bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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lunedì 24 novembre 2014

la frontiera del giornalismo

L’ultima frontiera del narcisismo beota

di Claudio Magris

IL COMMENTO 
Tempi senza gloria per i detectives, gli investigatori che scoprivano, con pazienti ricerche e sottilissime deduzioni, gli autori dei delitti più efferati, anche quando avevano abilmente celato ogni traccia ed eliminato ogni indizio. Oggi invece un’infermiera sospettata di aver assassinato 38 pazienti in un ospedale romagnolo si fa fotografare ridente con il telefonino accanto al cadavere di una degente, consegnando all’eternità e agli inquirenti una ebete infamia. Immagine perfetta dell’imbecillità oltre che dell’atrocità del male. Il male non è solo crudele; è stupido, «una banale medusa» scriveva Joseph Roth, prendendo a schiaffi gli spiriti gregari affascinati dalla trasgressione ed eccitati dai divieti, magari pure dal divieto di gettare immondizie dai finestrini dei treni. Non occorre commentare la mostruosità del fatto.

 Quella donna che si fa fotografare è un esempio estremo di quel narcisismo beota che sembra diffondersi sempre più, sia fra i delinquenti - gli stupratori che si eternizzano mentre compiono il loro delitto - sia fra gli ipodotati innocui, che sentono il bisogno di comunicare sulla rete a conoscenti e sconosciuti che cos’hanno mangiato la sera prima, chi hanno aiutato per strada, quale maglietta hanno acquistato. Trionfa l’aspirazione a un’eternità da cesso, una paradossale democratizzazione del culto della personalità; ognuno vuole che si sappia tutto di lui o di lei, come il Capo Carismatico vuole che si sappia quando prende in braccio per trenta secondi un bambino. Ognuno è in adorazione delle proprie esternazioni e secrezioni, chiede l’eternità per il proprio calzino e per il numero di cucchiaini di zucchero che mette nel caffè. Cani, diceva Federico II ai suoi soldati che fuggivano, volete vivere in eterno?

23 novembre 2014 | 08:40
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ah però, Claudio Magris, che commento, no? tagliente, sarcastico e, sopratutto, definitivo.
quando l'ho letto ieri sul giornale sono rimasta molto colpita dal testo, dalle parole, dal giudizio.
sono andata a sentirlo a BookCity, l'ho ascoltato parlare delle diversificazioni dell'espressione letteraria, ovvero, in pratica, della sua esperienza, in qualità di scrittore, come giornalista. ha iniziato giovanissimo, a 17 anni, sul Messaggero Veneto, ma attualmente, e da anni ormai, scrive sul Corriere della Sera.
ed eccolo qui. 
ciò che ascoltato da lui, lo devo dire, in quella lezione non corrisponde a quel che ho letto sul giornale e riportato qui.
intendiamoci, sono molto in linea sull'osservazione di fondo, o meglio di sottofondo, dell'articolo, la denuncia di una comunicazione urgente e immediata, per lo più senza senso se non, in questo caso, mostruosamente immorale e oscena, che vorrebbe eternizzare il momento ma, siccome è volta ad ogni singolo momento, non solo non eternizza proprio niente ma squalifica proprio tutto. una mercificazione di ogni atto, una pornografia diffusa, anzi pervasiva, inarrestabile, inquinante, nauseabonda, rivoltante. anche senza il cadavere sullo sfondo. 
a dirla tutta quel che si vede in quell'immagine dell'infermiera con aria esultante, di una gioia quasi infantile, ritratta vicino al cadavere di un'anziana signora (presunto cadavere si legge sull'articolo del collega del Corriere che riporta la notizia, ancora si stanno facendo delle indagini) è l'esatta concretizzazione, la precisa corrispondenza in un'immagine di quel che si produce con selfie ininterrotti, come orgasmi multipli, e commenti postati ovunque, disponibili a chiunque e volutamente a cani e porci, è esattamente il tentativo annaspante di nullificare l'inevitabile morte ma, inconsapevolmente, facendo della morte, del godimento mortifero, il vero unico compagno, sostenitore, e ispiratore di questi atti sconsiderati e ripetuti all'infinito, senza mai reale piacere né soddisfazione. una foto in allegra compagnia della morte, ed ecco il nostro tempo immortalato per i posteri.
ma, come dire, da un favoloso scrittore e saggista, nonché giornalista, come Claudio Magris, che mi ha insegnato, in quella lezione, che giornalismo significa immergere le parole nello sporco per mantenerle pulite, fonte creativa che deve saper resistere al tempo facendosi verità nel tempo, riflessione nell'atto di scrivere, ascolto, caritatevole, degli altri, non mi aspettavo un'intrattenuta veemenza di questa portata.
la nostra infermiera non la immagino malata di narcisismo beota ma di perversione che si nutre dell'ultimo respiro. la faccia esultante è data dal godimento infantile della somministrazione della morte, come medicina senza scampo di una vita malata, prima di tutto la sua. il male si dimostra ancora una volta banale, come diceva la Arendt, nasce da una quotidianità senza senso, che necessita, anche ma mi sembra il minore dei mali, di una divulgazione virtuale. ma qui non siamo malati del comandamento odierno della condivisione imperativa del colore delle mutande, qui siamo ben oltre, siamo nell'abisso dell'angoscia che nell'esalazione del cadavere trova il suo naufragio e anche il suo sostentamento. 
non siamo nella democratizzazione del culto della personalità (frase buona per berlusconi e casi affini), qui siamo nell'immondizia della perdita di senso, nella disancora dal senso, nella convulsione che scardina la tenuta della legge e del desiderio. siamo nel vuoto simbolico. 
inoltre siamo ancora nel regno delle ipotesi, ci sono ancora indagini in corso, siamo ancora nel dubbio e nella domanda. io scrivo su un blog del piffero, Magris sul Corriere della Sera, credo davvero che l'asprezza del commento, anche un po' fuori tema, andava pensato e ripensato e riflettuto e maturato, francamente, di più, rimandando l'urgenza dell'indignazione. credo. 

