bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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giovedì 1 marzo 2018

credo di avere avuto un incidente

già non sono una leonessa, adesso proprio ho paura.
un incidente sugli sci, travolto da qualcuno, ancora non sappiamo chi né come forse più o meno quando, e l'elisoccorso ti porta, svenuto, all'ospedale di  Bolzano con trauma cranico commotivo, 5 costole rotte e altre amenità.
la giornata di sabato l'ho passata immersa nell'angoscia, non ho capito subito la gravità della situazione, il messaggio sul cellulare diceva "credo di avere avuto un incidente sugli sci, sono al pronto soccorso di Bolzano".
sta bene? sta male? alle telefonate successive ho capito che fisicamente era intero ma che la memoria non teneva oltre un minuto, e che, passato quello, tutto ricominciava da capo. qualcosa si spegneva nell'istante in cui veniva rivelato, a ogni comunicazione successiva la risposta era: mi sono appena svegliato. che giustificazione può darsi la coscienza di quel torpore indefinibile dato dal fatto che non si ricorda nulla? perchè sono qui? chi mi ha portato? cosa è successo? tu chi sei? chi ti ha avvisato? forse mi sono appena svegliato, forse dormivo.
per un giorno ho assistito, ancora una volta, a ciò di cui non ci rendiamo conto vivendo. che siamo una macchina perfetta, che il nostro funzionamento dipende da milioni di operazioni integrate tra loro, di cui il cervello è l'indiscusso regista. il meccanismo della memoria non è, come crediamo (come per il battito e il respiro), un meccanismo scontato, automatico, perenne e garantito. la memoria si perde, si lede, se ferita non si fissa, e un'intera giornata può passare nell'oblio irrecuperabile. certamente il cervello mette in atto i suoi meccanismi di difesa: del trauma, delle ore prima e delle ore dopo, non trattiene nessuna informazione. si difende dal male, dalla lesione, dal rischio e dal pericolo. tutto ciò che ruota intorno a una caduta potenzialemnte mortale (e senza casco quel cervello sarebbe stato sfondato) viene sapientemente tenuto lontano, almeno per un lungo periodo a venire. 
per un giorno intero ho supplito a una funzione, fondamentale, competamente mancante.
l'angoscia e la stanchezza mi hanno assalito. a un certo punto ho scritto, asausta, i punti salienti della storia sul foglio di accettazione del pronto soccorso in modo che potesse leggerli. leggi, io non ce la faccio più.
di certo comunicare ai figli, a distanza, l'accaduto (a fine giornata, aspettando un miglioramento possibile, poi verificatosi) non è stato facile. anche in queste occasioni quante cose impariamo dei nostri figli. vederli reagire, in modo così diverso, mi ha dato modo di sapere tante cose di loro, delle loro risorse, delle loro debolezze. è come se avessi rivisto, in entrambi, la storia della loro educazione, delle loro esperienze, della loro progressiva formazione.
inutile dire che tante cose ho visto di me, della mia educazione, delle mie esperienze, della mia formazione.
una cosa ho capito, ma già la sapevo. 
che siamo soli.
e sapere che siamo soli è il principio di ogni possibile libertà.
la solitudine è una condizione di mancanza, e noi siamo esseri mancanti.
saperlo, e accettarlo, è l'unica via possibile di sopravvivenza, senza inutili affanni.
ero sola e ho fatto tutto da sola, ho sofferto per questo ma non avevo soluzioni a portata di mano.
ho solo interpellato sua sorella, mi sembrava giusto che la sua famiglia sapesse che le cose si erano un attimo compromesse.
ho sentito e capito cosa è la solitudine, ho dovuto fare appello a tutto ciò che sono e che so, della vita, della medicina, degli altri.
in poche ore, in quel pronto soccorso, ho visto molta umanità, ferita, e ho capito tanto. una signora sconosciuta, sentendomi parlare, e avendo capito che sono un medico, ha cominciato una manovra di affidamento totale progressivo incandescente fino alla confessione di problematiche personali, è stato come un transfert immediato che mi ha fatto vedere nella signora sconosciuta una paziente in grave sofferenza. come ha potuto capire che avrei potuto accogliere, senza rigettarla infastidita, tutto quel che, inconsciamente, mi ha rivelato della sua vita più intima?
anche questo può accadere in un sabato al pronto soccorso di Bolzano.
una signora anziana, su una barella, mi chiama, si appella  a me e mi chiede, ripetutamente: chi sei tu? è sola, è anziana, è abbandonata. non ci sono i suoi figli? certo, non mi lasciamo mai sola, mi dice. ma è stata sola tutto il giorno. la cosa sorprendente è che, dopo essermi presentata per nome, per dare forma al suo appello (ma convinta che se ne sarebbe subito dmenticata), mi ha poi chiamata per nome. forte e chiaro. sono rimasta di pietra e ho capito la forza che i nomi hanno, il valore della nostra identità, per noi e per gli altri. io ero un nome, un appello possible, non un chi sei tu, e sono certa che per quella donna anziana sola, anche solo questa possibilità di richiamo a un nome ha avuto un senso di appartenenza alla vita, alla vita che sia umana, non dettata dal solo funzionamento corporeo.
anche questo può accadere in un sabato al pronto soccorso di Bolzano.
ho visto gli inferimieri lavorare, e i portantini lavorare, seriamente, compostamente, sanza mai perdere il controllo. e, credetemi, quel ps era un inferno.
ho visto il medico, lavorare sodo ma con minor controllo di sè, dire cose che non si devono dire, al paziente e anche a me. esagerava per esercitare il suo potere (ma la pancia che usciva dal camice troppo stretto strideva parecchio con il mandato di cui era portatore), per far sentire la sua voce sopra le altre. ma che bisogno c'è? non lo sai che quel ruolo che rivesti è già un'inondazione di potere e di responsabilità enormi, che bisogno hai di ribadirlo? anzi, dovresti farti più piccolo, lo spazio occupato dal medico è di per sè ridondante, schiacciante, sottrarsi un po' può fare solo bene agli altri, tutti, collaboratori e pazienti e familiari. ma quanti medici hanno una formazione rispetto a queste tematiche? nessuno. o qualcuno ha la forza, autonoma, di sapere qualcosa di sè e della gestione del ruolo che lo investe, o è in balia dell'immagine che lo traveste. sta lì da differenza: difarsene o portarla avanti come maschera, un vessillo, una bandiera.
ora, dopo ore di attesa, notti al buio in auto sulle strade di montagna (non il mio forte), richieste inevase e ridicolizzate di rimborsi (simpatici i gardenesi, veramente della cara affettuosa simpatica gente), sci noleggiati recuperati e sci personali persi, contatti imbarazzanti con il maresciallo della stazione di polizia (anche questo un caso umano, scusi come si chiama, sono il maresciallo, no mi dica il suo nome, sono il maresciallo, ma non ha un nome? il mio nome è il maresciallo), rientro a Milano, debito di sonno, stanchezza e abbattimento pervasivo, sensazione di paura e di smarrimento, sono ancora qui, a scrivere in un cps deserto di pazienti, perchè oggi nevica. 
oggi nevica. 

