bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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martedì 19 maggio 2015

Milano è centro di una compiuta civiltà alimentare

bene , cibo molto cibo, siamo un via vai di proposte culinarie.
perché la sensazione, ripeto la sensazione, è che Expo sia un gran ristorantone, molto cool, molto high tech, molto trendy, molto allargato e di successo, un gran successo architettonico, più che un luogo di riflessione sull'alimentazione nel pianeta.
ma ancora andare ci devo, quindi aspettiamo di vedere e rimanere attoniti e stupiti.
a farmi riflettere sulla gran tradizione culinaria di Milano, "in ogni tempo Milano è stata patria di gloriose osterie"ci ha pensato il buon Savinio e le sue pagine sul Bonola, ristorante di Milano, laboratorio di culinaria sperimentale della durata di due anni.  

Ai nostri tempi, Milano ebbe un laboratorio di culinaria sperimentale: il ristorante Bonola. Se Apollonio di Tiana conosceva tutte le lingue, a imitazione degli apostoli i quali acquistavano questa conoscenza soltanto nel giorno della Pentecoste, Bonola conosceva tutte le cucine del mondo, e da questo universale della gastronomia aveva dedotto con molta pazienza, con molta intelligenza, con molto studio, una cucina "sua". Bonola era un mistico del gaudii palatali.
Il locale era di modesta apparenza, ma non entrava da Bonola chi voleva. Bonola aveva una clientela sceltissima, gente che si faceva fare tutto su misura: le scarpe, le sigarette, i pasti. I suoi clienti Bonola li conosceva uno per uno, intimamente, nella vita e nei gusti. Dirò meglio: i suoi clienti Bonola se li sceglieva da sé. A ciascun cliente egli preparava una cucina personale, piatti che "somigliavano" al cliente, riflettevano i suoi desiderii, illustravano il suo carattere. Erano "pasti ritratto".
Un giorno entrò da Bonola un tale. Fu come l'apparizione di un uomo nero, di un bruto, di un mostro infoiato in mezzo a un girotondo di bianche educande. I clienti si guardarono esterrefatti, ciascuno la forchetta sospesa sul proprio ritratto culinario. Bonola spedì con molta discrezione un cameriere ad avvertire l'intruso che quello non era posto per lui; ma quegli si risentì, fu insistente, cocciuto.
"Facciamo pagare molto caro" confidò il cameriere con l'untuosità di un consigliere spirituale.
"Pagherò" ribattè colui, e volle la lista delle vivande. Gli dissero che da Bonola la lista delle vivande non c'era.
"Fatemi mangiare lo stesso".
Bonola, secondo il suo costume, compose il pranzo da sè: un brodino, due uova su canapè di asparagi, qualche cosuccia per terminare. E finito colui di mangiare, Bonola gli presentò il conto: 270 lire.
Citato in pretura, Bonola dimostrò che ci aveva rimesso: gli asparagi li aveva fatti venire dall'Egitto, la cottura delle uova all'occhio di bue gli era costata 200 lire di cognàc.
Nel firmamento delle culinaria milanese, Bonola fu appena una cometa: brillò due anni, e poi passò.

Alberto Savinio
Ascolto il tuo cuore, città

ironia, aristocrazia, privilegio. contro la cultura dell'eccesso. forse un no expo?

martedì 13 maggio 2014

al fresco

non è mia abitudine recensire i ristoranti, ci vado raramente in fondo.
i soldi preferisco spenderli in biglietti di cinema teatri mostre ( enevannoviaparecchi!!) e mangiare al volo un stuzzichino prima o un gelato dopo lo spettacolo.

ma, l'occasione fu speciale, e meno male.

il posto fu delizioso, con anche un bel giardino all'aperto, da sfruttare quando mai sarebbe arrivato il caldo. caldo caldo.
me lo gustai dall'interno, osservando i cuochi, 5, di cui uno giapponese,  cucinare.
di chi fu l'ideaoriginaria di mostrare la cucina e i suoi componenti? dei giapponesi, non so, ma fu un'idea gagliarda.
pensai di mangiare milanese e invece mangiai terrone, ma terrone forte, e di gusti mediterranei indimenticabili.
pomodoro, bufala, pane di matera, pasta, olio, una delizia sopraffina.

