bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

Visualizzazione post con etichetta lettura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lettura. Mostra tutti i post

giovedì 13 febbraio 2020

colibrì

ci sarebbe quasi da ridere.
almeno l'anno scorso si trattava di Javier Marias, il libro era Berta Isla, non un capolavoro assoluto ma certamente un buon romanzo.
almeno era un romanzo.
inoltre c'è tutta la combriccola, la solita combriccola dei soliti noti che, lo devo dire, mi fanno quasi un po' pena.
sono sempre tutti asserragliati insieme, hanno anche scritto insieme un pessimo racconto breve su La Lettura, davvero pessimo, appaiono di continuo su La lettura e su molti dei settimanali del Corriere, sono certamente, molti di loro, pubblicati da La nave di Teseo, e sono la crème, ah ah, dio che ridere, della letteratura italiana contemporanea. sempre in testa la Ciabatti, seguita da Avallone, Missiroli, Covacich, Genovesi e Trevi. 
tutti buoni potenziali giornalisti secondo me, Covacich mi è simpatico.
ma scrivere un romanzo è tutto un altro paio di maniche.
il Piccolo Teatro, ma è da ridere, si appresta, con la combriccola, a breve, a festeggiare il premio de La Lettura che verrà consegnato, udite udite, a:
Il Colibrì.
di Sandro Veronesi.
(un capolavoro, ho ripetutamente letto sui giornali con i sopracitati partecipanti della combriccola che rilasciano brevi ma incisivi e indimenticabili commenti qua e la).
il guaio è anche che l'ho avuto, il Veronesi, come "docente" nella mediocre scuola di scrittura che ho frequentato (anche lì i soliti noti anche se un po' più defilati), circa due anni fa. e non solo è stato un pessimo insegnante, non ci ha insegnato proprio un bel niente, ma è stato anche sgradevole. il Veronesi ha passato le due ore e passa di lezione per parlar male di tutti, compresi gli inglesi che hanno avuto il torto di tradurgli male il suo "capolavoro", ovvero Caos calmo. ci ha parlato dei fattacci suoi, durante le ore di lezione. anche per lui, applauso.
sempre meglio star lontani da attori e scrittori e artisti, conoscerli di persona è sempre a grandissimo rischio di farsi domande senza risposta e di cocenti delusioni.
ebbene il Veronesi non è simpatico, ed è pure spocchioso.
inoltre, e qui andrò contro l'opinione generale, contro un'intera giuria di oltre 300 persone che lo ha giudicato meritevole di un premio, ha scritto un libro mediocre.
il Colibrì non è un bel libro, no, non lo è.
l'ho letto, sia chiaro.
speranzosa.
ma diomio, che ciofeca!
eppure se ne dicono meraviglie.
forse sono indementita.
qualcuno chiami un dottore.
è urgente. salvatemi da questa patologia che mi vede sempre contro corrente.
a me il libro non è piaciuto, mi ha annoiato, non mi ha detto nulla, ho saltato intere pagine di elenchi noiosissimi, mi ha anche infastidito, quei salti temporali santo cielo che sistema indisponente, in diverse e numerose pagine.
però salvo un pagina,
una sola.
quella della telefonata irricevibile nella vita.
la telefonata, quella che no, non si può ricevere
salvo solo quella pagina, ha un certo ritmo, ha un discreto pathos.
ma è una pagina su 350.
sarà che sto rileggendo Il maestro e Margherita e quindi, si dai, è chiaro, come si fa??
ma Veronesi l'ho letto prima, il confronto è a posteriori.
certo è che leggendo de il diavolo Woland, lo spilungone quadrettato valletto Korov'ev e l'enorme gatto nero Behemot che si aggirano per Mosca sconvolgendone la vita, chi mai potrebbe competere?
nessuno, è vero.
ma non posso vivere pensando che i libri migliori siano già stati scritti.
non c'è niente altro?
ce ne sono tanti, per carità, ma basta?
è finita la festa?
tornando al nostro Colibrì nemmeno ne capisco il motivo. di questo nome. al personaggio viene affibiata questa definizione ma nulla del suo comportamento mi ha mai fatto credere alla definizione che, forzosamente, gli viene attribuita.
ecco, forzosa è l'aggettivo più calzante di questa inverosimile storia.
certo, nemmeno il Maestro e Margherita è verosimile, ma non lo vuole essere. quella è arte, altissima purissima arte della scrittura e della parola.
la storia del colibrì vuole essere verosimile, fortemente vuole, ma è un trattato in cui non accadono le cose. vengono di continuo spiegate, e interpretate.
la storia non si evince dagli accadimenti ma della spiegazione della stessa.
e siamo fuori dalla costruzione di qualsivoglia narrazione.
i personaggi non vengono e non arrivano, nessuno è connotato, tanto meno il protagonista, tutto viene affibbiato, forzosamente, come fossero doti dei personaggi ma sono solo costruzioni dell'autore.
si sente l'autore dietro che scrive, si avverte la sua fatica, lo sforzo di dare originalità, di costruire effetti speciali, svolte epocali, sfighe singolari, si avverte l'invenzione di un nome che non appartiene al personaggio ma alla regia , ai ciak si gira di chi si è messo a girare il film.
lo stacco è evidentissimo, nulla è dentro le cose e i soggetti, tutto è fuori ed attribuito per evidente regia di chi scrive. è come un esercizio, in cui nulla, dico nulla arriva veramente come emanazione di una narrazione.
i salti temporali, le lettere, tutto è falso. tutto è costruito, un esercizio noiosissimo, per non parlare degli elenchi che derivano dalla formazione in architettura dell'autore, senza nessuna continuità, come cartoline dall'estero.
un'elencazione di lettere, improbabili, ancora una volta forzosamente originali, ha la presunzione di dare descrizione di un amore, ma riesce solo a creare distacco, abissale lontananza. non parliamo delle sorelle e figlie, nulla descrive il dolore, non parliamo della nipote magica creatura salvifica del mondo, ma dove? ma quando? perchè me lo scrivi tu? ma io perchè dovrei crederci?
non ho creduto a niente, sono costantemente rimasta fuori da tutto, guardando l'orologio.
ma quando finisce?
per non parlare dell'italiano. il nostro povero italiano. la lingua adottata da Veronesi è un italiano impoverito, minimale, sguarnito, senza metafore, miseramente descrittivo, spesso infarcito di parolacce (ma abbiamo ancora qualcuno convinto che nei romanzi odierni dobbiamo mettere la miseria della lingua odierna?)
mi ricordo un commento letto da qualche parte, forse su "7", di una lettrice. commentava il libro, appena finito, e diceva qualcosa come: forse mi è piaciuto, ma non so se mi è piaciuto veramente.
ecco, questo mi dice che la lettrice ha capito, come me, che il libro è una tragicomica finta di scrittura.
cara lettrice, possibile che nessuno se ne sia accorto a parte noi due?
sa il diavolo, direbbe qualcuno.

giovedì 13 dicembre 2018

«Freddo, vero? Pare inverno». Stringendosi il coltello al seno, Miss Meadows la fissò con odio. Tutto in lei era dolciastro e sbiadito come miele. Un’ape impigliata nel groviglio di quei capelli giallognoli non sarebbe stata una sorpresa. «Sì davvero tagliente» disse Miss Meadows, tetra.

di Kathrine Mansfield.
una delizia.
acuta arguta spiritosa divertente.
un racconto raggiante di intelligenza narrativa.
al ritmo sconbussolato del cuore corrisponde quello melodrammatico del canto.
un vero incanto.
me lo ha letto Iaia Forte, brava, allegra e viva come si addice al testo, ieri sera, al teato No'hma, gentilmente offerto da Livia Pomodoro.