giovedì 15 settembre 2016

heart of a dog

mi piaciono le immagini, mi piacciono i disegni, le illustrazioni, le foto sgranate, i video distorti, la nebbia dei ricordi.
la voce, che vuole essere la sua, quella di Laurie Anderson, recita in italiano per decisione della stessa autrice, come dichiarato all'inizio del film, ma non va bene, legge male, mi rendo conto che spesso sono tesa nello sforzo di capire cosa dice e questo comporta il fatto che mi dimentico cosa dice, non lo registro in modo automatico, qualcosa mi sfugge. cos'ha detto? non capisco. non ricordo.
la stesura del testo è confusa, illogica, segue una dimensione quasi onirica. in effetti il film inizia con un sogno, che è la natura stessa del film. Laurie partorisce il cane, il suo amatissimo cane ormai scomparso (non c'è bisogno di spiegare direi), tra sangue e sensi di colpa, ovvero quello di aver messo in scena il suo parto avendolo cucito dentro la sua pancia per rappresentarne la nascita.
cominciamo bene, penso io.
l'antropormifizzazione degli animali è un bel problema, ormai dilagato esploso incontenibile.
almeno lei non ne fa mistero, che lo fa parlare, lo fa artista scultore, lo fa suonare.
l'addomesticamento forzato a essere umano è tanto violento sull'animalità quanto la vivisezione, ma vai a spiegarlo al fanatismo imperante.
il film si dipana in guisa di una seduta analitica, traumi e misteri si dispegano tra le mani incerte e credo stupefatte dello spettatore.
angoscia trapela nel tentativo di spiegare la morte, l'autrice adotta l'interpretazione tibetana che vuole che nei 49 giorni dopo la morte (il bardo) lo spirito vaghi tra le cose della sua vita senza corpo, e in una dimensione di pura angoscia presenta lo smarrimento di una mente senza corpo tra le cose reali della vita, avanzate dopo la sua ultima espirazione.
sarà mai possibile?
racconta che l'udito è l'ultimo tra i 5 sensi ad abbandonare la coscienza, monaci tibetiani parlano ai morti appena deceduti, urlano loro qual è la luce verso cui si devono dirigere, non la più vicina, quella lontana.
certo l'idea della morte porta grande spavento, il tentaivo di dargli un senso, una direzione, una consistenza, un avvicendarsi ulteriore quando la vicenda è finita è molto peggio, sul piano emotivo del vivo, che accettarne l'ineludibile mistero.
mi sembra che la Andeson si spenda molto anche nel tentativo di dare un senso alla vita, esco dal film pensando che c'è molto dolore in giro e che l'eccesso di senso è una malattia sempre più diffusa.
dare un significato certo, scritto, documentato a vita e morte è il compito delle dittature, in ognuno di noi alberga evidentemente una profondissima violenza autodiretta, anche questa lo è.
colgo un senso di disperazione violentissima, l'autrice vaga stordita tra i ricordi dell'infanzia, traumatici: prima una sua caduta da un trampolino che la vede paralizzata in un ospedale pediatrico, ricoverata tra bambini ustionati di cui rammenta le urla e i pianti notturni e li registra nell'inconscio come i suoni dei bambini che muoiono, e dopo lo scivolamento dei fratelli gemelli dentro un lago ghiacciato che si rompe sotto il peso del passeggino, il loro drammatico salvataggio da parte sua e la madre che la elogia, freddamente, sulle sue buone capacità di nuotatrice mentre riceve i corpi ghiacciati e urlanti dei gemelli sopravvissuti.
sostiene che il ricordo della prova dell'amore della madre, il preciso episodio, sia una medicina potentissima contro l'apatia.
dice anche, e solo qui condivido cercando di mantenere un po' di distacco da questo grumo confuso e grondante di dolore che ha messo sullo schermo, che la morte ci permette di liberare amore.
quel che credo, semplicemente, è che la morte dia senso alla vita. senza sarebbe un pozzo d'angoscia, un affanno senza scopo. forse Laurie Anderson dovrebbe semplicemente accettarla, la fine segnata dalla morte, affannarsi a prolungare la vita oltre la morte le procura dichiaratamente una sofferenza senza fine.