La cucina è il cuore di al fresco. Per questa ragione è stata affidata nelle mani dell’abilissimo chef Kokichi Takahashi. (http://www.alfrescomilano.it/
Un giapponese di nascita, ma italianissimo d’adozione, già braccio destro (e sinistro) di Alessandro Negrini e Fabio Pisani de Il Luogo di Aimo e Nadia. 
Takahashi ama il profumo del basilico di Pra, la farina macinata a pietra, lo zafferano sardo e sa combinare e reinterpretare in modo straordinario quanto appreso nelle cucine dei grandi chef con i quali ha collaborato per dare ai suoi piatti tutta la naturalità e la bontà che un in un luogo come questo non possono mancare. 

ci ritrovammo in piena zona Tortona, Via Savona 50 (mia via natale per altro, in una casa poco più in là), oramai lanciatissima e trendissima in città, in un magazzino dismesso, poi trasformato in ristorante con giardino. fu un bel rifugio, una vera fortuna potersi riprendere, rammendare i buchi e ricomporre i frammenti in un luogo accogliente e profumato.




il vino, come il resto, fu ottimo, un fresco (!!) Fiano di Avellino, ce lo scolammo tutto e lui si scolò noi, dall'antipasto al dolce. ci raccontò il cameriere, sommelier per l'occasione, di una terra di coltivazione, in quel dell'azienda  agricola San Salvatore in provincia di Salerno, ove pascolano i bufali. 
citava l'etichetta: ho visto un bufalo tra le vigne ed ho bevuto vino. ho visto un bufalo tra le vigne e lui ha visto me.
le stesso facemmo noi.
fu una bella serata, tranquilla e sommessa, senza dichiarazioni d'amore ma con la promessa, tacita, di un tempo migliore. se mai ci fu, se mai ci sarà.