Con la disperazione – una gelida, acuta disperazione – conficcata nel cuore come un perfido coltello, Miss Meadows, in toga e tòcco e con la bacchetta in mano percorreva i freddi corridoi che portavano alla sala da musica. Ragazze di tutte le età con le gote rosate dal vento, traboccanti d’allegria e di eccitazione dopo la corsa verso la scuola in quella bella mattina d’autunno, si affrettavano, saltellavano, svolazzavano tutt’intorno a lei; dalle aule echeggianti veniva un fitto tambureggiare di voci […].
L’insegnante di scienze fermò Miss Meadows.
«Buongiorno» gridò, con la sua voce melliflua e strascicata. «Freddo, vero? Pare inverno».
Stringendosi il coltello al seno, Miss Meadows la fissò con odio. Tutto in lei era dolciastro e sbiadito come miele. Un’ape impigliata nel groviglio di quei capelli giallognoli non sarebbe stata una sorpresa. «Sì davvero tagliente» disse Miss Meadows, tetra.
L’altra fece uno dei suoi sorrisi zuccherini.
«Mi sembri intirizzita» disse. I suoi occhi azzurri si spalancarono; dentro c’era una luce beffarda. (Che si fosse accorta di qualcosa?)
«Oh, non esageriamo» disse Miss Meadows, e passò oltre, ricambiando il sorriso dell’insegnante di scienze con una piccola smorfia.
La quarta, la quinta e la sesta erano radunate nella sala da musica; c’era un rumore assordante. Sulla piattaforma, accanto al piano, c’era Mary Beazley, la preferita di Miss Meadows, incaricata degli accompagnamenti. […] Quando vide Miss Meadows avvertì le altre con un forte «Ps! pss! ragazze!» e Miss Meadows, le mani nascoste nelle maniche e la bacchetta sotto il braccio, attraversò la corsia centrale, salì gli scalini, si voltò di scatto, afferrò il leggio d’ottone, se lo piantò davanti e batté due colpi secchi con la bacchetta per fare silenzio. «Silenzio, per favore! Subito!» e, senza guardare nessuno, i suoi occhi percorsero quel mare di camicette di flanella colorata pieno di facce ondeggianti, di mani rosee, di frementi fiocchi a farfalla e di album spalancati. Sapeva benissimo quello che stavano pensando. «La Meady è furibonda». Be’, che lo pensino pure! Le sue palpebre ebbero un tremito; gettò indietro la testa con aria di sfida.
Che importanza potevano avere i pensieri di quelle creature per una persona che come lei stava morendo dissanguata, ferita al cuore, al cuore, da una simile lettera...
«... Sento con sempre maggiore chiarezza che il nostro matrimonio sarebbe un errore. Non che io non ti ami. Ti amo quanto mi è possibile amare una donna, ma, per essere sincero, sono giunto alla conclusione che il matrimonio non fa per me e che l’idea di sistemarmi mi dà solo un senso di...» e la parola «ripugnanza», cancellata a malapena, era stata sostituita da «disagio».
Basil! Miss Meadows si diresse a grandi passi verso il pianoforte, Mary Beazley, che non aspettava altro, si chinò in avanti e i riccioli le ricoprirono le guance mentre sussurrava: «Buongiorno, Miss Meadows», e faceva il gesto di porgerle un bellissimo crisantemo giallo. Quel piccolo rituale andava avanti ormai da un mucchio di tempo, esattamente da un trimestre e mezzo. Faceva parte della lezione come l’aprire il pianoforte. Ma quel mattino, invece di prenderlo e infilarselo nella cintura dicendo, china su di lei: «Grazie, Mary. Che meraviglia! Apri a pagina trentadue», Miss Meadows, con grande costernazione della ragazza, ignorò del tutto il crisantemo e non rispose al saluto, ma disse con voce glaciale: «Pagina quattordici, prego, e segna bene gli accenti».
Che momento imbarazzante! Mary arrossì fino alle lacrime, ma Miss Meadows aveva già rivolto l’attenzione al leggio; la sua voce squillò nell’aula. «Pagina quattordici. Cominceremo da pagina quattordici. Lamento. A quest’ora dovreste già saperlo bene, ragazze. Lo canteremo senza controcanto, tutte insieme. E senza troppo sentimento. […]».
Alzò la bacchetta: diede due colpi sul leggio. Mary suonò il primo accordo e tutte quelle mani sinistre si abbassarono battendo l’aria e quelle giovani voci afflitte si unirono in coro:
Troppo presto, ahimè!, sfioriscon le ro-o-se del piacere;
Subito l’autunno cede al cu-u-po inverno.
Fuggono, ahimè, fuggono i lieti concenti,
All’orecchio che ascolta si perdono lontano.
Santo cielo, si poteva pensare a qualcosa di più tragico di quel lamento? Ogni nota era un sospiro, un singhiozzo, un gemito di atroce tristezza. Miss Meadows alzò le braccia nelle ampie maniche e cominciò a dirigere con tutt’e due le mani. «... Sento con sempre maggiore chiarezza che il nostro matrimonio sarebbe un errore...» lei scandiva il tempo. E le voci gridavano: Fuggono, ahimè, fuggono. Che cosa poteva averlo spinto a scrivere una lettera del genere? Che motivo poteva esserci? Era stato come un fulmine improvviso. La sua ultima lettera parlava soltanto di una libreria di quercia patinata che aveva comprato per i «nostri» libri e di un «elegante mobiletto da ingresso» che aveva visto, «un aggeggio molto carino con una civetta intagliata su un supporto che regge tre spazzole da cappello negli artigli». Come si era divertita all’idea! Era così tipicamente maschile pensare all’utilità di tre spazzole da cappello! All’orecchio che ascolta, cantarono le voci.
«Da capo», disse Miss Meadows «ma questa volta col controcanto. Sempre senza sentimento». Troppo presto, ahimè! Con la malinconia aggiunta dai contralti era difficile non rabbrividire. Sfioriscon le rose del piacere. 
L’ultima volta che era venuto a trovarla Basil aveva una rosa all’occhiello. Come le era parso bello in quello smagliante abito blu e con quella rosa d’un rosso cupo! E lui lo sapeva. Non poteva non saperlo. Prima si era passato una mano sui capelli, poi sui baffi, e quando aveva sorriso i denti gli brillavano.
«La moglie del direttore continua a invitarmi a cena. È una bella seccatura. Non riesco mai ad avere una serata tutta per me, in quel posto».
«Ma non puoi rifiutare?».
«Be’, sai, un uomo nella mia posizione non può permettersi d’essere impopolare».
I lieti concenti, gemettero le voci. I salici, fuori delle finestre alte e strette, ondeggiavano al vento. Avevano perso metà delle foglie, e quelle rimaste, piccolissime, si contorcevano come pesci presi nella lenza. «... Il matrimonio non fa per me...».
Le voci tacquero; il pianoforte aspettava.
«Benissimo» disse Miss Meadows, ma sempre con un tono così strano e gelido che le ragazze più giovani cominciarono a sentirsi spaventate. «Ma ora che lo sappiamo bene, lo canteremo con sentimento. Con quanto più sentimento potete. Pensate alle parole, ragazze. Usate l’immaginazione. Troppo presto ahimè!» gridò Miss Meadows. 
«Deve prorompere – forte – come uno scoppio di dolore. E poi, nel secondo verso, deve sembrare che in quel cupo inverno soffi un vento freddo. Cupo inve-e-rno!» gridò in un modo così orribile che Mary Beazley, sul suo sgabello, sentì un brivido correrle giù per la schiena. «Il terzo verso dovrebbe essere un crescendo. Fuggono, ahimè, fuggono i lieti concenti, sempre più forte fino all’inizio dell’ultimo verso, All’orecchio, e poi quando siete a che ascolta dovete cominciare a morire – a sfiorire, finché si perdono lontano deve essere solo un tenue sussurro. Potete rallentare quanto volete sull’ultimo verso. Avanti, per favore». Di nuovo due colpetti leggeri; di nuovo alzò le braccia. Troppo presto, ahimè! «... e l’idea di sistemarmi mi dà solo un senso di ripugnanza...». Era ripugnanza la parola che aveva scritto. Come dire che il loro fidanzamento era definitivamente rotto. Rotto! Il loro fidanzamento! La gente era già rimasta abbastanza sorpresa quando si era fidanzata. [...] Aveva trent’anni, Basil ne aveva venticinque. Era stato un miracolo, un vero miracolo, sentirgli dire mentre tornavano a casa dalla chiesa in quella notte così buia: «Sai, non so come, ma ho scoperto di volerti bene». E le aveva afferrato un capo del boa di struzzo. All’orecchio che ascolta si perdono lontano.
«Ripetere! Ripetere!» disse Miss Meadows. «Più sentimento, ragazze! Da capo!».
Troppo presto, ahimè. Le ragazze più grandi erano paonazze; qualcuna delle più giovani si mise a piangere. Grosse gocce di pioggia battevano contro i vetri, e si udivano i salici sussurrare «... non che io non ti ami...».
«Ma, caro, se mi ami» pensò Miss Meadows «non importa quanto grande sia il tuo amore. Amami pure come puoi». Ma sapeva che lui non l’amava. Non essersi nemmeno preoccupato di cancellare bene quella parola «ripugnanza» perché lei non potesse leggerla! Subito l’autunno cede al cupo inverno. Per giunta, avrebbe dovuto lasciare la scuola. Non avrebbe più potuto guardare in faccia l’insegnante di scienze né le sue allieve quando la cosa fosse risaputa. Sarebbe dovuta scomparire. Si perdono lontano. Le voci cominciarono a morire, a sfiorire, a bisbigliate... a svanire...
Improvvisamente la porta si aprì. Una bambina in azzurro attraversò rumorosamente il corridoio tra i banchi, a capo chino, mordendosi le labbra e rigirandosi il braccialetto d’argento che portava a uno dei piccoli polsi rossi. Salì gli scalini e si fermò davanti a Miss Meadows. 
«Be’, cosa c’è, Monica?». 
«Oh, scusi, Miss Meadows», disse la bambina, un po’ ansimante, «ha detto Miss Wyatt che l’aspetta in direzione».
«Va bene» disse Miss Meadows. E si rivolse alle ragazze: «Vi chiedo il favore di non fare chiasso durante la mia assenza. Conto sulla vostra parola». Ma erano tutte troppo spaurite per comportarsi diversamente. […]
Nei corridoi silenziosi e freddi i passi di Miss Meadows echeggiavano. La direttrice sedeva alla sua scrivania. […]. «Si sieda, Miss Meadows» disse con molta cortesia. Poi prese una busta rosa da sotto il tampone di carta asciugante. «L’ho mandata a chiamare perché è arrivato questo telegramma per lei».
«Un telegramma per me, Miss Wyatt?».
Basil! Si era suicidato, pensò Miss Meadows. Allungò subito la mano, ma Miss Wyatt trattenne il telegramma per un attimo. «Spero che non siano cattive notizie», disse, con un tono che era soltanto cortese. E Miss Meadows lo aprì in fretta. «Non badare lettera dovevo essere impazzito comprato mobiletto ingresso oggi Basil» lesse. Non riusciva a distogliere gli occhi.
«Spero che non sia nulla di grave» disse Miss Wyatt, sporgendosi in avanti. «Oh, no, grazie, Miss Wyatt» arrossì Miss Meadows. «Tutt’altro. È...» e fece una risatina di scusa «è del mio fidanzato che dice... che dice...». Una pausa. «Capisco» disse Miss Wyatt. Un’altra pausa. Poi: «Lei ha ancora un quarto d’ora di lezione, vero, Miss Meadows?». «Sì, Miss Wyatt». Si alzò. Si avviò verso la porta quasi di corsa.
«Un attimo solo, Miss Meadows» disse Miss Wyatt. «Non approvo che le mie insegnanti ricevano telegrammi nelle ore di scuola, a meno che non si tratti di cose molto serie, come una morte», spiegò Miss Wyatt «o un grave incidente, o qualcosa del genere. Le buone notizie, Miss Meadows, possono sempre aspettare».
Sulle ali della speranza, dell’amore, della gioia, Miss Meadows tornò di corsa alla sala da musica, attraversò il corridoio tra i banchi, salì gli scalini e si accostò al pianoforte.
«Pagina trentadue, Mary», disse «pagina trentadue» e, raccolto il crisantemo giallo, se lo portò alle labbra per nascondere un sorriso. Poi si volse alle ragazze, batté il leggio con la bacchetta: «Pagina trentadue, ragazze. Pagina trentadue». 
Qui oggi veniamo cariche di fiori,
Ceste di frutta e nastri colorati,
Per felicita-a-rci.
«Ferme! Ferme!» gridò Miss Meadows. «È orribile. È spaventoso». E rivolse alle allieve un sorriso raggiante. «Che cosa vi succede? Ma ragazze, pensate a quello che state cantando. Usate l’immaginazione. Cariche di fiori. Ceste di frutta e nastri colorati. E poi felicitarci». Miss Meadows interruppe per un attimo. «Avete un’aria troppo triste, ragazze. Questo bisogna cantarlo con calore, con allegria, con entusiasmo. Felicitarci. Ricominciamo. Veloci. Tutte insieme. Avanti!». E questa volta la voce di Miss Meadows si levò sopra le altre – piena, profonda, vibrante di sentimento.

