bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

Visualizzazione post con etichetta teatro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta teatro. Mostra tutti i post

venerdì 23 luglio 2021

sempre doppia W

era la giornata perfetta.
alle 17.00 concerto a Villa Necchi Campiglio, Sonate di Beethoven, ben 5 tra cui l'ultima è la 111 che brividi, suona Pietro De Maria.




 poi uno splendido assaggio di quella che sarà poi la serata tripudio, il 13 luglio, de La Scala in città.
dopo avere a lungo lottato e protestato, ormai la mia professione principale, per un sistema di prenotazione iniquo fallace e deficitario che voleva privarmi di questo fondamentale diritto alla vita, mi sono procurata i biglietti per poter partecipare, anche quest'anno, ad alcuni di questi bellissimi eventi cittadini.
uno, ne la giornata potenzialmente perfetta, era all'Istituto Sant’Ambrogio Salesiani Don Bosco con il coro della Scala diretto da Bruno Casoni. bellissimo il Liebeslieder di Johannes Brahms.

poi, non ho foto guarda caso, avrei dovuto assistere allo spettacolo del Piccolo Teatro con Marco Paolini e Telmo Pievani, amo o amavo molto entrambi,  un evento all'interno di un'iniziativa denominata Incursioni Escursioni che si prefigge l'esportazione del teatro in città, un quartiere dopo l'altro. è chiaro che si tratta di un'idea. quella dell'uscita dalle mura dei teatri dei contenuti artistici,  condivisa da molti, dal Piccolo, dalla Scala, dall'Anteo, dal teatro Oscar.
si sarebbe dovuto trattare di Antenati e altre storie, e per vederlo sono andata a acasadidio, Urbana New Living, Via Rizzoli, credetemi, a casa del diavolo.
arrivo puntuale ma trovo che stanno portando via le sedie, capisco al volo ma non voglio capire e chiedo.
Non l'hanno avvisata? ah anche lei.... spettacolo anticipato alle 19, non le è arrivata la mail...sa C'E' la PARTITA.
quanto basta, per me, per chiudere con tutti, mandare tutti affanculo e scrivere una mail di fuoco al Piccolo incredula e disgustata che dei dementi che se la tirano con la cultura diffusa possano spostare e annullare lo spettacolo previsto per una partita di calcio. chi se la vuole vedere se la vede, chi non vuole va a teatro, ci mancherebbe, e chi è stato ingaggiato per farlo fa il piacere di fare il professionista non il bambino ritardato con il gelato che cola in mano.
forse che la scala ha annullato gli spettacoli dell'11 luglio sera per la partita di calcio?
ciumbia, mi è caduto un mondo, il piccolo paolini e longhi, tutti colpiti da malsano malore qualunquista, da svendita culturale in favore di un ammasso di coglioni esaltati (si tratta di una esaltazione di pochi istanti ma che settimana setticemica ragazzi) a Wembley in cerca di quarta ondata di covid (e siamo in perfetto orario, ce l'hanno fatta, a milano e roma a londra e quindi nel resto del mondo).

la giornata non è stata perfetta, ma una giornata W.

venerdì 19 giugno 2020

ritorno a TEATRO

sono tornata, si
ero al Piccolo, si
Teatro Grassi si
dentro, non nel chistro, si
minacciava pioggia si
si trattava di Massini e Jannacci, Paolo, si
Storie, il titolo del monologo, si
(solo monologhi, si, ovvio)
meglio Jannacci di Massini, si
le storie raccontate?
si, insomma
distanze rispettate?
si, insomma, tranne le signore
signore che si assembrano per dirsi cose, e nessuno dice loro di rispettare le distanze visto che siamo entrati seguendo percorsi rigidissimi ma poi si sbraca al primo pettegolezzo, e ripetono le stesse cose a tutte le persone che, assembrandosi, incontrano
ma ero a Teatro, la prima del Piccolo, la prima.
e io c'ero.
Felice?
si.

venerdì 5 giugno 2020

Santa Estasi

Nato nel 2016 dal Corso di Alta Formazione che Antonio Latella ha condotto per Emilia Romagna Teatro Fondazione dirigendo sedici attori e sette drammaturghi, Santa Estasi è diventato un vero e proprio caso teatrale: nel 2016 ha vinto il Premio Ubu per le categorie “Spettacolo dell’anno” e “Nuovo attore, attrice o performer (under 35)” assegnato all’intero cast; nel 2017 è stato ospite della 71° edizione del Festival D’Avignone.
Direttore della Biennale Teatro di Venezia e artista caro a ERT per cui ha firmato numerose regie, Antonio Latella si è posto nei cinque mesi di lavoro per la creazione di Santa Estasi come maieuta, senza risparmiarsi in dedizione e ispirazione, in linea con quello che è il suo approccio in sede di produzione tout court. Con la messa a punto di un linguaggio nuovo, fatto di disinvoltura attoriale e drammaturgica, di coralità e illuminazione, ha attraversato il mito degli Atridi nelle sue pieghe più buie, restituendogli nuovi gradi di corporeità.

Santa Estasi mette in scena il tema della famiglia e delle generazioni a confronto. Padri, madri e figli contemporaneamente presenti come personaggi, ma, tutti, impersonati da un gruppo di sedici giovani attori che rappresentano, di fatto, l’ultima generazione di quelli che possiamo forse definire non solo “figli” ma addirittura “orfani” di una guida, di un padre, di una madre, di un’istituzione che li accolga, di maestri delle precedenti generazioni. La saga della famiglia degli Atridi ha inizio con una sfida agli dei, basata sul gesto originario di un padre, Tantalo, pronto a sacrificare il proprio figlio Pelope. È una maledizione per l’intera discendenza, che mette in gioco temi quali la contesa del potere, la vendetta, il peso della colpa, la preparazione sorda della catastrofe. L’ensemble ha dato vita a un prezioso lavoro di riscrittura originale, con la supervisione dei drammaturghi e collaboratori di Latella, Federico Bellini e Linda Dalisi, producendo otto spettacoli distinti e concatenati, ognuno dedicato a una figura mitologica, prevalentemente attingendo da Euripide e Sofocle, con incursioni in Eschilo e Seneca, e traendo ispirazione anche da Pasolini e Beckett, da Simone Weil e Angelopoulos per la parte finale.

I video (a cura di Lucio Fiorentino) resteranno disponibili sul sito di ERT fino al 30 giugno

Ifigenia in Aulide da Tieste di Seneca e Ifigenia in Aulide di Euripide. In questo primo capitolo si indagano le origini della maledizione. Gli uomini-eroi della tragedia si stanno sgretolando, l’espiazione spetta alle donne: in questa cornice si inserisce l’atto eroico compiuto da una bambina, la cui ricerca d’identità si trasforma in sacrificio.

