bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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giovedì 19 settembre 2019

il solito tempo, delle donne

mi sono fatta il mio giro dalle parti del Tempo delle Donne.
le considerazioni sono sempre le stesse, il giornalismo non è scienza, ma opinioni, non sempre proprio supportate dall'evidenza.
ne ho sentite di cose, e a volte mi chiedo perchè chiedere a Annalisa o a Francesca Einaudi opinioni in merito al corpo. mi domando perchè loro ne debbano sapere di più di una qualsiasi altra persona. 
non ne sanno di più, si chiede a loro per una questione ovvia di visibilità e popolarità, quindi il sistema si morde la coda.
ore a sproloquiare quanto ci si debba difendere dal boomerang dell'esposizione dell'immagine e poi si chiede a chi fa di questo sistema il suo di sostentamento in vita come se la cava con il suo specchio.
lo chiedi a loro, e non a me, proprio perchè è la loro immagine che conta, e non la mia. giusto?
si contorcono in risposte insensate, come se l'esposizione dell'immagine fosse un obbligo. 
si può fare l'attrico o la cantante senza esporsi al pubblico ludibrio.
senza scrivere tutti i giorni su instagram.
senza dire quanto si va in palestra o dove si va in vacanza.
se ci stai sai quel che paghi.
ovvero moltissimo.
inoltre, sono convinta che le signore, le Sandrelli, madre e figlia e nipote, le cantanti, le starlette, le Boschi e le Santanchè, tutte le signore famose intervistate dicano delle gran balle.
ma grosse.
stanno tutte benone.
tutte hanno risolto "la cosa".
tutte "se ne fregano", tutte non si fanno problemi, dicono quel che vogliono, fanno quel che pare a loro.
tutte a posto con il loro corpo, tutte si piacciono come sono.
tutte serene in pace con se stesse, tutte "risolte".
non una che abbia detto la verità.
cioè che non c'è donna al mondo che con il corpo non ci litighi tutti i santi giorni della sua vita, e la bellezza non salva, e che la questione si affievolisce con l'età, a meno che poi l'età non dia il colpo fatale con la menopausa.
ognuna si porta con sè, nel suo scrigno corporeo, misteri e traumi e immaginari carichi di contraddizioni e sofferenze.
qundi, alla fine, la kernmesse risulta inutile, nessuna delle donne si svela, vince l'immagine sopra ogni cosa, è per questo che sono lì. è per questo che il Corriere della Sera le chiama.
per contarsela su.

domenica 21 ottobre 2018

girl

un film sul transessualismo?
no, sul dolore di non riconoscersi.
il film non prende parti, ma osserva, descrive, sottolinea, non giudica.
si ambienta in un mondo ideale in cui il pregiudizio, il giudizio, la contrapposizione, il rifiuto, la segregazione, la discriminazione non esistono.
il reale ha ben altre fattezze.
facciamo finta che sia così, che il padre sia una figura angelicata pronta a qualsiasi sacrificio, anche della propria realizzazione, pur di favorire il cambiamento desiderato dal proprio figlio, o dalla propria figlia.
che il mondo accetti, anche in una scuola di ballo (luogo in cui si premeditano e si affettuano omicidi e lotte sanguinose e competizioni disumane), la lotta senza pari, straziante, di un ragazzo contro le proprie limitazioni corporee e ne favorisca, quanto meno silenziosa e disciplinata, la realizzazione.
facciamo finta.
e facciamo anche finta che, una volta effettuata la mutilazione psicotica del proprio corpo, la vita diventi un luogo felice in cui il nuovo taglio di capelli santifichi il viraggio ormonale e anatomico.
facciamo finta.
la natura di quel dolore, quel dolore che non può accettare il proprio corpo, non ne riconosce la forma, ne rifiuta l'appartenenza, lo fa a pezzi e invoca la scienza per trasformarlo, lo vuole diverso ed è disposto a martirizzarsi, non passa mai. 
è questo l'equivoco: la trasformazione corporea non pacifica quella sofferenza. quella invocazione è eternamente presente, quell'immaginario non verrà mai soddisfatto dall'invaginazione, o dall'operazione contraria. quella non accettazione è uno stato perenne, e non è una questione sociale,  politicamente corretta, e nemmeno di genere, non si cura con la chirurgia, ha bisogno di molto di più, di molto altro, di tanto altro oltre il corpo.

mercoledì 17 gennaio 2018

senza punto

Dolores é morta
È dura ma è così
Ho conosciuto i Cranberries tramite un film, davvero molti anni fa
Era Butterfly kiss di Winterbottom
La morte è assenza e di lei non ci sarà più, per me, la sua voce
Era molto malata, un male di vivere immedicabile
Mi ricordo che vederla ai concerti era strano, era molto impacciata nel suo corpo, era innaturale, minuta e molto goffa
Non le apparteneva quel corpo, si vedeva, anche nei video
Lo ha restituito
Merita la maiuscola
E nessun punto
All'infinito

giovedì 1 giugno 2017

parola e corpo

1630. Renzo parte da casa di Bortolo, il cugino, nel Bergamesco, e torna a casa, nel suo paesino, vicino a Lecco. è alla ricerca di notizie di Lucia e di Agnese, sono passati quasi due anni dall'inizio della loro storia. incontra Don Abbondio, che lo accoglie con "maraviglia scontenta", e, dopo una sosta da una vecchio amico, si avvia verso Milano. passa per Monza, per Greco, arriva in città, tramite la Porta Orientale. andrà al lazzaretto, incontrerà Lucia a Fra Cristoforo morente e poi si avvierà nuovamente al suo paese sotto un violento temporale. viene nuovamente ospitato dall'amico e va poi da Agnese, a Pasturo, informandola di ogni cosa avvenuta a Milano. si reca ancora nel Bergamasco da Bortolo, avendo ormai deciso di trasferirsi lì con Lucia. riporta Agnese a casa sua al paese e aspetta insieme a lei il ritorno di Lucia.

a piedi.

a piedi, di persona, ogni comunicazione prevede la presenza del corpo, un corpo che si fa portatore delle notizie, delle parole, dei conforti e degli sconforti.
la comunicazione è corpo, un corpo mobile che cammina, un corpo che fatica ma è testimonianza della parola.
oggi la comunicazione, violenta assassina stupida superficiale vuota, è senza corpo.
senza corpo fisico.
senza corpo spirituale.
senza. 

giovedì 17 novembre 2016

Erano state mangiate dal corpo dei mariti, dei padri, dei fratelli, a cui finivano sempre più per assomigliare