 (K. Mansfield, Lezione di canto, in Tutti i racconti, trad. di C. Campo, Adelphi, Milano 1993)

ascolto e sorrido, sussulto e provo gioia, ma che invenzione la parola.

giovedì 5 ottobre 2017

E il furore cominciò a fermentare

I randagi, i questuanti, adesso erano emigranti. Le famiglie che erano vissute in un piccolo podere, che erano vissute e morte in quaranta acri di terra, che si erano nutrite o avevano patito la fame con il raccolto di quaranta acri, adesso avevano tutto lo sconfinato Ovest per peregrinare. E sciamavano in cerca di lavoro; e le strade erano fiumi di gente, e i fossi lungo le alzaie erano file di gente. E altra gente arrivava dietro di loro. Le grandi arterie pullulavano di gente che emigrava. Nel Middlewest e nel Southwest era vissuta una semplice schiatta di contadini che non erano cambiati con l’industria, che non avevano mai lavorato la terra con le macchine e non conoscevano il potere e il pericolo delle macchine in mani private. Non erano cresciuti nei paradossi dell’industria. I loro sensi non erano ancora ottenebrati dalle incongruenze della vita industriale. 
Ma all’improvviso le macchine li scacciarono, e si ritrovarono a dover sciamare lungo le strade. La vita randagia li cambiò; le grandi arterie, i bivacchi lungo la strada, la paura della fame e la fame stessa li cambiarono. I figli affamati li cambiarono, l’interminabile vagare li cambiò. Erano emigranti. E l’ostilità li cambiò, li saldò, li unì; l’ostilità che induceva i centri abitati a raggrupparsi e a equipaggiarsi come per respingere un invasore, manipoli armati di manici di piccone, garzoni e bottegai armati di fucili, per difendere il mondo contro gente del loro stesso sangue. 
Nell’Ovest si diffuse il panico di fronte al moltiplicarsi degli emigranti sulle strade. Uomini che avevano proprietà temettero per le loro proprietà. Uomini che non avevano mai conosciuto la fame videro gli occhi degli affamati. Uomini che non avevano mai desiderato niente videro la vampa del desiderio negli occhi degli emigranti. E gli uomini delle città e quelli dei ricchi sobborghi agrari si allearono per difendersi a vicenda; e si convinsero a vicenda che loro erano buoni e che gli invasori erano cattivi, come fa ogni uomo prima di andare a combatterne un altro. Dicevano: Quei maledetti Okie sono sporchi e ignoranti. Sono maniaci sessuali, sono degenerati. Quei maledetti Okie sono ladri. Rubano qualsiasi cosa. Non hanno il senso della proprietà. E su quest’ultima cosa avevano ragione, perché come può un uomo senza proprietà conoscere l’ansia della proprietà? 
E i difensori dissero: Sono sporchi, portano malattie. Non possiamo lasciarli entrare nelle scuole. Sono stranieri. Ti piacerebbe veder uscire tua sorella con uno di quelli? 
Gli indigeni si suggestionarono fino a crearsi una corazza di crudeltà. Formarono drappelli, squadre, e li armarono: li armarono di manici di piccone, di fucili, di gas. Il paese è nostro. Non possiamo lasciare che questi Okie facciano i loro comodi. E gli uomini che venivano armati non possedevano la terra ma pensavano di possederla. E i garzoni che di notte facevano la ronda non possedevano nulla, e i piccoli bottegai possedevano solo debiti. 
Ma anche un debito è qualcosa, e anche un salario è qualcosa. Il garzone pensava: Io prendo quindici centesimi a settimana; che faccio se un maledetto Okie si accontenta di dodici? E il piccolo bottegaio pensava: Come la reggo la concorrenza di uno che non ha debiti? E gli emigranti sciamavano per le contrade, e nei loro occhi c’era la fame, e nei loro occhi c’era il desiderio. Non avevano discorsi, non avevano criteri, non avevano altro che la loro quantità e il loro bisogno. Quando c’era lavoro per un uomo, dieci uomini lottavano per averlo – e la loro unica arma era il ribasso di paga. Se quello lavora per trenta centesimi, io ci sto per venticinque. 
Se quello lavora per venticinque centesimi, io ci sto per venti. 
No, pigliate me, ho fame. Lavoro per quindici centesimi. Lavoro per qualcosa da mangiare. I miei figli. Dovreste vederli. Gli sono spuntati dei cosi neri, pustole, e non riescono a muoversi. Gli ho dato della frutta che c’era per terra, e gli s’è gonfiata la pancia. Pigliate me. Lavoro per un pezzetto di carne. 
Ed era un affare, perché le paghe scesero e i prezzi rimasero alti. I grossi proprietari erano contenti e fecero distribuire altri volantini per far arrivare altra gente. E le paghe scesero e i prezzi rimasero alti. In attesa di tornare ai tempi della schiavitù. 
A quel punto i grossi proprietari e le imprese inventarono un nuovo metodo. Un grosso proprietario acquistava un conservificio, e quando le pesche e le pere erano mature, abbassava il prezzo della frutta sotto il costo di coltivazione. Così, in quanto proprietario del conservificio, pagava a se stesso un prezzo basso per la frutta e faceva profitti mantenendo alto il prezzo del prodotto in scatola. I piccoli coltivatori che non possedevano conservifici persero le loro fattorie, che vennero assorbite dai grossi proprietari, dalle banche e dalle imprese che possedevano anche i conservifici. Con l’andar del tempo le fattorie diventarono sempre meno. I piccoli coltivatori si trasferirono in città, giusto il tempo di sfruttare fino all’osso i risparmi, gli amici, i parenti. Poi finirono anche loro sulle grandi arterie. E le strade pullulavano di gente assetata di lavoro, pronta a tutto per il lavoro. 
E le imprese e le banche stavano scavandosi la fossa con le loro stesse mani, ma non se ne rendevano conto. I campi erano fecondi, e i contadini vagavano affamati sulle strade. I granai erano pieni, e i figli dei poveri crescevano rachitici, con il corpo cosparso di pustole di pellagra. Le grosse imprese non capivano che il confine tra fame e rabbia è un confine sottile. E i soldi che potevano servire per le paghe servivano per fucili e gas, per spie e liste nere, per addestrare e reprimere. Sulle grandi arterie gli uomini sciamavano come formiche, in cerca di lavoro, in cerca di cibo. E il furore cominciò a fermentare.

Furore, legge e commenta Alessandro Baricco su RAI 3.
e questo lo sa fare bene.
ascolto e sono rapita, come ho già avuto modo di scrivere, questo romanzo è un capolavoro.
ritrovo parole e personaggi, atmosfere e immagini mentali.
vedo la polvere, vedo le strade, vedo la gente, vedo la rabbia, sento il furore.
come scrive Aldo Grasso sul Corriere, questi reading, tutti, sono cerimonie laiche. 
e qui si celebra, con rito universale e di perdurante verità, la miseria umana del migrante, la schiavitù, la derelizione, la morte per fame, la passione di cristo. 
amen.

giovedì 11 dicembre 2014

la bontà è anche nelle mani

L'immagine della bontà è spesso collegata a un rapporto amichevole e confidenziale con le cose, a una rispettosa familiarità con gli oggetti, a un'attenta e sapiente capacità di maneggiarli con abilità, ma anche con cura e riguardo. La gentilezza rivolta alle persone, agli animali, alle piante si estende, spontaneamente, alle cose, al bicchiere in cui si infila il fiore; la bontà è anche nelle mani, nel modo in cui si tendono verso altre o prendono un portacenere dal tavolo. L'attenzione, è stato detto, è una forma di preghiera, il riconoscimento della realtà oggettiva, di un ordine, di confini; un modo di guardare al di là e al di sopra del proprio Io, di sapere che nessuno è satrapo tirannico e capriccioso del mondo né può devastarlo a suo arbitrio, come ci accade in quei penosi e impotenti scatti di collera in cui, non potendo distruggere noi stessi, gli altri o l'universo, facciamo a pezzi il primo oggetto che ci viene a tiro.
C'è una robusta bontà delle mani, proprio di chi bada all'altro e non si concentra sterilmente solo sulle proprie smanie; assomiglia all'infanzia, la cui fantasia si accende per un sasso o per una scatola di fiammiferi vuota, e assomiglia soprattutto all'arte, che non esiste senza questa sensuale, curiosa e scrupolosa passione per la concretezza fisica e sensibile dei particolari, per le forme, i colori, gli odori, per una superficie liscia o spigolosa, per la rivelazione che può venire dall'orlo della risacca o dal bottone fuori posto di una giacca.