Elena da Le Troiane e Elena di Euripide, il mito della donna che per bellezza superava tutte le altre. Elena si aggira attorno al cavallo di Troia oppure si trova in Egitto? Qual è la verità e quante sono le esistenze di Elena?
(https://emiliaromagnateatro.com/santa-estasi-atridi-otto-ritratti-di-famiglia-di-antonio-latella-ertonair/)
certo, in televisione il teatro è un'altra cosa.
ma mi adatto.
e vedo Santa Estasi di Latella.
mi adatto anche all'inadattabile, ovvero a una regia televisiva che grida vendetta.
chi hanno messo dietro alla "cinepresa"?
il fantasma di Agamennone?
vabbè, uno scandalo.
ma lo spettacolo è fremente, la tragedia greca è l'universo che si spalanca, la psicoanalisi attinge a piene mani, la mitologia è la verità ancestrale del nostro inconscio.
bellissimi spettacoli, ne ho visti 2, ho tempo fino al 30 giugno di vederli tutti e 8.
al Piccolo li avevo persi.
posso recuperare qualcosa.
chi lo avrebbe mai detto in tempo di pandemia.

giovedì 30 aprile 2020

una sera a teatro, al Globe

se non fosse un tempo di morte potrebbe anche essere un tempo di meraviglia.
ma non vorrei sembrare blasfema.
io sono stata a teatro lunedì.
e sono stata al Globe Theatre, a Londra.

ho visto Romeo and Juliet.

in inglese.
che inglese.
(con i sottotitoli, in inglese, altrimenti non avrei avuto speranza, e anche così...)
che musica.
che teatro meraviglioso teatro.
solo teatro.
purezza di diamante.
testo, attori, scena.
e Shakespeare.
l'immortalità è per pochi.
tre ore in un inglese difficile passate come un lampo in guizzi di puro divertimento.
gioia.
bello mondo

questo ricordo, questo io lo ricordo
bello, molto bello mondo, con cielo
diurno e notturno, con facce che
mi piacevano 
...tirando via chili e scarponi interiori che mi
infangavano, tirando via ferri da stiro
che mi portavo nel petto
...

C’è splendore
in ogni cosa. Io l’ho visto.
Io ora lo vedo di piu’.

giovedì 16 gennaio 2020

Platonov, addio

eppure sono andata fiduciosa e il personale del teatro è stato di una gentilezza squisita con me.
ma
me lo hanno violentato.
povero Cechov.
testo giovanile, ma l'impronta è quella, la sua.
ne fanno un testo sbracato, sguaiato, urlato all'inverosimile, fuori tono, sopra le righe.
ambientazione moderna, gente in ciabatte, altri a piedi nudi, donne vestite di sottovesti di seta, e l'eleganza di Cechov, la sua raffinata ambientazione, viene trasferita in un party degenerato e perverso, gente fuori di testa. i temi della malinconia, della felicità irraggiungibile, dell'eterno inganno dell'amore e del tempo trasformati in sberleffi per eccentrici urlatori, in inganni di traditori seriali, in crisi isteriche di donne fatue e fuori controllo alcolico.
all'inizio dello spettacolo, con le luci accese in sala e la gente che si accomoda, gli attori girano per la scena, guardano gli spettatori che entrano, addirittura li salutano, ehi ciao cosa fai qui?, parlano dei fatti loro, guardano la gente, nemmeno fanno finta di essere sulla scena. volevano convincermi che non c'è distanza tra la sala e la scena? tra attore e spettatore? tra la vita e la finzione? hanno offerto vodka e qualcuno ci ha creduto, li ha presi sul serio,  e si è messo a commentare ad alta voce, a urlare un po', a ridere sguaiatamente, a fare come se fosse a casa propria, a rispondere alle false domande, credendo di fare parte del party in scena.
un'oscenità, povero teatro, povero teatro.
bocciato su tutta la linea.
in particolare, se  magari salvo qualche attrice, l'attore interprete di Platonov, tale Sinisi, mi è sembrato semplicemente imbarazzante, ingombrato da un accento meridionale mai del tutto addomestivato, impegnato in risse vocali, spesso impapinato sulla parola, crudelmente (per me che lo dovevo ascoltare) non credibile. 
a volte mi è sembrato di essere dentro, a spiare le faccende di qualcuno, faccende private, corpi sovraesposti, gente senza privacy, una sensazione molto spiacevole.
il teatro è totalmente scomparso, siamo nel reality show.
una debacle.


AL TEATRIO FONTANA,
DA ANTON ČECHOV
UNO SPETTACOLO DI IL MULINO DI AMLETO
REGIA MARCO LORENZI
RISCRITTURA MARCO LORENZI E LORENZO DE IACOVO
CON MICHELE SINISI
E CON STEFANO BRASCHI ROBERTA CALIA, YURI D’AGOSTINO, BARBARA MAZZI, STEFANIA MEDRI, RAFFAELE MUSELLA, GIORGIO TEDESCO, ANGELO MARIA TRONCA
PRODUZIONE ELSINOR CENTRO DI PRODUZIONE TEATRALE



domenica 12 gennaio 2020

no, grazie

ci abbiamo riprovato ma no, proprio no.
grazie, molto gentili ma passo.
è un piccolo teatro, fa uno spettacolo ogni due mesi per soli due giorni, come faranno a sopravvivere non si sa.
andrebbe sostenuto?
si, facesse cose buone.
in verità, la prima volta, la mia prima volta, ha comportato uno spettacolo interessante, il diario di Etty Hillesum con Federca Fracassi (mia adorata) e un bell'accompagnamento musicale. me ne sono già lamentata (https://nuovateoria.blogspot.com/search?q=lamento) e no lo rifarò.
a seguito del mio piagnucolio sono stata molto cortesemente invitata a un altro spettacolo, su Mia Martini, e volentieri ci sono andata sulla scorta di frasi come "abbiamo letto le sue critiche e stiamo migliorando". caspita, onoratissima.
per la verità nulla è cambiato, le sedie sono scomode ma con qualche cuscino, alla fine dello spettacolo l'attrice viene, more solito, intervistata a caldo, qualcuno sale sul palco e dice cose di interesse opinabile, solo è stato aggiunto "per chi solo vuole rimanere ora c'è il commento". è chiaro che non me ne vado dalla prima fila, aspetto pazientemente la fine dell'orazione, ma rimango dell'idea che la formula da oratorio non faccia per me.
in più, in questo caso, lo spettacolo è stato uno strazio. 
attrice francamente mediocre, all'inizio poi proprio stonata nel ruolo, un testo piatto, senza niente da dire, la semplice biografia di Mia Martini e della sua tragica sorte già iniziata prima della morte con elementi drammatici a tratteggiare il suo profilo. una noia indescrivibile, una tessitura inesistente, fatti puramente elencati, a volte solo accennati e non approfonditi, assenza di drammaturgia.
non aggiungo nomi, di niente e nessuno, non voglio causare fastidi a chi è stato francamente molto gentile con me.
non so dove voglia andare questo teatro, a cosa aspiri, rispetto al formula che hanno adottato ma ribadisco la mia totale estraneità a questa modalità paesana, con vino e  dolcetti finali, ribadisco la sensazione di un ritrovo tra amici, inorridisco ai "brava" che ho sentito urlare a fine spettacolo da fondo sala e, davvero ringrazio per la squisita gentilezza ma 
no,
non gioco più,
me ne vado.
grazie.