Di passaggio in passaggio, senza rendermene conto, mi sentii prima sospinta verso un’adesione imbronciata, poi verso una rinnovata ammirazione per lei. Ma sì, sarebbe stato bello se si fosse rimessa a studiare. Tornare ai tempi delle elementari, quando lei era sempre la prima e io sempre la seconda. Ridare senso allo studio perché lei sapeva dargli senso. Tener dietro alla sua ombra e perciò sentirmi forte e al sicuro. Sì sì sì. Ricominciare. 
A un certo punto, lungo la strada verso casa, mi tornò in mente l’ibrido di sofferenza, spavento, disgusto che le avevo visto in faccia. Perché. Ripensai al corpo in disordine della maestra, a quello sgovernato di Melina. 
Senza una ragione evidente, cominciai a guardare con attenzione le donne lungo lo stradone. All’improvviso mi sembrò di essere vissuta con una sorta di limitazione dello sguardo: come se fossi in grado di mettere a fuoco solo noi ragazze, Ada, Gigliola, Carmela, Marisa, Pinuccia, Lila, me stessa, le mie compagne di scuola, e non avessi mai fatto veramente caso al corpo di Melina, a quello di Giuseppina Peluso, a quello di Nunzia Cerullo, a quello di Maria Carracci. L’unico organismo di donna che avevo studiato con crescente preoccupazione era quello claudicante di mia madre, e solo da quell’immagine mi ero sentita incalzata, minacciata, temevo tuttora che essa s’imponesse di colpo alla mia. In quell’occasione, invece, vidi nitidamente le madri di famiglia del rione vecchio. 
Erano nervose, erano acquiescenti. Tacevano a labbra strette e spalle curve o urlavano insulti terribili ai figli che le tormentavano. Si trascinavano magrissime, con gli occhi e le guance infossate, o con sederi larghi, caviglie gonfie, petti pesanti, le borse della spesa, i bambini piccoli che le tenevano per le gonne e che volevano essere presi in braccio. E, Dio santo, avevano dieci, al massimo vent’anni più di me. Tuttavia parevano aver perso i connotati femminili a cui noi ragazze tenevamo tanto e che evidenziavamo con gli abiti, col trucco. Erano state mangiate dal corpo dei mariti, dei padri, dei fratelli, a cui finivano sempre più per assomigliare, o per le fatiche o per l’arrivo della vecchiaia, della malattia. Quando cominciava quella trasformazione? Con il lavoro domestico? Con le gravidanze? Con le mazzate? Lila si sarebbe deformata come Nunzia? Dal suo viso delicato sarebbe schizzato fuori Fernando, la sua andatura elegante si sarebbe mutata in quella a gambe larghe, braccia scostate dal busto, di Rino? E anche il mio corpo, un giorno, si sarebbe rovinato lasciando emergere non solo quello di mia madre ma quello di mio padre? E tutto ciò che stavo imparando a scuola si sarebbe disciolto, il rione sarebbe tornato a prevalere, le cadenze, i modi, tutto si sarebbe confuso in una mota nerastra, Anassimandro e mio padre, Folgóre e don Achille, le valenze e gli stagni, gli aoristi, Esiodo e la sboccatezza proterva dei Solara, come del resto era accaduto nei millenni alla città, sempre più scomposta, sempre più degradata? 
Mi convinsi di colpo che senza accorgermene avevo intercettato i sentimenti di Lila e li stavo sommando ai miei. 
Perciò aveva quell’espressione, quel malumore? S’era accarezzata la gamba, il fianco, come una sorta di addio? 
Si era tastata, parlando, come se sentisse i confini del suo corpo assediati da Melina, da Giuseppina, e ne fosse spaventata, disgustata? Aveva cercato i nostri amici per bisogno di reagire? 
Mi ricordai il suo sguardo, da piccola, sulla Oliviero caduta dalla cattedra come una pupazza rotta. Mi ricordai il suo sguardo su Melina che mangiava lungo lo stradone il sapone molle che aveva appena comprato. Mi ricordai di Lila quando raccontava a noi bambine l’omicidio, il sangue lungo la pentola di rame, e sosteneva che l’assassino di don Achille non era un uomo ma una donna, come se avesse sentito e visto, nel racconto che ci faceva, la forma di un corpo femminile spezzarsi per necessità d’odio, per urgenza di vendetta o di giustizia, e perdere la sua costituzione.

siamo nella Storia del nuovo congnome, siamo a casa di Elena Ferrante.
e ancora mi sento spiazzata da questo stralcio di letteratura.
sottolinea pensieri sempre presenti sul corpo delle donne, lo declina in modo straordinario.
siamo il corpo delle nostre madri, forse di tutte le madri del mondo, siamo un corpo che testimonia la storia delle nostre antenate, oppure siamo capaci di diversificarci, di uscire da quella traccia e fare di noi un corpo nuovo? fuori dai solchi della miseria e del degrado, emancipate dalla cultura e dalla fatica dello studio, verso una nuova era?
la storia del cognome sarà storia antica? perderemo le tracce dei nostri padri, gli aberi genealogici si sfalderanno, non troveremo più i significanti della nostra discendenza ora che i cognomi dei padri si perderanno nelle nuove normative giuridiche che prevede anche l'acquisizione del cognome della madre? il cognome del padre dobbiamo viverlo solo come un'imposizione imperialista e maschilista del sesso dominatore e usurpatore o contiene la storia dei nostri significanti familiari? 
certo la storia del nostro corpo è segnata da quello delle nostre madri. è in quel seno, in quella piega, in quella ruga, in quel ventre, in quel vestito, in quello stile, in quel modo di camminare e di parlare che siamo cresciute e abbiamo imparato, o no, il valore della femminilità.
chi sono?
che donna sono?
come si fa a essere una donna?
sembrano domande scontate.
vi assicuro.
non lo sono affatto.
le donne si perdono dietro al proprio corpo e alla sua immagine, si perdono in abissi di dolore e di esistenze perdute mai vissute vituperate smarginate sfregiate, non dagli acidi o dagli abusi degli uomini, soprattutto a causa degli sfregi che si sono inflitte, cicatrici di ferite mai ricomposte.

lunedì 18 aprile 2016

far bella la gente

mostra ricca e agile. si cammina leggeri.
tante foto, ma una sola impressione sopra qualsiasi altra: l'ossessione del corpo.
non c'è altro nelle foto di Herb Ritts.
solo corpo.
ci sono, certo, maestria, delicatezza, osservazione, attenzione.
cura.
sguardo.
luce e materia.
ma soprattutto corpo. un'idolatria.

è la nostra dannazione il corpo, tutto passa da lì, anni di tormento, e di godimento, dalla nascita all'ultimo dei nostri respiri.
e se il nostro non basta c'è pur sempre quello degli altri.
guardavo i provini, esposti in mostra, dalla cui analisi veniva scelta la foto suprema, quella rappresentativa, quella poi nota e famosa, quella che consacra una carriera e mi sono domandata se quel lavoro fosse una gioia o una condanna, dietro a quelle foto ho visto una dannazione.

Palazzo della Ragione Fotografia ospita la prima grande retrospettiva di Herb Ritts a Milano. 
Creatore delle immagini più incisive, sognanti e perfette dello star system hollywoodiano, Herb Ritts è stato un grande interprete della fotografia internazionale. Suoi sono molti dei ritratti che hanno costruito, è proprio il caso di dirlo, celebrities come Madonna, Michael Jackson o Richard Gere. Sue sono le fotografie patinate e oniriche della moda, dove gli abiti lucenti di Versace, i corpi perfetti delle modelle, sono immersi in una luce piena e vaporosa. 
Herb Ritts inizia la sua carriera fotografica sul finire degli anni settanta guadagnandosi la reputazione di miglior fotografo sia in campo artistico che commerciale. Oltre a produrre ritratti per riviste di moda fra cui Vogue, Vanity Fair, Interview e Rolling Stones, Ritts realizza le campagne pubblicitarie per Calvin Klein, Chanel, Donna Karan, Gap, Gianfranco Ferrè, Gianni Versace, Giorgio Armani, Levi,s, Pirelli, Polo Ralph Lauren, Valentino e altri. Dal 1988 dirige alcuni video musicali e commerciali, per i quali ricevette numerosi premi. La sua meravigliosa arte fotografica è stata oggetto di diverse esposizioni al livello mondiale e i suoi lavori si trovano in importanti collezioni pubbliche e private. Ritts era impegnato nella causa per combattere l’ AIDS, contribuendo attivamente a diverse organizzazioni di beneficenza fra le quali amfAR, Elizabeth Taylor AIDS Foundation, Project Angel Food, Focus on AIDS, APLA, Best Buddies and Special Olympics. Era, inoltre, un membro Board Of Directors per The Elton John Aids Foundation. Herb Ritts è morto il 26 dicembre 2002.

domenica 20 dicembre 2015

mentre il corpo c’è, e c’è, e c’è

TORTURE
Wislawa Szymborska

Nulla è cambiato.
Il corpo prova dolore,
deve mangiare e respirare e dormire,
ha la pelle sottile, e subito sotto – sangue,
ha una buona scorta di denti e di unghie,
le ossa fragili, le giunture stirabili.
Nelle torture, di tutto ciò si tiene conto.

