bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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lunedì 18 giugno 2012

la felicità domestica

anche questo passaggio attraverso il romanzo, la creatività che costruisce un mondo a sè, è finito, e non nel migliore dei modi.
a parte la scomparsa del fulcro, della fiamma, del senso portante del romanzo, il principe Andrej, il discorso si chiude sulla noiosa dimostrazione da parte dell'autore della bontà della sua ipotesi sulla predestinazione delle azioni degli uomini. sembra ossessionato, Tolstoj, dalla necessità di dimostrare la pochezza di Napoleone, di distruggerne il mito, di ridurne la portata storica, di descriverlo come un omuncolo che solo per un caso insondabile dell'esistenza e dell'universo lo ha portato a muovere migliaia di uomini in giro per l'Europa. difficile da credere. 
ma soprattutto questa sua volontà ossessiva, ripetuta e ripetitiva,  annulla il valore del suo discorso. si sente, sottostante, una forma di ostilità mal celata, un'acredine personale, che lo rende poco obiettivo e poco credibile.
in più, mi tocca leggere di una Nataša ingrassata, spettinata, trascurata, possibilimente in pantofole e vestaglia che rincorre i bambni per casa sempre con un infante attaccato al suo seno. ma che tristezza santo cielo! una figura esile e aggraziata, dedita al canto e alle sue passioni per l'altro, trasformata dal matrimonio in una incubatrice, una donna sfatta, una governante direttiva, una moglie asfissiante e gelosa. 
e anche qui il nostro Lev tradisce la sua misoginia, e la sua convinzione - magari fondata?- della morte dell'amore in qualsiasi matrimonio, tema già affrontato in altri più semplici romanzi. 
a Nikolaj Rostov mette in bocca, parlando con la moglie Mar'ja, parole di agonia dell'amore, una sorta di epitaffio dell'innamoramento. 
«Ah, come sei buffa! Non si ha cara una persona perché è bella, ma è bella perché ci è cara. Solo Malvina e le altre del suo stampo sono amate perché sono belle; ma forse che io amo mia moglie? Non è che l'ami, ma così, non so come dirti. Senza di te, e quando ecco, tra noi c'è qualche malinteso, io mi sento come perduto e non sono più in grado di far nulla. Ma sì, forse amo il mio dito? No, che non lo amo, ma prova a tagliarmelo!»
il legame coniugale è un attaccamento, una dipendenza, un  prolungamento fisico, come il dito di una mano.
non lo ami ma non puoi farne a meno.

 

