bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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giovedì 5 dicembre 2019

lamento

per fare un post lamentoso non ci vuole talento  ma una semplice nevrosi.
i nevrotici si lamentano, sempre. oggi fa tutto schifo, il meglio, se mai arriverà, arriverà domani. ed è sempre domani.
i miei lamenti, perchè sono una nevrotica DOC, oggi si dispiegano sui ritardi, di orari e di mente.
la prassi sempre più consolidata vuole l'inizio degli spettacoli con un ritardo minimo di 15 minuti.
ma, volendo, con un po' di sana passione per l'argomento. arriviamo tranquillamente ai 20 o addirittura ai 30.
al Base, e non mi fregano più, il ritardo di 30 minuti dei pessimi concerti di musica che propinano è assolutamente standard. il primo: un concerto del Delvon Lamarr Organ Trio, a luglio 2019, davvero al minimo sindacale poi riproposto a jazz mi adesso, a novembre, iniziato con 30 e passa minuti di ritardo in cui mi sono anche ritrovata inondata dalla birra del mio vicino posteriore di fila. e vabbè. l'ultimo, una vera boiata pazzesca, è  un concerto di presunta musica jazz di una bruttezza innominabile, di un'orchestra che rilegge, crede di rileggere, Birth of the Cool, capolavoro del cool jazz di fine anni 40, in cui Miles Davis esegue alcuni suoi brani bebop originali ma arrangiati per orchestra da Gil Evans. sul palco dell'agonia Biagio Coppa & The Flight Band Project. un concerto così straziante non l'ho sentito mai e l'inizio, con 35 minuti secchi di ritardo, mi è sembrato, a posteriori, un insulto ancora più imperdonabile.
ma si può andare anche a un teatrino di periferia, detto Altaluce Teatro, sull'Alzaia Naviglio Grande, un sabato sera immerso nella nebbia per ascoltare l'amata Fracassi che legge il diario di Etty Hillesum, per attendere per ben 20 minuti che i boriosi amici della padrona di casa si degnassero di arrivare a teatro, come fossero ad una cena privata, e si decidessero, una volta arrivati, di sedersi su sedie di una scomodità sconcertante ma non in muto silenzio vergognadosi di fare di un luogo per tutti, in cui però si paga, la depandance di un salottino privato privè quanto  piuttosto attardandosi in spocchiosi convenevoli piccolo borghesi della peggior specie in sfregio totale di quelli che sono arrivati in orario pensando che si trattasse di un posto serio.
non parliamo poi, nella fattispecie, della conferenza a fine spettacolo di un non chiaro personaggio psicologo? agopunturista? boh, che mi e ci ha propinato la spiega dello spettacolo, inquinando irimediabilmente l'intensità emotiva della serata che esigeva un rigoroso silenzio interiore e che ha determinato l'evanescenza immediata, condita da incommensurabile fastidio, del mistero del teatro e della magia dell'incanto che si crea tra pubblico e attore.
uno strazio.
finisco lamentandomi della visita alla Biblioteca Ambrosiana per la mostra di Marina Abramovic.
Estasi.



un titolo che già dice molto e dovrebbe dare qualche indicazione a chi paga 12 euro di biglietto. non poco.
l’esposizione, curata da Casa Testori, presenta il ciclo di video “The Kitchen. Homage to Saint Therese”, con cui l’artista, che ha rivoluzionato il mondo della performance art in un modo ben noto a tutti, si relaziona con Santa Teresa d’Avila, una delle più importanti figure mistiche del cattolicesimo. l’opera si compone di tre video, che documentano altrettante performance tenute nel 2009 dall’artista nell’ex convento di La Laboral a Gijón.
ovviamente, trattandosi di Marina Abramovic, e trattandosi di estasi, è richiesta pazienza.
contatto con il divino.
ascensione
arte dell'attesa
della contemplazione, della meditazione, della conta dei minuti che passano.
dello scandire del tempo e della minuta variazione delle cose, che, comunque, variano, anche solo perchè respiriamo.
la gente, ma perchè?, invece entra nello spazio espositivo dopo il salato biglietto e, ma perche?, si ferma meno di un minuto, che dico, qualche secondo, davanti ai video.
una volta lì, gira, ma perchè?, ad una velocità insensata, passando, ma perchè?, da una sala all'altra in preda, ma perchè, ad un'insana milanese acefala frenesia, senza capire, lo dico, un cazzo.
ogni video richiede tempo.
e respiro.
e percezione del tempo.
e certezza del non senso.
altrimenti
perchè
sei
andato
a
vedere
un
mostra
su
Marina
Abramovic?