domenica 29 dicembre 2019

Il Parenti

mai amata la Shammah.
dai tempi in cui la vedevo a Forte dei Marmi, a casa di un'amica dei miei genitori, amici di Franco Parenti. 
ultimamente qualcosa mi è particolarmente inviso.
ormai il Parenti non è più un teatro, è un centro multifunzionale, simile a un centro commerciale, ci manca solo che organizzino i matrimoni e ospitino il circo o una sfilata di moda.
ma arriverà il momento.
mi ricordo l'anno scorso, forse ne ho scritto, alla ricerca di una mostra in occasione della art week, che poi era nelle sale de "bagni misteriosi", sono finita, non so come -di solito gli estranei come me vengono fermati all'ingresso da energumeni muscolosi con aria feroce - dentro un "evento", si chiamano così, promozionale, penso di Luxottica. io ero vestita come una manifestante ed ero dentro un vortice di paillettes e Luoboutin tacco 12, ho preso un prosecco e poi mi sono elegantemente, non c'è che dire, defilata.
ma è per dire.
capisco che lo spirito imprenditoriale della suddetta sia straordinario, tutto le fa onore nella ricerca di sovvenzioni, soldi, giri di affari, allargamenti del discorso, abbraccio multimediale, sconfinamento dei temi, ma, temo, ci sia dimenticando del teatro e del buon senso.
vedo la serata del 31 dicembre e noto cifre di 170 euro per spettacolo e cena.
accipicchia
ciumbia
che satanassi.
ma che cos'è questa robina qua? cacca?
oppure 20 euro di mensa per i poveri ma 70 per lo spettacolo, che poi mi promuovono a 18 perchè la sala dal 1 al 6 gennaio è vuota.
ho cercato di prendere i biglietti per Dracula, con Rubini e Lo Cascio, e scopro che sono rimasti pochi posti, solo nelle ultime file. di solito le ultime file costano meno, a ragion veduta, delle prime. è prassi che i costi siano diversificati, come è giusto, è prassi anche che i teatri abbiano convenzioni, anche il Parenti le ha: l'anno scorso ho acquistato i biglietti per lo spettacolo Delitto e Castigo, con i medesimi attori, usando la convenzione. altrimenti il costo è per me troppo elevato.
bene, scrivo due righe alla biglietteria e chiedo ragione del costo di 33 euro anche alla fila Z, o oltre, e chiedo anche come mai non mi compare la tendina delle convenzioni al momento dell'acquisto on line del biglietto. qualche guasto? mi viene candidamente risposto che non c'è differenza tra A e Z e che che convenzioni per questo spettacolo sono state ANNULLATE.
ma guarda.
ancora ciumbia
o te possino..
il teatro.
la bellezza del teatro che si apre alla città.
oppure il teatro si fa furbo e pensa agli incassi e dato che RubiniLoCascio va forte, il teatro batte cassa e  si annulano scontistica e differenze di prezzo. 
le convenzioni a discrezione dunque, qualche volta si ma se conviene no.
risultato: al Parenti non ci vado quasi più e devo dire che non piango perchè la programmazione, ma guarda un po', è veramente scadente, ripetitiva di molti spettacoli già visti, e straripante di autori e prodotti che mi suonano vagamente secondari.
tanti auguri Parenti, ti vedo proiettato come una navicella spaziale nel futuro, bada bene di verificare chi sarà rimasto a bordo, la creme de la creme cui chiaramente la Shammah aspira, fatta salva la probabile insipienza.

giovedì 5 dicembre 2019

lamento

per fare un post lamentoso non ci vuole talento  ma una semplice nevrosi.
i nevrotici si lamentano, sempre. oggi fa tutto schifo, il meglio, se mai arriverà, arriverà domani. ed è sempre domani.
i miei lamenti, perchè sono una nevrotica DOC, oggi si dispiegano sui ritardi, di orari e di mente.
la prassi sempre più consolidata vuole l'inizio degli spettacoli con un ritardo minimo di 15 minuti.
ma, volendo, con un po' di sana passione per l'argomento. arriviamo tranquillamente ai 20 o addirittura ai 30.
al Base, e non mi fregano più, il ritardo di 30 minuti dei pessimi concerti di musica che propinano è assolutamente standard. il primo: un concerto del Delvon Lamarr Organ Trio, a luglio 2019, davvero al minimo sindacale poi riproposto a jazz mi adesso, a novembre, iniziato con 30 e passa minuti di ritardo in cui mi sono anche ritrovata inondata dalla birra del mio vicino posteriore di fila. e vabbè. l'ultimo, una vera boiata pazzesca, è  un concerto di presunta musica jazz di una bruttezza innominabile, di un'orchestra che rilegge, crede di rileggere, Birth of the Cool, capolavoro del cool jazz di fine anni 40, in cui Miles Davis esegue alcuni suoi brani bebop originali ma arrangiati per orchestra da Gil Evans. sul palco dell'agonia Biagio Coppa & The Flight Band Project. un concerto così straziante non l'ho sentito mai e l'inizio, con 35 minuti secchi di ritardo, mi è sembrato, a posteriori, un insulto ancora più imperdonabile.
ma si può andare anche a un teatrino di periferia, detto Altaluce Teatro, sull'Alzaia Naviglio Grande, un sabato sera immerso nella nebbia per ascoltare l'amata Fracassi che legge il diario di Etty Hillesum, per attendere per ben 20 minuti che i boriosi amici della padrona di casa si degnassero di arrivare a teatro, come fossero ad una cena privata, e si decidessero, una volta arrivati, di sedersi su sedie di una scomodità sconcertante ma non in muto silenzio vergognadosi di fare di un luogo per tutti, in cui però si paga, la depandance di un salottino privato privè quanto  piuttosto attardandosi in spocchiosi convenevoli piccolo borghesi della peggior specie in sfregio totale di quelli che sono arrivati in orario pensando che si trattasse di un posto serio.
non parliamo poi, nella fattispecie, della conferenza a fine spettacolo di un non chiaro personaggio psicologo? agopunturista? boh, che mi e ci ha propinato la spiega dello spettacolo, inquinando irimediabilmente l'intensità emotiva della serata che esigeva un rigoroso silenzio interiore e che ha determinato l'evanescenza immediata, condita da incommensurabile fastidio, del mistero del teatro e della magia dell'incanto che si crea tra pubblico e attore.
uno strazio.
finisco lamentandomi della visita alla Biblioteca Ambrosiana per la mostra di Marina Abramovic.
Estasi.



un titolo che già dice molto e dovrebbe dare qualche indicazione a chi paga 12 euro di biglietto. non poco.
l’esposizione, curata da Casa Testori, presenta il ciclo di video “The Kitchen. Homage to Saint Therese”, con cui l’artista, che ha rivoluzionato il mondo della performance art in un modo ben noto a tutti, si relaziona con Santa Teresa d’Avila, una delle più importanti figure mistiche del cattolicesimo. l’opera si compone di tre video, che documentano altrettante performance tenute nel 2009 dall’artista nell’ex convento di La Laboral a Gijón.
ovviamente, trattandosi di Marina Abramovic, e trattandosi di estasi, è richiesta pazienza.
contatto con il divino.
ascensione
arte dell'attesa
della contemplazione, della meditazione, della conta dei minuti che passano.
dello scandire del tempo e della minuta variazione delle cose, che, comunque, variano, anche solo perchè respiriamo.
la gente, ma perchè?, invece entra nello spazio espositivo dopo il salato biglietto e, ma perche?, si ferma meno di un minuto, che dico, qualche secondo, davanti ai video.
una volta lì, gira, ma perchè?, ad una velocità insensata, passando, ma perchè?, da una sala all'altra in preda, ma perchè, ad un'insana milanese acefala frenesia, senza capire, lo dico, un cazzo.
ogni video richiede tempo.
e respiro.
e percezione del tempo.
e certezza del non senso.
altrimenti
perchè
sei
andato
a
vedere
un
mostra
su
Marina
Abramovic?

fine del nevrotico lamento
amen.