giovedì 6 novembre 2014

il vero consiste nel dubbio

in attesa di Grey's Anatomy, che va un po' scadendo ormai, vedo la Gruber su La7. lei è inguardabile, la solita maschera facciale oscena portata dalle donne che hanno paura di morire. suoi ospiti : Corrado Augias e un certo Pietrangelo Buttafuoco, personaggio un po' paranoico e francamente dall'eloquio povero e infarcito di luoghi comuni. Augias, che ha fatto l'errore di dire superficialmente qualche parola di troppo ma che ha rimediato all'aggressività dell'altro con molto savoir faire, ha presentato un suo libro, Il lato oscuro del cuore, citando un commento di Massimo Recalcati, secondo il quale, a volte, da parte delle donne che sono abusate c'è un certo godimento nell'essere abusate. è chiaro che un'affermazione del genere può essere male interpretata dal pubblico, come una minimizzazione o svalorizzazione della gravità del problema, ma è un'interpretazione psicoanalitica, che vale anche per chi fuma a onta di una broncopneumopatia ostruttiva o di un tumore ai polmoni: gli essere umani fanno cose nonostante facciano male, o meglio, proprio perché fanno male. Freud lo chiamava istinto di morte, Lacan, godimento. trattasi di godere di ciò che ci fa male, alimentandolo anzichè interromperlo. penso sia esperienza comune. 
quei 10 minuti di tv erano intrisi di parole come psicoanalisi, interpretazione, Recalcati, e anche di reazioni anomale. mi ha colpito la reazione del Buttafuoco, che si altera e invoca la sua emarginazione discriminazione culturale, facendomi pensare a una difesa rispetto a qualcosa che tocca, che non si può accettare e  poi immediatamente rimandata al mittente. spesso l'aggressività verso l'altro è rapidamente smaltita e giustificata come una giusta reazione a qualche tipo di ingiustizia subita ma, più propriamente, è l'impossibilità di accogliere qualcosa che ci riguarda molto da vicino. pensavo a una mia paziente, vista mercoledì mattina che, finalmente, ha cominciato a "lavorare" su di sè, a non proiettare meccanicamente sull'Altro colpe e torti. finalmente lavora sulla sua responsabilità, la responsabilità dei suoi sintomi. vede la datrice di lavoro aggressiva e intollerante con lei per cose da nulla, e si domanda: non farò la stessa cosa con la mia colf? che, recentemente, la infastidisce oltre modo e le provoca forti moti di ansia e aggressività. lentamente si avvicina alla verità dei suoi sintomi, ovvero al dubbio, in questo caso, che il problema non sia nell'altro, ma in noi.
“Il vero consiste del dubbio. E' solo dubitando che ci si avvicina alla verità delle cose”, dice Leopardi. 