Nulla è cambiato.
Il corpo trema, come tremava
prima e dopo la fondazione di Roma,
nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,
le torture c’erano, e ci sono, solo la terra è più piccola
e qualunque cosa accada, è come dietro la porta.

Nulla è cambiato.
C’è soltanto più gente,
alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove,
reali, fittizie, temporanee e inesistenti,
ma il grido con cui il corpo ne risponde
era, è e sarà un grido di innocenza,
secondo un registro e una scala eterni.

Nulla è cambiato.
Tranne forse i modi, le cerimonie, le danze.
Il gesto delle mani che proteggono il capo
è rimasto però lo stesso.
Il corpo si torce, si dimena e divincola,
fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,
illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.

Nulla è cambiato.
Tranne il corso dei fiumi,
la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.
Tra questi paesaggi l’animula vaga,
sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,
a se stessa estranea, inafferrabile,
ora certa, ora incerta della propria esistenza,
e il corpo c'è c'è c'è,
e non trova riparo.

http://www.radio.rai.it/podcast/A42414092.mp3

in polacco tortura suona come in italiano.
e il corpo c'è c'è c'è,
podczas gdy ciało jest i jest i jest.
la tortura, oltre a quella cui si riferisce la Szymborska, è, molto di più molto di meno, quello che infligge l'anoressia al corpo.
ma anche la SLA o il diabete.
le unghie scarnificate, i capelli massacrati da gesti ossessivi.
e il corpo c'è e c'è e c'è,
podczas gdy ciało jest i jest i jest.
la tortura è quello che rimane dopo il Bataclan, gente trivellata per terra, sangue, la faccia immersa nel sangue, la postura immobile con il cuore a mille accovacciati dietro un muro per non morire. non respiro, non deglutisco, non emetto suoni, non faccio nè la cacca nè la pipì, mai sentito il corpo così.
e il corpo c'è e c'è e c'è,
podczas gdy ciało jest i jest i jest.
memoria indelebile del corpo nell'attesa di quel momento, un eccesso, un oltre, un indicibile, un'impronta che non si può né si vuole dimenticare. come sarà il corpo da morto? come devo mettermi per morire? dopo, il mio corpo sarà osceno?
e il corpo c'è e c'è e c'è,
e non trova riparo.
corpo consistenza del parlessere, l'incoscio è come Baltimora all'alba.

martedì 27 ottobre 2015

alterazioni del ritmo

ma quante carte
ma quante
mamma mia
qui tutto cede
cede
cede.
fogli, referti, ricette, fitoestrogeni, ovuli vaginali, MOC (fuori dai LEA!!) e poi
quanti soldi, nemmeno la ricetta regionale, tutto a pagamento.
e l'angoscia sale
e l'aritmia anche
PA fuori controllo da mesi ormai
e cazzo scendi
che vertigini, che nausea, che giramenti di testa: 180 su 90
palpitazioni e angoscia
adesso ho aggiunto anche HTC al ramipril, caso mai sua maestà la mia PA decidesse di mollare il colpo...
ma niente, batte forte sempre (come Unieuro).

legge Gifuni (Genio), scrive Lingiardi (meno) (ma collega psichiatra psicoanalista)
sono al Franco Parenti (domenica)
le ho comprate (siamo a BookCity) e, lette da me, le sue poesie, sono poco cosa ma lette dall'uomo bello con la barba, una bella cosa.
l'uomo bello con la barba è uno dei migliori attori che abbiamo su questo suolo natio.
non cura la mia angoscia ma la lenisce il tempo di un verso.

Fibrillazioni, sincopi, aritmie
tutto quello che fa quando non muore
eccola è lei, l’altra metà del cuore.

Holter. Il cuore si è ammalato.
Eta l'unico organo
che non ho trascurato.

Quando non c'è speranza di salvezza
Dove la morte non porta compimento
Lì cosa c'è, in che paese siamo?
Quello è il dolore, e noi lo attraversiamo.

Dentro il cuore
dietro gli abeti
pezzo di cielo
tra le impalcature

Vittorio Lingiardi
Alterazioni del ritmo

vedo Silvia
una vita fa
e
il corpo cambia
si ammala
si piega
portatore di memoria

giovedì 15 ottobre 2015

la Grande Madre

Il corpo, luogo di vulnerabilità, se non rischia la ferita che l’incontro può causare, incorre nel rischio ben maggiore di una sterile chiusura su di sé; non esiste la possibilità dell’intimità con altro da sé, del piacere e del godimento se non attraversando il rischio della ferita. La sicurezza e l’imperturbabilità che il solipsismo sembra promettere si schiantano con il desiderio infinito di sentire entrando in con-tatto con un altro, il senso e l’identità che ci lega al nostro corpo rimane legato alla verità e al senso dello sfioramento e del tocco, dell’afferrabilità e delle ferite, della concretezza di un corpo. Il corpo, nostro confine, nostra definizione, ci costringe alla realtà come per la madre migrante di Dorothea Lange, a un qui e ora che non è un ovunque e per sempre; ci obbliga alla decisione, ci costringe al rischio di scegliere, ci induce alla rinuncia del tutto desiderato da immaginare a favore della concretezza da vivere in un impatto che ferisce e che si offre allo stesso tempo come condizione necessaria per dare continuamente avvio, ogni volta e ogni volta più profondamente, a quel processo avviato alla nascita, che ci posiziona nella realtà.
da La lettura, Francesca Balocco, Il corpo della madre e la libertà del figlio

troppo vasta, troppo tutto, troppo di tutto.
hanno peccato di ingordigia i curatori di questa mostra.
alla sala 18, di 29, ero già finita.
peccato, o torno a rivedere le ultime sale o mi accontento di questa visione claudicante. eppure, le ultime, erano, forse, le più ricche dal punto di vista figurativo.
tant'è.
acune immagini sono notevolissime, di grande impatto, visivo ed emotivo.
strepitoso questo autoritratto, Self Portrait as My Mother Jean Gregory, di Gillian Wearing che si traveste e si fotografa come sua madre, come ai tempi di sua madre, riconoscendo una fusione in lei, un desiderio si somiglianza e continuità.

alcune annotazioni, reperibili su un libretto francamente eccessivo consegnato all'inizio della mostra (al posto di un'audio guida) con indicazioni su autori e opere che richiederebbero 4 ore di lettura e visioni, non sono sempre condivisibili.
per esempio, relativamente a questa famosissima foto di Dorothea Lange i curatori indicano nella foto Migrant Mother l'emblema della forza di una madre che resiste alle difficoltà, parliamo della Grande Depressione americana degli anni '30. io non vedo forza, vedo disperazione, vedo l'annullamento della maternità, l'angoscia che sopprime l'amore, lo sguardo nel vuoto che auspica la morte, l'impossibilità di accudire. questa è una madre che ha abdicato e i suoi figli la piangono come fosse morta, una statua di pietra.
brava Marisa Mori, la sua Ebbrezza fisica della maternità è un omaggio futurista al femminile, proprio quel femminile così denigrato dalla cultura maschile futurista: "noi vogliamo glorificare le belle idee per cui si muore e il disprezzo per le donne", pontificava quel fanatico di Marinetti. 
Rineke Dijkstra, 1994, dalla serie New Mothers fotografa questa mamma, appena mamma, nuova nuova nel suo essere madre, l'assorbente a raccogliere il suo sangue.
c'è tanto, tutto il corpo in questa mostra.
il corpo della Grande Madre.
ammirevole, per colore dimensioni forza espressiva, questa super mamma, Baloon Venus,  incinta, rossa e spaziale di Jeff Koons. che presenza, che portanza, che lucentezza, che mamma!!

travolgente questa installazione di Nari Ward, Amazing Grace, 280 passeggini abbandonati, sporchi, laceri, polverosi. un incubo.
ho camminato oppressa dall'angoscia, mi sembrava di camminare in uno sterminio.
ho pensato alla morte, alla morte dell'infanzia. e ai barboni per le strade, che adottano questi oggetti come mezzi di trasporto dei loro fagotti.
miseria e smarrimento.
che è questa deliziosa creatura che macina povere di stelle e ne nutre la luna?
si tratta di Papilla estellar (pappa stellare) di Remedios Varo, si tratta di una donna sola che alimenta una luna in gabbia, la alimenta di sogni notturni, di paesaggi stellari, si tratta del potere magico e misterioso della donna e del materno.

