mi piaciono le immagini, mi piacciono i disegni, le illustrazioni, le foto sgranate, i video distorti, la nebbia dei ricordi.
la voce, che vuole essere la sua, quella di Laurie Anderson, recita in italiano per decisione della stessa autrice, come dichiarato all'inizio del film, ma non va bene, legge male, mi rendo conto che spesso sono tesa nello sforzo di capire cosa dice e questo comporta il fatto che mi dimentico cosa dice, non lo registro in modo automatico, qualcosa mi sfugge. cos'ha detto? non capisco. non ricordo.
la stesura del testo è confusa, illogica, segue una dimensione quasi onirica. in effetti il film inizia con un sogno, che è la natura stessa del film. Laurie partorisce il cane, il suo amatissimo cane ormai scomparso (non c'è bisogno di spiegare direi), tra sangue e sensi di colpa, ovvero quello di aver messo in scena il suo parto avendolo cucito dentro la sua pancia per rappresentarne la nascita.
cominciamo bene, penso io.
l'antropormifizzazione degli animali è un bel problema, ormai dilagato esploso incontenibile.
almeno lei non ne fa mistero, che lo fa parlare, lo fa artista scultore, lo fa suonare.
l'addomesticamento forzato a essere umano è tanto violento sull'animalità quanto la vivisezione, ma vai a spiegarlo al fanatismo imperante.
il film si dipana in guisa di una seduta analitica, traumi e misteri si dispegano tra le mani incerte e credo stupefatte dello spettatore.
angoscia trapela nel tentativo di spiegare la morte, l'autrice adotta l'interpretazione tibetana che vuole che nei 49 giorni dopo la morte (il bardo) lo spirito vaghi tra le cose della sua vita senza corpo, e in una dimensione di pura angoscia presenta lo smarrimento di una mente senza corpo tra le cose reali della vita, avanzate dopo la sua ultima espirazione.
sarà mai possibile?
racconta che l'udito è l'ultimo tra i 5 sensi ad abbandonare la coscienza, monaci tibetiani parlano ai morti appena deceduti, urlano loro qual è la luce verso cui si devono dirigere, non la più vicina, quella lontana.
certo l'idea della morte porta grande spavento, il tentaivo di dargli un senso, una direzione, una consistenza, un avvicendarsi ulteriore quando la vicenda è finita è molto peggio, sul piano emotivo del vivo, che accettarne l'ineludibile mistero.
mi sembra che la Andeson si spenda molto anche nel tentativo di dare un senso alla vita, esco dal film pensando che c'è molto dolore in giro e che l'eccesso di senso è una malattia sempre più diffusa.
dare un significato certo, scritto, documentato a vita e morte è il compito delle dittature, in ognuno di noi alberga evidentemente una profondissima violenza autodiretta, anche questa lo è.
colgo un senso di disperazione violentissima, l'autrice vaga stordita tra i ricordi dell'infanzia, traumatici: prima una sua caduta da un trampolino che la vede paralizzata in un ospedale pediatrico, ricoverata tra bambini ustionati di cui rammenta le urla e i pianti notturni e li registra nell'inconscio come i suoni dei bambini che muoiono, e dopo lo scivolamento dei fratelli gemelli dentro un lago ghiacciato che si rompe sotto il peso del passeggino, il loro drammatico salvataggio da parte sua e la madre che la elogia, freddamente, sulle sue buone capacità di nuotatrice mentre riceve i corpi ghiacciati e urlanti dei gemelli sopravvissuti.
sostiene che il ricordo della prova dell'amore della madre, il preciso episodio, sia una medicina potentissima contro l'apatia.
dice anche, e solo qui condivido cercando di mantenere un po' di distacco da questo grumo confuso e grondante di dolore che ha messo sullo schermo, che la morte ci permette di liberare amore.
quel che credo, semplicemente, è che la morte dia senso alla vita. senza sarebbe un pozzo d'angoscia, un affanno senza scopo. forse Laurie Anderson dovrebbe semplicemente accettarla, la fine segnata dalla morte, affannarsi a prolungare la vita oltre la morte le procura dichiaratamente una sofferenza senza fine.
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lunedì 11 luglio 2016
al giardino ancora non l’ho detto
su un inserto del corriere ho trovato questa poesia di Emily Dickinson, che proprio non delude mai.
Al giardino ancora non l’ho detto –
non ce la farei.
Nemmeno ho la forza adesso
di confessarlo all’ape.
Non ne farò parola per strada –
le vetrine mi guarderebbero fisso –
che una tanto timida – tanto ignara
abbia l’audacia di morire.
Non devono saperlo le colline –
dove ho tanto vagabondato –
né va detto alle foreste amanti
il giorno che me ne andrò –
e non lo si sussurri a tavola –
né si accenni sbadati, en passant,
che qualcuno oggi
penetrerà dentro l’Ignoto.
la prospettiva della morte, forse che la Dickinson parli mai di qualcosa d'altro?, viene ribaltata.
la morte non riguarda noi, ma chi ci guarda, chi ci aspetta, chi pretende qualcosa da noi, forse pensandoci eterni.
l'ignoto ci ingloba e ignoti saremo, la nostra morte è una questione solo per chi rimane.
leave or remain.
e così è.
Al giardino ancora non l’ho detto –
non ce la farei.
Nemmeno ho la forza adesso
di confessarlo all’ape.
Non ne farò parola per strada –
le vetrine mi guarderebbero fisso –
che una tanto timida – tanto ignara
abbia l’audacia di morire.
Non devono saperlo le colline –
dove ho tanto vagabondato –
né va detto alle foreste amanti
il giorno che me ne andrò –
e non lo si sussurri a tavola –
né si accenni sbadati, en passant,
che qualcuno oggi
penetrerà dentro l’Ignoto.
la prospettiva della morte, forse che la Dickinson parli mai di qualcosa d'altro?, viene ribaltata.
la morte non riguarda noi, ma chi ci guarda, chi ci aspetta, chi pretende qualcosa da noi, forse pensandoci eterni.
l'ignoto ci ingloba e ignoti saremo, la nostra morte è una questione solo per chi rimane.
leave or remain.
e così è.
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morte
sabato 30 gennaio 2016
look up here, I'm in heaven.
ho letto un'intervista, breve meno male, alla prima moglie di David Bowie e mi sono imbattuta in descrizioni di una sessualità bulimica di gruppo e di sesso a quattro la sera prima del matrimonio e di tossicodipendenza e di abbandoni di cattiveria di figlio cresciuta da sola e di uso strumentale del sesso, di tutta questa roba importa niente, certe cose andrebbero mantenute nel più stretto strettissimo riserbo, sono cose private, personali, intime, soprattutto le pratiche sessuali, ma ormai nulla rimane più nei diari tutto è immondizia e pasto per i maiali tutto è risaputo tutto è masticato e vomitato, provo orrore per questa donna e quell'uomo, nel suo privato di allora, di cui si è parlato nei giornali, rimane l'immagine iconica e immortale anche se devo dire che ho provato un certo turbamento a immaginare scene di sesso promiscue relative a una persona che non esiste più, che non è più in vita, ho ripensato al film Shame in cui il godimento senza limite è un affiliato della morte, la pulsione di morte e la morte, ora si, si stoccano, penso che tutto quel movimento di bacino non ha dato l'immortalità, le immagini si toccano provocandomi sbandamento, è morto, morto, di cancro in un letto, ma l'arte, si, quella rimane per sempre.
solo quella.
per il resto stiamo zitti. look up here, I'm in heaven.
domenica 22 marzo 2015
Tutto ciò che passa non è che un simbolo, l’imperfetto qui si completa, l’ineffabile è qui realtà, l ’eterno femminino ci attira in alto accanto a sé
se ci penso è stata per me un modello di femminilità.
è sempre stata simpatica, aperta, comunicativa.
gentile, ma di carattere.
era alta, gambe sottili -ma busto un po' grosso- tachi alti, abbastanza, capelli mogano.
quando andavo a casa sua, o il sabato e domenica, o nella settimana in cui i miei genitori partivano per il loro viaggio annuale e mi lasciavano a turno da una delle mie nonne, rimanevo stregata dagli oggetti della sua camera.
dormivo con lei in un lettino, a fianco del suo.
mi ricordo un tavolino con uno specchio, di quelli da specchio delle mie brame, delle scatole con dei bigodini, con i trucchi, i belletti.
mi ricordo l'armadio e le calze di seta.
mi ricordo che volevo sapere quello che faceva.
mia zia T. non si è mai sposata, è sempre rimasta a casa della nonna con mio zio P., mai sposato nemmeno lui, eterno infante che ha avuto due madri che non l'hanno mai fatto crescere, mia nonna prima, mia zia dopo.
mi piaceva molto andare a casa della nonna G., casa enorme, popolare, mal ridotta, camere strette buie piene di oggetti. mistero nella mia mente di bambina. un bagno che non si può descrivere, una cucina altrettanto, ma mi piaceva. la sala era enorme, ci guardavamo la tv la sera, se solo passavano per caso un bacio in un film o le gambe scoperte di ballerine di fila volevo nascondermi sotto il divano per la vergogna. aleggiava aria di peccato, di castigo, doveva essere l'aria in cui è cresciuto mio padre.
ma la nonna G. era dolcissima, occhi chiari capelli bianchi, era buona, e devota.
al nonno devo avere detto 4 parole in tutta la mia vita, mi terrorizzava, ne avevo una soggezione indicibile. se gli portavo il te nel gioco del "te e pasticcini" si vedeva che non stava al gioco, mi sentivo una cretina.