fine del nevrotico lamento
amen.

giovedì 18 dicembre 2014

interstellar

non è che ci sia moltissimo da dire se non che alla fine mi è piaciuto!
la fantascienza mi attrae da sempre, per sempre. da ragazzina adoravo Spazio 1999 (ridicolo a pensarci, il titolo), seguivo, meno appassionata, Star Trek, ho infinitamente amato 2001 Odissea nello spazio (e anche qui casca l'asino) e difficilmente mi perdo un film di fantascienza. Ultimo, e commentato, Gravity 
(http://nuovateoria.blogspot.it/2013/10/gravity.html).
all'inizio c'è una polvere tremenda, il mondo è soffocato da una polvere inarrestabile e, mi dispiace, ma  le immagini iniziali di Furore mi arrivano nella testa come un fulmine. alla fine, penso, è un buon riferimento, anche quella è la storia di un'apocalisse. il film è un filmone e mi piace da morire tutta la parte nello spazio. buchi neri, anelli di saturno, pianeti inesplorati, onde pazzesche, tempo che va e che fugge, un'ora lì in mezzo alla tempesta d'acqua come 7 anni sulla terra...uno sballo! quelli vanno poi tornano, sono come prima e freschi come rose e l'altro, il collega sfigato, ha 23 anni di più!! passati tutti da solo sulla navicella ad aspettare. c'è da impazzire penso io! lui (poi mi spiego) torna su, dal casino che c'è giù, e si vede 23 anni di messaggini video dei suoi figliuoli. eddai, che momentacci.
a parte la terminologia, e la teoria, astro fisica che mi mette in difficoltà...ma cosa dico, non la capisco... ma dai nemmeno... è il vuoto torricelliano nella mia mente, per il resto è tutto un godimento di tempi e di momenti, soprattutto quelli relativi al rapporto tra il padre, astronauta fighissimo vestito da Matthew McConaughey che non invecchia mai e non teme nulla se non il tempo che passa, e la figlia, prima piccina poi grandicella nei bellissimi panni di Jessica Chastain. 
certo, sta ragazza ce l'ha parecchio con il suo vecchio, quello la molla nella polvere asfittica e se ne va nello spazio, quello vive le ore e la vita in un spazio tempo incomprensibili e se ne torna 80 anni dopo con 2 anni in più di quando è partito e la figlia è al capezzale di morte ultranovantenne. nel frattempo, grazie al loro meraviglioso rapporto di complicità e amore, il mondo è cambiato, la terra è morta ma non l'umanità, trasferita sugli anelli di saturno in grandi cilindroni verdi e luminosi, dopo le splendide rivelazioni di papà incastrato nelle maglie metafisiche del tempospazio alla sua ragazzina tramite un alfabeto morse dell'ultima ora attraverso i libri della sua cameretta nella casetta del west polveroso e spacciato.
no dai, è un film che si porta tutto in sè, dalle riflessioni sul tempo alla fisica delle particella, dalla velocità della luce alla verità genitoriale. nessuno c'è riuscito prima, a salvare il  mondo, ci riesce metthew e perché? perché (è un figo) è un tenero papà che sa quel che deve fare. mica perde tempo in ciance, perché c'è la sua piccola ad aspettarlo. quel che lui fa nello spazio è sempre, in contemporanea (esiste la contemporaneità o è un'invenzione della mente?, no perché il tempo diventa un pasticcio inesplicabile, una matassa aggrovigliatissima, in questo film) a quel che fa sua figlia sulla terra: se lui tenta l'impossibile, la figlia lo sostiene da lontano tenendo duro nell'aria che non c'è, se lei scopre l'inghippo della formula matematica, lui intanto ha risolto un bel problemino per attraccare la navicella al  modulo orbitale (boh, che ne so, mi perdoni chi ci capisce veramente qualcosa, io no).
ah, in tutto questo, nel frattempo -si fa per dire- c'è l'altra, Anne Hathaway, con dei capelli inguardabili, una vergogna di parrucchiere veramente, che aspetta, sola ovviamente, persa nell'eternità del tempo, sul pianeta del suo amato, ove si respira e c'è vita, spinta ai confini della galassia per amore...solo per amore...le donne...
no dai, sul serio, è un bel film, lo giuro. 