Boccioni mi impressiona con le sue raffigurazioni potenti della madre. quale monumentale figura nella sua vita: "Natura generatrice di tutte le cose".

qui, le sorelle Brown sono state fotografate ogni anno, dal 1975 ad oggi,  per quasi 40 anni, da Nicholas Nixon. come in Boyhood, questa è un'esperienza di corpo, questa è la testimonianza del tempo, questa è la storia di un legame, che si estenderà oltre la sua fisica conclusione.
Frau mit totem kind (donna con bambino morto) di Kathe Kollwitz.
senza parole, per me, troppo potente per poter dire.

La sua nascita / La sua famiglia / La sua abitazione, la sua casa / Imparare a gattonare […] Il fratello della sua migliore amica/Avere fame dopo aver saltato il pranzo/Imparare ad andare in bicicletta/La luna piena ilumina il cielo notturno  […]Spaventarsi / Andare spesso alle feste / Iscrivere al liceo / Sentire interferenze mentre si parla al telefono […] Specializzarsi in storia all'università/Fidanzarsi/Il suono del giradischi nella stanza accanto/Stare sveglia a guardare l'alba dal tetto/tagliarsi i capelli/Studiare la storia del proprio paese/Sposarsi di pomeriggio/La loro porta di casa/Lasciare l'università  […]Farsi estrarre i denti del giudizio / Guardare la luce rifrangersi attraverso la finestra della cucina / pranzare / Una mattina sulla sua scrivania in ufficio / Sapere che avrà un bambino […] I giorni sembrano correre più veloci / Avere problemi di respirazione / I nuovi mobili del soggiorno / Il marciapiede dietro l’angolo / Toccare il muro/Suo padre muore, dolore improvviso/Il cortile dietro la casa allagato durante una forte pioggia/Guardarsi allo specchio/Il matrimonio di suo figlio […] Guardarsi gli occhi allo specchio / Il pavimento su cui si sta in piedi / Pensare a suo marito / Guardarsi allo specchio / Pensare alla sua morte / La sua morte»
“Senza Titolo, Lista dalla nascita alla morte”, Matt Mullican

LA GRANDE MADRE 
Palazzo Reale Piazza Duomo 12, 
Milano 26 Agosto - 15 Novembre, 2015 
Attraverso le opere di oltre cento artisti internazionali, La Grande Madre analizza l'iconografia e la rappresentazione della maternità nell'arte del Novecento, dalle avanguardie fino ai nostri giorni.
Dalle veneri paleolitiche alle ‘cattive ragazze’ del post-femminismo, passando per la tradizione millenaria della pittura religiosa con le sue innumerevoli scene di maternità, la storia dell’arte e della cultura hanno spesso posto al proprio centro la figura della madre, simbolo della creatività e metafora della definizione stessa di arte. Archetipo e immagine primordiale, la madre e la sua versione più familiare di “mamma” sono anche stereotipi intimamente legati all’immagine dell’Italia.
La Grande Madre è una mostra sul potere della donna: partendo dalla rappresentazione della maternità, l’esposizione passa in rassegna un secolo di scontri e lotte tra emancipazione e tradizione, raccontando le trasformazioni della sessualità, dei generi e della percezione del corpo e dei suoi desideri.

giovedì 23 luglio 2015

come si cambia

lago di Como, Cernobbio, Villa Erba.
canta Fiorella Mannoia.
vecchia passione di sempre, interprete meravigliosa di cantautori eccelsi, prima tra tutti Ivano Fossati, mio eterno amore musicale.
il concerto è bellissimo, l'ambiente magico lacustre lo favorisce, ma è tutto merito suo e della sua fantastica band.
la bellezza non sta tanto nella capacità musicale interpretativa, nella voce singolare, unica, nell'esperienza del mestiere, nella professionalità.
la vera bellezza di questo spettacolo è lei.
lei assolutamente lei.
il concerto si snoda sulla sua storia professionale, ripercorre le sue fasi formative, ripropone i suoi amori musicali, gli autori che l'hanno fortemente voluta e ai quali si è generosamente concessa come interprete, presenta la sua nuova esperienza come autrice di canzoni del suo ultimo disco Sud.
ma è lei la meraviglia.
lei è una donna.
una bellezza dominante.
a parte la strepitosa forma fisica di una donna di 60 anni bella come il sole, alta, snella, scattante, agile, quel che folgora è la padronanza di sè.
quel che stordisce, almeno me, è la fortissima sensazione di una condizione non di nascita (quando mai lo è in effetti), ma di faticosa lenta progressiva sudatissima conquista.
la bellezza sta infatti nel suo raccontarsi, nel suo affidarsi e nel suo narrarsi come donna in divenire.
dice lei stessa di alcuni anni fondamentali per la sua trasformazione, la sua liberazione, la sua emancipazione in termini femminili.
l'effetto trascinante sorprendente è che alla fine di brani famosissimi, e tra gli altri C'è tempo di Ivano Fossati, diamante poetico musicale, quel che conclude il concerto è Fiorella Mannoia che balla. 
trascinata dalla musica esaltante della sua band Fiorella balla, balla, balla benissimo, con quella misura che solo la sapiente manovra di sè e del proprio corpo sa dare all'altro consegandoli gioia e liberazione. come dice lei stessa: negli anni della mia liberazione, dell'abbandono dei completi maschili per i vestiti rossi fiammanti, ho liberato me stessa e gli altri, voi, il mio pubblico.
non siamo qui per vederla ballare, ma cantare, eppure la parte più incredibile del suo concerto è vederla regalare agli altri, a me, la conquista del suo mondo e del suo corpo, un messaggio superiore a qualsiasi comizio femminista, a qualsiasi retorica, a qualsiasi parola vestita da confessione.
balla, così bene, così sicura, così misurata, in accordo con la sua altezza le sue gambe la sua faccia le sue braccia le sue espressioni, che mi trasmette un insegnamento di vita. 

«Ho 61 anni e mi sento una bella donna da dieci. Ho scoperto di essere bella a 50 anni e da lì ho iniziato a giocare con la mia femminilità. Prima non ci ho mai riflettuto. E dire che oggi, quando rivedo le foto di quando ero più giovane, dico: ma cavolo, non ero così male, perché non ci pensavo?». Non glielo facevano notare nemmeno gli altri? I suoi uomini? «Ho avuto storie molto lunghe… passati i primi tempi di passione, si traducono in quotidianità. Forse, ora che ci penso, gli uomini con cui sono stata non mi hanno mai fatta sentire così tanto bella, no. Forse da dieci anni a questa parte ho un fidanzato che me lo ricorda». E scoppia in una risata aperta, prima di ammettere che se prima «volevo mi dicessero che ero brava piuttosto che bella, ora mi fa più piacere il contrario… sarà che con la vecchiaia uno rimbambisce…».
Intervista a Fiorella Mannoia di Chiara Maffioletti, Corriere della Sera, 24 giugno 2015

IO NON HO PAURA (dall'album Sud)

Ci penso da lontano da un altro mare
un’altra casa che non sai
la chiamano speranza ma a volte è un modo per dire illusione