lunedì 30 giugno 2014

lei

è un bel film quello di Spike Jonze e pensare, chissà perchè, che credevo non lo fosse.
è che la mente divaga sul sentito dire, la voce di un sistema operativo, un innamoramento, una delusione, sarà una boiata.
pregiudizi.
bisogna sempre tenerne conto, ne siamo pieni e tracimanti. soprattutto quelli che pensano di esserne immuni.
il film è pregevole, l'attore, Joaquin Phoenix, strepitoso.
lei è la solitudine, pervasiva e dannatamente pericolosa, che sostituisce l'incognita della realtà dell'altro.
si realizza nel film questa condizione paradossale di un delirio a cielo aperto, un parlar da soli in mezzo ad altri che parlano da soli, ognuno connesso con il suo personalissimo A.I., un arretramento di fronte al dubbio che ogni relazione porta in sè, un atto masturbatorio perpetuo, senza consapevolezza, immersi in una dipendenza senza scampo, la dipendenza dal nulla che sostituisce il dolore. siamo così. 
quel poco di simbolico che l'altro ancora ci porta, quando c'è, è nevrotico, impossibile da tollerare: una donna conosciuta una sera chiede già un impegno per il futuro. tutti uguali voi uomini, anzi, tu non sei uomo, sei un animale. vergognati di esistere. certo che così è difficile non soccombere al paradiso artificiale.
è dura resistere alle miserie umane, soprattutto quando siamo una miseria noi stessi e quando il suo insabbiamento, la sua negazione, è così facile da ottenere.
colpisce questa rarefazione del corpo o, al contrario, il suo dominio assoluto. perchè il corpo dell'altro non c'è, è fantasmatizzato e pure erotizzato in modo solipsistico, nell'assoluta aderenza tra la nostra fantasia e la sua realizzazione (visto che l'altro è lì apposta, non farà altro che assecondare ciò che vogliamo fatta eccezione per la sua consistenza), dall'altra il nostro corpo diventa dominatore assoluto della nostra esistenza, il suo appagamento non viene mai negato, mai messo in discussione ma accettato totalmente in tutte le sue manifestazioni.
il godimento è assoluto, un più di godere, nello sfacelo dell'esistenza dell'altro e nell'inabissamento nella più completa solitudine.
può sembrare un paradosso, un film di fantascienza, ma è situato in un mondo, in un tempo, solo un po' più in là del nostro, dove anche le lettere, d'amore e di amicizia, di vicinanza e di lutto, di separazione e di abbandono, vengono delegate ad agenzie specializzate, interi carteggi amorosi scritti da terzi, per anni, consegnando ad altri la realizzazione dei nostri desideri, ma è qui. è qui, adesso, questo mondo, questa dimensione, la stiamo vivendo adesso, chattando e consegnandoci su whatsApp o qualche sito specializzato con qualcuno che nemmeno conosciamo e mai conosceremo.
adesso.

giovedì 9 maggio 2013

cosa fare del resto che si è

sabato e domenica, 11 e 12 maggio, c'è il convegno della scuola lacaniana di psicoanalisi.
ci vado, e spero di capire.
quel che capisco per ora è che ciò di cui si parla mi riguarda così da vicino che quasi mi fa paura.
l'irriducibile resto del godimento mortifero è una roccia che non si scardina, c'è solo da aggirarla, come altri meglio di me scrivono in preparazione del congresso. 
li riporto, leggendoli e rileggendoli, perchè la psicoanalisi resta e rimane e permane un mio grande sogno e desiderio.