lunedì 2 giugno 2014

la vita raglia e cavalca nel suo incessante splendore

si è concluso maggio e questo strano inedito periodo di questa mia ultima vita.
un mese di sospensione del contratto di lavoro, un mese di rabbia e di angoscia per l'inconsistenza della sanità italiana e ancora di più dei "responsabili" che la malgovernano, ma anche un mese di strano splendore, di luce negli occhi.
ho avuto il tempo dalla mia parte, quel tempo che mi digrigna i denti per lo più, che mi minaccia e mi sfinisce, e così ho fatto amicizia.
ho fatto la spesa e sono andata in palestra, mi sono occupata delle casa del marito dei figli della tintoria dei colloqui delle commisioni e dei favori, alleggerita dalla pesantissima sensazione dello sfruttamento e dell'abuso della mia persona.
ho visitato mostre, visto film, sentito conferenze, e, sopra ogni cosa, ho letto molti libri al parco.
potrei dire che mi ricorderò di maggio e del suo tempo per la luce negli occhi leggendo libri seduta su una panchina del parco Sempione -o dei giardini pubblici di Milano- in compagnia fedelissima mai tradita della mia bicicletta.
niente auto, il tempo amico mi ha consentito di girare in bici, ovunque, all' analisi in bici, a scoprire Milano e i suoi angoli in bici, a fare l'ecografia alla mammella in bici, al mercato in bici, alla Triennale in bici, da Picard in bici, e anche al Parco Nord e nei parchi dell'EXPO (un giro organizzato dai FAI- La Via Lattea) ovviamente in bici.
il parco è un luogo privilegiato, lo posso dire con cognizione di causa. magari non nel fine settimana, ma durante la settimana lavorativa certamente si. il parco viene pulito e ripulito, viene abitato da mamme e bambini, da impiegati che ci vengono a mangiare nella pausa pranzo, da sportivi accaniti, da strane gente, anche.
ho visto un signore, una ragazzo quasi signore vestito in modo casual molto molto sgualcito con la camicia che fuoriesce malamente e inelegantemente dai pantaloni, girare ripetutatmente, penso facendo sempre lo stesso giro passandomi davanti più volte, camminando velocissimo e sempre con il cellulare in mano, parlando a voce altissima così che ho saputo tutti i fatti suoi. l'ho rivisto più volte quindi, ho pensato, lo fa tutti i giorni, sempre mordendo il sentiero e urlando, affanatissimo e inarrestabile, sempre girando in tondo, come probabilmente anche la sua vita.
ho visto una mamma cinese portare il figlio per un'ora al parco e parlare per tutta l'ora e dico TUTTA al cellulare. ho visto il suo bambino pietire la sua attenzione e riceverne urla sgangherate e certamente violente in cambio, e il cinese mi è sembrata una lingua schifosa.
ho visto molte mamme al cellulare parlare e parlare e parlare e parlare senza ricordarsi di vivere la loro vita adesso, con chi c'è adesso, con chi hanno adesso, quel figlio adesso, quella voce adesso, quelle manine adesso, quel bisogno adesso e invece parlare altrove, con una vita altrove che ora in quel momento non c'è.
il cellulare sostituisce la vita adesso con la vita che non abbiamo, perdendoci per sempre quel che conta, adesso, navigando nel mondo che non esiste e non lascia traccia, ma i nostri figli si, perdio.
ma la mia vita adesso, adesso maggio, è stata libri, lettura, cultura e tanto tanto sole sul mio corpo, la mia faccia, le mie gambe, le mie mani e i miei occhi.
ho finito di leggere Spendore, Margaret Mazzantini:
Sai come chiamano le mimose, ragazzo? Il fiore che si vergogna. Sono di buon augurio a chi si mette in viaggio. Adesso scendono nell'acqua, battezzano il blu. Ma tu non vergognarti del viaggio. La vita, credimi, non è un fascio di speranze perdute, un puzzolente ricamo di mimose, la vita raglia e cavalca nel suo incessante splendore.
potente e inesorabile come sempre, anche l'amore costa, costa tutta la vita intera.
la parola taglia, rompe e consuma, la ricerca dell'unicità costa tutta la vita intera.
ho letto  Le lacrime di Nietzsche, Irvin D. Yalom:
La speranza? La speranza è il male supremo!" gridò addirittura Nietzsche. "Nel mio libro Umano, troppo umano ho affermato che quando il vaso di Pandora fu aperto, così che tutti i mali lì rinchiusi da Zeus dilagarono per il mondo dell'uomo, ve ne rimase uno, ignoto a tutti, quello supremo: la speranza. E' da allora che erroneamente l'uomo considera il vaso e il suo contenuto uno scrigno di buona fortuna. Ma abbiamo dimenticato il desiderio di Zeus che l'uomo continui a farsi tormentare. La speranza è il peggiore dei mali perché protrae il turbamento. 
è la storia del rapporto, puramente ipotetico, intelligente e fantasioso, tra Joseph Breuer e Frederick Nietzche. Breuer cura le emicranie del filosofo e l’altro ascolta le ansie e le preoccupazioni del medico, inquadrandole con suggerimenti filosofici o pedagogici, in una sorta di consulenza filosofica che sfiora di continuo le teorie freudiane, che fa del racconto il passaggio attraverso un'analisi.
ho letto Marina Bellezza, Silvia Avallone:
Io non voglio diventare ricco, non voglio diventare famoso, non voglio vivere con l'assillo di essere di più o di meno degli altri!» Esplose, finalmente. «Quella vita lì è un inferno, l'ho visto quando mio padre è diventato sindaco, che avevamo tutti quei giornalisti in casa... A me non interessa. Mio fratello scrive sulle riviste d'ingegneria aerospaziale» sorrise, «gli pubblicano gli articoli con il suo nome, bello grande neanche fosse Obama... Io voglio essere invisibile, capisci? Non voglio lasciare traccia, voglio solo svegliarmi la mattina e stare bene!» Gridava. «Non posso sentirmi in colpa per questo. Non voglio vendermi la vita. Mio nonno si metteva a piangere quando gli moriva un vitello, quando ne vedeva nascere uno... Era un uomo felice!
all'inizio non l'ho ritenuto un libro possibile. all'inizio mi è sembrata la brutta copia di libri già letti, di Come dio comanda di Niccolò Ammaniti, all'inizio ho pensato di smetterla lì. poi, con la luce negli occhi, mi sono detta che sono piena di pregiudizi e molto puzzona in fatto di letteratura, e cultura in genere,  e me lo sono poi letto tutto d'un fiato. è un libro moderno, di una scrittura moderna, di uno stile moderno al quale però, nonostante tutta la banalità del moderno,  riconosco di avere qualcosa da dire. il desiderio appagga, il godimento affossa nella ripetizione sintomatica dell'infelicità.
ho letto Non è più come prima, Massimo Recalcati:
L'amore che dura è l'amore che vuole vivere ancora. Non sopravvivere. Lacan definiva la parola d'amore più alta quella che recita: "ancora". Ancora come adesso, ancora come oggi, ancora te, ancora te per sempre. Ancora non esige il ricambio del vecchio oggetto per il nuovo - come accade nella logica del capitalismo - ma mostra che il Nuovo è nel rinnovare l'amore nello Stesso. Se questo miracolo esiste allora l'amore dura e non si lascia consumare.
da leggere, per pensare a ciò che può sussistere nella nostra vita fatta di niente che rincorre i niente pensando che siano il tutto. amore è ancora, un atto di fiducia verso l'ancoraggio a un mondo di senso.
e sto leggendo Viaggio al termine della notte, Loui-Ferdinand Celine.
...Non posso trattenermi dal dubitare che esiste una qualunque genuina realizzazione del nostro più profondo carattere, tranne la guerra e la malattia, quelle due infinità dell'incubo. 
e qui siamo nel mondo della parola che cerca il vero, che non si difende dalla morte, che sputa in faccia alla vita il suo peggio con scandaloso linguaggio, a costo della follia e dell'emarginazione, nella speranza che, lottando, qualcosa di umano ci differrenzi dal nulla.
È forse questo che si cerca nella vita, nient'altro che questo, la più gran pena possibile per diventare se stessi, prima di morire. Sono passati anni da quella partenza e poi ancora anni... Ho scritto spesso a Detroit e poi altrove a tutti gli indirizzi che mi ricordavo e dove potevano conoscerla, seguirla Molly. Non ho mai ricevuto risposta. [...] Per lasciarla mi ci è voluta proprio della follia, della specie più brutta e fredda. Comunque ho difeso la mia anima fino ad oggi e se la morte, domani, venisse a prendermi non sarei, ne sono certo, mai tanto freddo, cialtrone, volgare come gli altri, per quel tanto di gentilezza e di sogno che Molly mi ha regalato nel corso di qualche mese d'America.

domani torno a lavorare, in un luogo senza speranza di un meglio.
il tempo amico è finito, tornerà a ragliare, la luce negli occhi è finita. 
li cercherò in altro modo, forse nel sollievo dei miei pazienti.

giovedì 27 marzo 2014

Ida

film polacco, di Pawel Pawlikowski, bianco e nero, acclamato come un capolavoro.
o almeno recensito come un film da 4 o 5 stelle, "da non perdere".