Ci penso da lontano e ogni volta è come avvicinarti un po’
per ogni l’anima tagliata l’amore è sangue, futuro e coraggio
A volte sogni di navigare su campi di grano
E nei ritorni quella bellezza resta in una mano
E adesso che non rispondi
fa più rumore nel silenzio il tuo pensiero
E tu da li mi sentirai se grido

Io non ho paura
Io non ho paura
Io non ho paura
Io non ho

Il tempo non ti aspetta
Ferisce questa terra dolce e diffidente
Ed ho imparato a comprendere l’indifferenza che ti cammina accanto
Ma le ho riconosciute in tanti occhi le mie stesse paure
Ed aspettare è quel segreto che vorrei insegnarti
Matura il frutto
il tuo dolore non farà più male e adesso alza lo sguardo
Difendi con l’amore il tuo passato
Ed io da qui ti sentirò vicino

Io non ho paura
Io non ho paura

E poi lasciarti da lontano rinunciare anche ad amare
come se l’amore fosse clandestino
Fermare gli occhi un istante e poi sparare in mezzo al cielo il tuo destino
Per ogni sogno calpestato ogni volta che hai creduto in quel sudore che ora bagna la tua schiena
Abbraccia questo vento e sentirai che il mio respiro è più sereno

Io non ho paura
Di quello che non so capire
Io non ho paura
Di quello che non puoi vedere
Io non ho paura
Di quello che non so spiegare
Di quello che ci cambierà

sabato 21 febbraio 2015

Certi cambiamenti del corpo mi fanno pensare a quelle vie che percorri da anni. Un bel giorno un negozio chiude, l’insegna è scomparsa, il locale è vuoto, c’è un cartello affittasi, e ti domandi cosa c’era prima, cioè la settimana scorsa

guardo i giochi di luce, che filtra dalla tapparella.
sono le 5 del pomeriggio, c'è il sole, le giornate si sono allungate.
guardo i quadratini di luce e penso che l'inverno sta finendo.
sono spensierata, letteralmente, in quel momento.
cè perfino della bellezza che percepisco.
improvvisamente compare un pensiero.
lo sto facendo senza nessuna consapevolezza, non mi sono domandata nemmeno per un attimo se tutto questo avrà delle conseguenze.
pensavo fosse un controllo, solo un controllo, l'ultimo, anzi il primo, nel 2006.
avevo extrasistoli a raffica, ero passata dalla cardiologia e trattenuta per fare una marea di esami.
tra questi, un'ecocardiografia.
alla fine del consulto il collega mi consiglia una terapia antipertensiva: sono destinata, mi dice.
ignoro la prescrizione.
per anni.
poi il mio destino mi incontra e l'ipertensione si fa sentire, a novembre, con notti insonni in preda a pulsazioni, cardiopalmo, sudorazioni notturne spaventose.
il mio destino: ipertensione, anche notevole.
ed inizia la mia terapia mattutina, quella che si prende tutte le mattine per tutto il resto della vita.
ed eccomi lì, su un fianco, durante l'ecocardiografia cardiaca, a giocare con la luce a quadretti sul paravento che separa il lettino dalla scrivania del medico.
focalizzo un particolare apparentemente paradossale ma a ripensarci testimone della mia sicumera. entrando nella stanza della cardiologa mi sono accomodata dalla parte della scrivania destinata al medico, non al paziente. mi pensavo ancora dotata dei super poteri del grande dottore.
ma sono una paziente, sono dall'altra parte della scrivania. 
(impara)
e il verdetto lo conferma: insufficienza mitralica moderata.
ed eccolo lì il mio declino. mi proietto nel mio futuro, vecchia, malata, vedo la mia prossima storia clinica, vedo tutti i farmaci che progressivamente collocherò in cucina, la dose scritta sulla confezione , il promemoria. penso a Pennac, e al suo libro Storia di un corpo (http://nuovateoria.blogspot.it/2012/12/body-wolrds-la-salute-e-la-vita-nel.html) , capisco che sto entrando in quella fase della vita in cui il corpo cede, in cui dall'onnipotenza che ci illude di essere eterni si passa alla certezza quotidiana che siamo transitori.
è da settembre che sto male, tosse folle per un mese a settembre, otite catarrale con ipoacusia a ottobre per 5 settimane, notti insonni e diagnosi di ipertensione a novembre, ripetute sedute dal dentista fino a dicembre per problemi reiterati ai denti, neoformazioni dermatologiche trattate con il laser a gennaio, di nuovo tosse, perdita totale della voce per 5 giorni e ancora dolore all'orecchio e mal di gola trapassante questa notte. febbraio.
capisco, non potrei non capirlo, che tutto questo impegno di orecchie, gola e voce girano intorno alla parola, da mesi. girano intorno alla questione del mio lavoro, dell'emissione della parola e dell'ascolto, girano intorno al riconoscimento della mia persona e del mio riconoscere l'altro. sono stati mesi improntati dal trauma, che vivo ogni settimana, a ogni notizia che ricevo.
sono negata, la mia parola  è negata, non parlo e non ascolto più.
qualcosa sta cambiando, non mi sono mai ammalata per anni, improvvisamente il mio corpo cade dall'alto, si schianta.
qualcosa è inesorabilmente cambiato.
e pensare che l'inverno sta quasi finendo.


Passiamo la vita a confrontare i nostri corpi. Ma, una volta usciti dall’infanzia, in maniera furtiva, quasi vergognosa. A quindici anni, sulla spiaggia, studiavo i bicipiti e gli addominali dei ragazzi della mia età. A diciotto o vent’anni il gonfiore sotto il costume. A trenta, a quaranta, gli uomini paragonano i capelli (guai ai calvi!). A cinquant’anni la pancia (non metterla su), a sessanta, i denti (non perderli). E adesso, in queste adunate di vecchi avvoltoi che sono le nostre autorità tutorie, la schiena, i passi, il modo di asciugarsi la bocca, di alzarsi, di infilarsi il cappotto, l’età, insomma, semplicemente l’età.
Storia di un corpoDaniel Pennac

giovedì 29 gennaio 2015

boyhood

Boyhood è un film del 2014 scritto e diretto da Richard Linklater. 
La lavorazione del film è durata 12 anni, dal 2002 al 2013, per raccontare la crescita di Mason dai 6 ai 18 anni, (interpretato da Ellar Coltrane) e il rapporto con i genitori divorziati (interpretati da Ethan Hawke e Patricia Arquette). Il film ha partecipato in concorso alla 64ª edizione del Festival di Berlino, dove Linklater ha vinto l'Orso d'argento per il miglior regista. Ai Golden Globes 2015 ha fatto incetta di premi, vincendo nelle categorie ''Miglior film drammatico'', ''Miglior regista'' (a Richard Linklater), e quello alla ''Miglior attrice non protagonista'' a Patricia Arquette.

bene, questo è Wikipedia.
quel che dice Lella Costa è mia sorella è che si tratta di un'esperienza inedita.
l'ho visto mesi fa, lo ricordo molto bene.
l'effetto su di me è che si tratta di un evento di corpo.
questo film è un evento di corpo dal valore incommensurabile.
una crescita in tempo reale che annulla il valore della rappresentazione e assume il senso della trasformazione.
di corpo.
guardandolo non ho mai pensato si trattasse di un film perché non è un film.
è vita, che cambia, che si trasforma, che cresce e invecchia.
non mi interessa sapere della vita di Ellar Coltrane, il protagonista, io l'ho visto crescere, e con lui Ethan Hawke e Patricia Arquette. io la loro vita l'ho vista evolversi. ho visto i brufoli e le rughe, le trasformazioni del volto, il cambiamento di peso e la crescita dei capelli.
ho assistito all'adolescenza, alla crisi e alla separazione, allo sguardo e alla paura di Ellar.
ho assistito ai matrimoni falliti, agli errori, all'instabilità affettiva e all'amore distratto della madre. 
ho assistito alla maturazione affettiva, alla responsabilizzazione, alla crescita sociale del padre.
e ci credo.
credo sia questione di tempo. 
e di corpo.
per tutti.
questo film è un'esperienza. 