Claudio Magris, L'infinito Viaggiare.

su questo libro, tra l'altro, c'è una dedica di mio padre, del 2005.
a Natale regalava solo libri, con dedica. tutti, ed erano molti, con la dedica.
tutti, parenti e amici, aspettavano il libro con dedica di mio padre.
alcuni li comprava alla libreria Bocca, Galleria Vittorio Emanuele, che ancora esiste.
e io, da una certa età in poi, facevo i pacchetti. precisa (noiosa).
c'è già della confusione in quel che scrive, in un riferimento alle mie letture mi confonde con mio fratello, ma lo stile, in generale, è inconfondibile: "graditissimo un parere".
allora non gliel'ho dato, potrei farlo adesso.
forse l'ho letto per questo.
buon Natale.

martedì 26 agosto 2014

brevi note a margine: quando proprio non capisco

intanto a Milano ho passato il mio ultimo fine settimana di vacanza in pace con i miei provati sensi.
finalmente calore, tepore, luce, bicicletta, finestre aperte, aria tersa quasi settembrina (in compenso ieri e oggi: autunno!)  
la montagna, d'estate, è contro natura. e nessuno potrà mai convincermi del contrario (anche d'inverno lo è ma qui è più difficile trovare le argomentazioni giuste senza magari, che so, sembrare un filo fanatica e stupida, quindi lo penso ma non lo dico).
detto questo per me vacanza è, sopra ogni cosa, lettura, ma non di libri, che divoro -letti e ascoltati- già abbondantemente durante tutto l'anno, ma del giornale. il Corriere della Sera  lo leggo tutto e tutti i giorni, compresi tutti gli inserti, La lettura e Sette i miei favoriti. lo leggo in spiaggia, godimento divino, e anche a Ortisei sotto la coperta mentre fuori grandina, unico elemento che mi rende sopportabile l'agonia della giornata altoatesina.
come comincio a lavorare non lo leggo più. la giornata non me lo consente o, forse, meglio essere sinceri, non me lo consento. una perdita incommensurabile e un ineluttabile re-inabissamento nella mia grigia ignoranza delle cose del mondo. vedi a lavorare...che danni...!?
quel che noto a margine oggi, sono gli articoli, per lo più leggeri e dicostume, di Maria Laura Rodotà.
giornalista del Corriere, si trovano, nel mese di agosto, suoi trafiletti sul quotidiano, ieri anche un articolo già in prima pagina sull'identificazione in personaggi di telefilm americani, e alcune rubriche fisse su Io Donna e su Sette, in particolare. quivi tiene una rubrica "del cuore" -D'Amore e di Altri Disastri-, ma con tono diciamo spigliato, brillante, brillantissimo, neologismi, modernismi, Gran Bastardi, e Vere Depresse, riferimenti cool, linguaggio easy, molto quotato e molto all'ultima moda verbale, molto trendy, all'uso giovanile ma non solo, all'uso internettiano delle nuove relazioni mondane.
insomma, per dirla in breve, un linguaggio che io non capisco.
tipo:
Terapia consigliata. La verità sulla cinquantenne femmina contemporanea, secondo me, più che nelle tue disinvolte considerazioni sul turismo sessuale (che può essere sia patetico sia rischioso) è in una tua parentesi: Detta cinquantenne “qualche volta cerca di fidanzarsi, ma questa è davvero un’altra storia”. In effetti. Trattasi di generazione avventurosa – la seconda e l’ultima che si è potuta permettere, socialmente e finanziariamente, di esserlo – e con gli umarells non si trova. Il che non impedisce di restare amici, o di restare sposati, spesso. 
boh. ma non capisco bene quel che dice e scrive, anche a rileggerla una seconda volta, in risposta alle lettere che riceve. capisco di più, ma non sempre!, negli articoli singoli, brevi e concisi, ma mi perdo senza meta quando recluta quel quel tono di spirito all'ultimo respiro, alla battuta pronta, all'allusione virtuale, alla dimensione relazionale on demand di comevailmondotrauominiedonnemanonsolo.
sono tagliata "fuori". sono ferma a un piccolo mondo antico, la velocità e l'allusività modernista di certo linguaggio mi aliena e mi svuota lasciandomi interdetta. perchè non capisco?
oibò (direbbe lei). oppure vabbè. oppure, fate voi. 

lunedì 14 ottobre 2013

Chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna? (V.Woolf)

è finita.
anche questa volta è finita.
Sense and Sensibility.
titolo infinitamente più bello, sotto ogni punto di vista, di Ragione e Sentimento.
ovviamente, Jane Austen.
"by a lady", semplicemente sulla copertina. da non credersi...
quanto meravigliosamente bene parlava di lei la mia cara carissima Virgina Woolf?
ed è vero, Jane è un vortice travolgente.
così scriveva la Woolf su Jane Austen:
Se una donna scriveva, doveva scrivere nel soggiorno comune. E per di più, come Florence Nightingale doveva lamentarsene con tanta veemenza: "le donne non hanno mai una mezz'ora ... che possono chiamare propria", veniva sempre interrotta. Era comunque più facile scrivere della prosa o un romanzo, di quanto non fosse scrivere della poesia o un dramma. È necessaria meno concentrazione. In questo modo scrisse Jane Austen fino alla fine dei suoi giorni. "Come riuscisse a fare tutto questo", scriveva suo nipote nella sua Memoir, "è sorprendente, perché ella non aveva uno studio separato in cui rifugiarsi, e la gran parte del lavoro deve essere stata fatta nel soggiorno comune, dove era soggetta ad ogni sorta di interruzione accidentale. Ella badava a che la sua occupazione non fosse sospettata né dalla servitù, né dai visitatori, né da qualsiasi altra persona al di fuori della sua famiglia". Jane Austen nascondeva i suoi manoscritti o li copriva con un pezzo di carta assorbente. Dunque tutta l'educazione letteraria che una donna riceveva nel primo Ottocento si limitava ad un'esercitazione nell'osservazione dei caratteri, nell'analisi delle emozioni. Per secoli la sua sensibilità era stata educata dall'influenza del soggiorno comune. Erano stati impressi in lei i sentimenti umani; i rapporti personali erano sempre davanti ai suoi occhi. Di conseguenza, quando la donna della classe media cominciò a scrivere, scrisse naturalmente dei romanzi.
...
Scrissero romanzi, tuttavia; e si potrebbe persino aggiungere, mi dicevo, prendendo Orgoglio e pregiudizio dallo scaffale, che scrissero bei romanzi. Senza vantarsi o addolorare l'altro sesso, si potrebbe dire che Orgoglio e pregiudizio è un bel libro. Ad ogni modo, non ci saremmo vergognate se ci avessero scoperte a scrivere Orgoglio e pregiudizio. Tuttavia Jane Austen era felice che un cardine cigolasse, così da poter nascondere il suo manoscritto prima che entrasse qualcuno. Per Jane Austen c'era qualcosa di sconveniente nel fatto di scrivere Orgoglio e pregiudizio. E mi chiedevo se Orgoglio e pregiudizio non sarebbe stato un romanzo migliore, se Jane Austen non avesse ritenuto necessario nascondere il manoscritto ai visitatori. Ne lessi una pagina o due per vedere; ma non c'era nessun segno che le circostanze avessero minimamente danneggiato il suo lavoro. Questo, forse, è stato il miracolo più grande. Ecco una donna che intorno al 1800 scriveva senza odio, senza amarezza, senza paura, senza proteste, senza prediche. Era così che scriveva Shakespeare, pensai, guardando Antonio e Cleopatra; e quando si mette a confronto Shakespeare con Jane Austen, si intende forse dire che le menti di entrambi avevano distrutto ogni ostacolo; ed è per questo che non conosciamo Jane Austen e non conosciamo Shakespeare, ed è per questo che Jane Austen pervade ogni parola che scrisse, e così anche Shakespeare. Se il modo in cui viveva fu per Jane Austen causa di qualche sofferenza, questa era dovuta alla limitatezza di vita che le era stata imposta. Era impossibile per una donna andare in giro da sola. Ella non viaggiò mai; non attraversò mai Londra in autobus, né pranzò mai da sola in un ristorante. Ma forse era nella natura di Jane Austen non desiderare quello che non aveva. Il suo talento e la sua condizione si accordavano perfettamente.

e ancora:
Ma quanto deve essere stato difficile per loro non voltarsi né a destra né a sinistra. Che genio, che integrità saranno occorsi di fronte a tutte quelle critiche, in quella società esclusivamente patriarcale, per poter affermare la realtà, così come le donne la vedevano, senza timore. Solo Jane Austen ci è riuscita; ed Emily Brontë. È un'altra piuma, forse la più bella, del loro cappello. Scrissero come scrivono le donne, non come scrivono gli uomini. Fra tutte le migliaia di donne che scrivevano allora romanzi, furono le sole ad ignorare completamente gli incessanti ammonimenti dell'eterno pedagogo: scrivi questo, pensa quello. Furono le sole a rimanere sorde a quella voce insistente, ora brontolante, ora condiscendente, ora tiranneggiante, ora accorata, ora scandalizzata, ora arrabbiata, ora confidenziale, quella voce che non riesce a lasciare in pace le donne, ma deve star loro dietro, come un'istitutrice troppo coscienziosa, scongiurandole di essere raffinate; ricorrendo persino, nella critica letteraria, alla critica del sesso; esortandole, se volessero essere brave e vincere, come suppongo, qualche trofeo luccicante, a mantenersi entro certi limiti convenienti: "... le scrittrici di romanzi dovrebbero aspirare all'eccellenza soltanto riconoscendo coraggiosamente le limitazioni del loro sesso".