la zia T. era speciale, è probabilmente la zia alla quale ho voluto più bene di tutte, e di zii e zie ne ho avute a bizzeffe, le famiglie dei miei genitori erano numerosissime, solo mio padre aveva 12 fratelli.
uno dei ricordi più belli sono le dolorosissime vacanze a Salsomaggiore, ci si andava per fare le cure termali. le mie otiti sono sempre state un calvario per me. si affittava una casa e ci stavamo in tanti, le zie T. e G. e P. e L., e i cugini, parecchi pure quelli. mia madre mi portava e mi lasciava lì per 15 giorni, a settembre. era bellissimo, si andava al parco a giocare, si mangiava tutti insieme, si andava alle terme e si facevano le inalazioni e le maledette insufflazioni. quanto facevano male. ma le passeggiate in centro con la zia T. a vedere negozi e fare picoli acquisti e imparare a fare la maglia, erano strepitose, mi ripagavano di tutto quel male, tutti i santi pomeriggi. anche la zia T. faceva le insufflazioni, molto più coraggiosamente di me, e ce le somministrava un medico fighissimo. questo particolare lo ricordo molto bene: era bello, alto, gentile e fascinoso.
e faceva la corte alla zia.
e figurati la fantasia come partiva, navigava e veleggiava, mi ricordo le domande insistenti e impertinenti. aveva accettato di uscire con lui, e ci credo!!, ed era tutto un come dove quando ma cosa vi siete detti cosa avete fatto dove siete andati ma ti piace ma lo vedi anche a milano. io e mia cugina C. la tormentavavamo di domande, lei ci stava, ma con discrezione. un po' ci accontentava, un po' si ritraeva. una giusta dose di notizie tra generosità e ritrosia. ma è stata una fonte preziosissima, una conferma alle fantasie pressanti di quell'età dispensate con buon senso.
ieri sono andata a trovarla in ospedale, ormai ha 80 anni ed è molto malata. gravemente malata.
sono rimasta sul letto con lei a parlare per un'ora. il suo carattere è ancora quello, nonostante tutto: forte e volitivo, sorridente e simpatico.
mi ha presentato a tutti come un medico, sua nipote medico, e di continuo mi ha citato mio padre, suo fratello, e le sue considerazioni di allora sul mio lavoro. tutte sbagliate, viste con la consapevolezza, mia, di oggi su di me.
mi ha presentato a tutti come un medico, sua nipote medico, e di continuo mi ha citato mio padre, suo fratello, e le sue considerazioni di allora sul mio lavoro. tutte sbagliate, viste con la consapevolezza, mia, di oggi su di me.
mentre la guardavo vedevo la faccia di mio padre, un'impronta identica e indelebile, la bocca e i denti. la struttura del volto e degli occhi.
i miei nonni erano cugini di primo grado. i tratti genetici, fisici e metabolici (in famiglia tutti diabetici e ipercolesterolemci e cardiopatici, me compresa) si sono radicati e decuplicati nei figli. mio padre e la zia, e altri, hanno la stessa struttura del nonno, e da vecchi, su quel letto, malati, scavati, pallidi e disidratati, mi mostrano quella dentatura scolpita e replicata.
la vedo e la rivedo, la vidi nel nonno, decine di anni fa, l'ho vista in mio padre, l'ho rivista ieri in mia zia. ieri la guardavo, le parlavo, ma dentro di me qualcosa scavava, si turbava, andava altrove, in un luogo segreto. nel mistero.
per me, quella, è la faccia della morte, non c'è nulla da fare.
dall'eterno femminino all'eternità della morte.
memoria, anima del tempo.
dall'eterno femminino all'eternità della morte.
memoria, anima del tempo.
venerdì 23 gennaio 2015
il giardino delle vergini suicide
è un film del 1999 diretto da Sofia Coppola.
è uno splendido film, l'ho visto in televisione, caso rarissimo di buona programmazione televisiva.
è u film delicatissimo ma intensissimo sull'adolescenza, le sue derive tragiche quando contestualizzata in una famiglia drammaticamente cieca, bigotta, incapace di amare, conservatrice, convenzionale, e, alla fine, assassina.
ebbene si, famiglia assassina impersonata da una padre che abdica al suo ruolo di educatore e regolatore della voracità materna, assente, ritirato, indegno, superficiale e da una madre divorata dalla sua visione cristallizzata e impenetrabile di un destino per le sue figlie, fissato nella sua mente, senza che delle figlie sappia vedere niente.
racconta bene il turbamento del cambiamento, la sofferenza della separazione, quando è resa possibile, la visione della morte anche suicidaria, così cara all'adolescenza. la consapevolezza della morte arriva con la consapevolezza della generatività, e la pulsione aggressiva e sessuale in adolescenza sgorga con una violenza mai vista né prima né dopo. se posso generare posso anche morire. e la sofferenza, a volte, nell'incomprensione, nell'indifferenza, nella rabbia, nella sfida, è così presente torturante soffocante da non trovare altra via di espressione se non nella morte. se non sono né visto, né udito, nè, soprattutto, riconosciuto, la morte è il mio unico destino, non quello stabilito nella mente possessiva e anaffettiva di mia madre che non mi vede per quel che sono ma per quello che lei vuole che io sia, è l'unica fine possibile al mio star male.
cinque bellissime sorelle bionde tra i 15 e i 19 anni si consegnano alla morte, prima una e poi le altre quattro, come unica espressione possibile di un dolore mai detto, tanto meno gridato, di una clausura fisica e psicologica che annienta l'individuo, la soggettività, l'espressione di desiderio e di crescita personale.
la narrazione è affidata a una voce parlante maschile, un uomo, allora coetaneo, che racconta la storia di queste cinque sorelle anni dopo la loro morte, che le ha vissute, le ha guardate, le ha osservate, le ha ammirate, le ha amate. le ha viste svanire nella loro inafferrabilità senza averle mai veramente capite.
questa narrazione è sorprendente per bellezza, delicatezza e intuitività. esprime bene la fascinazione del femminile sul maschile nell'età adolescenziale, e forse per tutta le vita, un turbamento profondissimo che evidenzia con sublime poesia l'attrazione verso l'alterità femminile e la sua assoluta incomprensione. il ragazzo, giovane maschio, vede la donna nella sua portanza relazionale, nell'importanza della sua potente domanda all'altro, ma sopratutto nella sua aura mistero inconoscibile, ne subisce un fascino conturbante, cerca di averla sessualmente ma non è sessualmente che l'avrà. è descritta mirabilmente la delusione del rapporto sessuale che dovrebbe svelare tutto dell'altra, e dell'altro, e non svela ancora niente, lo svelerà solo in rapporto all'amore.
un giorno, forse, in un tempo a venire, per chi l'avrà, un tempo agognato ma, a volte, impossibile da raggiungere.
sofia coppola, chapeau.
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lunedì 24 novembre 2014
la frontiera del giornalismo
L’ultima frontiera
del narcisismo beota
di Claudio Magris
23 novembre 2014 | 08:40
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di Claudio Magris
IL COMMENTO
Tempi senza gloria per i detectives, gli investigatori che scoprivano, con pazienti ricerche e sottilissime deduzioni, gli autori dei delitti più efferati, anche quando avevano abilmente celato ogni traccia ed eliminato ogni indizio. Oggi invece un’infermiera sospettata di aver assassinato 38 pazienti in un ospedale romagnolo si fa fotografare ridente con il telefonino accanto al cadavere di una degente, consegnando all’eternità e agli inquirenti una ebete infamia. Immagine perfetta dell’imbecillità oltre che dell’atrocità del male. Il male non è solo crudele; è stupido, «una banale medusa» scriveva Joseph Roth, prendendo a schiaffi gli spiriti gregari affascinati dalla trasgressione ed eccitati dai divieti, magari pure dal divieto di gettare immondizie dai finestrini dei treni. Non occorre commentare la mostruosità del fatto.
Quella donna che si fa fotografare è un esempio estremo di quel narcisismo beota che sembra diffondersi sempre più, sia fra i delinquenti - gli stupratori che si eternizzano mentre compiono il loro delitto - sia fra gli ipodotati innocui, che sentono il bisogno di comunicare sulla rete a conoscenti e sconosciuti che cos’hanno mangiato la sera prima, chi hanno aiutato per strada, quale maglietta hanno acquistato. Trionfa l’aspirazione a un’eternità da cesso, una paradossale democratizzazione del culto della personalità; ognuno vuole che si sappia tutto di lui o di lei, come il Capo Carismatico vuole che si sappia quando prende in braccio per trenta secondi un bambino. Ognuno è in adorazione delle proprie esternazioni e secrezioni, chiede l’eternità per il proprio calzino e per il numero di cucchiaini di zucchero che mette nel caffè. Cani, diceva Federico II ai suoi soldati che fuggivano, volete vivere in eterno?