Nataša si era sposata al principio della primavera del 1813, e nel 1820 aveva già tre figlie e un figlio,che aveva molto desiderato e che ora allattava. Si era fatta florida e piena tanto che era difficile riconoscere in quella madre robusta l'esile e irrequieta Nataša di un tempo. I lineamenti della faccia si erano definiti e avevano un'espressione di tranquilla dolcezza e limpidezza. Sul suo volto non c'era più, come una volta,quella fiamma di animazione che ardeva senza posa e che costituiva il suo fascino. Sovente ora si vedevano solo il suo viso e il suo corpo, mentre non si vedeva affatto l'anima. Si vedeva unicamente una femmina forte, bella e feconda. Il fuoco di un tempo ormai si accendeva in lei molto di rado. Accadeva solo quando,come in questo caso, ritornava suo marito, quando un bambino guariva da una malattia o quando, insieme alla contessa Mar'ja, ricordava il principe Andrej (col marito non parlava mai di lui, supponendo che fosse geloso della memoria del principe Andrej), oppure, molto più di rado, quando qualcosa la riportavacasualmente al canto, che aveva completamente abbandonato dopo il matrimonio. E in quei rari momenti in cui il fuoco di un tempo si accendeva nel suo bel corpo, ora perfetto, era anche più affascinante di prima.Dal matrimonio Nataša era sempre vissuta con il marito a Mosca, a Pietroburgo e nella campagna nei dintorni di Mosca, o in casa della madre, cioè da Nikolaj. In società, la giovane contessa Bezuchov sifaceva vedere assai poco e quelli che l'avevano vista non ne erano entusiasti. Non era né aggraziata né amabile. Non che Nataša preferisse la solitudine (non sapeva neanche lei se le piacesse o no, le pareva anzidi no), ma tra le gravidanze, i parti, le poppate, la partecipazione intensa alla vita del marito, non poteva soddisfare tutte queste esigenze che rinunciando alla vita di società. Tutti coloro che avevano conosciuto Nataša prima del matrimonio si stupivano del cambiamento, davvero straordinario, avvenuto in lei.Soltanto la vecchia contessa, che con il suo intuito materno aveva sempre saputo che tutti gli slanci di Nataša erano originati solo dal bisogno di avere una famiglia, di avere un marito (come lei stessa, non tanto per scherzo quanto in un impeto di sincerità aveva dichiarato a Otradnoe), solo la madre dunque si stupiva dello stupore della gente che non capiva Nataša, e ripeteva di aver sempre saputo che Nataša sarebbe stata una moglie e una madre esemplare.«Il fatto è che lei spinge all'estremo il suo amore per il marito e per i figli,» diceva la contessa,«tanto che a questo livello la cosa diventa perfino stupida!» Nataša non seguiva quell'aurea massima professata dalle persone intelligenti e particolarmente dai francesi, secondo la quale una ragazza, sposandosi, non deve lasciarsi andare, non deve trascurare i propri talenti, deve invece aver cura del proprio aspetto ancora più che da ragazza, deve cercare di affascinare il marito come lo affascinava quando marito non era ancora. Nataša, invece, aveva abbandonato di colpo tutte le sue attrattive, fra le quali il canto spiccava in modo particolare. E lo aveva abbandonato proprio perché era una forte attrattiva. Nataša non si curava né delle proprie maniere né della delicatezza dei discorsi, né di mostrarsi a suo marito negli atteggiamenti più favorevoli, né della toilette, né di infastidire ilmarito con le sue pretese. Sentiva che quei mezzi di seduzione che l'istinto le aveva insegnato ad usareprima, ora sarebbero risultati solo ridicoli agli occhi del marito a cui si era data tutta sin dal primo momento, cioè con tutta l'anima, senza tenere per sé un solo cantuccio. Sentiva che il legame con lui non si basava su quei sentimenti poetici che lo avevano attratto verso di lei, ma su qualcosa d'altro, di nondefinibile, ma forte, come il legame della sua anima con il corpo.Farsi i boccoli, mettere le robes-randes e cantare romanze per affascinare suo marito le sarebbeparso altrettanto strano che abbellirsi per piacere a se stessa. Abbellirsi per piacere agli altri forse leavrebbe anche fatto piacere - non ne era proprio sicura - ma non ne aveva assolutamente il tempo. La ragione principale per cui non si dedicava né al canto, né alle toilettes, né si curava di riflettere su quantodiceva, era che non aveva assolutamente il tempo di occuparsi di queste cose.È noto che l'uomo ha la capacità di immergersi tutto in un oggetto, anche in quello che può sembrare il più insignificante. Ed è noto che non esiste un oggetto così insignificante che non si dilati fino all'infinito qualora vi si concentri l'attenzione.
L'oggetto che assorbiva completamente Nataša era la famiglia, ossia il marito, del quale bisognava occuparsi in modo che appartenesse completamente a lei, alla casa; e ai figli, che bisognava portare nelventre, partorire, allattare ed educare.
 E quanto più non con l'intelligenza ma con tutto il suo essere penetrava nell'oggetto che la occupava, tanto più questo oggetto si dilatava e tanto più deboli e insignificanti le apparivano le sue stesse forze, per cui le concentrava tutte sempre in quella direzione, e ciò nonostante non riusciva a fare tutto quello che le pareva necessario.Anche allora, esattamente come oggi, si discuteva e ragionava sui diritti delle donne, sui rapportifra i coniugi, sulla loro libertà e sui loro diritti, anche se allora non si chiamavano ancora questioni; ma erano problemi che non solo non interessavano Nataša, ma le riuscivano anche incomprensibili.