mercoledì 10 settembre 2014

già si arrende il roseto

Lo spirito del fieno impregna l'anima. 
L'addio dell'estate. Si raccolgono 
le rondini sui fili e sulle antenne, 
anomali emigranti verso l'Africa. 

Nuvole non più rosa si scaglionano 
a isterici plotoni nel vento che le opprime. 
Già si arrende il roseto e batte ai vetri 
con raffiche di petali e di spine. 

Maria Luisa Spaziani
Non si riposa il mare

è piena di invenzioni poetiche sull'ineluttabilità del tempo.
sono stregata da questa donna che scrive poesie.
"si fa carico da una parte a figure di ipertempo o di oltrestoria, luoghi di vertigine onirica, e dall'altra a desolati, sgomenti richiami alle sole nostre certezze: l'irripetibilità del tutto, la brevità del tutto, a partire dalle nostre speranze: il tempo oltre la morte è tutto qui / la tua eternità nei diciannove anni che ti rimangono." (Paolo Lagazzi, Poesia)

E battono le ore, sempre battono,
batteranno per secoli e millenni
quando saranno morti, sprofondati,
campanili e campane.

Anche il mio cuore batterà nel petto
dell'universo, e noi saremo cenere.
Cenere di campane, di clavicole,
di macerie e di cellule del mare.

giovedì 10 maggio 2012

hangar Bicocca

intanto vorrei caricare delle foto e questo stupido blog mi dice che ho esaurito lo spazio disponibile e che se ne voglio postare altre devo PAGARE.
sono sconcertata. adesso ci penso su ma al momento credo che posterò senza foto e buonanotte. queste sono le ultime.

nel frattempo mi dedico alla considerazione che l'hangar Bicocca di Milano è un gran bel posto.
sono sempre molto affascinata dal recupero di spazi industriali, enormi, decadenti, fatiscenti, e il riadattamento sotto forma di zone espositive di grande respiro.
un hangar mi fa pensare a un areoporto.
in questo non ho trovato un aereo ma torri, sette, svettanti, minacciose e misteriose.
una rassegna di video molto suggestivi.
un gioco di luci ed ombre evocativo di giochi d'infanzia perduti.

Per HangarBicocca Hans-Peter Feldmann ha ripensato e riproposto una nuova versione di una delle sue più conosciute  installazioni: "Shadow Play".
Su un tavolo lungo circa 20 metri sono allineati alcuni piedistalli che ruotano su se stessi: su ognuno di essi sono collocate oggetti di varia natura tra cui vecchi giocattoli di latta, piccolo elettrodomestici, una pistola, una Barbie e diversi souvenir, che grazie all’illuminazione ravvicinata proiettano sulla parete un teatro delle ombre continuamente mutevole.
sembra di essere un po' al cinema, tipo Toy Story della Pixar, un po' a teatro, un po' nella soffitta di una casa d'epoca, un po' nell'angolo recondito di un segreto giardino d'infanzia. è una piccola riflessione sulla bellezza degli oggetti perduti, sulla memoria, sulla semplicità della bellezza. 