come diceva Tomasi di Lampedusa : la Austen è uno dei pochi romanzieri che ha davvero creato un mondo.
e c'è da crederci, credetemi, un mondo cui vorresti appartenere.
l'ho letta stregata dalle vicende che crea, i personaggi che immagina, i sentimenti che mette in scena, il buon senso che troneggia sopra ogni cosa.
diciamolo, il personaggio di Elinor, una 19enne così sensata e equilibrata che nemmeno una donna di 50 anni con 30 di analisi alle spalle potrebbe venire fuori così, è vincente su tutti. Jane ci fa sapere che riflessività, equilibrio, saper fare e saper dire, educazione, controllo di sè, ragionevolezza sopra ogni cosa sono gli unici elementi che spianano la via verso la felicità. e verso la felicità sentimentale. Elinor è l'unica che, di fatto, sposerà chi ha sempre amato, soffrendo in silenzio e compostezza per umiliazioni e frustrazioni, sopportando con pazienza e capacità di attesa tutti i dubbi, allontanamenti e provocazioni. Elinor patisce ma non enfatizza, Elinor osserva e attende sempre il tempo giusto per parlare e intervenire o, nella maggior parte dei casi, si astiene, quando intelligentemente capisce che il parlare non porterà da nessuna parte se non all'esacerbazione di animi e conflitti. Elinor sa sempre cosa si deve fare. ecco forse, diciamo anche questo, Elinor non sbaglia mai. ma questo è il beneficio che le conferisce la sua creatrice, facile non sbagliare quando siamo scritti da qualcun altro!
ed Elinor sarà premiata dalla felicità suprema. il suo amore, fondato sull'equilibrio e sul bastare a se stessi, premiato dall'intelligenza, lo scrupolo, la riservatezza, sarà un luogo di scambio alla pari, sempre attento, mai oppressivo, mai tormentato dall'egoismo della propria passione.
la sorella, Marianne, al contrario animata da sentimenti sempre in mano, da eccessi temperamentali e risposte a volte inadatte, inadeguate, intempestive, non vedrà coronato il suo sogno coniugale; alla fine sposerà chi non ama ma solo rispetta, un uomo assai pregevole ma da lei sempre considerato vecchio e inadatto all'amore, giudizi da lei stessa espressi con veemenza ma scottanti e inopportuni, se viste poi alla fine del romanzo, quando è a lui che andrà in sposa.
è stato un viaggio fantastico, pieno di colpi di scena, attese e meraviglie, abissi e sconforti. un mondo ricchissimo e mai banale, un mondo di vita come la vita non è.
insomma è finita, sono rimasta sola per l'ennesima volta.
vivo meglio nei romanzi che nella realtà, non so la grande Jane cosa penserebbe di me, se mai lo sapesse.

mercoledì 9 gennaio 2013

storia di un corpo: che mi sia restituita la mia dirata, che le mie cellule rallentino.

li scrivo?
li scrivo.

"...mi è tornato in mente l'aneddoto di quell'escursionista caduto da una falesia. fa un passo falso, precipita nel vuoto. gli amici terrorizzati, continuano a urlare quando lui ha già smesso di avere paura.sostiene che il terrore l'ha abbandonato nell'istante in cui ha capito di essere spacciato. per tutta la vita si è ricordato di questa perdita della speranza come dell'esperienza stessa della beatitudine. alla fine l'hanno salvato i rami di un albero. la paura è tornata insieme alla speranza che qualcuno venisse a tirarlo fuori di lì."

"Bruno passa parte della mattinata con la lingua mollemente penzoloni. quandogli chiedo perchè, lui risponde serissimo: la lingua dentro si annoia, allora ogni tanto la porto fuori. il bambino percepisce ancora se stesso come un puzzle con tutti gli elementi sparpagliati. fa conoscenza dei pezzi che lo costituiscono come con amici occasionali.sa benissimo che si tratta della sua lingua, non ne dubita neppure un secondo, ma può ancora giocare a crederla estranea, a portarla fuori come si porta fuori il cane. lui e la sua lingua, ma anche il suo braccio, i suoi piedi o il suo cervello -chiacchiera molto con il suo cervello, ultimamente: state zitti che sto parlando al mio cervello-, tutti quei pezzi di se stesso che possono ancora incantarlo."

"...e io sfrego con il guanto, con il sapone, ogni volta stupito della densità di quei piccoli corpi, come se maneggiassi energia allo stato puro, tutta l'esistenza di due esistenze a venire fantasticamente racchiusa in quella carne infantile così compatta, sotto quella pelle così delicata: non saranno mai più così densi, nè i lineamenti del viso saranno mai più così netti, nè così bianco il bianco dei loro occhi, nè le orecchie così perfettamente disegnate, nè così compatta la grana della pelle. l'uomo nasce nell'iperrealismo per dilatarsi pian piano fino a un puntinismo alquanto approssimativo per poi disperdersi in una polvere di astrattismo."

"ho verificato. Bruno ha detto: vai a cagarti....e? stato Josè. chi è Josè? un amico di scuola. (...) vai a cagarti ha comunque un'altra dimensione rispetto a "stronzo" o "vaffanculo". l'imperativo del verso cagare coniugato in senso riflessivo pronominale è un'arma assassina. l'avversario ridotto all'escremento di se stesso al quale ordiniamo di defecarsi da solo, cosa si può dire di peggio?
...
Altro insulto ultra fisico del piccolo Josè: che ti muoiano le ossa."

(parla una psichiatra)
"in realtà, caro signore, quel che oggi la disturba di più è la sorpresa, lei è terrorizzatodalla novità di questi acufeni e dal timore della loro permanenza ma, conclude, nessuno vive in uno stato di stupore permanente.
...
come aveva preannunciato la psichiatra, sono passati tre mesi e mi sono abituato al mio acufene. la maggior parte delle nostre paure fisiche è come i nostri miasmi: li dimentichiamo quando il vento è passato. pascoliamo nel praticello del nostro trantran e ci immobilizziamo come cerbiatti senza via di scampo non appena il corpo parla. quando l'allarme  è passato, ce ne torniamo al pascolo con arie da predatori."

"quando hai tenuto per tutta la vita un diario del corpo, un'agonia non puoi certo negartela."

trascrivendo questi passi mi sembrano meno significativi di quando li ho letti.
probabilmente isolati perdono il senso che acquisiscono nella completezza del discorso.
è spesso così, no?
posso certamente dire che il libro è abbastanza fedele a se stesso, al suo intento. ci sono poche tracce, se non necessarie, di tipo narrativo, ci sono pochi accenni ad anima e psiche, ma è anche vero che certamente emergono i sentimenti. allora non si può parlare di corpo, di corpo vivo, di corpo nel mondo, senza separarlo dall'affettività?
il corpo è il veicolo della nostra presenza, è il veicolo della nostra affettività e della sua espressione (voce, cuore, occhi, orecchie, mimica , batticuori, orgasmi e lacrime) e, quindi, la sua narrazione, la narrazione del corpo, non può che passare da un'esperienza affettiva.
forse devo chiarirmi le idee, e dico sciochezze.
di certo questo libro mi ha circoscritto.

venerdì 16 novembre 2012

leggere è amare

oggi a Milano è tempo di City Book, un'iniziativa del Comune che coinvolge per tre giorni moltissime location in città, decine di iniziative, di reading, di presentazioni, di dibattiti, di luoghi di discussioni in materia di libri letteratura e scrittura.
una cosa meravigliosa, almeno sulla carta.
la mia sfortuna vuole che in questo fine settimana sia impegnata in attività che mi impediranno di frequentare i luoghi di questa iniziativa, se non qualcosa oggi pomeriggio, di perdermi Galimberti che presenta il suo libro sulla crisi del sacro e Bergonzoni che legge in metropolitana testi da Joyce e Blake.
volendo si può passare in pasticceria da Gattullo e sentire parole tratte da libri di milanesi di adozione, come la Ortese e altri.
nisba, non posso.
ovviamente sanguino, ma cosa ci posso fare?
in più c'è Fotografica 12, la rassegna di dibattiti, forum e mostre organizzate dalla Canon. tutto sulla fotografia. 
nicht.
un martirio.

domenica alla sala Buzzati c'è anche una festa di compleanno: una anno dalla nascita de "la lettura" questo strepitoso inserto del Corriere della Sera, un lavoro di cultura, di aggiornamento, di approfondimento e ricerca che mi avvince ogni domenica con temi e proposte sempre nuovi. non ci posso andare.
però metto qui, nel mio angolino, un articolo di Ferruccio de Bortoli, uscito domenica scorsa su "la lettura", che mi è piaciuto tanto. 
leggere è amare.
leggere è vivere.