Nel 1920, nel saggio Al di là del principio di piacere, Freud affronta proprio il punto relativo all’Io e a qualcosa particolarmente paradossale che l’Io del soggetto attua. Dall’analisi che ne fa, giunge ad una nuova ed ulteriore elaborazione metapsicologica, modificando per la terza volta la sua teoria delle pulsioni. Dopo anni di esperienza, Freud è costretto a domandarsi come mai, tutti i pazienti, durante il lavoro di analisi, mettono in atto delle resistenze contro l’analisi medesima. Come mai i soggetti che giungono dall’analista con una domanda di cura, che si lamentano delle sofferenze che i propri sintomi infliggono loro, che trascorrono una vita fatta d’inibizioni, angosce, limitazioni, ad un certo punto e reiteratamente lungo l’analisi, mettono in atto degli agiti che si traducono in resistenze all’analisi ostacolando il suo avanzamento? Ciò che l’analista constata è che l’analizzante agisce, nella relazione con lui, le medesime modalità sintomatiche di legame che lo hanno portato in analisi. Chi si lamenta di essere sempre maltrattato, ad esempio, agisce dei comportamenti tali per cui si farebbe maltrattare dall’analista. È chiaro che l’analista non risponde precisamente in questo modo, ma è fondamentale che l’analista si giochi lì la partita cruciale dell’analisi e che ne tenga conto nel modo in cui risponderà nei momenti in cui l’analizzante, nel transfert, metterà in atto gli stessi meccanismi autodistruttivi che mette in atto ogni volta nella sua vita. Freud aveva considerato, fino a quel momento, che l’apparato psichico tendesse prevalentemente al piacere, cercando di evitare le situazioni che potessero essere fonte di dispiacere. In tal senso, le richieste pulsionali non possono che recare dispiacere, destabilizzazione, andando in un verso del tutto diverso rispetto ad uno stato di quiete, voluto dall’Io. Per non aver a che fare con tali richieste l’Io mette in atto una difesa, che gli consente di intraprendere quella che si presenta come la strada più comoda, più consona a se stesso, alla sua stoffa e che, contemporaneamente, sembra esigergli, nell’immediato, meno lavoro. Come spiegare, però, alla luce del principio di piacere l’istaurarsi, nell’analisi, delle resistenze? Nel saggio del 1920, Freud giunge ad una rivoluzionaria conclusione teorica, che sarà relegata ad un secondo piano dalla maggior parte degli analisti post-freudiani, ma che sarà ripresa da Lacan, dandole un luogo fondamentale nella teoria e nella clinica. Ciò che conclude Freud è che l’esperienza clinica della resistenza, così come altre, sia l’espressione di una coazione a ripetere che non è prodotto della libido. Occorre pertanto dedurre che sia presente nel soggetto umano un altro genere di pulsione, non sessuale, ma distruttiva, di morte. Ecco che Freud giunge alla sua terza ed ultima teoria pulsionale: c’è Eros, la pulsione di vita, il cui fine è il legare e Thanatos, la pulsione di morte, il cui fine è la distruzione. Da questo punto di vista, in realtà, i poli piacere-dispiacere vanno rivisti. La questione in gioco per il soggetto non è più quella di ottenere piacere o dispiacere di per sé. La questione è che in ogni soggetto c’è Eros ed anche Thanatos e che il piacere è al servizio della pulsione di morte. Come colloca Freud la pulsione di morte in relazione alla fine dell’analisi? La pulsione non va liquidata, ma imbrigliata, ci dice Freud. Non si tratta, dunque, di eliminarla (come cerca di fare l’Io, mettendo in atto una difesa); l’analisi non ha la finalità di cancellare la pulsione. L’analisi, per Freud, ha la funzione di rettificare il processo di rimozione. Salviamo la pulsione e salviamo anche l’Io; ciò non significa però che alla fine dell’analisi entrambi non abbiano subito delle importanti modificazioni. Li salviamo in modo tale che la prima sarà ben incanalata e potrà essere al servizio della soddisfazione del soggetto, ed il secondo avrà esaurito tutti i modi in cui metteva in atto la sua difesa espulsiva in relazione al soddisfacimento pulsionale ed in relazione a tutto ciò che gli rammentava tale soddisfacimento, a partire dal fatto che appariva Altro da sé. Alla fine, l’ultimo atto espulsivo sarà nei confronti del proprio modo di espellere. L’analisi non può essere finita se l’Io del soggetto non ha accettato, definitivamente, di accogliere che c’è l’Altro da sé, modo in cui il non rapporto strutturale si manifesta. Alla fine dell’analisi il soggetto constata che l’alternativa è trovare ogni volta un modo di fare con ciò. Questo può essere un altro modo di dire della rettifica del processo di rimozione. Infine, per Freud e per Lacan, alla fine dell’analisi rimangono delle manifestazioni residue, dei residui pulsionali. Non tutto il pulsionale può essere metabolizzato dal simbolico, vi è un resto che ciascuno avrà trovato il modo di bordare. Che c’è Thanatos vuol dire che c’è dell’indicibile in modo irriducibile. Questo non può essere modificato; ciò che sì può cambiare con l’analisi è il rapporto di ciascuno ad un indicibile. Accettarlo realmente ci consente di trovare delle soluzioni possibili ogni qualvolta esso si presenti.





