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lunedì 6 aprile 2020
citta ospedale, l'afa di morte sale, città scorta, il si che veramente ti rinnova
Laura Marinoni fino ad un mese fa, prima dell’inizio della quarantena, era protagonista dei Promessi sposi alla prova di Giovanni Testori al Franco Parenti, nella doppia parte della Monaca di Monza e della madre di Cecilia.
qui propone un passaggio del testo, quello dedicato a Milano, e pronunciato da Fra Cristoforo in occasione della peste.
un brivido, si sente odore di morte.
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domenica 5 aprile 2020
conversazione con la morte
Federica Fracassi, già protagonista di Erodiàs e della Monaca di Monza, legge alcune pagine iniziali di “Conversazione con la morte”, il testo scritto da Giovanni Testori nel 1978, dopo la perdita della madre.
ripensiamo al valore delle parole, al valore degli eventi, al valore degli atti della vita.
al valore dell'innominabile morte.
Nei tempi lontani e perduti
quando quella lingua arcana
si usava ancora almeno per certi atti della vita
come il nascere, il morire
...
tutto in quelle parole un tempo
era più rispettoso, più lucido e più forte,
le sillabe erano come una carezza
che scendeva sopra un taglio
o sopra una ferita.
Oggi chi muove più la mano
per calmare il dolore di tutti i tagli
e di tutte le ferite che compiamo sugli altri
o che vengono compiute su di noi?
...
Cari, poveri, forse delusi amici,
il teatro, le sue assi, il sipario
le quinte, le luci, tutto ciò che fu per anni
la mia fatica, la mia gloria
la mia battaglia, il mio sole,
la mia perdizione, la mia vanità
tutto questo e ben altro
si è ridotto a questi muri scrostati,
a questo gocciolare d’acqua dentro le tubature,
a quest’odor di muschio e di salnitro,
a questa nebbia.
Negli anni della mia gloria, dissipavo
il mio corpo, la mia mente, la mia stessa anima
...
anima, perduta anima,
scura anima d’affanno e di morte.
Una parola che, lungo il giro dei tempi,
abbiamo lasciato cadere:
anima
una parola che abbiamo resa vuota e inerte,
come la spoglia di una cicala.
Ma il giorno in cui le spoglie s’alzeranno
anche le parole, sì, anche loro
ci punteranno contro il dito, già.
...
Quel giorno, se sarà veramente un giorno,
o non piuttosto un’alba
una di quelle albe in cui il sole s’alza
come una spada dorata,
o una notte d’uragani e di tempesta.
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venerdì 15 febbraio 2019
la monaca di Monza: E allora liberaci, Cristo! Liberaci!
prima indossa un vestito tutto nero e una veletta nera le ricopre il viso. non le si vede il volto.
poi si solleva il velo e si vede il volto incorniciato dal velo bianco delle suore.
poi, improvvisamente, con un gesto forte e netto, si toglie anche il copricapo bianco e si vedono i capelli, rossi, bellissimi, lunghi ma raccolti, i boccoli ai lati che scendono sulle spalle.
si, la monaca di Monza è una donna.
più le hanno negato il diritto di esserlo più si è ripresa quel ruolo con lucidità assassina e perversa.
siamo dalle parte di Testori, autore che mi strega, a dir poco.
siamo dalle parti del Teatro Franco Parenti.
siamo, soprattutto, dalle parti di Federica Fracassi, che devotamente ammiro.
una disperazione blasfema prende corpo, letteralmente, nelle parole potentissime di Testori.
le parole sono così forti da incatenarmi, da desiderarne di più, di nuove, di altre.
ascoltando, la mia speranza è che di parole ne escano ancora, ne sgorghino a fiumi, perché quelle che sento già non bastano più proprio perché sono così inesauribilmente cariche di forza arcana.
la parola è lussureggiante, indomita, erotica, non fa sconti, scandaglia desideri, angosce, scelte delittuose, violenze carnali, passione godimento impulso che non lasciano spazio ad alcuna pietà.
luci colori suoni mi frastornano e mi mettono a confronto con il mio cervello, cerco di capire e mi ritrovo travolta da un linguaggio così serrato e denso che non mi lascia scampo. sono forse più incatenata alle parole per il significante che non per il significato. per il segno più che per il sintomo. ma sono anche ammaliata da questa fede che fa bestemmiare, senza fede non sarebbe possibile questa tragedia, è perché c'è dio che si consuma la perversione, è perché c'è dio che c'è la corruzione, la sordidezza, lo sporco, il putridume, il marciume, è perché crede in dio che non ha salvezza, Marianna De Leyva. è per dio, è per cristo, che invoca di continuo, che sarà schiava sempre, del padre, del convento, dell'amante e delle mura in cui sarà incarcerata a vita.
mi dibatto ascoltando, mi domando se c'è scampo e invece no, la cattura e la condanna sono inevitabili, e più passa il tempo e pù sento che non ci sarà redenzione e più mi dispero, insieme a Marianna.
nei loro loculi, i personaggi, tutti già morti, si muovono e parlano: lei mossa da un’inquietudine indecifrabile fisica e spirituale, blasfema, che chiede a Dio di discolparsi per la sorte che le ha riservato; lui, Gian Paolo, complice del suo destino "Avete voi mai visto più bella cosa?" folgorato e catturato, imprigionato da lei e dall'attrazione irresistibile della profanazione della sua veste, folle e sguaiato; la novizia Caterina, che minaccia di rivelare la loro storia ma desidera condividere quella passione inconsapevole di esserne solo il bruciante acceleratore.