L’installazione site-specific "I Sette Palazzi Celesti", realizzata per HangarBicocca nel 2004, è una delle più importanti opere dell’artista tedesco Anselm Kiefer e deve il suo nome ai Palazzi descritti nell’antico trattato ebraico Sefer Hechalot – il “Libro dei Palazzi/Santuari” – dove si narra il simbolico cammino d’iniziazione spirituale di colui che vuole arrivare al cospetto di Dio. L’opera rappresenta il punto d’arrivo dell’intero lavoro dell’artista e sintetizza i suoi temi principali proiettandoli in una nuova dimensione fuori dal tempo: essi contengono infatti in sé l’interpretazione di un’antica religione (quella ebraica); la rappresentazione delle macerie dell’Occidente dopo la Seconda Guerra Mondiale; la proiezione in un futuro possibile da cui l’artista ci invita a guardare le rovine del nostro presente. 
Le sette torri, del peso di 90 tonnellate ciascuna, hanno altezze variabili tra i 14 e i 18 metri e sono realizzate in cemento armato utilizzando come elementi costruttivi moduli angolari ottenuti dai container utilizzati per il trasporto delle merci. 
sono toste le torri, sembra di essere in un residuo dimenticato e diroccato di mondo. anche in questo caso gioca molto, nella suggestione, il riflesso della memoria: sono in un angolo del mio cervello, quello rettiliano, sono nella preistoria della terra, sono nel passato e nel futuro di guerra, di distruzione, di inizio e fine del mondo. le torri sono potenti e fragili, svettano ma magari cadono, contengono specchi senza riflesso, frammenti di stelle, libri della torah, frasi ebraiche che evocano il nome innominato di dio, navi dell'antico testamento, pellicole di film mai visti o visti tutti i giorni. sono splendide, chi le ha create mi ha regalato un momento sospeso nel tempo.



"NON NON NON", la prima retrospettiva di installazioni e di opere di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, comprende sette film originali e un display concepito dagli artisti che ospita disegni, acquerelli e un video. I film proiettati in HangarBicocca costituiscono nel loro insieme un grande affresco audiovisivo. A partire dalla fine degli anni Settanta i due artisti iniziano una ricerca che li porta a scoprire filmati recuperati negli archivi dei grandi cineasti del passato o trovati nel corso di avventurosi viaggi. Attraverso un dispositivo di loro invenzione, la “Camera Analitica”, i fotogrammi delle vecchie pellicole vengono riproiettati manualmente, rifotografati e rimontati realizzando nuove narrazioni di grande potenza evocativa che affrontano i grandi temi della storia del XX e del XXI secolo come la violenza coloniale, le grandi guerre, l’esilio, le migrazioni dei popoli, visti attraverso gli occhi delle moltitudini anonime. 
sono belli, i filmati, a volte proiettati in sequenza, a volte in contemporanea, lungo spazi molti ampi eppure anche sovrapponibili, sono rallentati, spezzati, e ripetitivi. sone splendide le immagini coloniali, passa in modo sostanziale e fermo, la percezione della sopraffazione, della distanza abissale tra padrone e conquistato, dello sfruttamento. ci sono immagini girate nel deserto, gialle e rosse, che evocano il fuoco del sole africano. ci sono immagini di repertorio che implicano il pensiero di vedere in quel momento gente che non è più ma che ha posato, divertita e spensierata, al tempo del proprio esistere. mi hanno fatto pensare, queste immagini, all'immanenza. a quel tempo e al mio tempo. questo è il mio, bisognerà viverlo degnamente e pienamente. domani potrei essere solo un filmato dei primi anni 2.000. 



giovedì 19 gennaio 2012

mi sono innamorata di elio germano

"pronto? si ciao sono Rossa, come va?...sono andata a teatro a vedere quel gran figo di elio germano, non perderlo".
lo so, siamo un esercito, sono di una banalirtà imbarazzante.
teatro gremito di femmine.
ma sono parte del volgo, non mi differenzio.