23 novembre 2014 | 08:40
© RIPRODUZIONE RISERVATA
ah però, Claudio Magris, che commento, no? tagliente, sarcastico e, sopratutto, definitivo.
quando l'ho letto ieri sul giornale sono rimasta molto colpita dal testo, dalle parole, dal giudizio.
sono andata a sentirlo a BookCity, l'ho ascoltato parlare delle diversificazioni dell'espressione letteraria, ovvero, in pratica, della sua esperienza, in qualità di scrittore, come giornalista. ha iniziato giovanissimo, a 17 anni, sul Messaggero Veneto, ma attualmente, e da anni ormai, scrive sul Corriere della Sera.
ed eccolo qui.
ciò che ascoltato da lui, lo devo dire, in quella lezione non corrisponde a quel che ho letto sul giornale e riportato qui.
intendiamoci, sono molto in linea sull'osservazione di fondo, o meglio di sottofondo, dell'articolo, la denuncia di una comunicazione urgente e immediata, per lo più senza senso se non, in questo caso, mostruosamente immorale e oscena, che vorrebbe eternizzare il momento ma, siccome è volta ad ogni singolo momento, non solo non eternizza proprio niente ma squalifica proprio tutto. una mercificazione di ogni atto, una pornografia diffusa, anzi pervasiva, inarrestabile, inquinante, nauseabonda, rivoltante. anche senza il cadavere sullo sfondo.
a dirla tutta quel che si vede in quell'immagine dell'infermiera con aria esultante, di una gioia quasi infantile, ritratta vicino al cadavere di un'anziana signora (presunto cadavere si legge sull'articolo del collega del Corriere che riporta la notizia, ancora si stanno facendo delle indagini) è l'esatta concretizzazione, la precisa corrispondenza in un'immagine di quel che si produce con selfie ininterrotti, come orgasmi multipli, e commenti postati ovunque, disponibili a chiunque e volutamente a cani e porci, è esattamente il tentativo annaspante di nullificare l'inevitabile morte ma, inconsapevolmente, facendo della morte, del godimento mortifero, il vero unico compagno, sostenitore, e ispiratore di questi atti sconsiderati e ripetuti all'infinito, senza mai reale piacere né soddisfazione. una foto in allegra compagnia della morte, ed ecco il nostro tempo immortalato per i posteri.
ma, come dire, da un favoloso scrittore e saggista, nonché giornalista, come Claudio Magris, che mi ha insegnato, in quella lezione, che giornalismo significa immergere le parole nello sporco per mantenerle pulite, fonte creativa che deve saper resistere al tempo facendosi verità nel tempo, riflessione nell'atto di scrivere, ascolto, caritatevole, degli altri, non mi aspettavo un'intrattenuta veemenza di questa portata.
la nostra infermiera non la immagino malata di narcisismo beota ma di perversione che si nutre dell'ultimo respiro. la faccia esultante è data dal godimento infantile della somministrazione della morte, come medicina senza scampo di una vita malata, prima di tutto la sua. il male si dimostra ancora una volta banale, come diceva la Arendt, nasce da una quotidianità senza senso, che necessita, anche ma mi sembra il minore dei mali, di una divulgazione virtuale. ma qui non siamo malati del comandamento odierno della condivisione imperativa del colore delle mutande, qui siamo ben oltre, siamo nell'abisso dell'angoscia che nell'esalazione del cadavere trova il suo naufragio e anche il suo sostentamento.
non siamo nella democratizzazione del culto della personalità (frase buona per berlusconi e casi affini), qui siamo nell'immondizia della perdita di senso, nella disancora dal senso, nella convulsione che scardina la tenuta della legge e del desiderio. siamo nel vuoto simbolico.
inoltre siamo ancora nel regno delle ipotesi, ci sono ancora indagini in corso, siamo ancora nel dubbio e nella domanda. io scrivo su un blog del piffero, Magris sul Corriere della Sera, credo davvero che l'asprezza del commento, anche un po' fuori tema, andava pensato e ripensato e riflettuto e maturato, francamente, di più, rimandando l'urgenza dell'indignazione. credo.
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venerdì 18 luglio 2014
internet e la faccia d'angelo
sono in palestra e mentre faccio finta di allenarmi mi collego ai televisori appesi sul muro connessi con i diversi canali, ormai le palestre ggggiuste non mancano di questi intrattenimenti per i forzati della linea.
mi collego al telegiornale, ammetto di non ricordare a quale canale, probabilmente mediaset me non credo che faccia alcuna differenza in questo mondo che non mi appartiene, e tra le notizie, tra l'aereo civile abbattuto in Ucraina, le indagini di Yara e i bambini morti a Gaza, ecco apparire la notizia che vuole una piccola bambina di 6 settimane morire in ospedale a causa di una grave malattia epatica congenita.
l'immagine della foto la vuole minuscola e intubata, due occhi sgranati, ma ancora mezzi ciechi, sfuocati sul mondo...
il padre, dice la notizia, appena morta la figlia, mette l'immagine sul web e chiede, avendola vista solo così, intubata, abbracciata solo così, fasciata da sondini e rilevatori, di poter far "ripulire" l'immagine da mani esperte e vederla come non l'ha mai vista, come fosse stata sana e libera dalle chele della medicina.
eccolo accontentato, in pochissimo tempo fa il giro sul mondo virtuale l'immagine della bambina, rinata, ripulita, sana, bellissima è vero, qualcuno le ha messo le ali di un angelo, qualcuno degli occhi cerulei improbabili, qualcuno, più mestamente, si è limitato a liberarla e basta.
sgorgano le lacrime ma, soprattutto, per parte mia, la rabbia.
mi è intollerabile la pubblicizzazione del dolore e mi domando perché ormai al mondo non ci sia più nessuno che sappia soffrire da solo, in silenzio, chiuso nella sua stanza con la sua bambina tra le braccia.
perché nessuno sappia più gioire da solo o con i suoi cari senza fare di questo un caso mondiale di esternazione di una felicità infinita irraggiungibile e invidiabile dal resto degli umani.
mi domando perché ogni singola foto -e quante sono inutuli stupide ripetitive tutte con la lingua di fuori e i lineamenti distorti- ed evento della nostra vita debba finire sui social network blog e chi più ne ha più ne metta come se la nostra esistenza fosse negata e inesistente se non mostrata impudicamente e svergognatamente, volgarmente a tutta un'umanità a noi assolutamente sconosciuta e che di noi di fatto se ne frega.
le immagini di questa bambina e l'idea di questo povero padre che non sa portare la foto a un privato qualunque che gli faccia un buon lavoro e portarsela a casa e piangerne, da solo, con la moglie, mi scandalizzano purtroppo oltre alla compassione per la bambina e i suoi genitori.
anch'io mi sono disperata ma pensando a quella povera bambina messa sulle pagine di migliaia di computer, esposizione mediatica (web e tv e chissà cos'altro), deturpata da immagini anche orribili, ridicolizzata dalle ali di un angelo, alienata da occhi da extraterrestre, certamente seguita da lacrime di cordoglio, che non sono per lei ma per le nostre povere anime afflitte dalla nostra personalissima angoscia di morte, all'oltraggio che ha ricevuto, al cattivo gusto, sospinto dalla disperazione, di un genitore che non ha una struttura emotiva e affettiva e simbolica sufficientemente formata da saper tenere pensare piangere afflliggersi addolorarsi disperarsi immaginare il suicidio patire l'ingiustizia SOFFRIRE da solo con se stesso e abbia bisogno del virtuale per dare il senso a una perdita altrimenti senza senso.
nessuno sa più stare nel non senso senza annegarsi nel web, nelle braccia di un mondo senza contatto, senza immolarsi alla necessità della pubblicità sui muri, nessuno sa più cosa sia l'amore senza che debba essere immolato alla causa dei pixel e dei selfie e dell'esposizione dell'intimità che diventa oltraggio al pudore.
nessuno sa più amare e soffrire con il solo conforto della propria anima e dei propri riferimenti personali.
sono turbata, impietosita non dalla povertà dell'uomo ma da quella bambina vittima dei nostri incolmabili vuoti.
martedì 18 marzo 2014
quel trolley griffato e i suoi bei 24 kg di cocaina
Si crede stupidamente che un atto criminale per qualche ragione debba essere maggiormente pensato e voluto rispetto ad un atto innocuo. In realtà non c'è differenza. I gesti conoscono un'elasticità che i giudizi etici ignorano.
(Gomorra, Roberto Saviano)
la signora, dama bianca, così bionda e griffata, me la vedo male in carcere 8-10 anni.
però così firmata e cotonata, chi l'avrebbe detto che per mestiere facesse il corriere della droga?
quatta quatta si portava dietro 20 e oltre kg di cocaina.
e di certo non una, ma chissà, esagero? decine di volte?
la signora.
che quando la sgamano..."mi hanno incastrato"...e piange. come piange? ma no, che diamine, fai la figa, trasporti droga, fai il maschio in gonnella, fai la sciura della malavita e piangi?? allora sei una femmina, solo una cazzo di femmina.
la signora.
che quando la sgamano..."mi hanno incastrato"...e piange. come piange? ma no, che diamine, fai la figa, trasporti droga, fai il maschio in gonnella, fai la sciura della malavita e piangi?? allora sei una femmina, solo una cazzo di femmina.
la signora.
mica tanto signora insomma, diciamocelo, una vera signora mica si sporca le mani con la farina bianca che ammazza centinaia di persone, va bene l'ultima di Gucci a tutti i costi, ma con i soldi che gocciolano sangue?
ma forse la signora non sa che nel suo elegantissimo trolley trasporta morte, traffico di droga, soldi sporchi, morti ammazzati, clan e cosche, corruzione, riciclaggio e il grande male della terra, tutto nostrano, che si chiama camorra. non lo sa?
mah, forse dal parrucchiere, su Chi, non c'era scritto. e l'amica del happy-hour ore 18.00 mica gliel'ha detto.
speriamo che la signora, spaventata per questo inaspettato strappo alla sua impeccabile immagine e terrorizzata che la tuta a righe non le doni -per non parlare del cespuglio che sarà dei suoi biondi capelli- parli.
le dica, le spari, belle e grosse, le notizie sul quel traffico che così messamente, ma fighissima, trasportava.
speriamo, magari le condonano un paio di annetti.
che donna, che classe, che portamento...mai fidarsi delle grandi firme della moda: sono sporche anche quelle. lo sapevate? avete mai letto Gomorra di Saviano? avete mai letto che tutto il mondo della moda passa dai clan della camorra, dal Sistema delle famiglie, per produzione, materiale, distribuzione, tutto?
il vestito di Angelina Jolie, alla notte degli oscar, una decina di anni fa...Pasquale lo ha fatto, Pasquale di Casarano, Tricase, Taviano, Melissano, proprio lui...
il vestito di Angelina Jolie, alla notte degli oscar, una decina di anni fa...Pasquale lo ha fatto, Pasquale di Casarano, Tricase, Taviano, Melissano, proprio lui...