Ida è una novizia, a breve prenderà i voti. siamo nel 1962, nella piena e grigia e austera Polonia comunista.
prima della consacrazione, Ida viene invitata dalla sua superiora a conoscere la sua unica parente, una zia, magistrato, figura enigmatica e di potere, appartenente all'élite della dirigenza comunista, che le rivela alcuni questioni non da poco sulla sua vita, sulla sua famiglia. Ida scopre di essere figlia di una coppia ebrea, trucidata e sepolta da qualche parte nel territorio della famiglia di origine; lei, piccolissima, è stata affidata alle cure delle suore, e da loro cresciuta, per salvarla dalla furia nazista.
la zia, una donna, come dire, piuttosto intraprendente, dai modi sicuri e impositivi fino all'arroganza, probabilmente enfatizzati dal potere esercitato per anni nelle aule di giustizia, le fa da guida in questa ricerca. è una donna disperata, alcolizzata, perduta nei ricordi e nei rimorsi. perduta e senza dio, secondo gli occhi di Ida, che guarda ma non giudica. però questa peccatrice è una donna che vive nel mondo, e Ida del mondo non sa nulla. si muove e si aggira come se nascesse per la prima volta e il suo candore sembra svelare le cose, farle emergere nella loro violenta verità. anche un colloquio intenso, una visita in ospedale, la seduzione che la zia esercita sugli uomini, il bere, il fumare, mangiare al ristorante, dare un passaggio ad un musicista che fugge dalle promesse, tutto sembra avere il peso di una nuova visione, di un battesimo.
dopo la scoperta della verità sulla fine dei genitori di Ida, la zia torna alla sua vita di cocktail e uomini di passaggio e Ida al suo convento. una si suiciderà l'altra non si riterrà pronta a prendere i voti. Ida torna alla casa della zia morta e prova, sperimenta, per un breve tempo, il senso di una vita terrena: si veste, si mette i tacchi, lascia scoperti i suoi biondi capelli, fuma e beve, immagina e sogna, si lascia andare alla corte e al sesso con un musicista innamorato di lei, che ora non sfugge più alle promesse.
dopo la notte d'amore, le chiede di seguirlo nel suo viaggiare per la Polonia, nel suo peregrinare per locali.
e poi? chiede Ida
poi compriamo un cane, troviamo una casa, ci sposiamo, facciamo dei bambini.
e poi?
e poi ci saranno i problemi.
non basta.
Ida torna, la mattina dopo, in convento. ora sembra pronta per rinchiudersi per sempre, nell'unico tratto di mondo che lei sembra riconoscere e sembra averle dato una risposta sul senso della vita.
è una scelta? è una fuga? è una convinzione sulla portanza di dio rispetto alla fuggevolezza del mondo? è un ritorno nel ventre materno? è la delusione sulla banalità della vita?

Ida, nel tuo mondo in bianco e nero, senza sfumature, non ti ho capita.

domenica 16 marzo 2014

questa rossa nube di cui l'anima è la folgore.

posso dire che L'opera al nero mi è piaciuto di più?
quel libro mi aveva dato i brividi, così oscuro, così alchemico, così cupo, così magico e tormentoso, così misterioso.
forse non è un buon modo per iniziare a parlare de Le memorie di Adriano di Marguerite Yourcenarma l'impatto del libro è stato meno potente rispetto all'altro, seppure questo libro abbia un grandissimo valore letterario.
a proposito degli dei acclamati da Alceo nella poesia che ho postato ieri, ecco un  mondo, il primo mondo, la prima volta nel mondo, in cui gli dei perdono in potere e potenza e ancora Cristo non si è elevato a salvezza dell'umanità.
ecco l'uomo, solo, come accennava la stessa Yourcenar nei sui appunti sul libro, ritrovando questa frase nella corrispondenza di Flaubert: Quando gli dèi non c'erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c'è stato un momento unico in cui è esistito l'uomo, solo.
Scrive l'Adriano della Yourcenar:
Fu verso quell'epoca che cominciai a sentirmi dio. Non mi fraintendere: ero sempre, ero più che mai lo stesso uomo, nutrito dei frutti e degli animali della terra, che rende al suolo i resti dei suoi alimenti, sacrifica al sonno a ogni rivoluzione degli astri, irrequieto sino alla follia quando gli manca troppo a lungo la calda presenza dell'amore. La mia forza, la mia agilità fisica e mentale erano conservate accuratamente intatte, attraverso una ginnastica completamente umana. Ma che altro dirti, se non che tutto ciò io lo vivevo divinamente? Erano cessate le avventure temerarie della giovinezza, e quella urgenza di godere il tempo che passa. A quarantaquattro anni, mi sentivo senza impazienze, sicuro di me, perfetto quanto me lo consentiva la mia natura: eterno. E, comprendimi bene, si trattava d'un'ideazione dell'intelletto: i deliri, se devo assegnar loro questo nome, vennero più tardi. Ero dio, semplicemente, perché ero uomo. I titoli divini che la Grecia mi accordò in seguito non fecero che proclamare ciò che da te mi sarebbe stato possibile sentirmi dio anche nelle prigioni di Domiziano o nelle viscere d'una miniera. Se ho l'audacia di pretenderlo, vuol dire che questo sentimento mi appare assai poco straordinario, e per nulla raro. Anche altri, oltre che io stesso, l'hanno provato, o lo proveranno in avvenire.
e Adriano è un uomo, di potere, grande, grandissimo nelle cose di stato, e piccolo o piccolissimo, come tutti, nelle cose della vita. un uomo, amante dell'arte e delle grandi opere, della natura e del mistero, pacificatore e conquistatore, equo ma anche spietato, amato, anche venerato, e molto solo.
la pagine più belle sono quelle sull'amore e quelle sulla morte, ovvero quelle sulla solitudine dell'uomo, anche di un uomo come l'Imperatore Adriano, davanti alle grandi questioni della vita.

Di tutti i nostri giochi, questo [l'amore] è il solo che rischi di sconvolgere l'anima, il solo altresì nel quale chi vi partecipa deve abbandonarsi al delirio dei sensi. Non è necessario per un bevitore abdicare all'uso della ragione, ma l'innamorato che conservi la sua non obbedisce fino in fondo al suo demone. In qualsiasi altro caso, l'astinenza o la sregolatezza non impegnano che l'individuo; ogni atto sensuale ci pone in presenza dell'ALTRO, ci coinvolge nelle esigenze e nelle servitù della scelta. Non ne conosco altre ove l'uomo sia spinto a risolversi da motivi più elementari e ineluttabili, ove l'oggetto della scelta venga valutato con maggiore esattezza per il peso di piaceri che offre, ove chi ama il vero abbia maggiori possibilità di giudicare la creatura umana nella sua nudità. Stupisco nel veder formarsi di nuovo ogni volta - nonostante un abbandono che tanto eguaglia quello della morte, un'umiltà che supera quella della sconfitta e della preghiera - quel complesso di dinieghi, di responsabilità, di promesse: povere confessioni, fragili menzogne, compromessi appassionati tra i nostri piaceri e quelli dell'ALTRO, legami che sembra impossibile infrangere e che pure si sciolgono così rapidamente. Questo gioco misterioso che va dall'amore di un corpo all'amore d'un essere umano, m'è sembrato tanto bello da consacrarvi tutta una parte della mia vita. Le parole ingannano: la parola piacere, infatti, nasconde realtà contraddittorie, implica al tempo stesso i concetti di calore, di dolcezza, d'intimità dei corpi, e quelli di violenza, d'agonia, di grida. La piccola frase oscena di Poseidonio - che t'ho visto ricopiare sul tuo quaderno di scuola con una diligenza da primo della classe - a proposito dell'attrito di due piccole parti di carne, non definisce il fenomeno dell'amore, così come la corda toccata dal dito non rende conto del miracolo infinito dei suoni. Più ancora che alla voluttà, essa reca ingiuria alla carne, a questo strumento di muscoli, di sangue, di epidermide, a questa rossa nube di cui l'anima è la folgore. parte mia un maggior silenzio.