penso perfino che cambierò il titolo del mio blog : "elio germano è mio fratello"
ma, fatto salvo che a mio fratello somiglia sul serio, non vorrei una fratellanza, francamente.
qualcuno diceva : è bello. no. proprio no. tutto ma bello no.
l'ho visto anche nudo in un paio di film, certamente ne "il passato è una terra straniera", peraltro bel film.
ecco, il suo compare in quella pellicola, Michele Riondino, è bello. Elio no, troppo magro, gambe secche.
no, per me un uomo deve avere carne addosso.
no bello no, ma un gran figo si. mi piace, ha talento, vagonate di talento, ci sa fare.
mi dicono che su un volo roma-milano, se ne stava appartato sul suo sedile a leggere l'Unità.
splendidamente demodé. un gran figo. fa per me.

dove l'ho visto? Milano, teatro Franco Parenti, in "Thom Pain", monologo del drammaturgo americano Will Eno, vincitore del Fringe Award all’Edinburgh International Festival del 2005 e, nello stesso anno, finalista del Premio Pulitzer per la sezione teatro.
che divertimento, che gusto, che apparente assurdità.
la bravura dell'interprete e la riuscita dello spettacolo consistono nella costante domanda, per tutta l'ora della rappresentazione: c'è o ci fa? improvvisa o recita? questo è il testo o non sa cosa dire?
testo -testo?- bizzarro, casuale, incongruo, apparentemente improvvisato, pieno zeppo di profondissime verità. sul tempo, sulla paura, sull'uso perverso della memoria e della parola, sulle bugie dell'amore. su me su te su tutti.
"se ti dicessero che ti resta un giorno di vita? ameresti follemente quella che ti resta. ti dicessero invece che ti restano 40 anni?"
“qual è stato il preciso momento in cui è finita la vostra infanzia? Quando avete visto qualcosa di spiacevole e avete provato dolore?”.


Thom Pain, che potrebbe con quel pain nel suo cognome non casualmente ricordare il dolore che ci accompagna e che cerchiamo di accomodare tutta la vita, fa il funambolo e gioca con le parole con apparente non senso, ci guida nell'inganno tra recitazione e improvvisazione, ci fa credere che sia un attore ma è un uomo che parla in mezzo ad altri, ci confonde e ci convince allo stesso tempo: è solo, ma siamo in tanti nella sua condizione.
thom pain è elio germano e, a parte il vestito di due taglie più grandi e la capigliatura improbabile, sono certa che uno fosse l'altro e viceversa.
non mi freghi elio, ti ho sgamato.

“Rimanete stabili. So che non è gran cosa, ma ce lo facciamo bastare. Non è meraviglioso, essere vivi?“

venerdì 10 luglio 2009

impercettibile tempo

continuità del tempo, il vento fa il suo giro. il tempo che passa sul corpo scrive, di volta in volta, un capitolo di vita.
ci sono posti, dentro le persone, in cui fa freddo. posti bui in cui non vorresti essere stato mai.
la morte si sconta vivendo.

Salvatore Quasimodo
IMPERCETTIBILE IL TEMPO


Nel giardino si fa rossa
l'arancia, impercettibile
il tempo danza
sulla sua scorza,
la ruota del mulino si stacca
alla piena dell'acqua
ma continua il suo giro
e avvolge un minuto
al minuto passato
o futuro. Diverso il tempo
sul vortice del frutto;
indeclinabile sul corpo
che riflette la morte,
scivola contorto
chiude la presa
alla mente, scrive
una prova di vita.