 Anche allora, come oggi, tali questioni esistevano soltanto per quelle persone che nel matrimonio vedono unicamente il piacere che i coniugi si danno l'un l'altro e non tutto il suo significato che sta nellafamiglia. Le discussioni di un tempo e le odierne questioni, analoghe a quelle sul modo di ricavare il maggiorpiacere possibile da un pranzo, allora non esistevano, come non esistono neanche oggi per le persone perle quali lo scopo di un pranzo è nel nutrirsi e lo scopo del matrimonio è nella famiglia.Se lo scopo del pranzo è il nutrimento del corpo, chi mangia in una volta sola due pranzi ne avràforse un maggior piacere, ma non raggiungerà lo scopo, perché lo stomaco non digerisce due pranzi. Se lo scopo del matrimonio è la famiglia, chi vorrà avere molte mogli o molti mariti, ne ritrarrà forsemolto piacere, ma in nessun caso riuscirà ad avere una famiglia.Tutta la questione, se lo scopo del pranzo sia il nutrimento e lo scopo del matrimonio la famiglia sirisolve solamente col non mangiare più di quanto lo stomaco possa digerire e non avere più mogli e mariti di quanto è necessario per una famiglia, ossia una e uno. Nataša aveva bisogno di un marito. Ora l'aveva. E non solo non vedeva la necessità di un altro, miglior marito, ma, dato che tutte le sue energie spiritualierano concentrate su questo marito e sulla famiglia, non poteva nemmeno immaginarsi e non leinteressava minimamente farlo come sarebbe stato se tutto fosse stato diverso.
Nataša non amava la compagnia degli estranei in genere, ma tanto più aveva cara la compagnia dei familiari, della contessa Mar'ja, del fratello, della madre e di Sonja. Le era cara la compagnia delle personealle quali poteva presentarsi spettinata e in vestaglia, uscendo a grandi passi con aria felice dalla stanza deibambini, e mostrare un pannolino con una macchia gialla anziché verde e ascoltare parole rassicuranti sullasalute del bambino.
Nataša si era lasciata andare a tal punto che i suoi vestiti, le sue acconciature, le sue parole dette acasaccio, la sua gelosia - era gelosa di Sonja, della governante, di ogni donna, bella o brutta che fosse -erano continuamente oggetto di scherzi da parte dei familiari. Era opinione generale che Pierre fosse completamente succube della moglie, ed effettivamente era così. Fin dai primi giorni di matrimonio Nataša aveva avanzato le sue pretese. Pierre era rimasto molto sorpreso da questo modo di vedere della moglie,che gli riusciva assolutamente nuovo, secondo il quale ogni istante della sua vita apparteneva a lei e allafamiglia; si era stupito delle pretese della moglie, ma ne era rimasto lusingato e vi si adeguava.La sottomissione di Pierre arrivava al punto che non osava non tanto corteggiare, ma neancheparlare sorridendo con altre donne, non osava frequentare i club, andare a dei pranzi, neppure così
, perpassare il tempo, non osava spendere denaro per sé, non osava assentarsi da casa per lungo tempo, tranne che per affari, tra i quali sua moglie includeva anche i suoi studi scientifici, di cui non capiva nulla purattribuendovi grande importanza. In cambio Pierre aveva il pieno diritto di disporre a suo piacimento in casa sua non solo di se stesso, ma dell'intera famiglia. In casa Nataša era agli ordini del marito, e tutti incasa camminavano in punta di piedi quando Pierre era occupato, leggeva o scriveva nel suo studio. Glibastava manifestare una qualsiasi preferenza per vederla subito realizzata. Gli bastava esprimere un desiderio perché Nataša balzasse in piedi e corresse subito a esaudirlo.
L'intera casa era al suo servizio, al servizio cioè dei suoi desideri che Nataša si ingegnava adindovinare. Il modo di vivere, la residenza, le conoscenze, le relazioni, le occupazioni di Nataša, l'educazione dei figli, tutto assecondava la volontà espressa da Pierre, non solo, ma Nataša si sforzava di intuire che cosa si poteva dedurre dalle idee enunciate da Pierre mentre conversava. Ed indovinava con sicurezza ciò cheformava la sostanza dei desideri di Pierre e una volta indovinatala, vi si atteneva con fermezza edefinitivamente. Quando accadeva che lo stesso Pierre esprimesse l'intenzione di cambiare un propriodesiderio, lottava contro di lui con le sue stesse armi.Così, in un periodo penoso, che rimase per sempre impresso nella loro memoria, dopo la nascita del primo figlio, molto debole di costituzione, quando avevano dovuto cambiare tre balie e Nataša si era ammalata dalla disperazione, Pierre le aveva illustrato un giorno le idee di Rousseau, che lui condividevacompletamente, a proposito dell'innaturalezza e della nocività delle balie. Quando nacque il secondo figlio,nonostante l'opposizione della madre, dei medici e dello stesso Pierre, che erano insorti contro il fatto cheallattasse, cosa che allora era ritenuta inaudita e nociva, aveva insistito nel suo proponimento e da alloraaveva allattato tutti i suoi bambini.Molto spesso, nei momenti di irritazione, accadeva che marito e moglie litigassero, ma moltotempo dopo la lite, con sua gioia e meraviglia Pierre scopriva non solo nelle parole ma anche nelle azionidella moglie quella stessa sua idea contro la quale essa si era schierata. E non solo trovava quella stessa idea, ma la trovava emendata di quanto c'era in essa di superfluo e di esagerato, provocato dall'eccitazionee dalla lite.Dopo sette anni di matrimonio Pierre aveva la lieta e ferma consapevolezza di non essere un uomocattivo; lo sentiva perché si vedeva riflesso in sua moglie. In se stesso sentiva tutto il buono e tutto il cattivomescolati insieme che si offuscavano a vicenda. Ma in sua moglie si rifletteva solo ciò che vi era in lui diautenticamente buono; tutto ciò che non era completamente buono veniva cancellato. E questaoperazione avveniva non per una via logica, ma tramite un misterioso e immediato processo di riflessione.