In tv Angelina Jolie calpestava la passerella della
notte degli Oscar indossando un completo di raso bianco, bellissimo. Uno
di quelli su misura, di quelli che gli stilisti italiani, contendendosele,
offrono alle star. Quel vestito l'aveva cucito Pasquale in una fabbrica in
nero ad Arzano. Gli avevano detto solo: «Questo va in America». Pasquale
aveva lavorato su centinaia di vestiti andati negli USA. Si ricordava bene
quel tailleur bianco. Si ricordava ancora le misure, tutte le misure. Il taglio
del collo, i millimetri dei polsi. E il pantalone. Aveva passato le mani nei
tubi delle gambe e ricordava ancora il corpo nudo che ogni sarto
immagina. Un nudo senza erotismo, disegnato nelle sue fasce muscolari,
nelle sue ceramiche d'ossa. Un nudo da vestire, una mediazione tra
muscolo, ossa e portamento. Era andato a prendersi la stoffa al porto, lo
ricordava ancora bene quel giorno. Gliene avevano commissionati tre, di
vestiti, senza dirgli altro. Sapevano a chi erano destinati, ma nessuno
l'aveva avvertito. (Gomorra, Roberto Saviano)
avete mai letto Gomorra di Saviano? più mi addentro e più mi dico che non c'è speranza, siamo governati da forze molto più potenti dei governi ufficiali del mondo, siamo governati dalle dame bianche che seppure di bianco vestite trasudano morte, quella che puzza, che fa vomitare.
Diventare imprenditore. Capace di commerciare con tutto e fare affari anche col nulla. Usare tutto come mezzi e se stessi come fine. Chi dice che è amorale, che non può esserci vita senza etica, che l'economia possiede dei limiti e delle regole da seguire è soltanto colui che non è riuscito a comandare, che è stato sconfitto dal mercato. L'etica è il limite del perdente, la protezione dello sconfitto, la giustificazione morale per coloro che non sono riusciti a giocarsi tutto e vincere ogni cosa.
(Gomorra, Roberto Saviano)
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domenica 16 marzo 2014
questa rossa nube di cui l'anima è la folgore.
posso dire che L'opera al nero mi è piaciuto di più?
quel libro mi aveva dato i brividi, così oscuro, così alchemico, così cupo, così magico e tormentoso, così misterioso.
forse non è un buon modo per iniziare a parlare de Le memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, ma l'impatto del libro è stato meno potente rispetto all'altro, seppure questo libro abbia un grandissimo valore letterario.
a proposito degli dei acclamati da Alceo nella poesia che ho postato ieri, ecco un mondo, il primo mondo, la prima volta nel mondo, in cui gli dei perdono in potere e potenza e ancora Cristo non si è elevato a salvezza dell'umanità.
ecco l'uomo, solo, come accennava la stessa Yourcenar nei sui appunti sul libro, ritrovando questa frase nella corrispondenza di Flaubert: Quando gli dèi non c'erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c'è stato un momento unico in cui è esistito l'uomo, solo.
Scrive l'Adriano della Yourcenar:
Fu verso quell'epoca che cominciai a sentirmi dio. Non mi fraintendere: ero sempre, ero più che mai lo stesso uomo, nutrito dei frutti e degli animali della terra, che rende al suolo i resti dei suoi alimenti, sacrifica al sonno a ogni rivoluzione degli astri, irrequieto sino alla follia quando gli manca troppo a lungo la calda presenza dell'amore. La mia forza, la mia agilità fisica e mentale erano conservate accuratamente intatte, attraverso una ginnastica completamente umana. Ma che altro dirti, se non che tutto ciò io lo vivevo divinamente? Erano cessate le avventure temerarie della giovinezza, e quella urgenza di godere il tempo che passa. A quarantaquattro anni, mi sentivo senza impazienze, sicuro di me, perfetto quanto me lo consentiva la mia natura: eterno. E, comprendimi bene, si trattava d'un'ideazione dell'intelletto: i deliri, se devo assegnar loro questo nome, vennero più tardi. Ero dio, semplicemente, perché ero uomo. I titoli divini che la Grecia mi accordò in seguito non fecero che proclamare ciò che da te mi sarebbe stato possibile sentirmi dio anche nelle prigioni di Domiziano o nelle viscere d'una miniera. Se ho l'audacia di pretenderlo, vuol dire che questo sentimento mi appare assai poco straordinario, e per nulla raro. Anche altri, oltre che io stesso, l'hanno provato, o lo proveranno in avvenire.
bella scrittura, scrittura esemplare, scrittura di vita. vita di un imperatore di Roma, vita di Adriano, vita di un uomo, vita di tutti noi. l'universale si fa uomo.
Scrive l'Adriano della Yourcenar:
Fu verso quell'epoca che cominciai a sentirmi dio. Non mi fraintendere: ero sempre, ero più che mai lo stesso uomo, nutrito dei frutti e degli animali della terra, che rende al suolo i resti dei suoi alimenti, sacrifica al sonno a ogni rivoluzione degli astri, irrequieto sino alla follia quando gli manca troppo a lungo la calda presenza dell'amore. La mia forza, la mia agilità fisica e mentale erano conservate accuratamente intatte, attraverso una ginnastica completamente umana. Ma che altro dirti, se non che tutto ciò io lo vivevo divinamente? Erano cessate le avventure temerarie della giovinezza, e quella urgenza di godere il tempo che passa. A quarantaquattro anni, mi sentivo senza impazienze, sicuro di me, perfetto quanto me lo consentiva la mia natura: eterno. E, comprendimi bene, si trattava d'un'ideazione dell'intelletto: i deliri, se devo assegnar loro questo nome, vennero più tardi. Ero dio, semplicemente, perché ero uomo. I titoli divini che la Grecia mi accordò in seguito non fecero che proclamare ciò che da te mi sarebbe stato possibile sentirmi dio anche nelle prigioni di Domiziano o nelle viscere d'una miniera. Se ho l'audacia di pretenderlo, vuol dire che questo sentimento mi appare assai poco straordinario, e per nulla raro. Anche altri, oltre che io stesso, l'hanno provato, o lo proveranno in avvenire.
e Adriano è un uomo, di potere, grande, grandissimo nelle cose di stato, e piccolo o piccolissimo, come tutti, nelle cose della vita. un uomo, amante dell'arte e delle grandi opere, della natura e del mistero, pacificatore e conquistatore, equo ma anche spietato, amato, anche venerato, e molto solo.
la pagine più belle sono quelle sull'amore e quelle sulla morte, ovvero quelle sulla solitudine dell'uomo, anche di un uomo come l'Imperatore Adriano, davanti alle grandi questioni della vita.
Di tutti i nostri giochi, questo [l'amore] è il solo che
rischi di sconvolgere l'anima, il solo altresì nel quale chi vi partecipa deve abbandonarsi al delirio dei sensi. Non è necessario per un bevitore abdicare all'uso
della ragione, ma l'innamorato che conservi la sua non obbedisce fino in fondo al suo
demone. In qualsiasi altro caso, l'astinenza o la sregolatezza non impegnano che
l'individuo; ogni atto sensuale ci pone in presenza dell'ALTRO, ci coinvolge
nelle esigenze e nelle servitù della scelta. Non ne conosco altre ove l'uomo sia spinto
a risolversi da motivi più elementari e ineluttabili, ove l'oggetto della scelta venga
valutato con maggiore esattezza per il peso di piaceri che offre, ove chi ama il vero
abbia maggiori possibilità di giudicare la creatura umana nella sua nudità. Stupisco
nel veder formarsi di nuovo ogni volta - nonostante un abbandono che tanto eguaglia
quello della morte, un'umiltà che supera quella della sconfitta e della preghiera - quel
complesso di dinieghi, di responsabilità, di promesse: povere confessioni, fragili
menzogne, compromessi appassionati tra i nostri piaceri e quelli dell'ALTRO, legami
che sembra impossibile infrangere e che pure si sciolgono così rapidamente. Questo
gioco misterioso che va dall'amore di un corpo all'amore d'un essere umano, m'è
sembrato tanto bello da consacrarvi tutta una parte della mia vita. Le parole
ingannano: la parola piacere, infatti, nasconde realtà contraddittorie, implica al tempo
stesso i concetti di calore, di dolcezza, d'intimità dei corpi, e quelli di violenza,
d'agonia, di grida. La piccola frase oscena di Poseidonio - che t'ho visto ricopiare sul
tuo quaderno di scuola con una diligenza da primo della classe - a proposito
dell'attrito di due piccole parti di carne, non definisce il fenomeno dell'amore, così
come la corda toccata dal dito non rende conto del miracolo infinito dei suoni. Più
ancora che alla voluttà, essa reca ingiuria alla carne, a questo strumento di muscoli,
di sangue, di epidermide, a questa rossa nube di cui l'anima è la folgore.
parte mia un maggior silenzio.