Cesare Pavese
HAI VISO DI PIETRA SCOLPITA


Hai viso di pietra scolpita,
sangue di terra dura,
sei venuta dal mare.
Tutto accogli e scruti
e respingi da te
come il mare. Nel cuore
hai silenzio, hai parole
inghiottite. Sei buia.
Per te l'alba è silenzio.
E sei come le voci
della terra - l'urto
della secchia nel pozzo,
la canzone del fuoco,
il tonfo di una mela;
le parole rassegnate
e cupe sulle soglie,
il grido del bimbo - le cose
che non passano mai.
Tu non muti. Sei buia.
Sei la cantina chiusa,
dal battuto di terra,
dov'è entrato una volta
ch'era scalzo il bambino,
e ci ripensa sempre.
Sei la camera buia
cui si ripensa sempre,
come al cortile antico
dove s'apriva l'alba.


Giuseppe Ungaretti
SONO UNA CREATURA


Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata
Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede
La morte
si sconta
vivendo

giovedì 2 aprile 2009



COME FOGLIE di Malika

E’ piovuto il caldo
Ha squarciato il cielo
Dicono sia colpa di un’estate come non mai
Piove e intanto penso
Ha quest’acqua un senso
Parla di un rumore
Prima del silenzio e poi…
E’ un inverno che va via da noi
Allora come spieghi
Questa maledetta nostalgia
Di tremare come foglie e poi
Di cadere al tappeto?
D’estate muoio un po’
Aspetto che ritorni l’illusione
Di un’estate che non so…
Quando arriva e quando parte,
Se riparte?
E’ arrivato il tempo
Di lasciare spazio
A chi dice che di spazio
E tempo non ne ho dato mai
Seguo il sesto senso
Della pioggia il vento
Che mi porti dritta
Dritta a te
Che freddo sentirai
E’ un inverno che è già via da noi
Allora come spieghi
Questa maledetta nostalgia?
Di tremare come foglie e poi
Di cadere al tappeto?
D’estate muoio un po’
Aspetto che ritorni l’illusione
Di un’estate che non so…
Quando arriva e quando parte,
Se riparte?
E’ un inverno che è già via da noi
Allora come spieghi
Questa maledetta nostalgia?
Di tremare come foglie e poi
Di cadere al tappeto
D’estate muoio un po’
Aspetto che ritorni l’illusione
Di un’estate che non so…
Quando arriva e quando parte,
Se riparte?
E’ arrivato il tempo
Di lasciare spazio
A chi dice che di tempo
E spazio non ne ho
Dato mai


questa canzone, parole musica voce, e' un capolavoro.
e' il segnale di una genialita' musicale e poetica al massimo della compenetrazione ed espressione di pensieri e sensi.
e' un'emissione di luce, temporalita', continuita' e sequenzialita' che mira allo spazio profondo. del cuore dell'anima, degli amori che vanno lontano, verso un nuovo inverno..."a te che freddo sentirai".
si rincorrono stagioni, caldo freddo, vento e foglie, spazio e tempo, nostalgia e illusione.
c'e' un calore che arriva dall'estate mentre il cuore va lontano verso quell'amore che cambia "emisfero" e, allontanandosi, fugge verso il freddo, riprendendo, nella corsa dello spazio, quell'inverno che va via da noi, da me. l'inverno delle foglie che cadono e del cuore. ora c'e' un calore che piove dal cielo, pioggia calda che fa rumore e squarcia il vuoto del silenzio. rincorro il tempo che non ho, lo spazio che non ho dato, a qualcuno, a te, mentre le stagioni mi insegnano che il tempo e lo spazio sono ciclici come tutto il perturbarci dell'amore. la nostalgia mi coglie al pensiero di un inverno che ti accoglie, lontano, sapendo che al termine di questa luce dell'estate, che pure mi da vita, come sempre vita rinnovata, dovro' vivere nell'illusione che ritorni. tu, la luce, il calore, il nostro tempo e lo spazio che non ho dato.

io sballo per questa canzone.

l'ha scritta Giuliano Sangiorgi dei Negramaro.
la canta Malika Ayane, voce italiana ma straniera, con l'accento che cade sui contrasti infilandosi tra i pensieri ovattato e profondo.

http://www.youtube.com/watch?v=4852VWNERF8