Cosa fare del resto che si è
Giovanna Di Giovanni

 All’inizio dell’analisi è l’angoscia, che viene a velare lo scompensarsi del sintomo. Lacan dice che il soggetto si rivolge all’analista affinché gli sveli il perchè del suo malessere, nella speranza che “il fatto di comprendere non lo libererà soltanto dall’ignoranza, ma dalla sofferenza stessa. “ ( Lacan, Sem. VII,p. 11 ) La richiesta infatti rivolta all’analista è di felicità, dicono Freud e Lacan, , ma se l’analista “ si fa garante che il soggetto possa in qualche modo trovare il suo bene nell’analisi è una sorta di truffa. “ (Lacan, Sem VII, p.380) Ciò che infatti l’essere umano, l’analizzante, ritrova non è il bene a cui anela, ma piuttosto la traccia con cui il significante eternizza la nostalgia per l’oggetto da sempre perduto. Scoprirà così la derelizione solitaria, il nucleo di reale insondabile di fronte al quale anche l’angoscia è un riparo e la realtà stessa una difesa. Lacan interroga anche la posizione dell’analista, che “accoglie il supplice, nella sua domanda di non soffrire, almeno non soffrire senza comprendere” ( Lacan, Sem. VII , p. 11), indicando la posizione “ impossibile” come quella del “santo”. E tuttavia, Lacan ,come già Freud, sottolinea che nel transfert, nell’andata e ritorno dell’elaborazione del fantasma, il sapere lascia intravedere il godimento irriducibile. Oltre il velo, a tratti, emergente negli attimi di vacillazione dell’essere, appare la roccia, contro cui infrangersi oppure intorno alla quale, come intorno a una sorta di boa con un misterioso ancoraggio nell’ imperscrutabile fondo dell’essere, condurre la navigazione della vita. Si può dire , in certo senso, sia questo il passaggio dell’irriducibile resto da Freud a Lacan, come servirsi di ciò che non si può traversare. Lasciando tutti gli Ideali a cui di volta in volta si era identificato , anche quello che gli è apparso nell’analista, il soggetto arriverà a scoprire che l’oggetto ha un nucleo di scarto e che lui stesso è tale, un reale liberato dal senso ( JA Miller, Un grande disordine nel reale, nel XXI° sec.), da mettere in gioco nell’estemporeneità più totale. L’analisi infatti accompagna il soggetto sulla soglia dell’azione, oltre ogni Ideale, per fare qualcosa di ciò che egli è, perchè si faccia egli stesso strumento per lavorare la mancanza che lo abita, che è al cuore dell’essere, nell’incontro ogni volta casuale, contingente. ( Lacan, Sem. XX) Tale percorso è tanto più necessario per l’analizzante nel suo passaggio ad analista, al di là dell’accomodamento trovato col sintomo, per fare del suo nucleo di reale la bussola con cui orientarsi nel discorso del paziente, non certo per proporre un’identificazione immaginaria ad una ancora ideale normalità , ma invece paradossalmente per coglierne la singolarità irriducibile. Questo, nella responsabilità solitaria che l’autorizzarsi da se stessi non diminuisce, ma rende anzi incommensurabile. 