giovedì 28 agosto 2014

brevi note a margine: famiglicidio

ho letto figlicidio, sul giornale.
noelogismo dopo femminicidio (che già aveva uxoricidio come definizione classica).
mettiamoci famiglicidio, adesso, così abbiamo fatto l'en plain.
si comincia presto a fare danni, e sono molto diffusi.
qualcuno si salva, nonostante tutto, qualcuno, lo leggiamo tutti i giorni, no.
si comincia presto a innescare quel meccanismo di non riconoscimento dell'altro, di quel figlio, da parte di quell'adulto, non-genitore.
la genitorialità è in crisi, diciamo così per non andare subito sul tragico. sempre più spesso si comincia a pensare di fare i genitori, soprattutto le madri, superati i 40 anni, e guai dopo a non riuscirci, guai e dico guai, sono tragedie e la scienza purtroppo mette pezze a immaturità patologiche che esigono la loro parte nel mondo nonostante il tempo abbia detto stop, ma genitori non si diventa grazie al DNA.
ora le coppie, uomini e donne che hanno vissuto ignari di questo desiderio, coltivando solo il godimento personale, improvvisamente lo colgono come una margherita in un bel prato, pensano di fare figli senza che questo comporti alcun cambiamento nel proprio stile di vita. mettere al mondo un figlio non deve comportare, oggi, alcun sacrificio -in alcuni casi estremi nemmeno la fatica della gestazione affittando uteri in giro, che il girovita mi si deforma- è un gioco come fare un viaggio in Nepal. anzi, finito il viaggio in Nepal, si guarda il calendario, il prossimo viaggio lo faccio in clinica, e quello ancora di nuovo in California, non cambia nulla, tutto rientra in un vortice di gesti dovuti al movimento rotatorio della terra, mondani, di capriccio, di passatempo, di oggettistica che crea stato sociale da esibire su facebook, una spiaggia in Indonesia come un neonato appena nato. è la stessa cosa. lo genero ma non deve generare fastidio, sacrificio, perdita, cambiamento, rinuncia, insonnia, minimizzazione della vita sociale, preoccupazione, presa in carico, educazione, fatica. NIENTE: lo genero e poi ci penserà da sè, il tour operator farà il suo lavoro al posto mio. 
la generazione, e prima ancora ormai la fecondazione, è un gesto alla moda, a un certo punto inaspettatamente si deve, e appunto, se si è un filo in ritardo, lo si esige dalla scienza come dovuto (e la scienza ormai ha dimenticato l'etica, risponde alle esigenze di consumo come un supermercato), senza alcuna assunzione simbolica che la procreazione esige veramente. così si mette al mondo un oggetto di consumo che rimane estraneo e che si può decidere che esista o meno a seconda del fastidio del momento. questo con vari gradi di gravità, ovviamente, si può semplicemente generare l'autismo, oppure il non riconoscimento per tutta la vita, oppure il possedimento come un oggetto d'acquisto per tutta la vita, oppure la violenza per tutta la vita, fino all'eliminazione fisica e la vita finisce come finisce l'estate perché simbolicamente quella vita non è mai stata acquisita, è rimasta nel limbo della semplice molecolarità, senza senso, senza significato, senza assunzione affettiva. 
sono in pizzeria e mangio la mia pizza.
di fronte vedo una piccola famiglia, madre e padre e un piccolino, poco più di un anno direi. il piccolo è sul suo seggiolino da tavolo. ha già mangiato quasi sicuramente, è tranquillo, dico io, veramente tranquillo, un angelo, penso, i genitori mangiano e discorrono serenamente tra loro, mangiano la pizza, nessun problema. riguardo e sono basita, penso a me anni fa, non erano così tranquilli. a quell'età, a tavola, i miei. ma mangiare fuori, a pensarci, non ci si andava proprio, a tavola al ristorantecon i grandi  raramente, solo in occasioni speciali, primo perché era un fatica titanica tenerli al loro posto, secondo perché alle 20 e 30 i bambini di 15 mesi sono già a a letto a dormire -è chiaro che possiamo lamentarci tutta la vita dei figli che non dormono ma se non facciamo la penosissima mondiale snervante e pazientissima fatica di insegnare loro a dormire non dormiranno mai.
poi, improvvisamente, capisco.
il piccolo, seduto al suo tavolo come un adulto ha, piazzato davanti alla sua faccia, posto di fronte appoggiato al bicchiere, un oggetto, immagino l'iphone del papà, magari quello del papà e, perchè no, anche l'altro della mamma. un oggetto, mica transizionale!!, digitale che trasmette immagini.
l'oggetto bambino è ipnotizzato -ecco lo sguardo vuoto fisso immobile che scorgevo in lui- paralizzato dall'immagine virtuale, immobilizzato dai pixel, annullato. l'oggetto bambino viene neutralizzato, e si comincia presto, probabilmente già da mesi, mediante, ancora una volta, l'aiuto di questa scienza tecnologica virtuale duale schizofrenogenica ma utilissima, anzi fondamentale, e non crea disturbo. è come se non ci fosse, nativo digitale.
è fantastico no?, vado al ristorante con un piccolo di 15 mesi  ma è come se non esistesse. il cuore pulsa là dentro, ma non c'è. l'essere è già immerso nel modo simbolico genitoriale, ma non c'è. l'affettività comincia a lavorare là dentro, ma non c'è. tutto succede ma nulla procede.
mangio in pace, chiacchiero, mi godo il primo e il secondo magari il dolce e non mi alzo dalla sedia mai, non mi preoccupo un secondo mai, non mi devo inventare giochi faccine suoni guizzi smorfie canzoncine mai, non devo pensarmi genitore mai, non devo nemmeno mai chiedermi: ma chi me lo ha fatto fare?, mai. non parla, non piange è fisso sullo schermo. è annientato, cresciuto, intrattenuto, stimolato dal videogioco con gli smile. c'è ma non c'è e grazieaddio adesso è così. pensa a quei coglioni dei miei genitori che non uscivano mai...
ed è così che si comincia la lenta distruzione dell'altro da sè, di quel piccolo con diritto di vita, dopo averlo messo al mondo. 
c'è ma non c'è. il corpo c'è -e ha un valore? o vale davvero poco? è un bene? o si svaluta?- ma l'esserci, il consistere, il vivere in quanto umano, mai esisterà, simbolicamente, nella mente dell'altro. di suo padre. di sua madre.