Dice l'autrice: non ho tardato molto ad accorgermi che scrivevo la vita d'un grand'uomo; e di conseguenza, un maggior rispetto della verità, un maggiore attenzione, e, da parte mia un maggior silenzio. In un certo senso, ogni vita raccontata è esemplare; si scrive per attaccare o per difendere un sistema del mondo, per definire un metodo che ci è proprio. Ma non è meno vero che le biografie in genere si squalificano per una idealizzazione o una denigrazione a qualunque costo, per particolari esagerati senza fine o prudentemente omessi; anziché comprendere un essere umano, lo si costruisce. Non perder mai di vista il grafico di una esistenza umana, che non si compone mai, checché si dica, d'una orizzontale e di due perpendicolari, ma piuttosto di tre linee sinuose prolungate all'infinito, ravvicinate e divergenti senza posa: che corrispondono a ciò che un uomo ha creduto di essere, a ciò che ha voluto essere, a ciò che è stato.
come per l'Opera al nero, la parte del libro che si avvicina e arriva a toccare il mistero della morte è particolarmente toccante, vera, autentica, sorprendente. la Yourcenar, come altri pochi scrittori, scrive senza avere paura.
Sono quel che ero: muoio senza mutarmi. A
prima vista, l'adusto fanciullo dei giardini
di Spagna, l'ufficiale ambizioso che rientra
nella tenda scrollandosi dalle
spalle i fiocchi di neve,
sembrano tanto cancellati
quanto lo sarò io dopo che sarò
passato attraverso il rogo; ma
essi son qui; io ne sono
inseparabile. L'uomo che ha urlato sul petto d'un morto continua a gemere in un
angolo di me stesso, a onta della calma più e meno che umana alla quale partecipo
già; il viaggiatore racchiuso nel corpo del malato ormai sedentario per sempre
s'interessa alla morte perché
essa rappresenta una partenza. Quella forza ch'io fui
sembra capace ancora di animare parecchie a
ltre vite, di sollevare dei mondi. Se, per
miracolo, qualche secolo venisse aggiunto ai
pochi giorni che mi
restano, rifarei le
stesse cose, persino gli stessi errori, frequent
erei gli stessi Olimpi e i medesimi Inferi.
Una constatazione simile è un argomento ec
cellente in favore dell'
utilità della morte,
ma nello stesso tempo m'ispira dubb
i sulla totale efficacia di essa.
...
Piccola anima smarrita e soave, compagna
e ospite del corpo, ora t'appresti a
scendere in luoghi incolori, ardui e spogli,
ove non avrai più gli
svaghi consueti. Un
istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non
vedremo mai più... Cerchiamo d'en
trare nella morte a occhi aperti.. Dice l'autrice: non ho tardato molto ad accorgermi che scrivevo la vita d'un grand'uomo; e di conseguenza, un maggior rispetto della verità, un maggiore attenzione, e, da parte mia un maggior silenzio. In un certo senso, ogni vita raccontata è esemplare; si scrive per attaccare o per difendere un sistema del mondo, per definire un metodo che ci è proprio. Ma non è meno vero che le biografie in genere si squalificano per una idealizzazione o una denigrazione a qualunque costo, per particolari esagerati senza fine o prudentemente omessi; anziché comprendere un essere umano, lo si costruisce. Non perder mai di vista il grafico di una esistenza umana, che non si compone mai, checché si dica, d'una orizzontale e di due perpendicolari, ma piuttosto di tre linee sinuose prolungate all'infinito, ravvicinate e divergenti senza posa: che corrispondono a ciò che un uomo ha creduto di essere, a ciò che ha voluto essere, a ciò che è stato.
TRAHIT SUA QUEMQUE VOLUPTAS: ciascuno la sua china; ciascuno il suo
fine, la sua ambizione se si vuole, il gusto più segreto, l'ideale più aperto. Il mio era
racchiuso in questa parola: IL BELLO, di così ardua definizione a onta di tutte le evidenze dei sensi e della vista. Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo.
Volevo che le città fossero splendide, piene di luce, irrigate d'acque limpide, popolate
da esseri umani il cui corpo non fosse deturpato né dal marchio della miseria o della
schiavitù, né dal turgore d'una ricchezza volgare; che gli alunni recitassero con voce
ben intonata lezioni non fatue; che le donne al focolare avessero nei loro gesti una
sorta di dignità materna, una calma possente; che i ginnasi fossero frequentati da
giovinetti non ignari dei giochi né delle arti; che i frutteti producessero le più belle
frutta, i campi le messi più opime. Volevo che l'immensa maestà della pace romana si
estendesse a tutti, insensibile e presente come la musica del firmamento nel suo
moto; che il viaggiatore più umile potesse errare da un paese, da un continente
all'altro, senza formalità vessatorie, senza pericoli, sicuro di trovare ovunque un
minimo di legalità e di cultura; che i nostri soldati continuassero la loro eterna danza
pirrica alle frontiere; che ogni cosa funzionasse senza inciampi, l'officina come il
tempio; che il mare fosse solcato da belle navi e le strade percorse da vetture
frequenti; che, in un mondo ben ordinato, i filosofi avessero il loro posto e i danzatori
il proprio. A questo ideale, in fin dei conti modesto, ci si avvicinerebbe abbastanza
spesso se gli uomini vi applicassero una parte di quell'energia che van dissipando in
opere stupide o feroci. E durante l'ultimo quarto di secolo, la sorte propizia mi ha
consentito di realizzarlo in parte. Arriano di Nicomedia, uno degli spiriti più eletti del
nostro tempo, si compiace di rammentarmi i bei versi nei quali il vecchio Terpandro
ha definito in tre parole l'ideale di Sparta, il "modus vivendi" perfetto, sognato, e mai
raggiunto, da Lacedemone: la FORZA, la GIUSTIZIA, le MUSE. La Forza stava alla
base, e senza il suo rigore non può esserci Bellezza, senza la sua stabilità non v'è
Giustizia. La Giustizia componeva l'equilibrio delle parti, le proporzioni armoniose
che nessun eccesso deve turbare. Ma la Forza e la Giustizia non erano che uno
strumento agile e duttile nelle mani delle Muse: consentivano di tener lontane tutte le
miserie e le violenze come altrettante offese al bel corpo dell'umanità. Ogni nequizia
era come una nota falsa da evitare nella armonia delle sfere.
come per l'Opera al nero, la parte del libro che si avvicina e arriva a toccare il mistero della morte è particolarmente toccante, vera, autentica, sorprendente. la Yourcenar, come altri pochi scrittori, scrive senza avere paura.
bella scrittura, scrittura esemplare, scrittura di vita. vita di un imperatore di Roma, vita di Adriano, vita di un uomo, vita di tutti noi. l'universale si fa uomo.
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lunedì 17 febbraio 2014
l'altalena
dipinto vascolare- il pittore dell'altalena, conservato a Berlino
L' altalena, per i greci, aveva un luogo e un momento di nascita ben precisi, e anche, quantomeno ad Atene, una importantissima funzione sociale. A raccontarci quale fosse questa funzione è, come sempre, un mito. Nella specie, un mito poco noto, ma legato a uno celeberrimo: quello degli Atridi raccontato da Eschilo nell' Orestea. Clitennestra, che d' accordo con il suo amante Egisto ha ucciso il marito Agamennone, viene uccisa dal figlio Oreste, che vuole - e nella mentalità dell' epoca deve - vendicare il padre. Ma, anche in quel mondo, il terribile mondo della vendetta, il matricidio è una colpa inespiabile. Perseguitato dal rimorso Oreste fugge, inseguito, oltre che dalle Erinni che vogliono fargli pagare il terribile gesto, anche dalla sorellastra Erigone, la figlia che Clitennestra ha avuto da Egisto. Ma quando giunge ad Atene Oreste viene assolto: «Il vero genitore - decreta la dea Atena, esprimendo quel che pensavano se non tutti, quantomeno molti greci - non è la madre, bensì il padre». A questo punto Erigone, disperata, si impicca. Senonché, quando la notizia si sparge, le vergini ateniesi, come se fossero state contagiate, prendono a impiccarsi in massa. La città rischia di estinguersi. Preoccupatissimi, gli ateniesi si precipitano a interpellare l' oracolo di Apollo, che suggerisce un rimedio: basta costruire delle altalene, così che le ragazze possano dondolarsi nell' aria, come quelle che si impiccano, ma senza perdere la vita. La città è salva, gli ateniesi sono felici, le ragazze ateniesi ancor più di loro, e l' altalena diventa il gioco preferito delle ragazze di tutti i tempi.
così leggo, ascolto, dal libro di Eva Cantarella: L'amore è un dio, una raccolta di miti, leggende, storie di donne come Medea e Fedra, amori omerici, processi famosi, che parlano, trattano intorno alla questione dell'amore o, forse meglio, della figura femminile al tempo dei greci.
il capitolo finale è dedicato a Erigone e la leggenda dell'altalena. e ne sono rimasta folgorata.