Sapere o non sapere? Questo è il problema
Cristiana Santini

Dopo aver sondato tutto il dicibile, aver creduto che si trattasse di saperne di più, aver sperato nella conoscenza, nella sapienza, alla ricerca della “verità”, si giunge all’incontro con il reale. Con emozione, finalmente capisci di cosa si tratta, di cosa stavano parlando, ma la gioia dura poco perché a quel punto vedi la melma soffocante in cui sei immerso. Sono le tue parole, le loro parole, sono tutte le storie che mandano avanti le vite di ciascuno, in un determinismo agghiacciante. Improvvisamente, ti sembra di poter prevedere le mosse tue e degli altri, è tutto mortalmente scontato, proprio come ti raccontava il più intelligente fra i tuoi pazienti “difficili”. Tu hai dovuto fare una analisi per arrivare “lì dove lui è nato”, come soleva dire. Lui aveva dovuto costruire qualcosa, che gli permettesse di sopportare quel vuoto dell’essere che, se ci guardi dentro, ti risucchia. Aveva dovuto imparare il gioco del “fare come se”, accettare di essere un po’ dupe, di lasciarsi un po’ ingannare dal linguaggio, per non essere schiacciato dalla sensazione di non trovare un senso, che gli permettesse di vivere. L’analisi mostra la banalità della vita, la sua inconsistenza. Tutta la tragicità, con cui avevi cercato di darle dignità, rivela la sua natura teatrale. I resti di questo smantellamento sono carcasse vuote, che costellano un deserto dalla luce accecante, in cui non c’è più niente da scoprire, nessuna verità. Sei affranto, solo e spossato. Poi, succede qualcosa, se decidi che succeda. Quell’incertezza, quell’assenza di senso, mancanza di riferimenti logici e numerabili, quel tempo che non è più successione di attimi, ma uno stare, che cancella e riassume ogni volta ciò che non è più, tutto questo diviene possibilità. Di nuovo, l’opposto di quanto descriveva un’altra paziente “difficile”, molto intelligente (sono spesso intelligenti): “solo quando ho smesso di oppormi alle definizioni altrui, ho accettato i nomi che mi fornivano, ho potuto veramente contrastarli, non subirli più, permettermi il mio metodo”. Nella nevrosi, solo quando si rinuncia alle definizioni, alla verità che si suppone nascosta nel senso, si crea un vuoto che produce un movimento vitale, creativo, al di fuori del sapere, che finora era comunque dell’Altro, della struttura. E’ il famoso “farne a meno a condizione di servirsene” che, nella psicosi, si potrebbe declinare in “accettarlo a condizione di non crederci”. La ricerca di sapere all’interno della logica del senso, del sistema significante, rimane dell’ordine del saputo; come dire che si tratta di far emergere qualcosa che c’è, che ti sa, che ti parla. Oltre, c’è un sapere che ha a che fare con il reale: si tratta di un atto creativo, sapere è saperne sulle condizioni stesse dell’essere, è dell’ordine dell’esperire intrecciato con l’agire, un farsi carico, prendersi la responsabilità della propria esistenza perché si trasformi in una vita possibile. Questo sapere o non sapere corrisponde all’essere o non essere scespiriano. Un atto in grado di riportare la parola alla sua funzione di segno, traccia, marchio oltre l’illusione ipnotica del senso. 