Leggere è amare
Uno squarcio di libertà nelle nostre giornate ci fa uscire dalle solitudini di un mondo interconnesso


Leggevo, e non potrei cominciare questo articolo con un verbo diverso, che quella degli hikikomori, giovani giapponesi che si chiudono in una stanza e decidono di non uscirne più, è la patologia più insidiosa della multimedialità. Non la sola e non limitata a Tokyo e dintorni. La Rete, il computer, i videogiochi, il resto non esiste per questi nuovi reclusi sociali, la cui esistenza si annulla in uno scorrere insistente di immagini che comprime personalità fragili nell’involucro di avatar anonimi. «Il mio corpo andava sempre più indebolendosi e deformandosi — racconta il protagonista de Il Banco vuoto di Antonio Piotti (Franco Angeli) — fino a espandersi in una massa grassa e sporca, ignobile caricatura di ciò che avrei voluto essere». Non sono stati gli psicofarmaci la cura, no, bensì la presenza rassicurante di medici, genitori e amici, capaci di restituire senso alle parole e significato ai sentimenti. Il respiro intenso di una buona lettura, lo sguardo interiore sia sul mondo del teatro sia su quello della musica. Il sapore anche amaro della realtà contro il dolciastro zucchero filato di una vita artefatta intrappolata nella Rete.
Quando, un anno fa, lanciammo «la Lettura», mi capitò tra le mani un libretto di Giuseppe Pontiggia — Leggere (Lucini editore) — illuminante, come lo sono del resto i testi dell’indimenticato Peppo. L’autore raccontava di aver partecipato a un convegno dal titolo «Il tempo e il libro», scoprendo soltanto all’ultimo di essersi preparato, vittima delle assonanze e della distrazione, su un altro tema: «Il tempo libero». Non così distante, però. L’etimologia non giustificava la sovrapposizione fra «libro» e «libero», ma la convergenza era irresistibile, mediata da una terza parola: «tempo». Pontiggia non buttò via la sua relazione. La adattò insistendo sul legame indissolubile fra libro e libertà, citando Seneca che, nelle Lettere a Lucilio, parla del tempo come dell’unico bene che ci appartiene veramente. E il tempo che dedichiamo alla lettura è forse, nello spazio di una giornata, lo squarcio di libertà di cui siamo unici titolari. Non lo condividiamo con nessuno, ma lo facciamo idealmente insieme agli altri, come accadeva nell’antica Grecia, quando un testo veniva letto ad alta voce. «Dobbiamo difendere — scriveva Pontiggia — la lettura come esperienza che non coltiva l’ideale della rapidità, ma della ricchezza, della profondità, della durata. Una lettura concentrata, amante degli indugi, dei ritorni su di sé, aperta più che alle scorciatoie, ai cambiamenti di andatura che assecondano i ritmi alterni della mente». Sono parole straordinarie che descrivono, meglio di tante altre, la bellezza del leggere, l’attività umana più inebriante e ricca. Forse la più sedentaria, ma quella nella quale la mente corre con il coraggio di un eroe mitologico o la temerarietà di Baumgartner che supera il muro del suono in caduta libera. La lettura richiede impegno, sacrificio, costanza, ma non va vissuta come una costrizione o un obbligo. Se un testo non piace lo si può abbandonare senza colpa. Non salva nessuno, non redime nessuno, ma ci dà l’emozione di viaggiare nel tempo, di essere contemporaneamente in più luoghi. Ammette le distrazioni, la poligamia letteraria. Perdona i tradimenti quando abbiamo voglia di passare da un autore all’altro o da un genere all’altro per riposarci, ritemprarci, divertirci. Ma soprattutto ci fa uscire dall’anonimato e dalla massa, dai recinti dei nuovi reclusi, dalle solitudini di un mondo interconnesso, ma composto da molecole che non comunicano tra loro. Non importa il mezzo, il libro o il giornale di carta, il web o l’e-reader. Conta lo spirito. Contiamo noi, come individui e le collettività che rappresentiamo. La lettura misura il nostro grado di civiltà. Nel discorso preliminare all’Enciclopedia, d’Alembert scriveva che «le idee che si acquistano con la lettura (…) sono il germe di quasi tutte le scoperte, è come aria viva che si respira senza accorgersene, e che è necessaria per la vita». E il ragazzo del Banco vuoto non potrà che convenirne.
In un simpatico volumetto dal titolo Libroterapia (Salani), più adatto a un prontuario farmaceutico che a un catalogo editoriale, Miro Silvera spiega conmaestria come la lettura possa curare l’anima. In una delle tante immagini, c’è un Tiziano Terzani, rigorosamente vestito di bianco, intento a leggere nel salotto della sua casa, presumo a Orsigna, in Toscana. Terzani aveva bisogno di silenzio per leggere, faticava a trovare la concentrazione. Gli ambienti affollati lo disturbavano. Ricordo un colloquio con lui in un locale milanese che aveva prenotato lasciandosi ingannare dall’insegna orientale, salvo poi scoprire con disappunto che tutto era falso, a cominciare dal tè. Vero, maledettamente vero solo il brusio, il rumore scomposto degli avventori. «Come potrai mai concentrarti o leggere in un simile caos?», mi chiese. «Ci riesco benissimo, sono abituato». «Io proprio no». Il Terzani terapeutico, ricordato da Silvera, è quello di Un altro giro di giostra (Longanesi), in cui parla della malattia e della bellezza senza tempo della lettura solitaria nel suo eremo, dal quale comunicava con il mondo attraverso il nickname Nemo Nessuni. Il medico migliore è dentro di noi, forse non farà guarire il tuo fisico, ma libererà la tua mente, dandoti la sottile ebbrezza dell’immortalità. Tiziano mi regalò un piccolo fossile che mi è stato purtroppo rubato. Disse: «Lo devi stringere nel tuo pugno e pensare che non vi sia alcuna differenza fra te e lui». Al ladro non ho potuto trasmettere le istruzioni di Tiziano.

La lettura può far bene. Giusto. E anche molto male. Una medicina sbagliata o in dosi errate uccide il paziente. La lettura senza selezione e prudenza, tipica dello sfoglio disordinato e bulimico della Rete, può generare false credenze, alimentare miti pericolosi, cementare gli odii peggiori. Si dirà che accade anche con i libri. È vero e a lungo si è discusso se fosse giusto o no pubblicare tutto, anche il Mein Kampf di Hitler o i falsi Protocolli dei Savi anziani di Sion. Nell’era della multimedialità e del facile accesso a testi di consultazione aperta, il problema non si pone: tutto circola, in un modo o nell’altro. Resta il tema della libertà consapevole del lettore chemai deve essere ridotto a un automa dalla facile e acritica indigestione di testi, falsi e semilavorati di impronta violenta, razzista e antisemita. La Rete ne è ingombra. Il rischio non solo esiste, è addirittura ingigantito. Il lettore può essere affascinato e traviato dai libri, come madame Bovary, ossessionato e rapito come don Chisciotte: è un’osservazione che fa Corrado Augias nel suo Leggere (Mondadori). Il lettore ha i suoi amori, le sue preferenze e le sue manie. Ma resta intimamente se stesso. Quando viene posseduto da testi con verità manipolate, falsi clamorosi, intrisi di violenza e odii, è prigioniero obnubilato. Un recluso della peggiore letteratura o della meno consigliabile saggistica. Un alieno che ha perduto senso della realtà e spirito critico.

«Sappiate scrivere, non leggere, non importa», diceva con aria provocatoria Andrea Zanzotto. Di fatto, siamo un popolo di scrittori mancati, di poeti misconosciuti e di grafomani impenitenti. Ma l’aspirazione a essere grandi lettori è meno diffusa. Nessuno si è mai presentato dame dicendo: «Sono un lettore professionale, non scrivo perché ho ancora tanto da leggere». No, accade il contrario. Tutti hanno un manoscritto, o meglio una chiavetta Usb, con il romanzo della loro vita. La lettura è spesso distratta, superficiale. Nell’era dei social network si ha la presunzione di capire un testo con uno sguardo al titolo, con un veloce scrollare della pagina elettronica, con un ricorso sempre più affannoso ai riassunti modesti e incompleti che un browser incolto ci propone in pochi secondi, in base a una selezione opinabile dai criteri sconosciuti. Ne siamo vittime tutti. Poco consapevoli dei rischi. Il linguista Federico Roncoroni propone invece questo adagio: «Legere necesse est, scribere non est necesse». Non è necessario scrivere, è necessario leggere. E farlo bene. Una buona lettura insegna a dar forma adeguata alle proprie idee, «a organizzare i pensieri in modo logico e consequenziale — dice Roncoroni — sia nella fase dell’elaborazione mentale sia in quella dell’esposizione orale e scritta, abitua a evitare salti concettuali e ridondanze, predispone a usare una lingua corretta, nell’ortografia, nelle concordanze morfologiche e nelle strutture sintattiche, e lessicalmente ricca e variata, scritta nel giusto registro — familiare, colloquiale, formale — a seconda di ciò che si vuole comunicare e a chi lo si vuol dire».

Una bella e dimenticata «Pubblicità progresso» di qualche anno fa, con il nobile intento di promuovere la parola scritta — e non in alternativa all’uso massiccio delle immagini —, mostrava due amici che si rivedevano dopo tanto tempo in una stazione ferroviaria. Abbracci, lacrime e parole spezzate, incomplete. Una grande emozione non trasmessa con le parole e soffocata dagli imbarazzi. Il silenzio è eloquente, ma la conversazione lo è di più. Purché si conoscano più di due parole in croce per trasmettere emozioni e sentimenti. Borges sosteneva che noi non siamo ciò che scriviamo, ma ciò che leggiamo. E la lettura non solo fa bene alla mente e allo spirito, rafforza le identità culturali e civili, protegge dalle sordità contemporanee e incoraggia la virtù dell’ascolto, ma assolve alla tutela di un tesoro nazionale del quale non abbiamo consapevolezza. Ci indigniamo e mobilitiamo (non come dovremmo) per gli sfregi costanti al patrimonio artistico e culturale del Paese, ma assistiamo con colpevole rassegnazione al degrado della nostra lingua, gettata, a volte con disprezzo, nella discarica della storia. «I libri e i giornali — dice ancora Roncoroni — possono arginare il tracollo dell’italiano, salvare per esempio il congiuntivo dall’invadenza dell’indicativo, rivalutare la funzione dei sinonimi per garantire la varietà e la precisione lessicale e almeno rallentare l’ingresso a valanga di inutili parole straniere». Di tutto questo siamo responsabili anche noi. Ma qualche ravvedimento operoso ci va almeno riconosciuto.

