bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

Visualizzazione post con etichetta Alessandro Baricco. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Alessandro Baricco. Mostra tutti i post

giovedì 25 febbraio 2021

i migliori anni della nostra vita

una trasmissione lieve e meravigliosa.

il buon Baricco si circonda di meraviglie e ce le propone.

per me un mix angelico, un po' di letteratura, un po' di musica.

mezz'ora di trasmissione.

fantastico.

mi legge Fitzgerald, Tenera è la notte, libro che ho molto molto amato.

poi mi affida a un trio da sballo, al piano Gloria Campaner,  al violino il russo Sergej Krylov, al clarinetto Alessandro Carbonare. suonano un pezzo di George Gershwin che Carbonare riesce a trovare,  in un negozio di partiture antiche di New York, arrangiato da Robert Russell Bennett.

un brano che avvicina al paradiso, posso dire di esserci passata.


Alessandro Baricco
I migliori anni della nostra vita. Fitzgerald- Gershwin
Progetto Lingotto Musica

giovedì 5 ottobre 2017

E il furore cominciò a fermentare

I randagi, i questuanti, adesso erano emigranti. Le famiglie che erano vissute in un piccolo podere, che erano vissute e morte in quaranta acri di terra, che si erano nutrite o avevano patito la fame con il raccolto di quaranta acri, adesso avevano tutto lo sconfinato Ovest per peregrinare. E sciamavano in cerca di lavoro; e le strade erano fiumi di gente, e i fossi lungo le alzaie erano file di gente. E altra gente arrivava dietro di loro. Le grandi arterie pullulavano di gente che emigrava. Nel Middlewest e nel Southwest era vissuta una semplice schiatta di contadini che non erano cambiati con l’industria, che non avevano mai lavorato la terra con le macchine e non conoscevano il potere e il pericolo delle macchine in mani private. Non erano cresciuti nei paradossi dell’industria. I loro sensi non erano ancora ottenebrati dalle incongruenze della vita industriale. 
Ma all’improvviso le macchine li scacciarono, e si ritrovarono a dover sciamare lungo le strade. La vita randagia li cambiò; le grandi arterie, i bivacchi lungo la strada, la paura della fame e la fame stessa li cambiarono. I figli affamati li cambiarono, l’interminabile vagare li cambiò. Erano emigranti. E l’ostilità li cambiò, li saldò, li unì; l’ostilità che induceva i centri abitati a raggrupparsi e a equipaggiarsi come per respingere un invasore, manipoli armati di manici di piccone, garzoni e bottegai armati di fucili, per difendere il mondo contro gente del loro stesso sangue. 
Nell’Ovest si diffuse il panico di fronte al moltiplicarsi degli emigranti sulle strade. Uomini che avevano proprietà temettero per le loro proprietà. Uomini che non avevano mai conosciuto la fame videro gli occhi degli affamati. Uomini che non avevano mai desiderato niente videro la vampa del desiderio negli occhi degli emigranti. E gli uomini delle città e quelli dei ricchi sobborghi agrari si allearono per difendersi a vicenda; e si convinsero a vicenda che loro erano buoni e che gli invasori erano cattivi, come fa ogni uomo prima di andare a combatterne un altro. Dicevano: Quei maledetti Okie sono sporchi e ignoranti. Sono maniaci sessuali, sono degenerati. Quei maledetti Okie sono ladri. Rubano qualsiasi cosa. Non hanno il senso della proprietà. E su quest’ultima cosa avevano ragione, perché come può un uomo senza proprietà conoscere l’ansia della proprietà? 
E i difensori dissero: Sono sporchi, portano malattie. Non possiamo lasciarli entrare nelle scuole. Sono stranieri. Ti piacerebbe veder uscire tua sorella con uno di quelli? 