Dice l'autrice: non ho tardato molto ad accorgermi che scrivevo la vita d'un grand'uomo; e di conseguenza, un maggior rispetto della verità, un maggiore attenzione, e, da parte mia un maggior silenzio. In un certo senso, ogni vita raccontata è esemplare; si scrive per attaccare o per difendere un sistema del mondo, per definire un metodo che ci è proprio. Ma non è meno vero che le biografie in genere si squalificano per una idealizzazione o una denigrazione a qualunque costo, per particolari esagerati senza fine o prudentemente omessi; anziché comprendere un essere umano, lo si costruisce. Non perder mai di vista il grafico di una esistenza umana, che non si compone mai, checché si dica, d'una orizzontale e di due perpendicolari, ma piuttosto di tre linee sinuose prolungate all'infinito, ravvicinate e divergenti senza posa: che corrispondono a ciò che un uomo ha creduto di essere, a ciò che ha voluto essere, a ciò che è stato.

TRAHIT SUA QUEMQUE VOLUPTAS: ciascuno la sua china; ciascuno il suo fine, la sua ambizione se si vuole, il gusto più segreto, l'ideale più aperto. Il mio era racchiuso in questa parola: IL BELLO, di così ardua definizione a onta di tutte le evidenze dei sensi e della vista. Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo. Volevo che le città fossero splendide, piene di luce, irrigate d'acque limpide, popolate da esseri umani il cui corpo non fosse deturpato né dal marchio della miseria o della schiavitù, né dal turgore d'una ricchezza volgare; che gli alunni recitassero con voce ben intonata lezioni non fatue; che le donne al focolare avessero nei loro gesti una sorta di dignità materna, una calma possente; che i ginnasi fossero frequentati da giovinetti non ignari dei giochi né delle arti; che i frutteti producessero le più belle frutta, i campi le messi più opime. Volevo che l'immensa maestà della pace romana si estendesse a tutti, insensibile e presente come la musica del firmamento nel suo moto; che il viaggiatore più umile potesse errare da un paese, da un continente all'altro, senza formalità vessatorie, senza pericoli, sicuro di trovare ovunque un minimo di legalità e di cultura; che i nostri soldati continuassero la loro eterna danza pirrica alle frontiere; che ogni cosa funzionasse senza inciampi, l'officina come il tempio; che il mare fosse solcato da belle navi e le strade percorse da vetture frequenti; che, in un mondo ben ordinato, i filosofi avessero il loro posto e i danzatori il proprio. A questo ideale, in fin dei conti modesto, ci si avvicinerebbe abbastanza spesso se gli uomini vi applicassero una parte di quell'energia che van dissipando in opere stupide o feroci. E durante l'ultimo quarto di secolo, la sorte propizia mi ha consentito di realizzarlo in parte. Arriano di Nicomedia, uno degli spiriti più eletti del nostro tempo, si compiace di rammentarmi i bei versi nei quali il vecchio Terpandro ha definito in tre parole l'ideale di Sparta, il "modus vivendi" perfetto, sognato, e mai raggiunto, da Lacedemone: la FORZA, la GIUSTIZIA, le MUSE. La Forza stava alla base, e senza il suo rigore non può esserci Bellezza, senza la sua stabilità non v'è Giustizia. La Giustizia componeva l'equilibrio delle parti, le proporzioni armoniose che nessun eccesso deve turbare. Ma la Forza e la Giustizia non erano che uno strumento agile e duttile nelle mani delle Muse: consentivano di tener lontane tutte le miserie e le violenze come altrettante offese al bel corpo dell'umanità. Ogni nequizia era come una nota falsa da evitare nella armonia delle sfere.

come per l'Opera al nero, la parte del libro che si avvicina e arriva a toccare il mistero della morte è particolarmente toccante, vera, autentica, sorprendente. la Yourcenar, come altri pochi scrittori, scrive senza avere paura. 

Sono quel che ero: muoio senza mutarmi. A prima vista, l'adusto fanciullo dei giardini di Spagna, l'ufficiale ambizioso che rientra nella tenda scrollandosi dalle spalle i fiocchi di neve, sembrano tanto cancellati quanto lo sarò io dopo che sarò passato attraverso il rogo; ma essi son qui; io ne sono inseparabile. L'uomo che ha urlato sul petto d'un morto continua a gemere in un angolo di me stesso, a onta della calma più e meno che umana alla quale partecipo già; il viaggiatore racchiuso nel corpo del malato ormai sedentario per sempre s'interessa alla morte perché essa rappresenta una partenza. Quella forza ch'io fui sembra capace ancora di animare parecchie a ltre vite, di sollevare dei mondi. Se, per miracolo, qualche secolo venisse aggiunto ai pochi giorni che mi restano, rifarei le stesse cose, persino gli stessi errori, frequent erei gli stessi Olimpi e i medesimi Inferi. Una constatazione simile è un argomento ec cellente in favore dell' utilità della morte, ma nello stesso tempo m'ispira dubb i sulla totale efficacia di essa. ... Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t'appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più... Cerchiamo d'en trare nella morte a occhi aperti.. 

bella scrittura, scrittura esemplare, scrittura di vita. vita di un imperatore di Roma, vita di Adriano, vita di un uomo, vita di tutti noi. l'universale si fa uomo.

martedì 28 gennaio 2014

Rodin: la germinazione della carne

e forse non è nemmeno il bacio la statua, il marmo più bello di Rodin alla mostra di  Palazzo Reale.
è un'esposizione singolare, le statue in fila, una dopo l'altra,  su più file, in modo essenziale e poco enfatico, poco celebrativo, una presentazione fuori dal comune, tutte raccolte nella Sala delle Cariatidi del nostro bel Palazzo regio.
sono una più bella dell'altra, un crescendo continuo, una sinfonia bianca.








una delle opere più emblematiche del periodo è La mano di Dio, che regge il blocco di terra da cui sono plasmati gli esseri umani. raccontava lo scrittore Camille Mauclair: «Ho detto un giorno a Rodin: “Si direbbe che voi sappiate che nel blocco c’è una figura, e che vi limitiate a rompere tutto intorno l’involucro che la nasconde”. Mi ha risposto che “era esattamente questa la sua impressione mentre lavorava”».