Guardaci. Punta i tuoi occhi su questi stracci che ti bestemmiano, su questo niente che ti reclama. Te lo chiediamo con strazio delle nostre ossa e della nostra carne: liberaci dal nostro sangue: liberaci dalla nostra morte. O distruggiti anche tu nella nostra carne, nel nostro sangue e nella nostra morte. Ci senti? E allora liberaci, Cristo! Liberaci!
domenica 10 giugno 2018
erodias
Erodias, a teatro, con Federica Fracassi.
testo di Giovanni Testori.
Teatro I di Milano
non voglio farla lunga, il testo è incredibile, la lingua di Testori fracassante.
lo spettacolo è uno stordimento ipnotizzante.
quel che mi preme dire è che Federica Fracassi mi ha travolta, sedotta, illuminata.
l'ho vista recitare più volte in questo ultimo anno, due volte impegnata con Ibsen al Franco Parenti, bellissima soprattutto in Rosmersholm .
ma qui, in Erodias, la Fracassi mi è sembrata immensa.
è una donna.
una donna normale.
un corpo normale, femminile, come tanti ce ne sono al mondo, senza particolari bellezze.
una donna normale.
un volto normale, dei capelli strepitosi in un volto regolare.
eppure
Federica Fracassi si dona con un'intensità fisica, verbale ed emotiva di potenza esplosiva.
mi ha donato il suo corpo, bellissimo, travolgente, il suo volto, straordinario e vivo, come mai nessuno. o meglio, ho visto, più volte, Gifuni fare la stessa straordinaria fatica, con il medesimo ardore.
il corpo si fa parola, la parola si fa corpo.
ma Gifuni ha una sua obiettiva bellezza, Federica Fracassi acquista bellezza donandosi, così generosamente, così autenticamente, così immensamente in questo testo viscerale e violento, visionario, moltiplicato da una lingua pulsionale in un'invenzione epocale.
“Jokanaan! Juan, Juan“

per saperne di più, dal sito del teatro (http://teatroi.org/portfolio/erodias/)
“Jokanaan!“
Erodiàs, il più violento dei Tre Lai, inizia così, con un urlo reiterato che si fa gioco di parole, musica che parte dal nome ebraico del Battista e che giunge a poco a poco a conficcarsi nella carne lombarda dilaniata.
Giovanni Testori ha dedicato a Erodiade più di un testo. Noi scegliamo Erodiàs, l’Erodiade spodestata, posseduta, ossessiva, che balbetta. Noi partiamo dalla rabbia che smangia l’essere umano quando si trova davanti al limite, alla finitudine, quando il discorso s’incaglia e resta solo la potenza del grido.
Perché affrontare Erodiàs? Che cosa rappresenta oggi questa donna dilaniata d’amore per Giovanni Battista? Che cosa raccontano le sue parole di lussuria verso il profeta, simbolo di una religione che lei non riesce a comprendere né a definire?
Erodiàs incarna un tempo in cui la ragione non è ancora arrivata: una zona d’ombra non illuminata dalla luce dello spirito, un eterno purgatorio in cui la conoscenza/coscienza non trova spazio. Un personaggio “sottovuoto”, una figura bidimensionale che vive dietro un vetro. Un manichino che a noi si mostra da una vetrina di sbarlusc: il suo è un mondo inevitabilmente separato dal nostro, ma ora del tutto compromesso e scardinato dall’arrivo di un Dio che si è fatto carne: il verbum.
Sulla scena un quadro che prende vita e, al contempo, un negozio o uno schermo: l’unica dimensione in cui Eròdias può ancora sopravvivere, seppur confusa da quel conzerto e conzertino di dubbi e domande che il profeta ha in lei provocato. Non è abbastanza averlo messo a tacere con un atto cruento e blasfemo: la testa di Giovanni, separata da corpo, continua a parlarle, la provoca, le impone interrogativi a cui non trova risposta.
Erodiàs non è più l’Erodiàs che era, ormai è il Battista stesso. Di lui prende le fattezze, una maschera nella maschera, da lui prende parole che non conosce, che non stanno ancora nella sua bocca, di lui cerca segni in ogni dove.
Da lui, dall’amore per lui, nasce il suo tormento: che fare? Come andare avanti?
Questa domanda risuona. Anche oggi.
Che fare di un Dio che è diventato uomo e che, come ogni uomo, può anche sbagliare? Che fare di un mondo che ha perso il suo centro? Che fare di un amore che si sapeva di carne eppure ha l’odore dell’anima?
Lo spettatore assiste. Guarda e aspetta, non può fare altro.
Per l’ennesima volta vede, davanti a sé, una dicotomia senza tempo: corpo e mente, ignoranza e conoscenza, sesso e morte. Infinite declinazioni della stessa cosa.
Di una vita che cerca, non trova, e allora attende. Attende. Come se non ci fosse altra possibilità che questa.
Ma è così? Oggi, è davvero così?
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giovedì 11 maggio 2017
il dio di Roserio
Il dio di Roserio, testo di Giovanni Testori.
teatro Fraco Parenti.
parole e corpo, Fabrizio Gifuni.
presenta il testo e l’operazione teatrale che va a
incominciare e dice: questa fatica la faremo insieme.
inizia a pedalare e io vado in tachicardia.
sto pedalando.
sudo e mi contraggo, extrasistoli.
e mi becco tutta la furia parossistica e implacabile del
Dante (Pessina).
quel braccio alzato e armato di ferocia assassina si abbatte
si devasta su di me.
mi deformo e mi indementisco come Sergio (Consonni).
una cosa fa Gifuni: le parole diventano corpo.
e il corpo diventa parola.
il verbo si fa carne.
un miracolo? anche, ma non solo.
è così, questo è il reale.
accomodiamoci.
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