Gli indigeni si suggestionarono fino a crearsi una corazza di crudeltà. Formarono drappelli, squadre, e li armarono: li armarono di manici di piccone, di fucili, di gas. Il paese è nostro. Non possiamo lasciare che questi Okie facciano i loro comodi. E gli uomini che venivano armati non possedevano la terra ma pensavano di possederla. E i garzoni che di notte facevano la ronda non possedevano nulla, e i piccoli bottegai possedevano solo debiti. 
Ma anche un debito è qualcosa, e anche un salario è qualcosa. Il garzone pensava: Io prendo quindici centesimi a settimana; che faccio se un maledetto Okie si accontenta di dodici? E il piccolo bottegaio pensava: Come la reggo la concorrenza di uno che non ha debiti? E gli emigranti sciamavano per le contrade, e nei loro occhi c’era la fame, e nei loro occhi c’era il desiderio. Non avevano discorsi, non avevano criteri, non avevano altro che la loro quantità e il loro bisogno. Quando c’era lavoro per un uomo, dieci uomini lottavano per averlo – e la loro unica arma era il ribasso di paga. Se quello lavora per trenta centesimi, io ci sto per venticinque. 
Se quello lavora per venticinque centesimi, io ci sto per venti. 
No, pigliate me, ho fame. Lavoro per quindici centesimi. Lavoro per qualcosa da mangiare. I miei figli. Dovreste vederli. Gli sono spuntati dei cosi neri, pustole, e non riescono a muoversi. Gli ho dato della frutta che c’era per terra, e gli s’è gonfiata la pancia. Pigliate me. Lavoro per un pezzetto di carne. 
Ed era un affare, perché le paghe scesero e i prezzi rimasero alti. I grossi proprietari erano contenti e fecero distribuire altri volantini per far arrivare altra gente. E le paghe scesero e i prezzi rimasero alti. In attesa di tornare ai tempi della schiavitù. 
A quel punto i grossi proprietari e le imprese inventarono un nuovo metodo. Un grosso proprietario acquistava un conservificio, e quando le pesche e le pere erano mature, abbassava il prezzo della frutta sotto il costo di coltivazione. Così, in quanto proprietario del conservificio, pagava a se stesso un prezzo basso per la frutta e faceva profitti mantenendo alto il prezzo del prodotto in scatola. I piccoli coltivatori che non possedevano conservifici persero le loro fattorie, che vennero assorbite dai grossi proprietari, dalle banche e dalle imprese che possedevano anche i conservifici. Con l’andar del tempo le fattorie diventarono sempre meno. I piccoli coltivatori si trasferirono in città, giusto il tempo di sfruttare fino all’osso i risparmi, gli amici, i parenti. Poi finirono anche loro sulle grandi arterie. E le strade pullulavano di gente assetata di lavoro, pronta a tutto per il lavoro. 
E le imprese e le banche stavano scavandosi la fossa con le loro stesse mani, ma non se ne rendevano conto. I campi erano fecondi, e i contadini vagavano affamati sulle strade. I granai erano pieni, e i figli dei poveri crescevano rachitici, con il corpo cosparso di pustole di pellagra. Le grosse imprese non capivano che il confine tra fame e rabbia è un confine sottile. E i soldi che potevano servire per le paghe servivano per fucili e gas, per spie e liste nere, per addestrare e reprimere. Sulle grandi arterie gli uomini sciamavano come formiche, in cerca di lavoro, in cerca di cibo. E il furore cominciò a fermentare.

Furore, legge e commenta Alessandro Baricco su RAI 3.
e questo lo sa fare bene.
ascolto e sono rapita, come ho già avuto modo di scrivere, questo romanzo è un capolavoro.
ritrovo parole e personaggi, atmosfere e immagini mentali.
vedo la polvere, vedo le strade, vedo la gente, vedo la rabbia, sento il furore.
come scrive Aldo Grasso sul Corriere, questi reading, tutti, sono cerimonie laiche. 
e qui si celebra, con rito universale e di perdurante verità, la miseria umana del migrante, la schiavitù, la derelizione, la morte per fame, la passione di cristo. 
amen.