Ferruccio de Bortoli

 

martedì 30 ottobre 2012

cecità

ho letto Cecità, di Saramago.

l'ho ascoltato in audiolibro letto da Sergio Rubini.
qualcuno mi ha fatto notare che così non era valido.
che una delle caratteristiche del libro era proprio la scrittura -sembra una banalità ma non lo è- e che, quindi, la lettura di un altro non mi avrebbe fatto leggere il libro, ovvero intenderlo nella sua completezza,  ma solo ascoltare l'interpretazione di chi leggeva.
certo, mi sono detta, la soggettività, nella vita, è tutto.
in questo caso la mia, quella di chi legge il testo per me, quella di chi ha scritto il libro e, non ultima, quella di chi mi ha fatto notare questo aspetto: la lettura non è come la scrittura.
l'osservazione del mio collega, psichiatra (al quale le scrittura in questione non è piaciuta affatto) mi ha messo curiosità. in verità, quasi sempre, se posso, mi procuro il libro che mi viene letto, per lo meno i grandi libri. Moby Dick, Guerra e Pace, L'opera al nero e anche Cecità, li ho avuti tutti sottomano, per mio diletto e per completezza, appunto. la scrittura di cecità in effetti produce un effetto molto particolare. mentre per i classici di Tolstoj e di Melville, la scrittura aveva un impianto classico, narrativo, drammatico e, quindi, adatto a una lettura ad alta voce senza particolari stravolgimenti, in Cecità di Saramago la scrittura è densa. è diversa. ha una punteggiatura alternante, a volte assente, a volte bizzarra. i periodi sono molto lunghi, a volte infiniti. non ci sono virgolette nè due punti.i discorsi dei personaggi vengono inagurati da semplici maiuscole. come ad improntare un discorso che non finisce mai. i personaggi non hanno un nome proprio, solo delle definizioni che li caratterizzano. Rubini riesce a dare l'idea della concitazione di alcuni paragrafi, e devo dire che, anche senza saperlo, capivo che la scrittura era irruente, era senza fiato, senza sosta, era drammatica ma a tratti tragica.
il libro è immenso secondo me.
è un viaggio nell'angoscia del corpo. un corpo senza occhi sembra trasformarsi in un corpo senza anima. il corpo diventa corpo e basta, corpo che urina che defeca che si sporca che puzza che viene abusato e diviene abusante. un corpo che ha FAME. questo nostro corpo, al quale, se stiamo bene, facciamo perfettamente coincidere la nostra soggettività, si stacca irreparabilmente da noi, dal nostro sè, ci divemta estreneo ed ostile, quando sta male, quando è perduto, quando chiede qualcosa che non possiamo più dare. è una riflessione potentissima sulla cecità che alberga in noi, anche quando e se vediamo, la cecità di chi non sa vedere la propria esistenza, la propria soggettività, la propria identità.
ci portiamo appresso corpo e anima, per lo più senza conoscerli veramente mai.
e come ci viene tolta una facoltà che consideriamo ovvia, anzi nemmeno la consideriamo, la inglobiamo in noi come scontata, improvvisamente ci troviamo completamente nudi ignari ignoranti inconsapevoli di noi stessi e degli altri.
la riflessione del mio collega sembra incredibilmente attinente al libro. ascolti ma non sai di cosa ti stai occupando, sei affetta da una forma di cecità. oltre alla lettura c'è altro, c'è oltre, c'è sempre qualcosa "altro". c'è sempre un enigma da capire. è poi tutto da definire se un enigma possa essere illuministicamente sempre risolto o rimanga per sempre irrisolto in noi, come un mistero oscuro che non si dipana mai.

Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono. La moglie del medico si alzò e andò alla finestra. Guardò giù, guardò la strada coperta di spazzatura, guardò le persone che gridavano e cantavano. Poi alzò il capo verso il cielo e vide tutto bianco, è arrivato il mio turno, pensò. La paura le fece abbassare immediatamente gli occhi. La città era ancora lì.

sabato 21 aprile 2012

Andrej Nikolaevič Bolkonskij

comunico ufficialmente il fidanzamento tra
il Principe Andrej Nikolaevič Bolkonskij e Natalija Rostova


ho aspettato a lungo questo momento e spero che non sia una fuggevolezza, un'illusione, un'inconsistenza.
perchè leggendo Guerra e Pace, o anche solo audioaleggendolo, si vive nella costante sensazione che nulla duri, niente persista, l'amore meno che mai, tutto è in mano al volere del signore o di chi per esso.
ho già visto sfumare fidanzamenti e matrimoni, patrimoni e avanzamenti di carriera. questo, la dissoluzione di questo amore, non potrei tollerarlo. 
anche se quell'infingardo di Lev Tolstoj già mi sta mandando segnali preoccupanti. come lui le chiede di sposarla già la poesia, così mi dice, è finita. lei si dispera per la sua partenza -dovranno attendere un anno prima di sposarsi per volere del bisbetico e indomabile padre di lui- ma già dopo due settimane è tornata gaia e fatua come sempre. la sorella di lui non approva, il padre non ne parliamo, il fratello e la madre di lei sono francamente perplessi. il noioso Pierre già rosica e si mostra infastidito dall'evento.
ahhh no eh, non fatemi saldare il sodalizio!! Andrej è il pricipe dei miei sogni, e Nataša è una bimba, sedici anni, allegra spensierata inconsapevole e giuliva come non si può sperare di meglio.
certo, a pensarci, le figure femminili di questo libro sono un disastro. un'autentica giostra di vacue vanità. le donne sono inconsistemti, o al massimo arriviste. se sono devote, lo sono al signore. se anche tengono discorsi di carattere sociale e sono note in società per la loro avvenenza e fluidità di eloquio...fingono! e prima o poi cadono nel ridicolo.
il marito, un marito qualunque,  guarda la sua sposa e pensa: sei la solita femmina inconsistente e infantile, fatta di pizzi e merletti, fragile come un cristallo.
la moglie, una moglie qualunque, corrisponde allo sguardo del coniuge e medita: sei il solito maschio rozzo e inconsapevole del senso della vita.
la felicità coniugale, come poi lo stesso cinico e realista Lev saprà magistralmente elaborare in un altro libro di insperata bellezza "La felicità domestica", è un inganno, un'illusione della durata di uno sguardo. tutto lascia il posto alla noia, alla consuetudine, all'abitudine della convivenza e delle convenienze.


vitto-lf.deviantart.com


non importa finchè posso ci credo, Andrej è bellissimo -nessuno lo ha scritto ma per me è così- , elegante in uniforme bianca, a tratti triste e disperato, ha toccato la morte ed è risorto, ha fatto la guerra e ora vive in una pace apparente, ha combattuto le sue guerre, a cavallo con la bandiera in mano e con la sua natura, ha agognato la gloria per poi rinnegarla, è riflessivo e corruciato, asciutto ed essenziale, è un maschio. il maschio.

martedì 31 gennaio 2012

io sono un sognatore; ho vissuto così poco la vita reale che attimi come questi non posso non ripeterli nei sogni. vi sognerò per tutta la notte, per tutta la settimana, per tutto l'anno.

 by paintavatorka - deviant art

"Era una notte incantevole, una di quelle notti che ci sono solo se si è giovani, gentile lettore.
Il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo così potessero vivere uomini irascibili ed irosi."

qui è Fëdor Dostoevskij che parla.
ne le "Notti Bianche".
mi legge Fabrizio Bentivoglio.
(non male come narratore, intenso ed estatico allo stesso tempo, quest'interprete moderno).
questo libro, vi dico, sarà un'incursione nella vostra vita.
veloce ma incisiva.
sarà un'intromissione nei sogni di un sognatore, in un sogno che per un breve attimo sembrerà avere le sembianze della realtà ma drasticamente, drammaticamente, tornerà alla sua dimensione dell'inganno.
il sogno che il nostro eroe ci racconterà alla fine di questo breve estratto che vi propongo, il sogno d'amore, sarà l'anticipazione e l'antitesi della realtà: se il sogno è foriero di felicità, la realtà, al contrario, sarà una delusione senza speranza.
questa nostra realtà senza pietà, senza garanzia, senza regola, è pur sempre, gentile lettore,  un surrogato indesiderabile rispetto alla dimensione senza confini e senza colpa dell'immaginazione.
la consistenza del vissuto è di valore infinitamente inferiore alla trama sottile del volo onirico.
quanta più libertà c'è nel sogno, e quanta solitudine nella realtà.
Devotamente Vostro
Fëdor Dostoevskij

Nella mia giornata, Nasten'ka, esiste un'ora che io amo in modo particolare. E' l'ora in cui finiscono quasi tutti gli affari, gli impegni e i doveri, e tutti quanti si affrettano a casa per pranzare e per riposare, e qui, per strada, pensano ad altri argomenti allegri, come potrebbero passare la serata, la notte, e tutto il tempo libero che ancora loro rimane... A quell'ora anche il nostro eroe, permettetemi, Nasten'ka, di raccontare in terza persona, perché mi vergogno terribilmente a raccontarlo in prima persona, e così a quell'ora il nostro eroe, che non è rimasto inattivo, cammina dietro agli altri. Ma una strana sensazione di contentezza si nota sul suo volto, così pallido da sembrare leggermente avvizzito. Egli guarda immedesimato nel crepuscolo che si spegne lentamente sul freddo cielo di Pietroburgo. Quando io dico guarda, non dico la verità; egli non guarda, contempla senza rendersene conto, come se fosse stanco o occupato al tempo stesso con altri pensieri più interessanti, tanto da poter solo di sfuggita, quasi involontariamente, dedicare un po' di tempo a ciò che gli sta intorno. Egli è contento, perché fino a domani ha lasciato i tediosi "affari", e si sente come uno scolaro al quale è stato concesso di correre via dal banco verso i suoi giochi preferiti e le birichinate. Guardatelo in disparte, Nasten'ka: vi accorgerete subito che la sensazione di gioia ha già influito felicemente sui suoi nervi deboli e morbosamente sulla sua immaginazione eccitata.

Ecco che egli pensa a qualcosa... Credete che pensi al pranzo?