figure che nascono dal marmo e sembrano non liberarsene, sono lì, magari incomplete, solo una parte del corpo emerge, il resto rimane magmatico, imprigionato nella matrice originaria, nell'impronta materna del marmo.
i volti rimangono nascosti esaltando il busto, magari la schiena, a volte il corpo non esiste, c'è solo una mano, oppure affiora un volto, senza corpo, ancora irresoluto nel mondo della non esistenza. 
ogni statua è una nascita, una nascita dal nulla, dal nitore del vuoto.
per me, credo di averlo già scritto in un post su una mostra di Rodin a Legnano di alcuni anni fa (http://nuovateoria.blogspot.it/2011/05/la-bellezza-e-ovunque-e-non-vi-e-nulla.html), si tratta di una potenza espressiva senza eguali, del corpo che parla, di carne che esulta, di vita che spinge.
rimango catturata da questi marmi che conservano una sorta di indefinito e di incertezza, mi sembra di assistere a dei parti, alla creazione dell'uomo, ad adamo ed eva, all'emersione del corpo dal nulla dell'indefinito del cosmo.
e c'è di più, c'è l'eros, c'è una carnalità viva e pulsante, c'è sessualità.
a pensarci parrebbe difficile che la pietra possa comunicare erotismo, eccitazione, immaginazione erotica, eppure qualcosa freme, e vibra, qualcosa si muove in quei corpi apparentemente statici, qualcosa pulsa, vitalissimo, è un messaggio che arriva dritto al cervello.
almeno al mio.

giovedì 26 settembre 2013

los MITOs del tango

non ho guardato che queste, almeno all'inizio, alla serata Los MITOS del tango y mas agli East End Studios di Milano, evento finale della rassegna musicale meneghina e torinese.
la serata inizia con un presentatore da abbattere, una "comicità" volgare e deprimente, fastidiosa. finalmente ha smesso e se ne è andato, vivaddio, quando qualcuno, quindi non ero sola a pensarla così, gli ha gridato: BASTA.
non è stato bello ma assolutamente necessario.
poi la gente, numerosissima, assiepata in piedi e per terra oltre che sui pochi tavolini disponibili, dopo le esibizioni dei ballerini delle scuole, ha iniziato a occupare la milonga e a ballare. 
si vedono cose accettabili e altre inguardabili, diciamolo, ma ciò che non si può proprio fare a meno di guardare, ossessivamente e bramosamente, sono i piedi delle ballerine, e le scarpe.
i sandali, tacco 10 o 12, sono di una bellezza incredibile, elegantissimi, svettanti. è una vera gioia vedere le donne ballare sui tacchi. quelle poche che si sono avventurate con le infradito erano una pena. una tortura.
quelle che poi sanno ballare, poche, usano i piedi in modo davvero sensuale.

Hyperion ensemble 
Juan José Mosalini (senior), bandoneon 
Miguel Angel Zotto e Daiana Guspero, ballerini 
Gabriel Ponce e Analía Morales, ballerini 
Claudio Garcés, voce 
Pablo Scarpelli,  presentatore 
Punto y Branca, musicalizador






è chiaro che questa impressione si è poi enfatizzata fino all'orgasmo vedendo ballare la Guspero o la Morales, due genialità in movimento. due corpi completamente diversi, una morbida e sensualissima, l'altra sottile magra e forte, che esprimono una potenza espressiva ineguagliabile.
io guardo le donne, gli uomini non mi interessano, pur essendo loro a far muovere il corpo dell'altra. le invidio fino alla vergogna, così belle, libere, padrone del loro corpo. così intense, così desiderabili. 
la Guspero esibisce vestiti favolosi, pare disegnati da lei stessa, che mettono in risalto questo suo corpo che ha dell'incredibile, tra morbidezza, seno prorompente, schiena arcuatissima, gambe forti e piedi miracolosi. mi piace molto ma molto meno il suo compagno, anche di vita, Miguel Angel Zotto, che mi dicono essere il massimo della bravura, così piccolo e brutto.
non posso dire lo stesso del compagno della Morales, Gabriel Ponce, bel ragazzo alto e slanciato,  sguardo serio ma non troppo, certamente una coppia meglio assortita. due modi diversi di ballare il tango, il primo classico l'altro energetico, due fascini irresistibili.
ma, lo devo dire, la serata è stata più del ballo, la serata è stata musica. la musica del tango mi piace oltre modo, e quella sera mi ha stregata, il gruppo mi è sembrato portentoso, l'anziano bandoneon, Juan José Mosalini, un vero mostro di bravura. sentivo ogni strumento, ogni elemento, mi sono divertita da pazzi. è stato un vero godimento, un inno alla bellezza della vita e dell'energia.

                       



le scarpe, ho deciso, anche se non ballo il tango, me le compro!

lunedì 19 novembre 2012

Alegria - cirque du soleil


c'è tutto in questo spettacolo. la bellezza, l'arte, l'allegria e la tristezza, il talento, il canto, il circo, il riso ed il sorriso, i costumi, le luci, le scene, l'orchestra, la maestria e la passione.
è un circuito perfetto. non manca nulla, è una saturazione dei sensi, un'esplosione sensoriale.
potrà sembrare strano ma ho osservato un simbolo particolare che mi ha ipnotizzato e mi ha trasmesso il senso di un'armonia di pensiero e di una riflessione tematica dietro a questa ideazione e rappresentazione così magicamente spettacolare.
molta gente si muove su questo palco circense, gente entra altra esce, c'è sempre movimento sul palco, non c'è mai, anche nei momenti più fortemente esibizionistici, un unico protagonista. c'è una dama bianca, bianca di porcellana e merletti, elegantissima, che tra gli altri avanza e canta. meravigliosamente. leggevo che per questo spettacolo la colonna sonora è stata appositamente ideata e studiata, come per tutti gli spettacoli, ispirata alle musiche italiane di Rota con violini e fisarmoniche. ma si sentono musiche di altri mondi, tango, fado, jazz. la musica si sente molto, si fa sentire moltissimo, eseguita dal vivo da un'orchestra allegra. è la colonna sonora più famosa tra tutti gli spettacoli del cirque du soleil, ha ricevuto molti premi, nota per la canzone che da nome allo spettacolo, cantata in tre diverse lingue. 
ma dietro, appartata, più in disparte, mai avanzata, sempre sullo sfondo c'è una dama nera. stesso abito e foggia della dama che canta, ma nera.
non avanza mai, non fa nulla, è per lo più ferma, sembra che canti le tonalità più scure e segrete.
ma c'è.
ora non so se sono io che mi invento delle visioni, ma quella dama nera, che non si presenta nemmeno per gli applausi finali, ma magari forse solo perché poi impegnata in qualche gioco di maestria corporea che gli fa cambiare d'abito, è una presenza oscura e cupa che dice bene, al mio cuore, che questo è il mondo, che così gira e va, che così è fatto e si muove, anche e forse di più, il mondo zingaro e imprevedibile del circo. come in tutti gli spettacoli di circo c'è la vita che gira a velocità altissima, c'è il corpo che esalta la sua bellezza, la sua sfida alla gravità, alle giunture scheletriche e alle articolazioni, alla paura e al rischio, ma c'è anche un fondo oscuro di tristezza, il retrogusto della vita, c'è il clown che racconta la sua storia triste alla luce della luna con il suo manichino e la sua enorme valigia che, appena aperta, fa spazio a due palloncini che vanno su, e poi su e poi su, e poi via. la dama nera ci ricorda questo. che c'è bellezza, che c'è arte, che c'è magia, e c'è il lato oscuro, dietro, sordo e muto, ma che non ci lascia mai. e che ci ricorda che la vita è questo, e quello. gioia e dolore. luce e buio.
Alegria è il regno del giubilo, evoca le grandi corti regali, è un impianto monumentale, dai colori autunnali, mai troppo plateali, sempre di tono luminoso opaco, pervaso di suoni e sfumature della vita misteriosa. bene non so se deliro, ma se è così come penso, questo spettacolo merita oltre alla mia immensa ammirazione artistica, al mio divertimento fino alle lacrime, alla mia partecipazione emotiva fortissima, alla mia approvazione per una bellezza mimica senza confini corporei, anche la mia adesione più intima e profonda.