domenica 20 maggio 2012

Il principe Andrej muore, il gelo del distacco


va bene, così doveva essere.
l'ho guardato morire e poi rinascere non una ma due volte. anche dopo la battaglia di Borodino era morto, schiantato da una granata che gli era scoppiata nel ventre.
morto.
ma poi l'ho ritrovato moribondo e sofferente nelle carovane che si allontanano da Mosca, prima del terrificante e solenne incendio della città madre e santa.  
ad accudirlo, fino alla fine, la sua Nataša, il cui amore casualmente ma salvificamente ritrovato avrebbe avuto il solo e unico scopo di accompagnarlo dolcemente verso la morte.
era nella natura malinconica e infelice di Andrej, era in lui, il seme della morte. lo ha coltivato tutta la vita, si sentiva, si sospettava, si coglieva che lo lasciava crescere in sè. era il suo fascino, era la sua innata inclinazione, era la sua bellezza.
questo libro è meraviglioso. straordinario e potentissimo. e anche Tolstoj, come tutti i grandi, romanzieri e non, diventa immenso e profondissimo, irresistibile e ipnotico, quando affronta il tema sottostante la vita, la morte.
da leggere, assolutamente.


 Il principe Andrej non solo sapeva che sarebbe morto, ma sentiva che stava morendo, sentiva d'essere già morto per metà. Provava un senso di estraneità da ogni cosa terrena e insieme un'impressione- strana e gioiosa - di leggerezza. Senza fretta né ansia, attendeva quello che doveva accadere. Quella cosa terribile, eterna, sconosciuta e lontana, la cui presenza non aveva mai cessato di avvertire durante tutta la sua vita, adesso gli era vicina e - per quello strano stato di leggerezza in cui ora si trovava - quasi comprensibile e percettibile...Prima, aveva paura della fine. Due volte aveva provato quel terribile tormento della paura della morte, della fine; adesso non lo capiva più. La prima volta che aveva provato quel tormento era stato quando la granata si era messa a roteare come una trottola davanti ai suoi occhi, e lui aveva alzato lo sguardo alle stoppie, ai cespugli, al cielo,cosciente che lì, davanti a lui c'era la morte. Quando, dopo la ferita, aveva ripreso i sensi e in fondo all'anima, come se si fosse liberato dagli impacci della vita terrena, era sbocciato quel fiore dell'amore eterno, libero, indipendente dalla vita, la morte ormai non gli faceva più paura, e aveva smesso di pensarci. Quanto più, in quelle ore di penosa solitudine e di semincoscienza trascorse dopo la ferita, aveva riflettuto al nuovo principio dell'amore eterno che gli s'era svelato, tanto più, senza avvedersene s'eravenuto distaccando dalla vita terrena. Amare tutto, tutti, sacrificare in ogni momento se stesso per l'amore: voleva dire non amare nessuno, voleva dire non vivere di questa vita terrena. E quanto più egli si compenetrava in quel principio d'amore, tanto più rinunciava alla vita, e tanto più radicalmente distruggeva quella terribile barriera che sta, se non c'è l'amore, fra la vita e la morte. Quando, nei primi tempi della malattia, pensava che avrebbe dovuto morire, diceva a se stesso: «Ebbene, tanto meglio.»
Ma dopo quella notte a Mytišèi, quando, immerso in una sorta di delirio, gli era apparsa colei cheaveva tanto desiderato, e quando, premendosi la mano di lei sulle labbra, aveva pianto sommesse lacrime di gioia, l'amore per quella donna si era inavvertitamente insinuato nel suo cuore e l'aveva nuovamente legato alla vita. E pensieri gioiosi e tormentosi avevano cominciato ad attraversargli la mente. Se ricordava quel momento al posto di medicazione, quando aveva scorto Kuragin, non poteva più tornare al sentimento di allora; ora lo tormentava soltanto la domanda se l'altro fosse ancora vivo. E non osava chiederlo a nessuno.
La malattia aveva continuato il suo normale decorso, ma quello che Nataša chiamava: «gli è accaduto questo», era sopravvenuto due giorni prima dell'arrivo della principessina Mar'ja. Era stata un'estrema lotta interiore fra la vita e la morte, in cui la morte era uscita vittoriosa. Era stata un'improvvisa consapevolezza di essere ancora attaccato alla vita, che gli si presentava sotto la forma dell'amore per Nataša, e un ultimo, definitivo accesso di terrore di fronte all'ignoto. Era sera. Come di solito dopo il pasto, si trovava in un leggero stato febbrile e i suoi pensieri erano straordinariamente chiari. Sonja era seduta al tavolo. Si era assopito. A un tratto l'aveva invaso un'intensa sensazione di felicità. «Ah, è lei che è entrata!» aveva detto a se stesso.
Effettivamente al posto di Sonja ora stava seduta Nataša, che era appena entrata nella stanza a passi silenziosi.
Da quando Nataša aveva cominciato ad assisterlo, aveva sempre percepito nettamente la sensazione fisica della sua vicinanza. Gli stava seduta accanto, nella poltrona, girata verso di lui per ripararlo dalla luce della candela, intenta a far la calza. (Aveva imparato a far la calza da quando, una volta, il principe Andrej le aveva detto che nessuno sa assistere meglio i malati delle vecchie njanje che fanno la calza, e che nell'atto di far la calza c'è qualcosa che infonde calma.) Le sue dita sottili muovevano rapidamente i ferri, ed egli vedeva distintamente il profilo pensoso del suo viso chinato. Nataša fece un movimento e il gomitolo le rotolò giù dalle ginocchia. Lei trasalì, si voltò a guardarlo e, facendo schermo alla candela con la mano, si piegò con un movimento cauto, flessuoso, preciso; raccolse il gomitolo e si rimise a sedere nella posizione di prima.Lui la guardava immobile e capiva che, dopo il movimento che aveva fatto, lei avrebbe avuto bisogno di tirare un sospiro profondo, ma non si decideva a farlo, e misurava il respiro con precauzione. Al convento di Troica, avevano parlato del passato e lui le aveva detto che, se fosse vissuto, avrebbe ringraziato per sempre Dio della ferita che l'aveva riunito a lei; ma da allora non avevano mai più parlato dell'avvenire. «Potrà avverarsi, questo, o non potrà avverarsi?» pensava lui adesso, osservandola e ascoltando il leggero suono metallico dei ferri. «Possibile che il destino mi abbia riunito in modo così strano a lei, solo per poi farmi morire?... Possibile che la verità della vita mi si sia svelata solo per farmi comprendere d'aver vissuto nella menzogna? Io l'amo più di ogni cosa al mondo. Ma che debbo farci, se l'amo tanto?» disse e gli sfuggì un gemito, per un'abitudine presa nel corso delle sue sofferenze.
Sentendo quel suono, Nataša aveva posato la calza, si era piegata verso di lui e, notando i suoi occhi lucidi, si era avvicinata con passo leggero e si era chinata su di lui. «Non dormite?» «No, vi sto guardando da un pezzo, vi ho sentita entrare. Nessuno come voi mi dà tanta pace...tanta luce. Avrei voglia di piangere di gioia.»
Nataša gli si avvicinò ancor di più. Il suo viso splendeva d'una gioia estatica.