Alla serata di oggi? Che cosa guarda in questo modo? Guarda forse quel signore dall'aspetto rispettabile che in modo così pittoresco ha salutato con un inchino la signora passatagli accanto in una magnifica carrozza trainata da cavalli briosi? No, Nasten'ka, che cosa gli importa di queste inezie? Egli è già ricco, adesso, "della sua particolare" vita, come se si fosse arricchito improvvisamente, e gli ultimi raggi del sole al tramonto non risplendono invano così allegramente per lui e richiamano in quel cuore intiepidito un intero sciame di sensazioni. Ora egli si accorge appena di quella strada che prima colpiva la sua immaginazione con ogni suo più piccolo particolare. Ora la "dea fantasia" (se aveste letto Zukovskij, cara Nasten'ka) ha già tessuto con la sua mano capricciosa la propria trama d'oro e ha disfatto davanti a lui i ricami di una vita insolita e meravigliosa e, chissà, forse lo ha trasportato con quella mano capricciosa al settimo cielo di cristallo, sollevandolo dal massiccio marciapiede di granito, sul quale egli stava camminando.

Provate a fermarlo ora, a chiedergli improvvisamente dove si trovi, quali vie ho percorso. Egli certamente non si ricorderà di nulla, né dove sia andato, né dove si trovi ora e, arrossendo per il dispetto, certamente dirà una bugia qualunque, tanto per salvare la faccia. Ecco perché è trasalito così, e per poco non si è messo a gridare, guardandosi intorno con spavento, quando un'anziana signora molto rispettabile lo ha fermato in mezzo al marciapiede per chiedergli informazioni sulla strada smarrita.

Accigliato per la stizza, egli riprende il cammino, accorgendosi appena che più di un passante ha sorriso e si è voltato a guardarlo e che qualche bambina, dopo avergli ceduto timorosamente il passo, è scoppiata in una fragorosa risata vedendo il suo largo sorriso contemplativo e i movimenti delle sue mani. E intanto la stessa fantasia ha sollevato in un volo giocoso la signora anziana, i passanti curiosi, la ragazza ridente e i contadini che passano la serata nelle loro chiatte ancorate sulla Fontanka (immaginiamo che il nostro eroe a quell'ora sia passato di lì), ha intessuto giocosamente tutto e tutti nel suo canovaccio, come mosche in una ragnatela; arricchito da ciò che ha acquistato, quell'originale è già tornato nella sua tana consolante, si è seduto per pranzare, anzi ha già pranzato ed è ritornato in sé solo quando Matrëna, che lo serve, meditabonda e eternamente triste, ha portato via ogni cosa dalla tavola e gli ha portato la pipa, allora è tornato in sé e ha ricordato con stupore di aver già pranzato, non rendendosi conto del tutto di come lo abbia fatto. La stanza è invasa dal buio; nella sua anima regnano il vuoto e la tristezza; tutto il regno dei sogni intorno a lui è crollato senza lasciare traccia, senza rumori, senza chiasso, è svanito come una visione, ed egli stesso non ricorda che cosa ha sognato. Ma una sensazione oscura a poco a poco strugge e agita sempre più il suo petto, un desiderio nuovo, tentatore, pizzica e irrita la sua fantasia e impercettibilmente attira uno sciame di nuovi fantasmi. Nella piccola stanza regna il silenzio: la solitudine e la pigrizia accarezzano la sua immaginazione; essa si infiamma piano, e piano si mette a bollire, come l'acqua nella caffettiera della vecchia Matrëna che nella cucina accanto prepara placidamente il suo caffè. Ecco che l'immaginazione di lui già prorompe in nuovi bagliori, ecco che il libro, aperto senza scopo e a caso, cade dalle mani del mio sognatore che non è giunto nemmeno alla terza pagina. La sua immaginazione è di nuovo riacutizzata, risvegliata, e improvvisamente un nuovo mondo, una nuova e affascinante vita ardono davanti a lui in tutta la loro scintillante prospettiva. Un nuovo sogno, una felicità nuova, una nuova dose di raffinato e voluttuoso veleno! Oh, che importanza ha per lui la nostra vita reale! Secondo il suo sguardo corrotto, noi due, Nasten'ka, viviamo con tale lentezza, pigrizia, fiacchezza, siamo così insoddisfatti del nostro destino, siamo così annoiati dalla nostra vita! E, infatti, guardate come in realtà i nostri rapporti al primo sguardo possono apparire freddi, tristi, quasi ostili... 'Poveri!', pensa il mio sognatore. E non è strano che pensi così! Guardate questi magici fantasmi che si dispongono in modo tanto ammaliante e capriccioso in un ampio quadro così accattivante, animato, dove in primo piano si trova sempre lui, il nostro sognatore, con la sua preziosa persona. Guardate quante avventure diverse, che infinito sciame di sogni esaltanti. Forse chiederete che cosa egli sogni. Che senso ha chiederlo? Egli sogna tutto...: sogna della missione del poeta, all'inizio non riconosciuto, poi rinomato, sogna l'amicizia con Hoffmann, la notte di San Bartolomeo, Diana Vernon, il ruolo eroico di Ivan Vasil'evitch alla presa di Kazan', Clara Movray, Evia Dens, il concilio di sacerdoti con Hus davanti a loro, la resurrezione dei morti di Robert (ricordate quella musica?, ha l'odore del cimitero), Minna e Brenda, la battaglia presso Berezina, la lettura di un poema nella casa della contessa V.D., Danton, Cleopatra e i suoi amanti, la casetta a Kolomna, il suo angolino e, vicino, una cara creatura che sta ad ascoltarlo in una sera d'inverno con gli occhi e la piccola bocca aperti, come mi ascoltate ora voi, mio piccolo angioletto... No, Nasten'ka, a che cosa servirebbe a lui, a quel voluttuoso pigrone, questa vita che noi due desideriamo tanto? Egli pensa che sia una vita povera, misera, non immaginando che anche per lui forse suonerà una volta quella triste ora, quando per un giorno di quella misera vita avrebbe dato tutti i suoi anni di fantasticherie, e non li avrebbe dati in cambio di gioia e di felicità, e non avrebbe voluto nemmeno scegliere in quell'ora di tristezza, di pentimento e di libero dolore. Intanto quell'ora, quell'ora non è ancora giunta; egli non desidera nulla, essendo superiore ad ogni desiderio e possedendo tutto, perché è sazio, perché lui stesso è artefice della sua vita creandola ad ogni momento, a suo capriccio. E con quanta leggerezza, con quanta naturalezza si crea questo mondo fantastico e fiabesco! Sembra addirittura che la sua visione sia palpabile! In quel momento egli si sente in diritto di credere che tutta quella vita non sia un effetto dell'eccitazione, un miraggio, un inganno dell'immaginazione, ma qualcosa di vero, di reale, di esistente. Ditemi, Nasten'ka, perché in momenti simili gli manca il respiro? Per quale magia, per quale volontà sconosciuta il polso gli si accelera, sgorgano le lacrime dagli occhi del sognatore, bruciano quelle guance pallide e umide, e tutta la sua esistenza si riempie di una gioia irresistibile?

Perché intere notti insonni passano come un lampo in una sconfinata felicità e allegria, e quando con i rosei raggi l'aurora brilla alla finestra e l'alba illumina la stanza con la sua luce fantastica e incerta, come da noi a Pietroburgo, il nostro sognatore affaticato e sfinito si butta sul letto e si addormenta nelle ansie della sua estasi, che avverte nel suo spirito morbosamente sconvolto, e con tale dolore languido-dolce nel cuore? Sì, Nasten'ka, ti inganni, e credi involontariamente dall'esterno che una vera passione agiti la sua anima, credi che vi sia qualcosa di vivo e di tangibile in quei sogni immateriali.
E quale inganno! Ecco, ad esempio, l'amore ha invaso il suo petto, con tutta la sua inesauribile gioia, con tutti i suoi languidi tormenti... Guardatelo, solo, e vi convincerete! Credete forse, guardandolo, cara Nasten'ka, che egli non abbia mai conosciuto colei che ha tanto amato nel suo frenetico sognare? Non l'ha forse veduta solo tra i seducenti fantasmi e l'ha solo sognata, questa passione? Non hanno forse passato, mano nella mano, molti anni della loro vita, da soli, in due, respingendo tutto il mondo e unendo ognuno il proprio mondo, la propria vita con la vita dell'altro? Non è stata forse lei, a quell'ora tarda, al momento della separazione, ad abbandonarsi, singhiozzante e in preda all'angoscia, sul petto di lui, sorda alla tempesta che si scatenava sotto il cielo oscurato, sorda al vento che strappava e portava via lacrime dalle ciglia nere? Tutto ciò era stato forse un sogno, e anche quel giardino, triste, abbandonato e selvaggio, con sentieri ricoperti di muschio, solitario, cupo, dove avevano passeggiato così spesso in due, dove avevano sperato, si erano angosciati, dove si erano amati così a lungo e così teneramente? E quella strana casa degli avi, dove lei era vissuta tanto tempo triste e in solitudine con il vecchio e tetro marito, bilioso, che taceva sempre e che spaventava loro, che erano timidi come bambini e si nascondevano a vicenda il loro amore reciproco con timore e con malinconia? Come soffrivano, come erano spaventati, come innocente e puro era il loro amore e come (e va da sé, Nasten'ka) erano cattivi gli uomini! Oh, Dio mio, ma non l'aveva incontrato forse dopo qualche tempo, lontana dalle rive della sua patria, sotto un cielo straniero, meridionale, caldo, in una città eterna e meravigliosa, nello sfolgorio di un ballo, al suono della musica, in un palazzo (proprio in un palazzo) immerso in un mare di luci, su quel balcone, ricoperto dal mirto e dalle rose? E lei, dopo averlo riconosciuto, si tolse in fretta la sua maschera e sussurrò: "Sono libera", e, tremando, si gettò tra le sue braccia, dopo un grido di esultanza, si abbracciarono e in un attimo dimenticarono la sofferenza, la separazione, tutti i tormenti, la casa triste, il vecchio, il giardino cupo nella patria lontana, la banchina sulla quale, dopo l'ultimo bacio appassionato, lei si strappò con disperata sofferenza dal suo abbraccio pietrificato...