martedì 5 novembre 2019

blondi

amo Federica Fracassi, la sua generosità in scena è unica.
la amo per come si da, tutta, al pubblico, all'arte che abita.
l'ho vista in "Eva" al teatro Litta, breve storia di Eva Braun, amante e infine moglie di Hitler.
storia di una devastazione, storica politica e sentimentale, accostata a quella di Via col vento, in cui una Eva senza speranza attende per sempre, ancora lo sta aspettando, il "suo" fürher.
il contatto con il diavolo, il male, bene non può fare. scie di suicidi hanno precededuto Eva, che a sua volta lo tentò, e poi comunque ne morì, mai riconosciuta, di questo diabolico incontro.
ieri sera l'ho vista in "Blondi", il cane di Hitler, un tentativo di mettere in scena un'altra forma di devozione cieca, come quella di un cane può essere per il suo amatissimo pradone.
è inquietante osservare che il male può essere amato, molto amato, da uomini e animali, ma questa è la lezione della storia e anche della psicoanalisi.
quante donne amano il male, soggiogate, incapaci di liberarsene?
quante Eva e Blondi ci sono al mondo?
rispetto allo spettacolo di ieri sera, pur ammirando la prova attorale della Fracassi, non mi hanno di certo convinto la messa in scena, che costringe l'attrice a uscire dal ruolo del cane per spostare oggetti in scena, tirare tappeti bianchi, mettere e togliere camicie in un tentativo di realismo assolutamente non necessario e certamente nocivo alla narrazione, e nemmeno la drammatrgia del testo, che entra in dettagli non necessari che appesantiscono il racconto, come la monta del cane Harass nel bunker e la nascita dei cuccioli. si tratta di incursioni che non aggiungono nulla al tema già abbondantemente trattato che distolgono dal motivo per cui siamo lì, a teatro, non le monte e le cucciolate di Blondi, ma la sua devozione, e come la sua quella di molti altri, alla perversione di un uomo che ha devastato la storia dell'uomo. il gioco inizia bene, ha la sua efficacia, ma man mano che procede lo spettacolo si perde dietro inutili dettagli. alla fine quasi si riduce a poco quel momento per cui Blondi fu comunque cavia, come milioni di uomini prima di lei, su di lei venne testato il cianuro poi usato da Eva, prima della caduta finale.

rimane comunque un'operazione teatrale interessante, una visione dal basso, viscerale, dell'orrore.

Teatro i
testo di Massimo Sgorbani
regia di Renzo Martinelli
 interpretazione, magistrale, di Federica Fracassi,

giovedì 25 luglio 2019

concerto fisico

Ecco, Concerto Fisico è una partitura fisica e vocale che ripercorre e ridisegna la storia di Balletto Civile, cioè la mia, la storia della mia compagnia. Un racconto musicale. Un greatest hits sghembo e storto che non ha niente di nostalgico per raccontare la storia di un gruppo attraverso i racconti di cui si è fatto veicolo. Come un juke-box che risveglia gli accenti emotivi di un ricordo che è ancora il presente, di come ci siamo trasformati, della sabbia da cui siamo emersi, delle Creature, dei cavalli di legno costruiti per Troia, degli estintori lanciati nel buio, del mare di latte dove Woyzeck e Andres parlano del vuoto, dei supermercati gialli, dell’urlo disperato di Desdemona, di cosa successe a Tebe, della Resistenza, della lotta e della Rivoluzione, di un prato verde e di come alla fine gli Agnelli Cattivi siamo tutti noi, del pavimento specchiato e di una fune arancione, della stupidità, delle cataste di vestiti svuotati, del potere e dei cappotti pesanti del 1918, di volpi impagliate e stagioni sessuali, della morte e di una brasiliana con il pennacchio verde, di un piccolo cane bianco, dei tabù, delle papere di plastica e degli acrobati kenioti, del pilota veneto e del sole sempre in fronte, dei pompieri e dei preti, di un incidente e un autogrill, di una radio e una città sempre in fiamme, del perché delle cose. Poi tutto scompare, risucchiato negli sguardi, come non fosse mai esistito. Ho sempre cantato negli spettacoli anche quando la mia danza era furiosa, il corpo, i miei gesti sono la mappa di quello che sento e il canto è il mio veicolo per tenermi viva.

ecco appunto, come scrive (ma cosa scrive?) la protagonista stessa si tratta di roba sua, raba perchè lei, solo lei, si senta viva. la sua mappa è così importante? 
lo spettacolo (spettacolo?) è andato in onda venerdì 19 in quel del Paolo Pini, ex ospedale psichiatrico, in occasione della rassegna "Da vicino nessuno è normale" e mai titolo festivaliero fu più azzeccato, per la sua cocente verità, di questo. lo penso da anni.
quel che mi è insopportabile è che la suddetta Michela Lucenti ritenga plausibile che ciò che ha significato per lei, ciò che è inscritto nella storia sua, sia di possibile interesse e utilità per gli altri, che pagano per guardarla.
lo spettacolo (spettacolo?) è composto da un'ora di noiose personali e non comprensibili litanie, parole lette e qualche canzone cantata, con innesti di due tipi alla consolle che dicono cose non chiare a chi ascolta, imitano i delfini e citano una non precisata pianola, ci sono parrucche e orecchie da coniglio, alcuni accennati sparuti pezzi di danza, un'accozzaglia di roba, soporifera, che purtroppo, come si intuisce, a me non ha detto niente.
l'altissima presunzione della suddetta, e della sua compagnia, le fa presumere che un'ora di affastellamento di considerazioni sue intime possano assurgere alla dignità di uno spettacolo, addirittura di arte, che possano trasmettere un significato, o anche solo un intrattenimento, per chi ha fatto la fatica di venirsela a vedere.
nulla di tutto ciò: ho cercato disperatamente qualcosa che mi toccasse che avesse un senso per me, e per gli altri (secondo me il mio vicino soffriva quanto me), qualcosa che mi ricordasse qualcosa, un passo o una canzone che mi destassero un movimento, ma niente, assolutamente niente. è come se per un'ora io avessi ascoltato in studio le questioni private di qualcuno, ma, in quel caso, quel qualcuno non pensa che, a parte me che sono lì per professione, altri debbano essere messi a parte delle sue personalissime cose.  soprattutto quel qualcuno non pensa di fare delle sue menate una forma artistica degna di essere pagata.
la cosa ancora più devastante è sentire l'ottusa ovazione del pubblico, certamente basito come me di avere assistito per un'ora a un incomprensibile e muto e cieco vagare della poveretta per lo spazio teatrale senza poter accedere a nulla di, che dico universale, che dico collettivo, che dico generale, vagamente digeribile. le questioni private e  inintellegibili di michela lucenti non mi interessano, a meno che sappia trasformarle in qualcosa che riguarda tutti. questo pubblico che grida e si sgola con brava brava (è diventato un riflesso condizionato di certo pubblico onnipresente), magari erano amici e parenti, vorrei tanto sapere cosa si è portato a casa.
il peggio del peggio è la sua ultima rivelazione, in cui afferma di aver capito che insomma un artista deve tirare fuori tutto, mai censurarsi, mai rinunciare a dire tutto quel che ha dentro, potrebbe essere addirittura distruttivo, testuali parole. se ti viene un pensiero vomitalo tutto, sarà arte. addirittura cita Michelangelo che, dice, ha lasciato un biglietto post mortem a un suo allievo, tale Antonio, e chissarà mai, incitandolo a disegnare: "disegna Antonio, disegna, non perdere tempo".
questo cosa ci dice? oltre al fatto che il maestro incita un allievo a esercitarsi? che Antonio abbia poi pensato che l'incitamento equivalesse alla patente di artista? che disegna disegna fosse il permesso di fare dei suoi disegni arte per il pubblico? o forse assolutamente no? lo vogliamo interpretare davvero come un: metti in campo ogni roba che hai e sarai un artista? 
una pena.
l'unica cosa veramente bella perchè inquietante è lo spazio, notturno, dell'ex ospedale psichiatrico. passeggiavo tra le palazzine, ora vuote, ora ancora illuminate dall'interno, tra i viali illuminati dalle lampade a boccia di luce gialla. un brivido mi si è gelato lungo la schiena, quanta storia della psichiatria è passata di lì.