sabato 31 dicembre 2016

infine, Soie

era book City.
era novembre,
il 19.
ore 11.
in Triennale, una marea di gente, ragazze, in visibilio per Baricco.
dispiace ci sia ancora questa mania erotica giovanile che trasforma eventi culturali in fenomeni da stadio.
percepisco fastidio.
lo riproverò più tardi nel tentativo di avere una copia firmata, impossibile, veramente impossibile, almeno due ore di coda. ciao.
la vera star è Rebecca Dautremer che illustra Seta, del suddetto autore.
questa illustratrice ha qualcosa di misterioso, non è solare, è ambigua, a tratti spigolosa, nelle foto è spesso molto diversa tra un periodo e l'altro, capelli lunghi, poi corti, poi in carne, poi magra.
strana.
durante la conferenza parla, quasi solo lei, al solito Baricco fa quello che è passato di lì per caso, maglietta bianca e golf a scollo tondo. sembra quasi annoiato. chissà.
dice poche cose, anche lui come molti ormai, cita i figli e i sistemi giovanili di guerriglia familiare.
ad ogni modo mi interessa il risultato di questa strana accoppiata, pare fortemente voluta da due giovani ragazzi che, sulla base di un sogno ovvero che Seta avesse le illustrazioni della Dautremer, hanno fregato prima uno poi l'altra facendo credere prima a uno poi all'altra che lo mandava l'altro/a. si capisce?
a Baricco hanno detto mi manda la Dautremer che è d'accordo.
alla Dautremer hanno detto mi manda Baricco che è d'accordo.
geniali, tecniche di guerriglia familiare applicate all'editoria.
ecco il libro.
l'ho riletto in poche ore, Seta non è propriamente un romanzo, è un lungo singolare racconto.
ho speso più tempo sulle illustrazioni, a volte sorprendenti.
alcune sono riferite alle situazioni e ai personaggi, altre invece sottolinenano aspetto che non hanno a che vedere con la storia ma con alcune citazioni o definizioni di Baricco.
si vede Flaubert che tira le fila di Salammbò, citato nell'introduzione.
si vedono vignette che ritraggono, in diverse riprese, il viaggio di Hervé Joncour in Giappone.
si notano Sant'Agnese e anche le larve dei bachi che producano traiettorie chilometriche di seta.
ma
l'aspetto più sorprendente e magico sono le illustrazioni della Dautremer della pioggia.
un particolare che mi fa pensare che la Dautremer abbia capito.
e forse è ciò che ha fatto decidere a Baricco che questa impresa illustrativa del suo racconto gli andava bene, anzi benissimo.
come dice lui, forse "ha fatto anche meglio di me"-

di Hervé Joncour Baricco scrive: 
Era d'altronde uno di quegli uomini che amano assistere alla propria vita, ritenendo impropria qualsiasi ambizione a viverla. Si sarà notato che essi osservano il loro destino nel modo in cui, i più, sono soliti osservare una giornata di pioggia.

la Dautremer riporta tre illustrazioni sulla pioggia, all'inizio a metà narrazione e alla fine, come si trattasse del filo conduttore della storia, la pioggia come metafora della vita di Hervé Joncour.


un libro prezioso, come la storia delicata che racconta, come le immagini umide, bagnate ed erotiche, che la arricchiscono.

martedì 19 gennaio 2016

elencare i gelsi

infatti, mi diceva Baricco sabato sera rivedendo Totem su rai 5, quando più le parole sono precise, belle, esatte, più si fermano. sedimentano, incidono.
ma guarda, a pensarci, lo diceva ieri sera anche Recalcati al Parenti parlando di Edipo, il figlio, che le parole ci segnano, ci tatuano, sulla pelle, sul corpo, la lettera si insinua in noi, le parole si incidono come il fuoco.
le parole si incarnano.
bene, allora vale la pena ricordare quali parole ha scelto Baricco a proposito di quel gran genio di Gadda.
dalla Cognizione del dolore.
titolo magistrale, un capolavoro.
cognizione
non è sapienza, non è conoscenza, non è consapevolezza.
forse è una facoltà, una facoltà di conoscenza che si associa a un pensiero, a una riflessione.
sorprende che l'altro titolo del gran genio sia Quer pasticciaccio, sono diversi o sono uguali?, scaturiscono dalla stessa intuizione sul potere del linguaggio?