mercoledì 7 novembre 2012

tutte queste cose delicate

sono andata a Brescia e ho visto una mostra, privata, presso la Galleria Massimo Minini, poche foto, di Francesca Woodman.
c'erano anche foto di Letizia Battaglia, una fotoreporter molto agguerrita -appunto- che si occupa di rappresentare e raccontare la mafia da sempre, ma non posso dire che le sue foto siano minimamente confrontabili con quella della Woodman. i due generi ovviamente non lo sono, e, in generale il fotogiornalismo mi cattura poco, a volte non mi piace, a volte è un eccesso di realtà più vero del reale. se almeno le foto di ritratti crudi e scarni, di delitti, di morti, di madri disperate e guardie del corpo con magnum e il colpo in canna hanno un senso di testimonianza forte e inesorabile, certe ricostruzioni, fotomontaggi, con associate figure di donne nude sono francamente insopportabili. 
la Woodman ha invece una potenza espressiva notevolissima, esprime un sondaggio sul corpo ridotto a cosa ed esaltato a simbolo -due faccende diverse eppure a me sembrano ugualmente presenti- veramente singolare e incisivo. chiedendo informazioni sono venuta a conoscenza che le foto di Francesca vengono vendute a 4.000 euro, che la famiglia, madre e padre, hanno duplicato le foto della figlia e vendute in tutto il mondo, a tiratura nemmeno troppo limitata.
io mi fermo qui e non esprimo giudizi perchè non ne ho, veramente, ma questa notizia della famiglia che sopravvive al suicidio di una figlia di 22 anni e ne vende le foto ancora a 30 anni di distanza dalla morte ha avuto, su di me, un qualche tipo di effetto. ha prodotto in me una domanda, senza risposta lo assicuro, ma una domanda si.





un corpo rappresentato così racconta di un'inquietudine.
"Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate".
e di un mistero prezioso.
ci sono luoghi e oggetti ricorrenti, sedie, cornici, fiori, scale. 
atmosfere angoscianti, visionarie e surreali.
autoritratti in luoghi decadenti sporchi scrostati, stanze semivuote e fatiscenti.
immagini sfumate, corpi imprendibili, ripresi in un angolo della stanza, poi privati ora delle gambe, ora della testa oppure nascosto da un velo o da uno specchio.
è un lavorio di ricerca, di autoanalisi, a tratti l'angoscia dell'oggetto-corpo concretizzato a tratti l'esaltazione della bellezza sfumata evanescente della consistenza di un fantasma.
leggo Jaspers in questi giorni, psichiatra fenomenologo e filosofo tedesco della prima metà del novecento,  a proposito dell'esperienza di corpo. in fondo il corpo è il nostro primo oggetto. il corpo lo vediamo da dentro e da fuori, il corpo è sempre vissuto in una duplice visione, esterna e interna, intima ed estranea, propria e impropria,. una visione, se vogliamo, follemente duplice, per tutti. basterebbe guardare gli specchi di Francesca per capirlo, ma anche senza quelli, anche quelle sfumature, quelle presenze-assenze, quelle cadute e sospensioni sono il segnale potentissimo della duplicità del corpo di tutti, di quello di Francesca in specie.
sono grata a chi me l'ha fatta conoscere (http://francescomariacolombophoto.com/?p=157), fino a spostarmi a Brescia in un sabato di pioggia, sono grata a chi mi permette di vederne le foto, le sono grata per la storia che mi racconta, senza mai svelarla, un enigma di quelli che mi fanno riflettere sulla vita e sul rispetto.
penso a una vita così, che muore.

martedì 20 marzo 2012

abbacinato dalla salute che, come luce, ti sprizza dalle braccia e dalle spalle

credo di non essermi ammalata per dieci o forse quindici anni. anzi ne sono certa.
quest'anno è la seconda volta in meno di due mesi, ma se la prima in confronto è stata una passeggiata, raffreddore mal di gola febbre ma leggevo e scrivevo dal letto, questa volta è stata un'agonia e mi da da pensare.
ho vissuto per quattro giorni, e scrivo al passato perchè confido che dopo una mattinata in pronto soccorso e con una terapia farmacologica ponderosissima da fare nei prossimi giorni e di cui già una buona parte nelle mie vene non mi accada PIU' o mai PIU', in uno stato di malessere profondissimo, puntate febbrili fino a 40° con ascese rapidissime e con tremori quasi convulsivi, accompagnate di notte potrei dire da accessi deliranti, e defervescenze altrettanto rapide con sudorazioni incontenibili, una cefalea fissa penetrante da cinque giorni, di giorno e di notte si intende, nausea, rifiuto del cibo e stordimento pesante. pare trattasi di infezione delle vie urinarie, cistite asintomatica, difese immunitarie un po' perse via. avrei dovuto pensarci che le vie urinarie danno accessi febbrili così scuotenti. ma non ho avuto cervello per molti giorni.
in questi 4 giorni ho rinunciato una dopo l'altra a una seria di bellissime iniziative in serbo per me, la mia lezione lacaniana del sabato mattina, una mostra di Tiziano già prenotata e, soprattutto, un serata di pesia russa. mi avevano anche gratificata con un biglietto omaggio -immagino per assidua frequentazione del teatro in questione.
poesia, Achmatova, Cvetaeva,  Pasternak, Majakovskij e  Esenin , musica e vodka. non so gli altri, ma io una serata così la sogno di notte. era ieri sera, ah ah, forse in ambulanza ci arrivavo. una rinuncia inguaribile. ho scritto al teatro supplicando in ginocchio di una replica per le coglione fragilone tremolone come me...ma ne dubito. e vedo che non mi rispondono...
ora, sarò un po' stupida forse, ma mi rendo conto bene, ora, che la salute è indispensabile.
e' il sine qua non.
io sto bene, sono sana e piena di energia.
in questi giorni ho capito che la mancanza di benessere fisico è una condanna altissima. al di là dei lussi dei passatempo, anche solo camminare senza barcollare, dormire senza delirare, poter cucinare e stendere un bucato, salutare chi ami e poter dire sto bene grazie, andare al lavoro ascoltando guerra e pace, ascoltare e farsi carico di persone per ore, rispondere agli sms con buona facilità, rispondere al telefono senza pensare: ce la faccio a parlare?, riuscire ad avere la forza di alzarsi dal letto per andare in bagno o solo raggiungere il bicchiere sul comodino, provare sul corpo la temperatura in modo piacevole senza agonizzare per il ghiaccio ovunque prima e i tropici dopo, il vero lusso della vita è stare bene.
ho scoperto di provare una gratitudine infinita per chi si prende cura di me, condizione rara, e ho scoperto la lentezza dei movimenti, a me sconosciuta, necessaria in questi giorni, a volte effettivamente di una densita' inaspettatamente piacevole.
ho provato una repulsione per il cibo a me assolutamente sconosciuta. questa mattina ho provato a farmi un caffè ma forse mi sono fatta uno scherzo. ho provato ad abbrustolirmi il pane per metterci il miele -bbbuono-come ogni mattina, l'ho guardato, mi è sembrato un oggetto senza senso, l'ho buttato via senza neanche provarci. ho tentato con un biscotto di quelli per me voluttuosi...digiuna per l'ennesima volta.
ho pensato che se le persone che non provano gusto per cibo, ne sono indifferenti o quasi infastidite provano quello che ho provato questa mattina, allora, mi sono detta, non è vita. a volte mi lamento dei miei eccessi, dei sali e scendi un po' accentuati, ma almeno sono sana, il cibo mi piace, mi da piacere e quella terribile indifferenza di quel momento verso il pane caldo profumato mi ha fatto sentire lontanissima dal gusto per la vita.
forse è per questo, alla fine, che mi sono decisa a scendere in P.S...