Erigone, della anche Aletis -la vagabonda- si impicca disperata alla notizia di non poter avere giustizia per la morte di suo padre e ne segue una follia collettiva, tutte le giovani donne ateniesi, vergini come lei, si impiccano in massa. l'oracolo indica l'altalena come rimedio, ovvero quel dondolio per aria che mima la morte per impiccagione. questo passaggio simbolico mi affascina e mi cattura e, prosegue la Cantarella, è stato riproposto più volte nell'arte e letteratura greca. Pausania, descrivendo il dipinto di Polignoto: Fedra in altalena, ne ripropone appunto, la lettura in termini simbolici: anche Fedra si è impiccata, rea di amare il figliastro Ippolito, e l'altalena ne è la sua rappresentazione. in una famosa pittura vascolare - riportata all'inizio della pagina, e che si può vedere a Berlino- il pittore dell'altalena aggiunge un ulteriore messaggio a questa connessione tra la morte e l'altalena, inserendo anche un elemento di natura sessuale. l'altalena su cui Aletis -in basso alla pittura si può leggere ALE, Aletis, Erigone-si dondola non è una semplice altalena ma un trono con 4 gambe e drappeggi e rappresenta quindi un mito, in cui compare, di spalle alla fanciulla, la figura del satiro, sicuro riferimento sessuale. il dondolio, mi viene da pensare, richiama la morte per impiccagione, ma richiama anche il movimento ondulatorio del rapporto sessuale, e quel satiro che spinge l'altalena collega l'amore fisico alla morte, a una qualche forma di passaggio rituale.
l'altalena potrebbe così rappresentare il rito di passaggio dalla verginità alla maturità sessuale delle donne. e altri racconti possono confermare questa simbolizzazione. in Tessaglia, il tiranno Tartaro, si faceva portare giovani donne vergini per stuprarle. una di loro, Aspalis, per salvarsi da questa violenza che segnava la fine della sua pubertà, della sua verginità, preferì impiccarsi. dopo la sua morte il corpo della defunta cominciò a cambiare aspetto.
in Arcadia, una festa in onore di Artemide celebra un gruppo di giovani vergini che, mentre si prestavano a osservare il rito, si sentirono, improvvisamente, minacciate da una forza oscura, il timore di una violenza, di una violazione del loro corpo e si impiccarono, in massa. i loro corpi, dopo la morte, si trasformarono in noci, appese agli alberi presso cui si erano impiccate. ecco dunque che l'impiccagione, quel dondolio che richiama il coito, assume l'aspetto di un rito di passaggio, dalla verginità alla maturazione sessuale, a una rinascita -un cambiamento del corpo dopo la morte- a una morte simbolica dell'iniziata, verso una nuova vita, quella vita alla quale le donne greche erano destinate, il matrimonio e la procreazione. un rito non procrastinabile, un passaggio non demandabile, la donna greca aveva il ruolo di fare figli, di riprodurre la specie.
durante le Antesterie, feste celebrate in onore di Dioniso che hanno a che fare direttamente col piacere del vino e con il "fiorire primaverile", le giovani donne richiamavano il rito di Erigone, destinato a uccidere la vergine per far nascere la donna, un rito che ricorda anche una solitudine estrema, una segregazione nel ruolo. il nome Aletis -la vagabonda- richiama una forma di isolamento, un vagare senza meta, una segregazione appunto: la morte iniziatica è preparata da un periodo di allontanamento dalla comunità e l'altalena, più che mai, esprime anche un distacco, da terra, dal mondo, sospeso nell'aria.
e pensare che, per me, era solo un'altalena.
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giovedì 6 febbraio 2014
still life
Uberto Pasolini, il regista.
Still life, il film (natura morta).
regista italiano, produzione inglese.
presentato alla 70ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, dove ha vinto il premio per la miglior regia nella sezione "Orizzonti".
il film, straordinario.
apparentemente funereo, fondamentalmente, radicalmente, vitale.
poesia, elegia, celebrazione della gestualità umana quando sa essere profonda e rispettosa dell'altro.
Still life, il film (natura morta).
regista italiano, produzione inglese.
presentato alla 70ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, dove ha vinto il premio per la miglior regia nella sezione "Orizzonti".
il film, straordinario.
apparentemente funereo, fondamentalmente, radicalmente, vitale.
poesia, elegia, celebrazione della gestualità umana quando sa essere profonda e rispettosa dell'altro.
John May è un solitario funzionario comunale, il cui lavoro consiste nel
rintracciare i parenti più prossimi delle persone morte in totale
solitudine. May svolge il suo lavoro con estrema meticolosità e conduce
una vita tranquilla e ordinaria, fatta di ossessivi riti quotidiani. Un
giorno gli viene affidato il caso di Billy Stoke, un uomo alcolizzato
morto in solitudine a pochi passi da casa sua. Così inizia a raccogliere
indizi sulla sua vita e a cercare le persone a cui è stato legato. Ma a
causa della crisi economica gli viene comunicato che il suo ufficio sta
per essere ridimensionato e sarà licenziato in quanto in esubero. John
May non si abbatte e convince il suo capo a concedergli qualche giorno
per portare a termine il suo ultimo caso. Durante le sue ricerca conosce
Kelly, la figlia di Billy Stoke abbandonata durante l'infanzia, e nei
suoi viaggi, alla ricerca delle persone che hanno conosciuto Stoke, John
May ha modo di riassaporare la vita.
è commovente la precisa descrizione del rituale ossessivo che difende dall'oppressione della morte, che è poi la natura profonda di tutti gli ossessivi, ritualizzare e ripetere per scongiurare la paura del nulla. è così. John May, organizza la sua solitaria giornata in modo rigoroso e ineccepibile, ogni gesto, lavorativo e non, è sostenuto da una ripetizione infinita di moduli e rituali e non c'è nulla al mondo che possa creare migliore difesa verso l'inconoscibile. ripetere quel che si sa, quel che sappiamo che matematicamente avverrà, scongiura in modo, illusoriamente, definitivo la mostruosità dell'imprevisto.
ma dentro il suo rituale John May, che si occupa di ricostruire la vita e le relazioni familiari di chi è morto in solitudine, dimenticato, magari già putrefatto dopo settimane dalla morte da nessuno reclamata, compie una rivoluzione in controtendenza, restituisce dignità alla morte, celebrandola e restituendola di senso.
che la morte abbia, almeno, una vita da concludere.
c'è così tanta umanità in quest'uomo piccolo e solo, irrigidito e premuroso, da renderlo amabile e glorioso.
l'effetto più straordinario del film, con un finale, oltre che coerente anche vittorioso, è quello dell'innamoramento. inaspettato e insperato: l'incontro d'amore innesca la dimenticanza del rituale, innesca il ripensamento a una vita terrena possibile, non solo in difesa della morte, ma anche attuale e sentimentale. sarà questo imperdonabile sogno a far dimenticare a John il rituale scaramantico per poi, proprio nel momento in cui non penserà alla morte, morire.
morire sognando l'amore.
bellissimo.
ma dentro il suo rituale John May, che si occupa di ricostruire la vita e le relazioni familiari di chi è morto in solitudine, dimenticato, magari già putrefatto dopo settimane dalla morte da nessuno reclamata, compie una rivoluzione in controtendenza, restituisce dignità alla morte, celebrandola e restituendola di senso.
che la morte abbia, almeno, una vita da concludere.
c'è così tanta umanità in quest'uomo piccolo e solo, irrigidito e premuroso, da renderlo amabile e glorioso.
l'effetto più straordinario del film, con un finale, oltre che coerente anche vittorioso, è quello dell'innamoramento. inaspettato e insperato: l'incontro d'amore innesca la dimenticanza del rituale, innesca il ripensamento a una vita terrena possibile, non solo in difesa della morte, ma anche attuale e sentimentale. sarà questo imperdonabile sogno a far dimenticare a John il rituale scaramantico per poi, proprio nel momento in cui non penserà alla morte, morire.
morire sognando l'amore.
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lunedì 9 dicembre 2013
terrore del mistero
al funerale del padre di una mia collega.
il prete legge una lettera indirizzata al nonno, presumibilmente da parte dei nipoti del defunto, più probabilmente da parte della nipote maggiore, la figlia della mia collega.
se ne dice bene, si dice abbia lottato fino in fondo, si dice non si sia lamentato mai, si dice abbia tenuto duro per stare in vita e sofferto in silenzio.
si dice anche che la famiglia si è trovata tenacemente unita nel dolore, capace di vicinanza amore dedizione responsabilità e armonia.
perchè si dicono sempre queste cose ai funerali?
queste bugie grossolane?
queste menzogne pietose e penose, queste falsità nel tentativo di tenere in piedi il vacillante concetto cattolico dell'indissolubilità della famiglia distruggendo al contempo, e ben più gravemente, l'eterno altissimo valore della dignità umana, il valore immenso della verità?
per quello che so io, e l'ho saputo bene, durante la malattia del padre la mia collega ha affrontato, forse in modo ancora più doloroso rispetto all'attesa della morte, la perversione dell'istituzione familiare, la ragnatela di dinamiche relazionali malate che, anzi, si sono amplificate, enfatizzate nel corso della lunga agonia paterna: rapporti sbagliati, responsabilità squilibrate, egoismi, fatiche immani sostenute da una sorella nell'afa milanese di agosto contrapposte a fughe nella brezza marina in vacanza dell'altra. una madre incapace di tenere una posizione ferma che imponga giustizia, due sorelle contrapposte, l'una vittima e l'altra carnefice (e probabilmente viceversa), una dedita l'altra scaltra ed egoista, così tutta la vita, così in morte del padre.
perché dire bugie anche di fronte alla morte? non c'è mai speranza che la verità abbia una sua dignitosa posizione? una sua necessaria e ripettosa collocazione nelle coscienze sofferenti ma vigili di chi ha perso una persona cara? perché farsi portatori di un così grave e disgustoso peccato anche di fronte, in memoria di chi, ormai, non giudicherà né mai più sarà giudicato?
primi di settembre, a un funerale di una mia collega, mia coetanea, forse anche più giovane di qualche anno.
morte improvvisa, o qualcos'altro? gravemente depressa, la mia collega psichiatra, persona inavvicinabile, invivibile, a tratti solo bizzarra, a tratti gravemente disturbata. come i suoi pazienti.
al funerale ho ascoltato la sua descrizione da parte del prete officiante, e le testimonianze di colleghi e infermieri. del primario.
false, palesemente false, forzate per darne una visione fasulla, inventata, artefatta ma degna evidentemente di un apparato che in morte ci vuole tutti santi.
non si dice, a un funerale, che la collega aveva avuto episodi in vita di grave depressione, di deliri persecutori, di accessi maniacali con ricovero in SPDC? che lavorare con lei voleva dire mettersi in fuga per salvarsi dai suoi imprevedibili accessi di aggressività e prepotenza?
non si dice.
dirlo vuol dire sminuire il valore della perdita? dire che è morta una persona difficile e sgradevole -almeno lavorativamente parlando ma dubito che viverle accanto fosse una passeggiata- significa toglierle qualcosa? cos'è la morte? non è almeno la fine la pace il termine della sofferenza fisica o mentale? la fine del giudizio degli altri, la parificazione di tutto davanti all'annullamento della carne e della fisica presenza?
non si dice.
dirlo vuol dire sminuire il valore della perdita? dire che è morta una persona difficile e sgradevole -almeno lavorativamente parlando ma dubito che viverle accanto fosse una passeggiata- significa toglierle qualcosa? cos'è la morte? non è almeno la fine la pace il termine della sofferenza fisica o mentale? la fine del giudizio degli altri, la parificazione di tutto davanti all'annullamento della carne e della fisica presenza?
cosa si dice a un funerale, perché si fa un funerale, nemmeno in morte abbiamo diritto di dire, noi e gli altri per noi, senza vergogna, senza punizione, senza peccato, quel che siamo?
mai? proprio mai?