venerdì 17 maggio 2019

tango glaciale, nuovo mondo

ero una ragazza, avevo 19 anni.
e Tango Glaciale di Martone, gruppo Falso Movimento, Licia Maglietta, Tomas Arana e Andrea Renzi, mi fece esplodere.
non ricordo cosa vidi allora
nemmeno quel che ho visto adesso mi ricorda qualcosa.




non ho una gran memoria (mi perdoni Annie Ernaux), nè di me nè degli altri insieme a me.
la memoria del passato è un esercizio che non compio mai.
e non ricordo, ovviamente.
dimentico.
non coltivo la memoria ma un'esplorazione alternativa, personale, non attivata dal ricordo ma dall'indagine interiore.
questo spettacolo ha contato per me, frequentavo un gruppo di teatro al liceo, al 4° anno, abbiamo fatto uno spettacolo, guidato da Antonio Sixty (allora Out Off), ho visto decine di spettacoli teatrali, guidati dalla professoressa Brunetta (?, non sono sicura), mi ricordo, l'anno successivo al nostro spettacolo, di un tentativo di costruzione di una rappresentazione che a Tango Glaciale di ispirava con fumetti, storia noir, pistole e movimenti tableau vivant. poi il progetto naufragò, ma non la mia voglia di teatro.
devo ringraziare, genuflettermi, davanti a chi mi ha fatto, insieme ai miei genitori, il dono dell'amore per il teatro.
ieri l'ho celebrato al Teatro Parenti. rammento, allora, un senso di sorpresa, il teatro si fa anche così, luci suoni corpo musica. anche i nomi, le parole, mi attanagliavano, tango glaciale falso movimento. cos'é? lo voglio fare anch'io, anche io voglio fare parte di questo nuovo mondo. era il mio, credevo, nuovo mondo.

«Tango glaciale» costituiva l’abbandono del «paesaggio strettamente metropolitano» caratteristico degli spettacoli che fin lì aveva messo in scena, collocati nell’ambito della «nuova spettacolarità», e il passaggio a «un campo di frequenze mentali estremamente vasto, sia dal punto di vista spaziale che da quello temporale»
Mario Martone




mille di questi giorni, Tango glaciale



giovedì 28 febbraio 2019

Ho avuto l’impressione che Lei, attraverso l’intuizione (o, più precisamente, grazie ad una sottile autopercezione), sappia tutto ciò che io, con un faticoso lavoro, ho scoperto in altre persone

una scenografia più triste non si era mai vista
una regia più scarna, credo nemmeno
i vestiti di scena erano i vestiti di casa, ordinari, comuni
uno degi attori portava i sandali con le calze, alla tedesca (in pieno inverno)
si mettono e si tolgono le giacche, non so bene perchè, forse per distinguere un dentro e un fuori, oppure per separare la voce narrante dalla voce di uno dei due fratelli, Otto, stimato neurologo
l'altro è Robert, folle, paranoico
il testo è quello di Arthur Schnitzler, Fuga dalle tenebre (in scena all'Out Off)

Il 14 maggio del 1922 Sigmund Freud scrisse ad Arthur Schnitzler: 
Egregio Dottore! Ora che anche Lei è giunto al Suo sessantesimo compleanno…Voglio farLe una confessione… Mi sono tormentato, chiedendomi perché in tutti questi anni io non abbia tentato di conoscerLa e di avere un dialogo con Lei… Credo di averLa evitata per una sorta di timore del sosia. Non che io fossi incline a identificarmi con un altro e nemmeno che non volessi tener conto della differenza di talento che mi separa da Lei, ma è che, quando mi immergo nelle Sue belle opere, dietro alla loro forma poetica, ho sempre creduto di trovare gli stessi presupposti, gli stessi interessi e gli stessi risultati, che riconoscevo essere i miei. …Ho avuto l’impressione che Lei, attraverso l’intuizione (o, più precisamente, grazie ad una sottile autopercezione), sappia tutto ciò che io, con un faticoso lavoro, ho scoperto in altre persone. Sì, io credo che fondamentalmente Lei sia un profondo studioso della psiche, così onestamente imparziale e impavido, come nessun altro e, se Lei non fosse ciò, le Sue capacità artistiche, la Sua lingua d’arte e la Sua energia creativa avrebbero fatto di Lei un poeta, che avrebbe assecondato il piacere della massa.


certo si capivano, certo si toccavano, molto molto da vicino
nel testo in questione la voce narrante di un terzo, di un dottore di nome Leinbach diventa la voce dell'analisi, la voce della sonda, la voce della comprensione logica dei fatti psichici
la voce dello psicoanalista
il testo è bello, la messa in scena è paurosamente povera
quel che mi preme dire è che i due attori, Paolo Bessegato e Massimo Loreto, nelle loro misere divise e nello scarno mobilio, bravi e coerenti, mi sono apparsi come due eroi

eroi della commedia umana.

venerdì 15 febbraio 2019

la monaca di Monza: E allora liberaci, Cristo! Liberaci!

prima indossa un vestito tutto nero e una veletta nera le ricopre il viso. non le si vede il volto.
poi si solleva il velo e si vede il volto incorniciato dal velo bianco delle suore.
poi, improvvisamente, con un gesto forte e netto, si toglie anche il copricapo bianco e si vedono i capelli, rossi, bellissimi, lunghi ma raccolti, i boccoli ai lati che scendono sulle spalle.
si, la monaca di Monza è una donna.
più le hanno negato il diritto di esserlo più si è ripresa quel ruolo con lucidità assassina e perversa.
siamo dalle parte di Testori, autore che mi strega, a dir poco.
siamo dalle parti del Teatro Franco Parenti.
siamo, soprattutto, dalle parti di Federica Fracassi, che devotamente ammiro.
una disperazione blasfema prende corpo, letteralmente, nelle parole potentissime di Testori.
le parole sono così forti da incatenarmi, da desiderarne di più, di nuove, di altre. 
ascoltando, la mia speranza è che di parole ne escano ancora, ne sgorghino a fiumi, perché quelle che sento già non bastano più proprio perché sono così inesauribilmente cariche di forza arcana.
la parola è lussureggiante, indomita, erotica, non fa sconti, scandaglia desideri, angosce, scelte delittuose, violenze carnali, passione godimento impulso che non lasciano spazio ad alcuna pietà.
luci colori suoni mi frastornano e mi mettono a confronto con il mio cervello, cerco di capire e mi ritrovo travolta da un linguaggio così serrato e denso che non mi lascia scampo. sono forse più incatenata alle parole per il significante che non per il significato. per il segno più che per il sintomo. ma sono anche ammaliata da questa fede che fa bestemmiare, senza fede non sarebbe possibile questa tragedia, è perché c'è dio che si consuma la perversione, è perché c'è dio che c'è la corruzione, la sordidezza, lo sporco, il putridume, il marciume, è perché crede in dio che non ha salvezza, Marianna De Leyva. è per dio, è per cristo, che invoca di continuo, che sarà schiava sempre, del padre, del convento, dell'amante e delle mura in cui sarà incarcerata a vita.
mi dibatto ascoltando, mi domando se c'è scampo e invece no, la cattura e la condanna sono inevitabili, e più passa il tempo e pù sento che non ci sarà redenzione e più mi dispero, insieme a Marianna.
nei loro loculi, i personaggi, tutti già morti, si muovono e parlano: lei mossa da un’inquietudine indecifrabile fisica e spirituale, blasfema, che chiede a Dio di discolparsi per la sorte che le ha riservato; lui, Gian Paolo, complice del suo destino "Avete voi mai visto più bella cosa?" folgorato e catturato, imprigionato da lei e dall'attrazione irresistibile della profanazione della sua veste, folle e sguaiato; la novizia Caterina, che minaccia di rivelare la loro storia ma desidera condividere quella passione inconsapevole di esserne solo il bruciante acceleratore.