«Nataša, io vi amo troppo. Vi amo più di ogni altra cosa al mondo.»
 «E io?» Si voltò per un attimo dall'altra parte. «E perché troppo?» disse. «Perché troppo?... Ditemi, cosa pensate, cosa sentite nell'anima, proprio nel profondo dell'anima: vivrò? Cosa pensate?»
«Io ne sono sicura, sicura!» gridò quasi Nataša stringendogli tutt'e due le mani con un gesto
appassionato. Egli tacque per un po'.«Come sarebbe bello!» disse, e prendendole una mano, gliela baciò.
Nataša era felice e sconvolta; ma subito si riscosse, ricordò che non si poteva fare così, che lui aveva bisogno di tranquillità. «Però non dormivate,» disse, tentando di soffocare la propria gioia. «Cercate di addormentarvi... vi prego.» Le strinse la mano prima di lasciarla andare, e lei tornò verso la candela e si sedette nella posizionedi prima. Due volte si voltò a guardarlo: gli occhi di lui continuavano a fissarla, scintillanti. Allora si obbligò afare un certo numero di maglie, dicendo a se stessa che non si sarebbe voltata a guardarlo finché non leavesse terminate. Difatti, poco dopo, lui chiuse gli occhi e si addormentò. Ma non dormì a lungo, e si svegliò d'improvviso, coperto da un sudore gelido. Addormentandosi, aveva continuato a pensare a ciò che aveva tenuto occupato il suo pensiero pertutto quel tempo: alla vita e alla morte. E soprattutto alla morte: la sentiva più vicina. «L'amore? Che cos'è l'amore?» pensava. «L'amore è d'ostacolo alla morte. L'amore è vita. Capisco solo quello che amo. Tutto è, tutto esiste soltanto perché io amo. Tutto è tenuto in vita dall'amore. L'amore è Dio, e per me, parte infinitesimale dell'amore, morire significa ritornare alla sorgente eterna e universale». Questi pensieri gli parvero rassicuranti. Ma erano soltanto pensieri. In essi mancava qualcosa, c'era qualcosa di unilaterale, di soggettivo, di intellettualistico: mancava l'evidenza. E restava sempre la stessa inquietudine, la stessa incertezza... Poi si riaddormentò. In sogno si vide coricato nella stessa stanza in cui davvero si trovava, ma non era ferito, stava bene. Molte persone, insignificanti, indifferenti, stanno davanti a lui. E lui parla con loro, discute di cose senza importanza. Quelle persone stanno per partire per chissà dove. Il principe Andrej ha la vaga sensazione che tutto questo sia insensato, ricorda di avere molte altre preoccupazioni, più importanti, ma continua apronunciare parole vuote e argute, destando la meraviglia dei presenti. A poco a poco, inavvertitamente, tutte queste persone cominciano a sparire, e a tutto si sostituisce la questione della porta: è chiusa ma non sbarrata. Lui si alza e va alla porta per chiuderla col catenaccio. Tutto sembra dipendere dal fatto che riescao meno a chiudere la porta. Fa per muoversi, per avviarsi, ma le sue gambe non si muovono; sa che nonriuscirà a chiudere la porta e tuttavia si tende dolorosamente, al limite delle proprie forze. E una paura terrificante s'impossessa di lui. È la paura della morte: al di là della porta c'è quella cosa.
Ma, quando arriva, con movimenti stentati e goffi, a trascinarsi fino alla porta, quella cosa terribile, incalzando dall'altra parte,la spinge, vi preme contro. Qualcosa di sovrumano - la morte - fa impeto contro la porta ed è necessario trattenerla. Lui s'aggrappa alla porta, fa un estremo sforzo - chiuderla ormai è impossibile - almeno per trattenerla, ma le sue forze sono deboli, maldestre, e la porta, premuta da quella cosa orrenda, si apre e poidi nuovo si richiude. Ancora una volta, dall'altra parte della soglia, si sentì spingere. Gli ultimi sforzi furono vani e i due battenti si aprirono senza rumore. La cosa entrò, la cosa era la morte.