Il resto come cardine nel passaggio da analizzante ad analista 
 Domenico Cosenza 

 “Il passaggio da psicoanalizzante a psicoanalista ha una porta il cui cardine è questo resto che fa la loro divisione; infatti questa divisione è soltanto quella del soggetto, di cui tale resto è la causa” (Scilicet, “Proposta del 9 ottobre 1967 intorno allo psicoanalista della Scuola”, p. 28-29) 
 Questa frase di Lacan, introduce il resto come cardine della porta che si apre quando un analizzante passa ad occupare la posizione di analista. E’ un battito, un momento decisivo, e al contempo l’esito di un processo di lunga durata e per nulla naturale nei suoi esiti. Può accadere che questo passaggio avvenga illusoriamente più sulla spinta di un’identificazione all’analista e all’ideale che incarna, piuttosto che come atto causato da quella mutazione nell’economia del proprio desiderio che Lacan chiama il desiderio dell’analista. In questi casi il praticante si trova la porta immaginariamente aperta dall’Altro, che può quindi in ogni momento richiudergliela, tenendolo fuori. Ma si tratta di un passaggio da analizzante ad analista immaginario, e non reale. Nella mia esperienza mi accadde per la prima volta di vedere una paziente in un tempo troppo precoce rispetto al mio lavoro di elaborazione in analisi, avendo ricevuto appunto (così almeno lo avevo inteso) più un via libera immaginario dall’Altro, che un’autorizzazione reale a partire da una trasformazione della mia economia di desiderio che la sostenesse. Ero ancora impelagato nel riconoscimento della trama delle identificazioni narcisistiche di cui era intessuta la mia identità, da non avere avuto che un sentore lontano di quel resto di godimento attorno a cui esse giravano. L’effetto che ricordo fu effettivamente di mancare del cardine essenziale su cui far poggiare la mia posizione rispetto all’ascolto della parola della paziente. Silenzi che stonavano, parole che volevano dire troppo. Mi mancava ancora la bussola del reale. La sensazione soggettiva era di avere compiuto una forzatura dei miei tempi logici rispetto all’autorizzazione ed al passaggio all’analista. Cosa che mi indusse dopo due o tre incontri a lasciare perdere per alcuni anni l’idea di praticare, e a dedicarmi sostanzialmente alla mia analisi. Quando decisi di incontrare alcuni anni dopo un paziente qualcosa era mutato in me. Non ebbi più quella sensazione di assenza di cardine che avevo sperimentato anno prima con quel protoinizio o pseudoavviamento della pratica, campo di esperienza di cui potrebbe essere interessante poterne fare una clinica. Ai problemi mai mancanti nella pratica analitica iniziavo a fare fronte a partire dal cardine della bussola del reale, facendo del resto di godimento a cui la mia analisi iniziava a condurmi il vettore a partire da cui il mio ascolto si orientava verso il punto di reale del paziente emergente nel cardine del suo dire.

martedì 12 marzo 2013

La felicità è abitare il proprio desiderio, non è un'orgia di godimento. E come tale è raggiungibile, è il vero fine di un'analisi.

un'amica psicoanalista -lacaniana- , per motivi che non so, oggi mi manda questo estratto di un'intervista tratto da un blog della scuola di psicoanalisi lacaniana di Rimini.
forse pensa alla mia infelicità -perchè di questo tratta l'intervista, la felicità di una donna, cosa vuole una donna-, o forse alla sua, ma più probabilmente alla mia pur non sapendone assolutamente niente.
deve essere che gli psicoanalisti vedono oltre quel che si dice e che si suppone di sapere, probabilmente basta guardarmi in faccia per sapere che sono infelice, e voilà la mail, nemmeno una riga di presentazione.
Luisella Brusa, l'intervistata, so molto bene chi è, la vedo spessissimo alla scuola lacaniana di psicoanalisi, la sento parlare a lezione e ai congressi, e lo posso dire senza vergognarmi, non sempre la capisco.
parla difficile, occulto, complesso, quel linguaggio lacaniano che a volte mi va di traverso per quella perversità della sua incomprensibilità. eppure ci sono dei lacaniani che parlando mi fanno godere -e attenzione la parola godimento in psicoanalisi non ha il significato stretto di eccitamento fisico che si intende abitualmente ma alla fin fine si riferisce poi a quello, alla pratica del reale che insegue il nostro fantasma e ci fa piacere pur perpetuando il nostro stare male, il sintomo è godimento- ed è un peccato che non tutti si rendano altrettanto avvicinabili. a me.
Luisella Brusa è sempre elegante, ed è francamente bella, è misteriosa, è una psicoanalista in senso stretto. è chiaro che in queste poche righe si sforza molto di farsi capire, e, finalmente, la capisco.
è un tale sollievo, anche alla mia ignoranza, è un tale piacere capire, è un tale piacere sentirsi parte di un discorso che si condivide che non posso che metterlo qui a casa mia. me ne approprio.