Guardaci. Punta i tuoi occhi su questi stracci che ti bestemmiano, su questo niente che ti reclama. Te lo chiediamo con strazio delle nostre ossa e della nostra carne: liberaci dal nostro sangue: liberaci dalla nostra morte. O distruggiti anche tu nella nostra carne, nel nostro sangue e nella nostra morte. Ci senti? E allora liberaci, Cristo! Liberaci!




giovedì 31 gennaio 2019

L’ammore nun’è ammore

As an unperfect actor on the stage
Who with his fear is put besides his part

Comme a n’attore ‘e mezza tacca se scorda ‘o personaggio
quanno sta annanz’o pubblico e recita nu cesso

“Dario Jacobelli, poeta napoletano scomparso prematuramente nel 2013 si dedicò negli ultimi anni della sua vita alla traduzione in napoletano e al tradimento, come amava definirlo, di 30 Sonetti di Shakespeare. Non aveva scadenze, non doveva rispettare le indicazioni o correzioni di nessun editore. Per committenti aveva i suoi amici più cari ai quali dedicava ogni sua nuova traduzione. I Sonetti in napoletano suonano bene. Battono di un proprio cuore. Indossano una maschera che li costringe a sollevarsi dal foglio per prendere il volo, tenendo i piedi per terra. ”
Lino Musella
al teatro Franco Parenti di Milano con "L’ammore nun’è ammore".

si, i sonetti di Shakespeare tradotti in napoletano suonano bene, anzi, benissimo.
la voce di Lino Musella è forte e chiara e per me, che il napoletano non lo so, più che sufficiente per farmi apprezzare poesia e musicalità. nessun tradimento, come recita il libro di Dario Jacobelli (30 sonetti di Shakespeare traditi e tradotti da Dario Jacobelli) anzi, un'operazione davvero riuscita, musicale e teatrale, un vero godimento dell'anima. per ogni sonetto una messa in scena di parole e musica, un ritratto della bellezza così sentito da far commuvere, sono certa che il Bardo avrebbe approvato, la sua invocazione all'amore ha trovato casa negli accenti di Napoli.

Comme a n’attore ‘e mezza tacca se scorda ‘o personaggio
quanno sta annanz’o pubblico e recita nu cesso,
o pure comm'a na furia china 'e raggia,
che schiatta'ncuorpo po' na smania in eccesso.

Pur'io quanno nun me sento sicuro me scordo d'e parole
ca si vuò fa l'ammore ea dicere, fosse sul pe' decenza
e me tremmano e cosce e nu nureco in gola
E m'e 'nchiova 'a paura e all'ammore cu tutt'a putenza.

Sperammo allora ca 'sti versi miei, ca sulo chesto tengo
portarranno spia da' voce zitta e muta 'chisto core,
e chello ca desiderio 'a te, quanno addò vengo
Tu mo darraje, comme si t'essa parlato pe' doie ore.

Te prego, te scongiuro liegge e silenzi ca l'ammore mio te sape dì
pecchè bastano l'uocchie sulamente pe' chi l'ammore overo vo' capì


As an unperfect actor on the stage,
Who with his fear is put besides his part,
Or some fierce thing replete with too much rage,
Whose strength's abundance weakens his own heart;

So I, for fear of trust, forget to say
The perfect ceremony of love's rite,
And in mine own love's strength seem to decay,
O'ercharg'd with burden of mine own love's might.

O let my books be then the eloquence
And dumb presagers of my speaking breast,
Who plead for love and look for recompense
More than that tongue that more hath more express'd.

O, learn to read what silent love hath writ:
To hear with eyes belongs to love's fine wit.

giovedì 24 gennaio 2019

psychosis 4.48

Un attacco d'urla denota l'impellente collasso nervoso
Solo una parola sulla pagina ed ecco il dramma.
Io scrivo per il morto
Per il mai nato
Dopo le 4:48 non dovrei più parlare
Ho raggiunto la fine della desolata e ripugnante favola di un giudizio internato in una carcassa aliena, deformato dallo spirito maligno della maggioranza morale.
Sono stata morta per molto tempo
tornata alle radici
Canto senza speranza al confine


spettacolo incredibile
un'ora
terriccio per terra, lampadari rotti, pezzi di vetro, palline di una tombola
entra, vestita di uno straccio, spettinata, occhi bistrati
guarda, con occhi immensi, il pubblico, guarda e tocca, del suo pubblico, i visceri, il cervello e la pancia
parla, lancia parole come pallottole
a volte illogiche
a volte sparse 
a volte commoventi devastanti
a volte intelligenti
a volte poetiche
la voce è roca, è interiore, è piangente, supplicante, tenera e carnea
c'è odore, acre di terra, di sudore, di psicosi
lei è, come non succedde spesso, l'ho visto solo qualche volta, quel che dice
lei è matta, lei è a pezzi, lei è dissociata, lei è arrabbiata, lei è disperata, lei è il corpo della sofferenza
non dice con il cervello, dice con il corpo
lei è Elena Arvigo, un genio della scena, attrice vera
il testo è Psychosis 4.48
l'autrice è Sarah Kane, drammaturga inglese morta suicida 20 anni fa, poco dopo la stesura, senza spazio senza tempo, di questo testo testimonianza.
“Il mio è un teatro profano ma non osceno. Pensano che i miei lavori siano deprimenti mentre io parlo di speranza. Per me la funzione del teatro è quella di far sperimentare una cosa attraverso l’arte in modo che non ci sia più la necessità di sperimentarla effettivamente nella vita reale. Se sperimentiamo in teatro, come pubblico, quel che significa commettere un atto di violenza estrema, magari ne proveremo una repulsione tale da impedirci di andare a commettere un atto di violenza estrema fuori nelle strade. Io credo che la gente possa cambiare, e credo sia possibile cambiare il nostro futuro, ed è per questo che scrivo quello che scrivo”. (Sarah Kane)

"Non è stato a lungo, Non era a lungo, Io non ero li a lungo. Ma bevendo caffè amaro nero, Ho catturato l'odore di medicinali in una nuvola di tabacco atavico,e qualcosa mi tocca ancora in quel posto, e una ferita di due anni fa si apre come un cadavere e una vergogna seppellita da tempo ruggisce il suo orrendo orrore decomposto.
Una stanza di facce inespressive osserva blandamente il mio dolore, così privo d'intenzione dev'essere il male.
Dott Questo e Dottor quello e il dott "Cos'è quello" che sta passando e deve aver pensato di fare una puntata per stuzzicare.

Bruciando in un rovente tunnel di sbigottimento, la mia umiliazione è completa,mentre tremo senza ragione e balbetto, senza aver niente da dire riguardo la mia "malattia" , che in ogni modo riguarda solo il fatto che nulla è importante, visto che tanto morirò.

E sono incagliata da quella calma voce psichiatrica che mi dice che esiste una realtà obbiettiva in cui il mio corpo e la mia mente sono una cosa sola.
Ma io non sono qui, e non ci sono mai stata, dott Questo prende appunti e dott Quello si sforza in un simpatico mormorio.
Osservandomi, giudicandomi, annusando l'aroma di fallimento debilitante che sgorga dalla mia pelle,la mia graffiante disperazione e il panico debilitante , mentre mi apro terrorizzata al mondo, chiedendomi perchè tutti mi sorridono e mi guardano, consci della mia vergogna.
Vergogna Vergogna VERGOGNA


venerdì 11 gennaio 2019

la signorina Else, a teatro

"Vorrei gridare il mio saluto al cielo prima di tornare giù in mezzo alla gente. Ma dove andrà il mio saluto? Sono così sola. Terribilmente sola, tanto che nessuno può immaginare la mia solitudine. Amore mio, io ti saluto. Chi sei? Ti saluto mio promesso sposo! Ma chi sei?"