A colei che è troppo gaia
Charles Baudelaire


Bello il tuo capo, il gestire, l'aspetto,
Come un bel paesaggio; sul tuo volto
Il riso giuoca come fresco vento
In un limpido cielo. Il malinconico
Passante che tu sfiori è abbacinato
Dalla salute che, come luce,
Ti sprizza dalle braccia e dalle spalle.
I sonanti colori di cui spargi
Le tue tolette, ispirano ai poeti
L'immagine di un balletto di fiori.
Sono l'emblema, queste pazze vesti,
Del variopinto tuo spirito: folle
Di cui son folle, t'odio quanto t'amo!
Qualche volta, in un bel giardino, dove
Trascinavo la mia atonia, ho sentito
Il sole lacerarmi il petto, come
Un'ironia; la primavera e il verde
A tal punto umiliarono il mio cuore,
Che su di un fiore punii l'insolenza
Della natura. E così, una notte,
Appena suona l'ora del piacere,
Verso i tesori della tua persona
Vorrei strisciare, da vile, in silenzio,
Per castigarti la gioiosa carne,
Per schiacciare il tuo seno perdonato,
E infliggere al tuo fianco stupefatto
Una profonda, una larga ferita:
Vertiginosa dolcezza! Attraverso
Le nuove labbra, più splendenti e belle,
Infonderti, sorella, il mio veleno!

martedì 11 ottobre 2011

la gente vola

nell'universo della sua pazzia
una nuova teoria - per lei la gente vola.





nelle foto di Lartigue la gente vola. vola davvero, vola fisicamente, vola di fantasia, vola di gioia, vola verso il cielo, diventa cielo.
vorrei che la vita fosse così sempre. o forse, fortunatamente, non lo è e ci lascia il tempo di sognare, così, di volare, di più, ogni volta che il respiro si fa più lungo e profondo.










sabato 3 settembre 2011

the tree of life

le aspettative erano altissime. e, come insegna la vita, questo è un male.
ma non so arrivare "vuota" a un evento. sono quasi sempre già "piena" di me.
lo ribadisco: male.
quindi cosa succede, che ho visto un film che avrei potuto giudicare buono con dei limiti e che invece mi delude.
mi aspettavo delle aperture, aperture alle mie incessanti -opprimenti?- domande dell'ultimo mese sulla morte e una sua ipotetica accettazione in vita. il film non apre le mie domande, al limite le colora di immagini. seppure molto potenti.
"si può vivere seguendo la via della natura o la via della grazia". l'inizio mi è piaciuto un mondo. bene, mi sono detta, iniziamo bene. la parola "grazia" è una parola per me vicina all'ideale. vivere uno stato di grazia, vivere nella grazia, vivere un'amore in stato di grazia, essere in grazia di dio. parola meravigliosa, a me rende il senso esatto di come vorrei poter stare al mondo, in una condizione ispirata e conciliante. il film di malick si apre così, contrapponendo allo stato di natura, irruente, possente, implacabile, forte e inarrestabile, lo stato di grazia, buono, benefico, mite, benevolente, aperto e disposto al perdono.
in questo film la natura non manca di essere rappresentata: per parlare dell'origine misteriosa della vita, e forse anche della sua ineluttabile fine?, delle radici profondissime e potenti dell'albero della vita, malick mi ha mostrato la natura. ma questo ha solo un potere suggestivo, non convincente.

poi la narrazione si sviluppa attorno a una famiglia media del Midwest, lui lei e tre figli, casa lavoro scuola educazione vita di coppia vita di provincia americana anni '50. ci giungerà notizia che uno dei tre figli muore ma non sapremo mai quale.

chi racconta è il figlio maggiore, ormai adulto, proiettato nei grattacieli moderni di una futuribile città di successo mondiale, ma profondamente ancorato e non affrancato dalle sue figure genitoriali, cosi fieramente contrapposte, e dall'amore per il fratello perduto. a tratti la voce narrante ci porta in una condizione metafisica, a tratti ci ancora pesantemente a una realtà in cui al padre rigido autoritario prepotente e temuto -la via della natura?- si contrappone una madre dolcissima accogliente morbida e salvifica -la via della grazia?-. "Padre, madre, voi siete in lotta dentro di me, e sempre lo sarete." il film si conclude con l'entrata in una terza dimensione, su una spiaggia lambita dal mare popolata di tutta la gente della nostra vita, della loro vita, della propria vita, forse un'immagine di conciliazione con la perdita, la mancanza, il non senso.
inquadrature, immagini, alcune cosmiche e bellissime, altre toccanti e mute, ma slegate, solo sostenute da una voce conturbante che ha un potere ipnotizzante, rinforzata da una musica di sapore ancestrale, ma che non affonda. ricordo strazio struggimento conflitto interiore. modernità attuale e radici antiche. acciaio e terra. torri di cemento e radici. figli e genitori. genealogia.
ma la frattura del film, la mancanza di omogeneità tra le visioni immaginifiche sostentate dalla fede e quelle realistiche di una vita frammentata dal dolore, è la stessa frattura che non da risposte alle mie domande. è una parabola biblica che non restituisce un senso se non forse a chi ha questo tipo di speranza.
niente che possa avermi concesso, fino in fondo, la grazia di capire, di riflettere, di pensare, di cercare.
ho guardato e ascoltato, e in qualche modo ne sono grata, ma io ancora non so, ancora non riesco a sapere.