Nella stanchezza senza soccorso in cui il povero volto si dovette raccogliere tumefatto, come in un estremo ricupero della sua dignità, parve a tutti di leggere la parola terribile della morte e la sovrana coscienza della impossibilità di dire: Io. 
L'ausilio dell'arte medica, lenimento, pezzuole, dissimulò in parte l'orrore. Si udiva il residuo d'acqua e alcool delle pezzuole strizzate ricadere gocciolando in una bacinella. E alle stecche delle persiane già l'alba. Il gallo, improvvisamente la suscitò dai monti lontani, perentorio ed ignaro, come ogni volta. 
La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi nella solitudine della campagna apparita.

Baricco sa dire meglio di me, e queste faccende le sa fare davvero bene, e lo trovate su you tube.

accedere ed elencare i gelsi.

alle stecche delle persiane già l'alba.

parole di luce, la luce mi inonda, piano, inesorabile. e mi spiega, mi dispiega il mondo.

diamo il nome alle cose.

lunedì 14 settembre 2015

la sposa giovane

io non so perchè faccia così, proprio non lo so.
leggevo un articolo che demoliva Baricco e questa sua ultima creatura sostenendo che: Il ragazzo Baricco di suo sarebbe anche molto bravo, peccato che si applichi...Perché scrivi di sesso? chiede una donna che un tempo ha amato l’autore del libro. Perché è difficile, risponde l’autore del libro. È una risposta rivelatrice: Baricco, appunto, si applica. 
(http://www.wired.it/play/libri/2015/04/13/sposa-giovane-baricco-romanzo)
è un'osservazione intelligente, che condivido. 
c'è uno sforzo di Baricco, inutile anzi dannoso, che inquina la sua letteratura. Baricco mi piace immensamente ed è inarrivabile nelle sue imprese culturali, nelle lectio magistrali (come le 4 lezioni nel teatro Palladium di Roma), nel reading teatrale dell'Iliade (veramente uno spettacolo MEMORABILE), in L'amore è un dardo, Pickwick, del leggere e dello scrivere, Totem, Barnum, lo spettacolo Novecento (con Eugenio Allegri e la regia di Gabriele Vacis, strepitoso), gli articoli su la Repubblica e su Vanity Fair.
la scuola Holden. ci andrei, in una vita di riserva.
è bravo.
Oceano Mare per me è stata una rivelazione. è un libro magico, senza tempo, spiritoso e profondo.
altri libri (li ho letti forse non tutti ma quasi) mi sono piaciuti. altri veramente no.
non so perché faccia così ma anche quest'ultimo, la Sposa Giovane, nasce da una bella intuizione (peraltro del tutto paragonabile a quella di Oceano Mare) ma è uno sfracello di complicazioni, di deviazioni, di cose inutili, di eccessi, di dentro e di fuori passando dalla terza persona a un io narrante, entrando nella storia e poi uscendone. sono pavoneggiamenti inutili, a tratti fastidiosi, che fanno di un vero talento narrativo e speculativo una giravolta, un capitombolo, un atto narcisitico e una gran voglia di tirare uno schiaffo.
piantala, per favore, piantala, racconta a basta. 
a scuola non ci vengo più.

credo di si.
come lo sa?
non lo so. lo sento.
sentire è un po' poco, cara.
ma alle volte è tutto, signore