La signorina Else, di Arthur Schnitzler (1924)

che bella la rappresentazione di Tiezzi al Piccolo Teatro Studio.
si tratta di un testo straordinario, che conosco bene, e ho letto più volte, di enorme intensità, di veridicità psichica, di discesa negli inferi dell'angoscia.
ne ho anche già scritto, folgorata dalla lettura (https://nuovateoria.blogspot.com/2013/09/la-signorina-else.html)
Else cade, lasciata cadere dalla perdita di un padre che la vende per interessi, sola, massacrata dalla colpa e dalla vergogna, accasciata dal simbolico che perde consistenza. colui che dovrebbe proteggerla, così giovane e sognante, tramite la "voce" della madre la getta nel reale più insopportabile, ovvero lo sguardo perverso dell'altro, lo sguardo adulto che chiede soddisfazione, lo sguardo senza pietas. 
spogliata delle sue difese contro l'invadenza del mondo, si mostra nuda e perde la testa e il senno, si perde, entra in angoscia, va in confusione, perde i riferimenti reali, uomini e donne della bella società viennese perdono i connotati umani e diventano i mostri dei peggiori incubi, allucinazioni e deliri. meglio morire, non si deve avere paura di morire se questo è vivere.
come già scrivevo anni fa, Else si spacca letteralmente, si frantuma, senza un senso che possa tenerla insieme. la salvezza del padre passa attraverso il suo corpo, la sua mercificazione. una giovane donna di 19 anni, e questo valeva allora come oggi anche se le apparenze odierne di semplificazione e accelerazione sessuale potrebbero far pensare il contrario, non è in grado di tenere insieme una visione unitaria della propria persona quando da una parte deve rispondere a una responsabilizzazione così schiacciante e dall'altra deve cedere un corpo che ancora non conosce, che ancora non sente suo, un corpo giocattolo che ancora non ha conosciuto l'attenzione dell'amore e che già deve svendersi in un gesto di prostituzione. vaneggia su di sé, la sua bellezza, le sue prime fantasie ed esperienze nell'illusione di avere consapevolezza del proprio corpo, e quindi di essere preparata a un gesto così seduttivo e spudorato, ma si vede proiettata in una dimensione conflittuale con la sua formazione, l'educazione genitoriale che l'ha sostenuta fino ad allora: è proprio dai suoi genitori che arriva il dettato di usare il suo corpo per ottenere un sostegno economico. come si conciliano due indicazioni così profondamente antitetiche, dove aggrapparsi per tenere salda la propria integrità se proprio da lì, ove riteniamo origini e trovi sostegno e protezione, riceve l'indicazione di sfaldarsi?
Schnitzler e Freud si parlavano, si stimavano, si scrivevano, uno trovava nell'altro conferma delle proprie intuizioni.
certo, a Schnitzler spetta l'arte della scrittura.
e a Federico Tiezzi l'arte della regia.
bella presentazione scenica, bellissima, strepitoso quel fine sequenza con volti sfigurati dall'angoscia  trasformati inmascgere aliene (e la maschera di coccodrillo riprende lo spettacolo dell'anno scorso sull'interpretazione dei sogni di Freud, proprio a segnarne una continuità artista intellettuale e interpretativa) e con le rose rosse sparse sul terreno, vicino al tavolo anatomico, luogo della vivisezione della vita di Else, luogo del sacrificio della purezza in nome del cinismo.
strepitosi i suoi interpreti, Lucrezia Guidone e Martino D’Amico, ancora una volta il teatro mi sa dare momenti di gioia esaltante.





mercoledì 2 gennaio 2019

la traviata, l'intelligenza del cuore

è stato piacevole ed è comunque una bella iniziativa culturale, parlare della Traviata di Verdi a teatro, fare cultura, anche in modo a tratti dissacrante. va benissimo e Lella Costa è molto brava.
ma c'è qualcosa di stonato che non mi piace e a dispetto della sorellanza non posso che sottolineare che la lunghissima sparata finale contro la mascolinità colpevole, senza alcuna distinzione, della prostituzione femminile, ovviamente, per chi mi conosce, non mi trova d'accordo.
è un peccato che un bello spettacolo, che ride della inadeguatezza maschile in modo lieve e garbato, ironico e piacevole, per buona parte della rappresentazione, nella parte finale scivoli in una tiritera lunga e insensata, una scivolata di gusto dalla quale mi dissocio completamente. ma che ovviamente, provoca l'ovazione della platea femminile.
con la lunghissima lista di maschi, individuati in base alla loro professione, dagli elettricisti ai notai, dai commercalisti ai netturbini tutti, senza alcuna distinzuone di provenienza e di razza, tutto l'universo maschile è reo di favorire la prostituzione femminile e ne è colpevole per sempre fino alla fine dei tempi e degli spazi.
questa congiunzione di parte, che assolve completamente la componente femminile che altro non può essere che vittima della bassezza lombare dei maschi che lo contraddistigue fin dalla nascita dell'umanità, è un atteggiamento ideologico senza alcuna ragionevolezza che fa di un discorso possibile una negazione fanatica senza senso.
a parte tutte le condizioni di coercizione e violenza, di abuso e di aggressività, che non hanno bisogno nemmeno di essere sottolineate e che probabilmente costituiscono la maggioranza delle condizioni delle traviate della terra, dove c'è un uomo che paga c'è, soprattutto oggi, una donna che vende.
è una totale mancanza di analisi e di approfondimento della femminilità odierna negare che in moltissime situazioni di diversa prostituzione, dalla più manifesta alla più sottile e ambigua, da quella su internet a quella coniugale, c'è una posizione femminile che gioca pesantemente sulla mercificazione del proprio corpo fino a farne uno strumento di profitto, in denaro e in posizione sociale, diciamo di potere, indipendentemente da qualsivoglia erezione maschile da soddisfare.
al di là di situazioni attuali terrificanti, favorite da questo game perverso di internet, sono certa che la storia della donna è costellata di figure femminili che hanno fatto del tutto consapevolmente, del tutto lucidamente e del tutto indipendentemente dal maschio, oggetto del proprio corpo senza che nessun barone Douphol abbia forzato la mano per ottenere tale effetto.
questa difesa ad oltranza della debolezza femminile mi sembra anche controproducente, ora basta! pensarci come eterne vittime del testosterone, siamo ormai troppo avanzate nello spazio e nel tempo per metterci ancora lì a dire che è colpa dell'idraulico se ho aperto le cosce.
anche il femminicidio, nella sua totale brutalità, vede spesso un'ostinazione femminile a non spostarsi ed emanciparsi dalla condizione salvifica dell'altro, c'è molto da fare sui maschi, ma c'è molto più  da fare sulle femmine e la loro incoercibile tendenza a immolarsi vittime per l'altro. ma la situazione mortale che si viene a creare è spesso il risultato di due posizioni mortifere, quella maschile e quella femminile insieme. 
anche il finale dello spettacolo che vede una Lella Costa commossa nel ricordare che dietro le Violette, le Margherite Gautier, dietro le Marylin e tutte le escort del mondo c'è stata una bambina felice, mi da i nervi. e allora? ammesso che sia vero, che dietro una donna perduta e infelice e assoggettata e suicida ci sia una bambina felice (ne siamo proprio sicuri?), perchè non pensare che dietro un Berlusconi o un violentatore da strada o un uomo abusato non ci sia stato, se possibile, un bambino felice? 
questo atto di commozione e di estrema commiserazione cosa aggiunge al triste destino delle traviate? alla nostre radici c'è sempre un fatto personale, per tutti, per i gandhi e per gli hitler, che porta alla traccia del bene e del male, l'analisi della storia personale porterà sempre all'assoluzione di tutti, o alla colpevolizzazione di tutti. la bambina felice non è motivo di strazio ulteriore per il destino crudele della violenza, così come non lo sarebbe saperla infelice e maltrattata dalla sua più tenera età, così come non lo sarebbe saperlo per un bambino che abbia subito violenza da adulto. c'è sempre, a prescindere dal trauma che ci contraddistigue tutti, un atto di scelta che ci porta a seguire un percorso di vita, c'è una responsabilità soggettiva.
ciò che vale per una donna, vale anche per un uomo. questo è il superamente del sessimo, non può essere un discorso a senso unico, mai. il cuore, se si sprime cosi', è intelligente affatto.