martedì 20 marzo 2012

abbacinato dalla salute che, come luce, ti sprizza dalle braccia e dalle spalle

credo di non essermi ammalata per dieci o forse quindici anni. anzi ne sono certa.
quest'anno è la seconda volta in meno di due mesi, ma se la prima in confronto è stata una passeggiata, raffreddore mal di gola febbre ma leggevo e scrivevo dal letto, questa volta è stata un'agonia e mi da da pensare.
ho vissuto per quattro giorni, e scrivo al passato perchè confido che dopo una mattinata in pronto soccorso e con una terapia farmacologica ponderosissima da fare nei prossimi giorni e di cui già una buona parte nelle mie vene non mi accada PIU' o mai PIU', in uno stato di malessere profondissimo, puntate febbrili fino a 40° con ascese rapidissime e con tremori quasi convulsivi, accompagnate di notte potrei dire da accessi deliranti, e defervescenze altrettanto rapide con sudorazioni incontenibili, una cefalea fissa penetrante da cinque giorni, di giorno e di notte si intende, nausea, rifiuto del cibo e stordimento pesante. pare trattasi di infezione delle vie urinarie, cistite asintomatica, difese immunitarie un po' perse via. avrei dovuto pensarci che le vie urinarie danno accessi febbrili così scuotenti. ma non ho avuto cervello per molti giorni.
in questi 4 giorni ho rinunciato una dopo l'altra a una seria di bellissime iniziative in serbo per me, la mia lezione lacaniana del sabato mattina, una mostra di Tiziano già prenotata e, soprattutto, un serata di pesia russa. mi avevano anche gratificata con un biglietto omaggio -immagino per assidua frequentazione del teatro in questione.
poesia, Achmatova, Cvetaeva,  Pasternak, Majakovskij e  Esenin , musica e vodka. non so gli altri, ma io una serata così la sogno di notte. era ieri sera, ah ah, forse in ambulanza ci arrivavo. una rinuncia inguaribile. ho scritto al teatro supplicando in ginocchio di una replica per le coglione fragilone tremolone come me...ma ne dubito. e vedo che non mi rispondono...
ora, sarò un po' stupida forse, ma mi rendo conto bene, ora, che la salute è indispensabile.
e' il sine qua non.
io sto bene, sono sana e piena di energia.
in questi giorni ho capito che la mancanza di benessere fisico è una condanna altissima. al di là dei lussi dei passatempo, anche solo camminare senza barcollare, dormire senza delirare, poter cucinare e stendere un bucato, salutare chi ami e poter dire sto bene grazie, andare al lavoro ascoltando guerra e pace, ascoltare e farsi carico di persone per ore, rispondere agli sms con buona facilità, rispondere al telefono senza pensare: ce la faccio a parlare?, riuscire ad avere la forza di alzarsi dal letto per andare in bagno o solo raggiungere il bicchiere sul comodino, provare sul corpo la temperatura in modo piacevole senza agonizzare per il ghiaccio ovunque prima e i tropici dopo, il vero lusso della vita è stare bene.
ho scoperto di provare una gratitudine infinita per chi si prende cura di me, condizione rara, e ho scoperto la lentezza dei movimenti, a me sconosciuta, necessaria in questi giorni, a volte effettivamente di una densita' inaspettatamente piacevole.
ho provato una repulsione per il cibo a me assolutamente sconosciuta. questa mattina ho provato a farmi un caffè ma forse mi sono fatta uno scherzo. ho provato ad abbrustolirmi il pane per metterci il miele -bbbuono-come ogni mattina, l'ho guardato, mi è sembrato un oggetto senza senso, l'ho buttato via senza neanche provarci. ho tentato con un biscotto di quelli per me voluttuosi...digiuna per l'ennesima volta.
ho pensato che se le persone che non provano gusto per cibo, ne sono indifferenti o quasi infastidite provano quello che ho provato questa mattina, allora, mi sono detta, non è vita. a volte mi lamento dei miei eccessi, dei sali e scendi un po' accentuati, ma almeno sono sana, il cibo mi piace, mi da piacere e quella terribile indifferenza di quel momento verso il pane caldo profumato mi ha fatto sentire lontanissima dal gusto per la vita.
forse è per questo, alla fine, che mi sono decisa a scendere in P.S...



A colei che è troppo gaia
Charles Baudelaire


Bello il tuo capo, il gestire, l'aspetto,
Come un bel paesaggio; sul tuo volto
Il riso giuoca come fresco vento
In un limpido cielo. Il malinconico
Passante che tu sfiori è abbacinato
Dalla salute che, come luce,
Ti sprizza dalle braccia e dalle spalle.
I sonanti colori di cui spargi
Le tue tolette, ispirano ai poeti
L'immagine di un balletto di fiori.
Sono l'emblema, queste pazze vesti,
Del variopinto tuo spirito: folle
Di cui son folle, t'odio quanto t'amo!
Qualche volta, in un bel giardino, dove
Trascinavo la mia atonia, ho sentito
Il sole lacerarmi il petto, come
Un'ironia; la primavera e il verde
A tal punto umiliarono il mio cuore,
Che su di un fiore punii l'insolenza
Della natura. E così, una notte,
Appena suona l'ora del piacere,
Verso i tesori della tua persona
Vorrei strisciare, da vile, in silenzio,
Per castigarti la gioiosa carne,
Per schiacciare il tuo seno perdonato,
E infliggere al tuo fianco stupefatto
Una profonda, una larga ferita:
Vertiginosa dolcezza! Attraverso
Le nuove labbra, più splendenti e belle,
Infonderti, sorella, il mio veleno!