martedì 8 ottobre 2013

dimorare dentro una domanda

l'ho comprato attratta dall'idea che potesse essere un audiolibro.
mi sbagliavo, sono due cd.
si tratta di un ciclo di quattro letture tenute da Alessandro Baricco sul palco del teatro Palladium di Roma nel gennaio di quest'anno. La prima riguarda curiosamente, ma solo esplicativamente, Kate Moss, la modella diventata icona negli anni 90 dopo aver imposto un canone di bellezza che rompeva con il passato.
Baricco si impegna a voler dimostrare come i passaggi, nella vita civile, etica o estetica, artistica, musicale, sportiva o politica si verifichino spesso per "strappi" improvvisi apperentemente ingiutificabili. come il salto Fosbury, il salto dorsale che si impose nella disciplina del salto in alto dopo anni di salto ventrale.
il genio di uno ha modificato il corso imposto per lustri da altri, anonimi altri.
ma, al di là della trattazione in sè, che spazia da Kate Moss alla Callas fino a Le déjeuner sur l'herbe di Manet come esempi di strappi storici sull'idea dominante del bello fino a quel momento, quel che mi colpisce del discorso è poi il suo finale. come spesso, troppo spesso, mi accade, percepisco quando dietro a una persona c'è un'analista. o meglio, quando dentro a una persona c'è un'analisi. Baricco cita il suo, per gioco o sul serio, ma io tendo a credere che siamo più vicini al vero che alla citazione letteraria.
la conclusione del discorso di Baricco è che il sapere è dimorare dentro il paesaggio di una domanda. io direi dentro lo spazio di una domanda, ma anche paesaggio va bene. è la scelta adatta a uno scrittore.
sapere non è avere risposte, ognuno ha la sua e quella sua può variare nel tempo e scoprirsi meno vera di quel che ci sembrava, ma saper stare, muoversi, cercare, sperimentare nello spazio vasto e inesplorato che quella domanda ci pone. tutto parte da una domanda.
ogni analisi parte da una domanda, anche semplicemente: perchè sto così male?
e l'analisi non ti darà risposte, ti darà la possibilità di rettificare azioni comportamenti e reazioni per poter stare dentro una domanda sul proprio essere al mondo senza più soffrire.
ed è chiaro che analisi è sapere, anche il sapere di cui Baricco parla.


martedì 2 ottobre 2012

fran

Liverpool New York Liverpool Rio de Janeiro Boston Cork Lisbona Santiago del Cile Rio de Janeiro Antille New York Liverpool Boston Liverpool Amburgo New York Amburgo New York Genova Florida Rio de Janeiro Florida New York Genova Lisbona Rio de Janeiro Liverpool Rio de Janeiro Liverpool New York Cork Cherbourg Vancouver Cherbourg Cork Boston Liverpool Rio de Janeiro New York Liverpool Santiago del Cile New York Liverpool, Oceano, proprio in mezzo. E lì, a quel punto, cadde il quadro.
A me m'ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c'è una ragione. Perché proprio in quell'istante? Non si sa. Fran. Cos'è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C'ha un anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un'ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall'inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto fra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d'accordo, allora buona notte, notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto: fran. Non si capisce. È una di quelle cos che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli, un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando, in mezzo all'Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: "A New York, fra tre giorni, io scenderò da questa nave".
Ci rimasi secco.


Fran.


A un quadro mica puoi chiedere niente. Ma a Novecento sì. Lo lasciai in pace per un po' poi cominciai a sfinirlo, volevo capire perché, una ragione doveva pur esserci, uno non sta trentadue anni su una nave e poi un giorno d'improvviso se ne scende, come se niente fosse, senza nemmeno dire il perché al suo migliore amico, senza dirgli niente.

scrive Alessandro Baricco, il testo è Novecento, monologo di lettura teatrale.
se lo danno ancora da qualche parte (ma c'è anche in audiolibro), lo consiglio caldamente.
non il film di Tornatore, che non ha nulla ma nulla ma nulla a che fare con il testo di Baricco (possibilmente letto e recitato da Eugenio Allegri).


il fatto è che a casa mia sono caduti dei quadri.
quadri fissi immobili da almeno 15 anni.
fran.
prima uno, grande, in sala.
fran.
capita.
poi di nuovo lo stesso in sala.
fran.
ancora?
poi in camera da letto alle 4 del mattino. uno spavento e un casino mondiali.
fran.
ammetto, non l'ho presa bene, ho temuto che la casa vibrasse e venisse giù. notte insonne, inizio herpes.
poi ancora in sala, rompendone un secondo nella caduta, questa volta.
fran fran.

io non ce la posso fare. poi mi hanno ricordato del testo di Baricco, e ora va meglio.