INTERVISTA A LUISELLA BRUSA EFFETTUATA DALLA SEGRETERIA DELLA S.L.P. DI RIMINI IN OCCASIONE DELLA CONFERENZA PUBBLICA DEL 19 NOVEMBRE 2010
"Che vuole la donna?" Commedia e drammi della differenza sessuale alla ricerca della felicità. relatore: Luisella Brusa

IL SUO TITOLO RIPRENDE L'ENIGMA-SCOGLIO A CUI E' ARRIVATO IL PERCORSO FREUDIANO, CIOE': “CHE VUOLE UNA DONNA?” la psicoanalisi ha fatto dei passi avanti al riguardo?
Assolutamente sì. Possiamo dire che la psicoanalisi sorge con il sorgere di questa stessa domanda "Che vuole la donna?", quesito che Freud ha estratto dall'inconscio e ha formulato a chiare lettere. E' un quesito prettamente moderno, che appare con la frattura che la modernità introduce nella tradizione ebraico cristiana, la nostra. E' stato Lacan ad aver storicizzato il quesito di Freud e ad aver risolto l'enigma. La psicoanalisi, l'esperienza psicoanalitica di ciascuno, se portata fino in fondo, conduce alla soluzione del quesito. 
LA FELICITA'... MOLTI LA PROMETTONO. COSA NE PENSA LA PSICOANALISI? E' UN TRAGUARDO RAGGIUNGIBILE?
La psicoanalisi non la promette, è la sua differenza rispetto alle psicoterapie del mercato. Per contro si può tranquillamente dire che la raggiunge. Il percorso intermedio, che è quello di una 'analisi, trasforma radicalmente le componenti chimiche della felicità. Che inizialmente è impossibile perchè è composta da una miscela esplosiva, più il soggetto pensa dia avvicinarvisi e più soffre, e ciò è dovuto a quella che la psicoanalisi chiama la pulsione di morte. Con un'analisi la chimica soggettiva - mantengo questa metafora che rende bene l'idea - cambia. La componente di pulsione di morte si alleggerisce e il soggetto può arrivare alla sua meta, che nel frattempo ha cambiato miscela, non è più esplosiva, è alleggerita, è svuotata, è divenuta ciò che Lacan indica con il nome di desiderio. La felicità è abitare il proprio desiderio, non è un'orgia di godimento. E come tale è raggiungibile, è il vero fine di un'analisi. 
ESISTE UNA DIFFERENZA SESSUALE CHE RIGUARDA LA RICERCA DELLA FELICITA'?
L'amore, la coppia, il matrimonio, il divorzio, il rimatrimonio, sono tutti tentativi, a volte maldestri, che i soggetti fanno per cercare la felicità a partire dalla differenza sessuale. La solitudine e la mancanza che marcano ciascuno di noi nella sua posizione sessuata, ci fanno cercare un balsamo nell'altro. E' una ricerca legittima, se la strada è ricca di incidenti è per via della domanda da cui siamo partiti, "Che vuole una donna?", una domanda che in questa ricerca della felicità funziona come fonte di angoscia e come punto di smarrimento, per le donne altrettanto che per gli uomini, una domanda accecante che fa accettare condizioni di infelicità anche grande nelle relazioni, in nome del fantasma con cui ciascuno risponde inconsciamente all'enigma.
(da: http://slprimini.blogspot.it/2010/11/intervista-luisella-brusa-effettuata.html)

"l'inconscio non è che l'essere pensa, l'inconscio è che l'essere, parlando, gode, e, aggiungo, non vuole saperne di più. Aggiungo anche che questo vuol dire "non sapere assolutamente niente". 
J. Lacan, Il Seminario XX, Ancora.