È difficile avere, in queste cose, certezze. Probabilmente abbiamo perso la familiarità con la morte che aveva la civiltà classica, il senso concreto di far parte del gran fiume delle cose, come dice l’espressione cinese, del ciclo di aurora e tramonto, fiorire e appassire, aggregazione e disgregazione degli elementi. Si è forse data troppa importanza alla morte, permettendole di fare troppo il gradasso e di presentarsi come il trionfo del nulla e dell’insensatezza di tutto.
Forse bisognerebbe ritrovare concretamente, fisicamente il senso della morte quale sigillo della nostra appartenenza all’ordine naturale delle cose; viverla certo come mistero, ma senza la necessità di parlare troppo del mistero e delle cose nascoste e continuando, anche su quella soglia, a interessarsi delle cose relative ed effimere di cui ci si è interessati nella quotidianità. Un senso classico — romano più ancora che greco — invita a venerare l’imperscrutabile ma, proprio perché è imperscrutabile, a non angosciarsi nell’ossessivo tentativo di scrutarlo. Ciò non implica affatto necessariamente uno spirito irreligioso: le nostre contingenze colorano l’eternità di Dio; sono il nostro modo di vivere quella «inafferrabilità di Dio» che è proclamata con forza «martellante» nella Bibbia.
così scrive Magris su La Lettura di ieri, ma sono proprio il mistero e il trionfo del nulla che sono inaccettabili in vita dall'uomo occidentale, cha trasforma il mistero della morte in farsa, nella prosecuzione del teatro della nostra vita, la falsifica solo perchè ha il terrore di ciò che non conosce.
in morte si mente come in vita, non c'è mai fine alla menzogna anche quando la fine ha polverizzato la materia per la quale si mente.
È difficile avere, in queste cose, certezze. Probabilmente abbiamo perso la familiarità con la morte che aveva la civiltà classica, il senso concreto di far parte del gran fiume delle cose, come dice l’espressione cinese, del ciclo di aurora e tramonto, fiorire e appassire, aggregazione e disgregazione degli elementi. Si è forse data troppa importanza alla morte, permettendole di fare troppo il gradasso e di presentarsi come il trionfo del nulla e dell’insensatezza di tutto.
Forse bisognerebbe ritrovare concretamente, fisicamente il senso della morte quale sigillo della nostra appartenenza all’ordine naturale delle cose; viverla certo come mistero, ma senza la necessità di parlare troppo del mistero e delle cose nascoste e continuando, anche su quella soglia, a interessarsi delle cose relative ed effimere di cui ci si è interessati nella quotidianità. Un senso classico — romano più ancora che greco — invita a venerare l’imperscrutabile ma, proprio perché è imperscrutabile, a non angosciarsi nell’ossessivo tentativo di scrutarlo. Ciò non implica affatto necessariamente uno spirito irreligioso: le nostre contingenze colorano l’eternità di Dio; sono il nostro modo di vivere quella «inafferrabilità di Dio» che è proclamata con forza «martellante» nella Bibbia.
così scrive Magris su La Lettura di ieri, ma sono proprio il mistero e il trionfo del nulla che sono inaccettabili in vita dall'uomo occidentale, cha trasforma il mistero della morte in farsa, nella prosecuzione del teatro della nostra vita, la falsifica solo perchè ha il terrore di ciò che non conosce.
in morte si mente come in vita, non c'è mai fine alla menzogna anche quando la fine ha polverizzato la materia per la quale si mente.
Fu durante il regno di Giorgio III che i suddetti personaggi vissero e disputarono.
Buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri ora sono tutti uguali.
da Barry Lindon di Stanley Kubrik
giovedì 5 dicembre 2013
io sono Heathcliff
Virginia Woolf:
“Il suo è il più raro dei poteri. Potrebbe liberare la vita dagli eventi; con pochi tocchi, tracciare lo spirito dietro un viso, così che non abbia più bisogno di un corpo; parlando della brughiera può fare soffiare il vento e roboare un tuono.”
Cime tempestose, Wuthering Heights, unico romanzo di Emily Bronte.
“Il suo è il più raro dei poteri. Potrebbe liberare la vita dagli eventi; con pochi tocchi, tracciare lo spirito dietro un viso, così che non abbia più bisogno di un corpo; parlando della brughiera può fare soffiare il vento e roboare un tuono.”
Cime tempestose, Wuthering Heights, unico romanzo di Emily Bronte.
la sorella Charlotte scrisse Jane Eyre, il fratello, il primo a morire in giovane età seguito poi a raffica dalle tre sorelle, scriveva poesie anch'egli, poesie che ho scoperto da poco sulla rivista Poesia.
romanzo intenso, molto complesso, gotico e satanico, denso di male e di devozione vitale al male, ha uno sviluppo piuttosto particolare, spesso confuso nella sua costruzione a flash back. ci sono passaggi inconsueti, presentazione iniziale di personaggi che poi si dimostrano diversi, passaggi temporali inconcepibili, nascite di figli della cui gravidanza non si era fatta menzione, forzature diaboliche, sembra un libro scritto e non riletto. potrei dire che, dal punto di vista narrativo sembra ingenuo, ma questo contrasta con la rappresentazione della crudeltà, della cattiveria, della vendetta, del desiderio di fare male, della degradazione, in termini fisici e morale, che vi si legge.
l'Examiner riportò che Cime Tempestose:
« ...è uno strano libro. Ci sono segni di un grande potere di scrittura, ma nell'insieme è violento, confuso, incoerente e improbabile ».
è una critica eccessiva forse ma in parte concordo, è inverosimile -ammesso che la verosimiglianza sia necessaria a un romanzo e forse non lo è- ma certamente espressivamente potente.
qualcuno sostiene si tratti di una grande storia d'amore, travolgente e distruttiva, tra Catherine e Heathcliff, ma anche di questo non sono così sicura. c'è una forza oscura, melmosa come la brughiera in cui vivono i personaggi, tempestosa come la forza della natura che aleggia, nella relazione tra i due protagonisti, ma di amore non si parla mai e di amore non si tratta. piuttosto, appunto, di un'attrazione malvagia, di un rapporto fusionale, di un'identificazione reciproca, di un'unicità, una simbiosi, che si spezza causa morte prematura di lei che si ricostituisce con la morte inspiegabile e misteriosa di lui.
un legame satanico, una passeggiata tra le tombe in compagnia di spiriti maligni, tra demoni e fantasmi.
siamo comunque nel regno del mito, questo libro ha una quota magica irresistibile, al di là di certe scompostezze, fa vibrare e leggere nell'attesa, l'attesa dell'ineludibile morte del protagonisita, la fatale ricongiunzione delle anime afflitte dalla forza malvagia della passione malata. non c'è sensualità nelle pagine di Emily, nessun accenno alla sessualità dei protagonisti, l'unione tra i due amanti non è carnale, mai, nemmeno accennata, nemmeno ipotizzata, solo spirituale e al di là della carne, al di là della morte.
dice Catherine lucida alla prima separazione da Heathcliff.