E il principe Andrej moriva.Ma in quel momento stesso il principe Andrej si ricordò che dormiva; e, nel momento stesso in cui moriva, compiendo uno sforzo su se stesso, si svegliò. «Sì, questa era la morte. Io sono morto - e mi sono svegliato. Sì, la morte è un risveglio,» la sua anima fu come illuminata da questo pensiero, e il velo che finora aveva nascosto l'ignoto si sollevò dinanzi allo sguardo della sua mente. Ebbe la sensazione che dentro di lui si liberasse una forza che finora era stata violentemente costretta, e per la prima volta avvertì quello strano senso di leggerezza che da allora non lo abbandonò mai.
Quando, svegliatosi in un sudore freddo, si era agitato sul divano, Nataša si era avvicinata e gli aveva domandato che cos' avesse. Lui non le aveva risposto e l'aveva guardata in modo strano, senza capire cosa gli dicesse.Ecco cosa gli era successo due giorni prima dell'arrivo della principessina Mar'ja. Da quel giorno, come aveva detto il dottore, la febbre che lo tormentava aveva preso un carattere maligno, ma Nataša non si preoccupava di quello che diceva il dottore; vedeva coi suoi stessi occhi quei tremendi sintomi mortali, che per lei erano indiscutibili. Da quel giorno, insieme al risveglio dal sonno, per il principe Andrej, era cominciato il risveglio dalla vita. E in proporzione alla durata della vita, esso non gli sembrava più lento del risveglio dal sonno in proporzione alla durata del suo incubo. Non c'era nulla di terribile e di brusco in quel lento risveglio.Le ultime giornate e ore di lui trascorrevano in modo semplice e uguale. La principessina Mar'ja, e Nataša, che non si allontanavano nemmeno per un attimo da lui, lo sentivano. Non piangevano, non tremavano e negli ultimi tempi, consapevoli del suo peggioramento, non era più lui che assistevano (lui non c'era già più, era già lontano), ma il più vicino ricordo di lui: il suo corpo. Era tanta, in entrambe, la forza del loro sentimento, che non si impressionavano per l'aspetto esteriore, pauroso, della morte, né provavano il bisogno di esasperare il proprio dolore. Non piangevano né in sua presenza, né lontano da lui, e neanche parlavano mai di lui fra loro. Sentivano che non potevano esprimere a parole ciò che avevano compreso nell'intimo. Entrambe lo vedevano sprofondare sempre più giù, sempre più lontano da loro, chissà dove, ed entrambe sapevano che così doveva essere, che così era giusto. Ricevette gli ultimi sacramenti, tutti vennero a dirgli addio. Quando gli portarono il figlio, lo sfiorò appena con un bacio e poi si voltò dall'altra parte, non perché provasse dolore e pietà (la principessina Mar'ja e Nataša lo capivano), ma solo perché supponeva d'aver fatto tutto quello che da lui s'aspettavano.
Ma quando gli dissero di benedire il figlio, eseguì quanto ancora da lui si esigeva, e volse intorno lo sguardo come per domandare se non occorresse fare altro. Quando sopravvennero le ultime contrazioni del corpo, abbandonato dallo spirito, la principessina Mar'ja e Nataša erano presenti.
«È finita?!» disse la principessina Mar'ja, quando il corpo disteso innanzi a loro, immobile da qualche minuto, cominciò a raffreddarsi. Nataša si avvicinò, guardò gli occhi del morto e si affrettò a chiuderli. Li chiuse e anziché baciarli, si appoggiò con la fronte a quello che era il più prossimo ricordo di lui. «Dov'è andato? Dov'è adesso?...»Quando il corpo, lavato e vestito, fu nella bara sul tavolo, tutti si avvicinarono per rendergli l'estremo saluto, e tutti piangevano.
 