lunedì 5 marzo 2012

io sono l'amore


era da tempo che desideravo vedere questo film, di cui sapevo relativamente poco, ne conoscevo l'interprete principale, Tilda Swinton, e questo titolo così attraente. così definitivo. così forte.
devo dire che mi aspettavo di tutto tranne quello che ho visto.
sono rimasta così colpita dalla storia, dall'ambiente, dalle immagini, dalla sensualità che ne sento il riverbero dentro di me ancora adesso.
le prime immagini ritraggono Milano sotto la neve. all'inizio guardando un po' distratta non mi sono affatto resa conto che si trattasse di Milano. la neve annulla i confini, li dilata e li ridisegna, li unifica sotto il suo candore.
proseguendo mi sono accorta che si trattava di Milano perchè il film si svolge principalmente nella casa di questa ricchissima famiglia milanese, la dimora scelta per la loro ambientazione è la Villa Necchi Campiglio, che ho visitato questa primavera in occasione di una mostra (http://nuovateoria.blogspot.com/search?q=sironi) e che ho trovato di strabiliante bellezza. ecco, quella villa è amaliante, valorizzata al massimo dalle inquadrature e dall'aristocratica narrrazione iniziale del film.


iniziale perchè il film inizia nel lusso di una Milano esclusiva e finisce in una caverna appena rischiarata dal sole della Liguria. il passaggio è stridente, il passaggio è la storia narrata nel film, è l'evoluzione da una rigidità algida e formale esasperata a una rivitalizzante ed essenziale sensualità che torna alla natura e alla sua potenza espressiva.
il film è pieno, ma no di più, è stracolmo di riferimenti accennati ma fondamentali, di richiami sottili ma importantissimi, di sentimenti appena accennati ma profondi, di sguardi e particolari fuggevoli ma determinanti. è una ricerca per occhi molto attenti, non nascondo di avere rivisto velocemente alcune scene per poter cogliere tutte le sfumature che avevo appena colto nel corso della prima visione.
l'amore si veste di semplicità e passione nella figura di un giovane chef di bassa estrazione sociale, Antonio, e prorompe in modo violentissimo sconvolgendo la vita di questa opulenta e imbalsamata famiglia, travolgendo uno dei figli, Edoardo, amatissimo dalla madre, prediletto sopra gli altri e complice con lei di un'unità quasi ipnotica e istntiva, e soprattutto, la madre, Emma, di origine russa e dimentica perfino del suo vero nome barattato per una certezza economica ed una elevata posizione sociale. 
ai gesti meccanici formali e irrigiditi dall'agio delle scene inziali si sostituiscono gli incontri d'amore sulle colline della Liguria, nella casa spoglia ma inondata di luce e vita del giovane cuoco, scene traboccanti di suoni e immagini della natura, di sole cicale calore sudore e carne. il tramite della seduzione è il cibo, prima ne viene coinvolto il figlio Edoardo- "da quando ho provato il suo cibo mi sono innamorato di lui"-, poi è il turno della madre, Emma, che viene attirata nella sfera sensuale di Antonio, il cuoco, assaggiando assaporando e gustando cibi che nascondo da una ricerca di bontà e autenticità. in una scena, nel ristorante di Antonio, Emma guarda il piatto di gamberi dall'alto e alla sola vista ammutolisce. la composizione del cibo la stupisce, l'aspetto la seduce. mangia con voluttà i gamberi, la cui consistenza e carnosità e morbidità ammaliano lo sguardo di chi vede, con lei, quel piatto magistrale. mangia, e sogna.
questo incontro tra un uomo e una donna, entrambi estranei ai loro ambienti, entrambi mossi da un'esigenza incontenibile di evoluzione e cambiamento, porterà a spezzare i legami mettendoli in diretto contatto con la natura, da cui Antonio trae vita per le sue creazioni, da cui Emma aveva preso le distanze per costuire la sua maschera borghese altolocata fino a dimenticarsi delle sue origini. per entrambi sarà altissimo il prezzo da pagare, per entrambi l'unica redenzione finale possibile, ma non certa, sarà l'amore.
ci sono scene bellissime, secondo me, di alta intensità drammatica, altre pacificanti e sfumate, con colori sfocati come in una polaroid.
ci sono le immagini di Milano, della Villa, di un'eleganza irraggiungibile, delle sue strade, della neve che la ricopre e la santifica, del cimitero monumetale maestoso e severo, delle statue bagnate dall'acqua piovana che piangono la drammaticità delle scelte e delle fratture insanabili.
Milano mi piace ancora, Milano è la mia città, trovarla in questo film che mi è così piaciuto, e vederla celebrata, lo devo dire, mi ha commossa.