Non so spiegarmi: ma certamente tu pure hai un'idea; sai come chiunque altro, che c'è o ci dovrebbe essere un'esistenza al di là di noi stessi? A che scopo sarei io stata creata se fossi interamente contenuta in me stessa? Le mie grandi pene in questo mondo sono state le pene di Heathcliff, e io le ho conosciute e le ho sentite tutte una a una dal principio; la sola ragione di vivere per me è lui. Se tutto il resto perisse, e lui rimanesse, io continuerei a esistere; e, se tutto il resto rimanesse e lui fosse annientato, l'universo si cambierebbe per me in un'immensa cosa estranea; non mi parrebbe più di essere una parte di esso. Il mio amore per Linton è simile al fogliame del bosco; il tempo lo muterà, ne sono sicura, come l'inverno muta gli alberi; il mio amore per Heathcliff somiglia alle eterne rocce che stanno sottoterra: una sorgente di gioia poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff! Lui è sempre, sempre nella mia mente; non come un piacere, come neppur io sono sempre un piacere per me stessa, ma come il mio proprio essere. Così non parlare più della nostra separazione: è impossibile, e...
dice Catherine nel delirio, nel deliquio dopo la seconda fatale, mortale separazione da lui:
«Guarda!» esclamò con calore, «quella col lume è la mia stanza, con gli alberi che ondeggiano davanti; l'altro lume è nell'abbaino di Giuseppe. Sta alzato sino a tardi? Aspetta che io ritorni a casa per poter chiudere il cancello. Ebbene, dovrà aspettare un bel po'. È un viaggio duro, penoso, ed il cuore è triste!... e per farlo dobbiamo passare davanti alla cappella di Gimmerton! Spesso abbiamo sfidato gli spiriti e ci siamo sfidati a stare fra le tombe, ad evocarli e dir loro di venire. Ma, Heathcliff, se ora ti sfidassi,ne avresti ancora il coraggio? Se vieni ti terrò con me; non voglio giacere sola. Se mi seppellissero a dodici piedi di profondità e la chiesa crollasse su di me, io non riposerò fin che tu non mi sarai vicino.»
dice Heathcliff nel disperato tentativo di rivederla prima della sua morte, della sua evanescenza:
«Credi proprio che mi abbia quasi dimenticato?» disse. «Oh, Nelly, sai bene che non è vero. Lo sai quanto me che per ogni pensiero che lei concede a Linton, ne ha mille per me. In un miserabile periodo della mia vita, mi ero anch'io formata tale idea, che mi ha perseguitato al mio ritorno in questi luoghi tutta la scorsa estate; ma soltanto una sua dichiarazione potrebbe farmi accettare di nuovo quell'orribile idea. E, allora, Linton non sarebbe più nulla, e neppure Hindley e neppure tutti i miei sogni. Il mio avvenire starebbe tutto in due parole: morte e inferno! l'esistenza senza di lei sarebbe l'inferno. Eppure sono stato tanto pazzo da credere per un istante che lei potesse apprezzare l'attaccamento di Edgard Linton più del mio. Ma, se lui amasse con tutte le forze del suo piccolo essere, non riuscirebbe nemmeno in ottant'anni ad amarla quanto io in un sol giorno. E Catherine ha il cuore profondo non meno del mio. Linton le è appena più caro del suo cane o del suo cavallo! Non è lui che possa essere amato come lo sono io!»
tratto da “Ovvero delle Cime Tempestose” di Margherita Giacobino, leggo una valutazione che mi sembra molto interessante, ispirata dal libro di Clarissa Pinkola, Donne che corrono con i lupi: Catherine «baratta» Heathcliff,
ovvero la sua natura selvaggia, in cambio della ricchezza, del prestigio e
della rispettabilità sociale che Linton le offre. Ma non fa i conti con la
realtà, s’inganna, pensando di poter pagare il prezzo richiesto senza eccessivo
sacrificio, di potere, addirittura, continuare ad amare Heathcliff senza
incorrere nella condanna sociale e destreggiarsi fra i due uomini senza mettere
gravemente in pericolo la propria identità personale. Il «baratto» è possibile proprio
a causa dell’inesperienza della giovane donna, «tradita» dai genitori, che non
sanno consigliarla. Il padre, ovvero quella funzione della psiche femminile che
deve tutelare la donna nei suoi rapporti con l’esterno, e la madre, cioè la
donna saggia che è dentro ciascuna di noi, «tradiscono» Catherine, vale a dire
queste istanze non sono ancora così forti dentro di lei da darle buoni
consigli: Catherine deve crescere, affrontare l’iniziazione e la morte per
conquistarsi una sua saggezza, una conoscenza del mondo e di sé.Quindi, una storia d’amore ad un primo livello di lettura, e
la storia di una psiche femminile ad un secondo livello. Catherine muore
esattamente a metà del libro, e viene sotituita da sua figlia, che si chiama
come lei, anche se il suo nome viene abbreviato Cathy per distinguerla dalla
madre. Cathy è figlia della morte di sua madre, perché nasce nella notte in cui
Catherine muore, ma anche perché ne raccoglie l’eredità, opera trasformazioni
che sua madre non è riuscita a compiere. Insomma, Catherine/Cathy sono una sola
donna, e Cime Tempestose è la storia del suo lacerarsi e ricomporsi con una
parte di sé.
ho pensato leggendo il libro, proprio a un desiderio di riscatto della giovane Emily, a un desiderio di crescita, di rivalsa, di sollievo da una vita piuttosto infelice, anzi disperata, trascorsa nel lutto e nel disagio, un riscatto che mi sembra di leggere nella figura di Cathy, figlia di Catherine, stesso nome ma diverso apparente destino.
Wuthering Heights
Out on the winding, windy moors
We'd roll and fall in green
You had a temper, like my jealousy
Too hot, too greedy
How could you leave me?
When I needed to possess you?
I hated you, I loved you too
Bad dreams in the night
They told me I was going to lose the fight
Leave behind my wuthering, wuthering
Wuthering Heights
Heathcliff, it's me, Cathy, I've come home
I'm so cold, let me in-a-your window
Ooh it gets dark, it gets lonely
On the other side from you
I pine a lot, I find the lot
Falls through without you
I'm coming back love, cruel Heathcliff
My one dream, my only master
Too long I roam in the night
I'm coming back to his side to put it right
I'm coming home to wuthering, wuthering,
Wuthering Heights
Heathcliff, it's me, Cathy, I've come home
I'm so cold, let me in-a-your window
Oh let me have it, let me grab your soul away
Oh let me have it, let me grab your soul away
You know it's me, Cathy
Heathcliff, it's me, Cathy, I've come home
I'm so cold, let me in-a-your window
We'd roll and fall in green
You had a temper, like my jealousy
Too hot, too greedy
How could you leave me?
When I needed to possess you?
I hated you, I loved you too
Bad dreams in the night
They told me I was going to lose the fight
Leave behind my wuthering, wuthering
Wuthering Heights
Heathcliff, it's me, Cathy, I've come home
I'm so cold, let me in-a-your window
Ooh it gets dark, it gets lonely
On the other side from you
I pine a lot, I find the lot
Falls through without you
I'm coming back love, cruel Heathcliff
My one dream, my only master
Too long I roam in the night
I'm coming back to his side to put it right
I'm coming home to wuthering, wuthering,
Wuthering Heights
Heathcliff, it's me, Cathy, I've come home
I'm so cold, let me in-a-your window
Oh let me have it, let me grab your soul away
Oh let me have it, let me grab your soul away
You know it's me, Cathy
Heathcliff, it's me, Cathy, I've come home
I'm so cold, let me in-a-your window
e anche la Plath, attratta dalla terra smossa, fredda, dal biancore delle ossa, dal destino senza scampo, ne scrisse una poesia.
Cime tempestose
Gli orizzonti mi circondano come fascine,
inclinati e diversi, e sempre instabili.
Toccati da un fiammifero, potrebbero scaldarmi,
e le loro linee sottili strinare
l’aria di arancione
prima che le distanze da loro trattenute evaporino,
appesantendo il pallido cielo di un colore più solido.
Invece, via via che avanzo, si dissolvono e dissolvono,
come una serie di promesse.
Non c’è vita più alta della cima dell’erba
o del cuore delle pecore, e il vento
si riversa come il destino, piegando
ogni cosa in una sola direzione.
Lo sento che cerca
di svuotarmi del calore.
Se presto loro troppa attenzione,
le radici dell’erica mi inviteranno
a imbiancare le mie ossa in mezzo a loro.
Le pecore sanno dove sono,
brucano avvolte in sporche nuvole di lana,
grigie come il tempo.
Sono accolta dalle nere fessure delle loro pupille.
E’ come essere spedita nello spazio,
messaggio esile e sciocco.
Loro se ne stanno là camuffate da nonne,
tutte riccioli posticci e denti gialli
e belati duri, di marmo.
Arrivo a solchi di ruote, e ad acqua
limpida come le solitudini
che mi sfuggono tra le dita.
Sulla soglia scalini incavati vanno di erba in erba;
architrave e davanzale si sono scardinati.
Delle persone l’aria ricorda solo
poche sillabe sparse.
Le ripete gemendo:
pietra nera, pietra nera.
Il cielo si appoggia su di me, l’unica eretta
tra tutti gli orizzontali
L’erba batte il capo forsennatamente.
E’ troppo delicata
per una vita in simile compagnia:
il buio l’atterrisce.
Ora, nelle valli strette
e nere come borsellini, le luci delle case
occhieggiano come piccole monete.
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venerdì 4 ottobre 2013
per il suo cuore passa alto e immenso il ciclo degli eventi che ricorrono eterni
Rainer Maria Rilke
L'angelo
L'angelo
Con un cenno della fronte respinge
lungi da sé ogni vincolo, ogni limite
perché per il suo cuore passa alto e immenso il ciclo
degli eventi che ricorrono eterni.
Nei fondi cieli scorge una folla di figure
che lo chiamano: riconosci, vieni -.
Ciò che ti pesa, perché lo sostengano,
non affidarlo alle sue mani lievi.
Verrebbero di notte a provarti nella lotta,
trascorrendo la casa come furie,
afferrandoti come per crearti
e strapparti alla forma che ti chiude.
che lo chiamano: riconosci, vieni -.
Ciò che ti pesa, perché lo sostengano,
non affidarlo alle sue mani lievi.
Verrebbero di notte a provarti nella lotta,
trascorrendo la casa come furie,
afferrandoti come per crearti
e strapparti alla forma che ti chiude.
Il cimitero Monumentale di Milano è un'opera d'arte.
scopro che mi piacciono i cimiteri, c'è la morte che incute rispetto, mi piacciono i viali alberati che conducono chissà dove.
sono attratta morbosamente dagli angeli, gli angeli, gli angeli, lì era così colmo di angeli, di ali d'angelo, di braccia d'angelo, di volti angelici, in tutte le fattezze ed espressioni possibili immaginabili, così colmo e pieno che lo vorrei anche io un angelo così tutto per me, afferrarlo per crearlo e strapparlo alla forma che lo chiude.
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