Nikoluška piangeva per lo straziante sbigottimento che gli lacerava il cuore. La contessa e Sonja piangevano per compassione di Nataša, e perché lui non c'era più. Il vecchio conte piangeva perché presto,lo sentiva, anche lui avrebbe affrontato quel passo tremendo.
Adesso anche Nataša e la principessina Mar'ja piangevano, ma non per il loro personale, intimo dolore; piangevano per la reverente commozione che aveva invaso le loro anime in presenza del semplice e solenne mistero della morte.

sabato 28 aprile 2012

Natalija Rostova

annuncio ufficialmente che il fidanzamento tra
il principe Andrej e Natalija è già finito.

come dire, lo sapevo che Lev (Tolstoj) mi avrebbe dato una mazzata (http://www.nuovateoria.blogspot.it/2012/04/comunico-ufficialmente-il-fidanzamento.html).
certo è che:
- se il principe mio adorato Andreij se ne sta un anno lontano tra Svizzera e Italia per le cure del suo corpicino martoriato in guerra, senza farsi sentire nè tantomeno vedere, sopravvalutando l'umana natura di una sedicenne, il rapporto non ne giova;
- se si intromette quello scriteriato buono a nulla ciuffettone di Anatolij che, per capriccio momentaneo, si incaponisce a volere la bella Natalija e vuole rapirla ad ogni costo e di nascosto -lui, prego di notare, è anche già ammogliato- con l'aiuto di un'altra cima, ovvero la sorella Helene sposa del povero Pierre, la situazione si aggrava;
- se quella donnina fragile e ingenua di Natalija, tanto cara ma anche tanto ignara delle cose della vita, si convince dopo solo tre incontri di aver solo ora conosciuto l'amore, peraltro per un debosciato mollaccione che veramente sembra una mammoletta in confronto alla statuaria mascolinità del mio preferito, il fidanzamento precipita.
allora, è veramente tutto vano, veramente il destino è superiore a ogni volontà.
avrei detto che per mettere su un progettino d'amore come si deve qualcuno, almeno uno, deve pur metterci un po' di sana volontà e convinta consapevolezza.

d'altronde Lev, sulle cose della vita e della guerra, la pensa così:
Se Napoleone non si fosse offeso per la richiesta di ritirarsi oltre la Vistola e non avesse ordinato alle sue truppe di avanzare, la guerra non ci sarebbe stata, ma se tutti i sergenti non avessero voluto riprendere le armi, la guerra del pari sarebbe stata evitata. E altrettanto si dica se fossero mancati gli intrighi dell'Inghilterra, e non ci fosse stato il principe di Oldenburg, né il sentimento di offesa in Alessandro, come pure se in Russia non ci fosse stato il potere autocratico, e né tanto meno la Rivoluzione francese, il Direttorio, e l'Impero né tutto ciò che la Rivoluzione francese aveva prodotto, e così via. Senza una sola di queste cause non sarebbe potuto accadere nulla. Dunque tutte queste cause - miliardi di cause - hanno agito in concomitanza per dar luogo a ciò che accadde. Di conseguenza, nulla fu causa isolata ed esclusiva dell'evento, ma l'evento dovette verificarsi semplicemente perché doveva verificarsi. Milioni di uomini, rinunciando ai loro sentimenti umani e alla loro umana ragione, dovevano andare da occidente a oriente e uccidere i loro simili, così come secoli prima altre folle di uomini erano andati da oriente a occidente per agire all'identico modo.
Ma le azioni di Napoleone e di Alessandro, da una parola dei quali pareva dipendere che l'evento si compisse o meno, non erano più autonome di quelle di ogni singolo soldato spinto alla guerra dalla sorte o dalla coscrizione. Né poteva essere altrimenti: infatti la volontà di Napoleone e di Alessandro (degli uomini, cioè, dai quali pareva dipendere l'evento) poteva tradursi in atto solo per il coincidere d'innumerevoli circostanze diverse; mancando una sola delle quali l'evento non poteva verificarsi. Era, appunto, necessario che i milioni di uomini nelle cui mani risiedeva realmente la forza (i soldati che sparavano, trasportavano gli approvvigionamenti e i cannoni) accettassero di eseguire la volontà di deboli individui, e vi fossero indotti da un infinito numero di cause eterogenee e diverse.