domenica 25 maggio 2014

Cildo Meireles

la sensazione è visiva, poi tattile, poi uditiva, poi olfattiva.
è sensoriale in toto.
l'arte contemporanea si muove così, cercando di prenderti tutto, di portarti in mondi nuovi, di farti esperire sotto nuove forme quel che vivi senza saperlo.
a volte cerca di riportarti alla memoria quel che hai dimenticato, o quel che non hai mai saputo, la follia e il dolore, la bellezza e l'orrore.
l'arte contemporanea non si accontenta, lo stupore deve passare da tutto il corpo, magari sconvolgendoti un po', scioccandoti. o non si accontenta o non si fida di sè, della sua capacità comunicativa ed espressiva.
quel che vedo all'Hangar Bicocca, tempio dell'arte contemporanea insieme al PAC di Milano, tende a somigliarsi sempre un po': installazioni e via con lo tsunami sensoriale,  mnemonico, emotivo, misterioso. se di tsunami si tratta.
quel che domina l'arte contemporanea è il corpo, il corpo e solo il corpo. non celebra la bellezza, anzi, se possibile si immerge nelle viscere e le porta in superficie, te le fa vedere, ti dice: questo è il corpo reale, questa è la nuova lingua che intende il mondo, la parola e il simbolico sono morti.
tranne alcune mirabili eccezioni, dove effettivamente l'originalità e la forza espressiva è veramente frutto di un talento -ricordiamoci che all'Hangar sono fisse in esposizione permanente le sette torri di Kiefer, che sono state veramente uno sballo emozionale (http://nuovateoria.blogspot.it/2012/05/hangar-bicocca.html)-  il tentativo è abbastanza sovrapponibile, ognuno con le sue modalità, ma senza mirabili eccezioni.
certo Mike Kelley (http://nuovateoria.blogspot.it/2013/07/mike-kelley-eternity-is-long-time.html) è matto e alla sua follia si assiste senza ombra nei suoi lavori, matto, ossessionato, psicotico, sganciato, disancorato. la Galindo mi ha dato da pensare a una qualche deviazione (http://nuovateoria.blogspot.it/2014/04/estoy-viva.html), ma  Meireles mi sembra sano di mente, forse troppo per il mestiere che fa, e cerca la sua via con installazioni più o meno riuscite, complessivamente gradevoli e curiose. Si viaggia nella trasparenza, camminando sui vetri e attraverso maglie da pescatori o guardando attraverso una vasca di pesci trasparenti,  si finisce in una stanza che ricorda, anzi che E' il mare, effettivamente avvertendo una senzione di tremolio, di ondeggiamento, di perdita dell'equilibrio.
si sosta davanti a una torre di radio che parlano contemporaneamnete lingue diverse, ci si avicina a una capanna sioux attorniata da una muro di candele e che contiene ossa di bue: un odore acre intollerabile mi travolge, e mi perseguita, anche allontanandomi.
si gioca sull'equivoco visivo, sulla necessità di sperimentare il reale, una boccia somiglia a un'altra  per forma e dimensione  ma ha ben altro peso, una è di plastica l'altra di qualche metallo pesante, si gioca sulla sinestesia, sulla contaminazione dei sensi nella percezione...e a tratti mi sembra di essere a scuola!, a una sperimentazione di fisica o di biologia.



Cildo Meireles. Installations è la prima mostra italiana dedicata a uno dei più importanti e celebrati artisti del secondo dopoguerra. La personale, a cura di Vicente Todolí, comprende 12 tra le più importanti installazioni realizzate dall’artista tra il 1970 e oggi. Tra i primi a sperimentare, fin dagli anni 60, installazioni immersive e multisensoriali che richiedono il totale coinvolgimento del pubblico, Cildo Meireles affronta tematiche sociali e culturali attraverso opere che rivelano pienamente il loro significato solo nel momento in cui sono attraversate, coinvolgendo oltre alla vista, anche l’udito, il tatto, l’olfatto e addirittura il gusto. La mostra si snoda attraverso un percorso spiazzante, caratterizzato da opere monumentali e piccolissime che catturano lo spettatore anche attraverso l’uso indistinto dei materiali operato dall’artista. Cildo Meireles, infatti, sceglie oggetti e materie in base alle loro caratteristiche simboliche o sensoriali, mettendo insieme elementi contrastanti dal punto di vista semantico o visivo. L’uso di grandi quantità di oggetti identici o simili per creare ambienti ed effetti visivi nuovi, il suono come elemento centrale nella relazione del pubblico con le opere, e lo spazio quale componente fondamentale nell’enfatizzare i paradossi e le metafore, sono elementi chiave dell’arte di Cildo Meireles efficacemente riassunti nelle 12 installazioni presentate presso Pirelli HangarBicocca. 









ho visto di meglio, ho visto di più.
se l'effetto deve essere sul corpo, il mio corpo chiede di più.

giovedì 10 aprile 2014

estoy viva

una mostra al PAC.
un altro bel posto di Milano, a me piace parecchio, affiancato alla Villa Comunale (una volta Villa Reale di Milano) e adiacente al suo bel parco, uno spazio arioso e luminoso, spazio espositivo per eccellenza a Milano dedicato all’arte contemporanea, sempre animato da belle mostre.
l'ultima che ho visto mi ha lasciata stupefatta.

Regina José Galindo 
ESTOY VIVA 
25 Marzo 2014 - 08 Giugno 2014
Guatemala City, luglio del 2003. Una giovane donna cammina dalla Corte Costituzionale fino al Palazzo Nazionale del Guatemala lasciando una scia di impronte di sangue umano con il quale si è sporcata i piedi poco prima, in memoria delle vittime del conflitto armato in Guatemala. 
É Regina José Galindo, oggi tra le artiste più rappresentative del magmatico continente latinoamericano. Due anni dopo verrà premiata con il Leone d’Oro alla 51° Biennale di Venezia come migliore artista under 35 "per aver saputo dare vita a un'azione coraggiosa contro il potere". L’artista indaga la dimensione soppressa e rimossa della sofferenza, utilizzando il proprio corpo in chiave politica e polemica per riattivare i traumi del rimosso e le rovine della storia. Partendo dal microcosmo del suo paese, il Guatemala, teatro di perenne instabilità e violenza, l’artista realizza opere scomode e drammatiche. Il suo corpo minuto e all’apparenza fragile è esposto ad una serie di azioni pubbliche che usano lo spazio metaforico dell'arte per denunciare le implicazioni etiche legate alle ingiustizie sociali e culturali, le discriminazioni di razza e di sesso e più in generale tutti gli abusi derivanti dalle relazioni di potere che affliggono la società contemporanea. Le sue performance sono realizzate in un’ottica di coinvolgimento totale. Rannicchiata nuda sotto una campana di plexiglass o sopra uno scoglio a picco sul mare, nascosta sotto un letto, appesa ad un albero dentro una rete da pesca, sdraiata immobile sull’erba con i capelli nella terra come radici, legata e accovacciata sul pavimento di un motel. Spalmata di carbone o di fango, con la testa sott'acqua fino ai limiti della resistenza o esposta nuda a getti violenti di acqua fredda. Immobile, respirando appena, a volte mani e piedi immobilizzati. In bilico tra la vita e la morte l’artista indaga la paura, l’angoscia e le loro conseguenze, affrontandone in prima persona il rischio fisico e psicologico, spingendosi oltre i propri limiti con performance radicali, spiazzanti ed eticamente scomode. La mostra racconta in cinque macro emergenze tematiche - Politica, Donna, Violenza, Organico e Morte – l’ultima produzione dell’artista e raccoglie un’ampia selezione dei suoi lavori più rappresentativi, dalle origini ad oggi. Un viaggio emozionale raccontato attraverso fotografie, video, sculture e disegni. Un percorso costruito attraverso cortocircuiti e slittamenti, che affianca ad alcune delle sue azioni più emblematiche e conosciute opere più recenti e numerosi lavori inediti o mai esposti prima in Italia, come l’intensa Descensión (2013) o la toccante La Verdad (2013).


potrei pensarla, Regina José Galindo, come l'erede diretta di Marina Abramovic, anche se molto meno sofisticata, meno esperta, e anche meno sgamata e furba. non vado matta per l'Abramovic, respiro aria di forte autoreferenzialità, di narcisismo, di esposizione mediatica molto studiata, troppo studiata.
questa giovane donna invece mi da un'altra impressione, che è molto diversa da quella che vuole comunicare.
durante la mostra, che mostra cose inaudite o, meglio dire, mostra esclusivamente il suo corpo nudo o semi vestito e le torture cui lo sottopone, non ho pensato alla violenza nel mondo, nel Guatemala, sulle donne, sugli uomini, sulle popolazioni inermi sterminate, ma esclusivamente alla sua follia.
quello che ho visto non è l'universo piegato dalla violenza e dal sopruso, ma il suo corpo torturato ed esposto in tutti modi possibili, macerato, violentato, operato chirurgicamente (immagini video che riportano un'operazione di imeno-plastica con sangue bisturi vulva e grandi labbra in piena visione), coperto di sangue sgocciolante da una tubo in una piazza pubblica, immerso per minuti interi in un barile d'acqua fino al soffocamento, piegato in posizione fetale come pietrificato sul quale urinavano pubblicamente uomini e donne, esposto a una mostra e toccato da tutti, sepolto vivo metri sotto terra, torturato da un dentista che le paralizzava la bocca con progressive iniezioni anestetizzanti fino a non riuscire più a leggere pagine di denuncia, punito dall'acqua a gettito fortissimo, dalla terra spalata da una tomba, lasciato morto in un bosco con i capelli lunghi risucchiati dalla terra, ferito a sangue da un coltello con cui scrive perra (cagna) sulla sua coscia.