venerdì 14 dicembre 2018

macbettu, al diavolo i cordelli

si, mi sono seduta nel posto lasciato libero da Cordelli.
questa polemica un po' è divertente, un po' è desolante.
il sig. Cordelli, critico teatrale del Corsera che impazza sul quotidiano e su la Lettura, scrive a settembre in modo sprezzante che di un Macbeth in sardo non se ne sentiva l'esigenza.
"poi ci sarà mecbettu in sardo. non vedo l'ora di non vederlo."
gli accordo la mia stima per l'uso intelligente della lingua italiana e la battuta tagliente, ma, in reltà, è stato bocciato. nemmeno con debiti a settembre. ripetente per presunzione e, direi, ignoranza.
se lo avesse visto avrebbe capito che il testo di quel genio cosmico del bardo non è necessario al lavoro teatrale di Alessandro Serra.
penso proprio che non avrebbero nemmeno dovuto mettere i sottotitoli in italiano.
nulla.
solo il sardo e tutta la meraviglia scenica nella loro nuda ancestrale realtà.
bastano e avanzano.
chi vuole deliziarsi del testo immenso shakespeariano vada a leggerselo.
qui siamo in un altro teatro.
teatro di corpo, e di suono.
in bacbettu domina il suono, tutto il suono, anche quello del dialetto, ma non solo.
il suono delle voci, dei fischi, dei fruscii, dei cori. strepitosi.
il suono scuotente dei tuoni e dei rombi. potenti e spaventosi.
il suono delle lamiere dei tavoli, dei sassi. evocativi.
il suono del pane carasau sotto le scarpe. geniale.
il suono di "macbettuuuuuu", gridato più volte in scena, nel buio sotto la lama tagliente di una luce dal basso. più forte di pugno in viso.
il suono sguaiato delle streghe che in scena mimano gesti apparentemente ludici (e la gente ride, ma perchè??) ma che rimandano alla follia, alla stregoneria, alla magia, all'inconsulto, al delirio, all'inconscio, all'imponderabile, vera dimensione travolgente del Macbeth di Shakespeare. ipnotico.
oltre al suono, le luci.
altre al suono, i corpi.
certo i corpi: c'è in scena una sorta di animalità, o di bestialità umana, corpi forti, duri, grandi, disumani nella ferocia, animaleschi nell'ingordigia.
le scene sono potenti, si mangiano la parola, al diavolo i testi, per questa volta.
al diavolo i cordelli.
al diavolo i preconcetti.
vedere per credere, vedere per criticare, vedere per godere.


giovedì 29 novembre 2018

TEATRO 1 - Evgenij Onegin

era pieno zeppo di russi.
vestiti in modo eccentrico e fanatici (ma lo capisco, il loro teatro a casa d'altri, cioè nostra).
ho trovato gli ultimi due posti disponibili, li ho presi al volo martedì, e ho avuto molta fortuna.
ma molta fortuna.
l'entusiasmo dei russi per lo spettacolo, con la regia di un lituano però, è più che comprensibile.
ho contenuto il mio, esteriormente, per una forma di contrapposizione, ma dentro di me avrei urlato la mia gioia.
uno spettacolo straordinario, travolgente, bellissimo.
tre ore e mezza della mia vita spese nel migliore dei modi,
teatro teatro teatro, che meraviglia, quanta bellezza, nelle parole, nella narrazione, nella lingua, nei personaggi, nelle scelte visuali sceniche, nei personaggi, nella regia, nell'allestimento, nei costumi. 
Onegin folle di tracotanza e cinismo  rinnega la vita amorosa cogliendone solo il godimento, la sua Tat'jana saprà ricordargli, anni dopo averla rifiutata, che le scelte della vita si pagano, sempre.
la narrazione si sdoppia, i personaggi si sdoppiano, le donne si moltiplicano, uno sciame di ragazze sono emblema della femminilità, la voce si fa canto e una giovane donna giullare, curva e dalle scarpe a punta armata di mandolino, fa da contrappunto al dramma dei personaggi.
potrei dire quasi un capolavoro, una magia travolgente.








Evgenij Onegin
Piccolo Teatro Strehler
selezione di capitoli dal romanzo in versi di Alexander Pushkin
ideato scritto e diretto da Rimas Tuminas
scene Adomas Jacovskis
musica Faustas Latenas
coreografia Angelica Cholina
con Sergey Makovetskij, Aleksei Guskov, Lijudmila Maksakova, Irina Kupchenko, Victor Dobronravov, Eugenij Pilugin, Vladimir Simonov, Yury Shlykov, Aleksei Kuznetsov, Artur Ivanov, Eugenia Kregzhde, Olga Ierman, Maria Volkova, Oleg Makarov and others produzione Vachtangov State Academic Theatre
spettacolo in lingua russa con sovratitoli in italiano a cura di Prescott Studio

Non una trasposizione integrale del romanzo di Pushkin, ma la scelta di privilegiare la mancata storia d’amore tra Tatiana e Onegin, mettendola in scena tra passato e presente, realtà e immaginazione. Nell’originale, Pushkin racconta la vicenda tragica di Onegin e Lenskij, giovani amici che si recano in visita nella tenuta della famiglia Larin. Qui Lenskij corteggia Olga, di cui è innamorato, mentre la sorella di lei, Tatiana, si invaghisce di Onegin che la respinge e prova invece – per gioco e per noia – a sedurre Olga. Lenskij sfiderà a duello Onegin, restando ucciso. Tre anni dopo, mentre ancora è tormentato dal rimorso per le proprie azioni, Onegin incontra per caso Tatiana, sposata a un altro, e capisce di esserne sempre stato innamorato. La donna, pur amandolo ancora, lo respingerà scegliendo di essere fedele al marito e abbandonando Onegin alla consapevolezza di aver distrutto la propria vita e quella di altre tre persone. Tuminas immagina che due Onegin si muovano sulla scena, un uomo vecchio che, nella propria stanza, torna con la memoria alla vicenda che così drammaticamente lo ha segnato mentre osserva il “se stesso giovane” compiere le azioni che ne determineranno il destino. Con lui anche due Lenskij, il compagno di giovinezza di Onegin e l’uomo che sarebbe diventato se non fosse stato assassinato in duello. Considerato la sintesi della Russia del XIX secolo, Evgenij Onegin è un’opera straziante e romantica che Tuminas allestisce «infrangendo gli stereotipi – spiega – e andando in cerca di una sinfonia di significati, dell’armonia emotiva e musicale del romanzo, evitando di esasperarne la sensibilità. Evgenij Onegin è per me la sintesi di Luce e Bellezza».