di cosa stiamo parlando? cosa stavo vedendo? a cosa stavo pensando? alla psicosi.
con me, missione fallita! non ho pensato all'umanità ferita ma alla vicenda umana e personale di questa povera donna, alla ferita che questa persona imprime pubblicamente e reiteratamente al suo corpo continuamente esibito e offeso. mi è impossibile pensare a una questione personale di un corpo non preso a simbolo ma a reale, a un corpo come corpo estraneo, a una dissociazione tra arte (non ne ho vista) e realtà, qui c'è disagio mentale fatto esposizione mediatica, una grande risonanza non del Guatemala martoriato ma di un'anima malata e sovraesposta, fisicamente delirante.
probabilmente un problema mio da una parte e una grande artista l'altra, non lo posso escludere.

lunedì 17 marzo 2014

pollock, corpo della pittura

la mostra, Milano, Palazzo Reale, ormai almeno un paio di mesi fa, mi è piaciuta moltissimo.
Pollock era un genio disturbato, alcolizzato, instabile, imprevedibile, matto.
ho anche visto il film di Ed Harris e mi è piaciuto andare a guardare, a sbirciare, la sregolatezza e impulsività dell'artista più innovativo del XX secolo. è morto, ubriaco, uscendo di strada ad alta velocità e portandosi dietro due giovani fanciulle, una delle quali era la sua amante. Pollock era una di quelle persone che hanno in mente solo la sopravvivenza quotidiana, come arrivare e andare oltre il tramonto per poi eventualmente risvegliarsi dopo l'alba, poco tempo da dedicare all'altro, e il poco tempo sobrio concentrato solo alla cura, all'autoterapia di sé, con la pittura, in questo caso.

« Una tela coperta di colore ancora fresco occupava tutto il pavimento... Il silenzio era assoluto... Pollock guardò il quadro, quindi, all'improvviso, prese un barattolo di colore e un pennello e iniziò a muoversi attorno al quadro stesso. Fu come se avesse capito di colpo che il lavoro non era ancora finito. I suoi movimenti, lenti all'inizio, diventarono via via più veloci e sempre più simili ad una danza mentre gettava sulla tela i colori. Si dimenticò completamente che Lee ed io eravamo lì; sembrava non sentire minimamente gli scatti della macchina fotografica... Il mio servizio fotografico continuò per tutto il tempo in cui lui dipinse, forse una mezz'ora. In tutto quel tempo Pollock non si fermò mai. Come può una persona mantenere un ritmo così frenetico? Alla fine disse semplicemente: "E' finito"». (1950, Hans Namuth, fotografo)



dipingeva, a terra,  sviluppando quella che venne in seguito definita la tecnica del dripping (in italiano sgocciolatura), si muoveva frenetico e invasato sulla tela, danzando, beveva, fumava, se non beveva fumava e viceversa. uno squartamento corporale, una scissione perpetua dal reale. se reale deve essere che almeno sia dipingendo o bevendo, altrimenti è intollerabile.
la mostra è stata dedicata a Pollock, ma direi in minima parte, e, soprattutto, ai cosiddetti "Irascibili". chi sono? uno stile e insieme un fenomeno unico che dette vita alla "Scuola di New York". era il maggio del 1950 quando il Metropolitan Museum of Art di New York annunciò l’organizzazione di un’importante mostra dedicata all’arte contemporanea americana. assenti dal parterre degli invitati furono proprio i pittori che a partire dalla seconda metà degli anni Trenta avevano mosso i primi passi verso un linguaggio pittorico nuovo, rivolto all’Espressionismo Astratto. nel movimento emersero le personalità di Jackson Pollock, Willem de Kooning, Mark Rothko, Robert Motherwell, Barnett Newman, che si fecero promotori di un codice stilistico più attuale. sono proprio questi i principali nomi che composero il gruppo degli "Irascibili", così definiti dal quotidiano "Herald Tribune", perché firmatari della lettera inviata al presidente del Metropolitan, e presentata al “New York Times”, in cui dichiararono il totale dissenso nei confronti delle posizioni assunte dal museo. nel gennaio del 1951 la rivista "Life" pubblicò l’emblematica fotografia di Nina Leen che ritrasse quindici degli "Irascibles" vestiti da banchieri. (tratto dal sito della mostra)


Negli anni in cui J.D. Salinger, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William S. Burroughs - ma anche Elvis Presley e Miles Davis, Marlon Brando e James Dean - interpretano a loro modo il nuovo spirito della nazione, loro "pittori gestuali e pittori del campo di colore", per bussola i nativi americani (ma anche consci della lezione di Picasso e "dei francesi"), faranno grande la storia dell'arte americana, anche se ognuno con uno stile suo proprio. (dal Sole 24 ore)


Jackson  Pollock, Mural, 1943


Jackson Pollock, Number 27, 1950

Jackson Pollock, Number 17, 1950


Ad Reinhardt, Number 18

Willem de Kooning, Door to the River

Helen Frankenthaler, Blue Territory


Lee Krasner, The Guardian

Willem de Kooning, Landscape


Hans Hofmann, Orchestral Dominance in Yellow

 Clyfford Still, Untitled, 1945
Mark Rothko, Untitled (Blue, Yellow, Green on Red), 1954

Arshile Gorky, The Betrothal

"Quando sono "dentro" i miei quadri, non sono pienamente consapevole di quello che sto facendo. Solo dopo un momento di "presa di coscienza" mi rendo conto di quello che ho realizzato. Non ho paura di fare cambiamenti, di rovinare l'immagine e così via, perché il dipinto vive di vita propria. Io cerco di farla uscire. È solo quando mi capita di perdere il contatto con il dipinto che il risultato è confuso e scadente. Altrimenti c'è una pura armonia, un semplice scambio di dare ed avere e il quadro riesce bene. "
riprodotti qui, i lavori di Pollock, non rendono quel che sono quando visti dal vero. qui, sullo schermo, o su una pagina, tutto è piatto, a un centimentro dal naso tutto è spesso, mosso, vivo, sollevato, vibrante. fisico.
probabilmente sono opere che non possono sottrarsi, per vivere, per restituire emozione, dal movimento corporale di chi le ha prodotte, forse sono opere che hanno avuto il senso, il dono, della bellezza nel momento stesso della loro nascita artistica, nella loro ideazione e formulazione carnale, corporea, sono l'esito di una forza fisica, sono corpi viventi che solo a guardarli non restituiscono la loro potenza formativa. forse bisogna guardarli pensando al gesto pittorico, alla danza che li ha accompagnati , alla gravidanza che li ha sviluppati, al parto che li ha generati, alla fatica che li ha sorretti.
"Non dipingo sul cavalletto. Preferisco fissare le tele sul muro o sul pavimento. Ho bisogno dell'opposizione che mi dà una superficie dura. Sul pavimento mi trovo più a mio agio. Mi sento più vicino al dipinto, quasi come fossi parte di lui, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorarci da tutti e quattro i lati ed essere letteralmente "dentro" al dipinto. Questo modo di procedere è simile a quello dei "Sand painters" Indiani dell'ovest. "