Nella storia il fatalismo è inevitabile per spiegare i fenomeni irrazionali (di quelli, cioè, la cui razionalità ci resta insondabile). Quanto più ci sforziamo di spiegare razionalmente tali aspetti della storia, tanto più essi appaiono ai nostri occhi incongrui e incomprensibili.
Ogni persona vive per se stessa, gode di libertà per raggiungere i propri fini personali e sente con tutto il proprio essere che in un dato momento può compiere o non compiere una data azione; ma non appena l'ha compiuta, quella stessa azione diventa irrimediabile, rientra nel patrimonio della storia, nella quale non ha più carattere di libertà ma di predestinazione.
Ci sono due aspetti della vita, in ogni singola persona: la vita personale, che è tanto più libera quanto più astratti sono i suoi interessi; e la vita elementare, di branco, nella quale l'uomo inevitabilmente esegue le leggi che gli sono prescritte.
Coscientemente l'uomo vive per sé, ma incoscientemente, diventa lo strumento atto a perseguire i fini della storia, della comunità umana. Una volta compiuto l'atto è irrimediabile e le sue conseguenze, coincidendo nel tempo con milioni di altre azioni di altri uomini, assumono un significato storico. Quanto più in alto si colloca una persona nella scala sociale, quanto maggiore è il numero delle persone alle quali è legato, tanto più evidenti sono la predeterminazione e l'inevitabilità di ciascuno dei suoi atti.

e ora cosa mi aspetta?
ci sono accenni a un interesse di Pierre ma spero si tratti solo di un diversivo.
Pierre, no, lui no, con Natalija no.
Andrej è tornato nell'esercito, campagna del 1812 contro Napoleone (e chi se no?) invasore dell'amata Russia.
se non si fa l'amore, si fa la guerra.

sabato 21 aprile 2012

Andrej Nikolaevič Bolkonskij

comunico ufficialmente il fidanzamento tra
il Principe Andrej Nikolaevič Bolkonskij e Natalija Rostova


ho aspettato a lungo questo momento e spero che non sia una fuggevolezza, un'illusione, un'inconsistenza.
perchè leggendo Guerra e Pace, o anche solo audioaleggendolo, si vive nella costante sensazione che nulla duri, niente persista, l'amore meno che mai, tutto è in mano al volere del signore o di chi per esso.
ho già visto sfumare fidanzamenti e matrimoni, patrimoni e avanzamenti di carriera. questo, la dissoluzione di questo amore, non potrei tollerarlo. 
anche se quell'infingardo di Lev Tolstoj già mi sta mandando segnali preoccupanti. come lui le chiede di sposarla già la poesia, così mi dice, è finita. lei si dispera per la sua partenza -dovranno attendere un anno prima di sposarsi per volere del bisbetico e indomabile padre di lui- ma già dopo due settimane è tornata gaia e fatua come sempre. la sorella di lui non approva, il padre non ne parliamo, il fratello e la madre di lei sono francamente perplessi. il noioso Pierre già rosica e si mostra infastidito dall'evento.
ahhh no eh, non fatemi saldare il sodalizio!! Andrej è il pricipe dei miei sogni, e Nataša è una bimba, sedici anni, allegra spensierata inconsapevole e giuliva come non si può sperare di meglio.
certo, a pensarci, le figure femminili di questo libro sono un disastro. un'autentica giostra di vacue vanità. le donne sono inconsistemti, o al massimo arriviste. se sono devote, lo sono al signore. se anche tengono discorsi di carattere sociale e sono note in società per la loro avvenenza e fluidità di eloquio...fingono! e prima o poi cadono nel ridicolo.
il marito, un marito qualunque,  guarda la sua sposa e pensa: sei la solita femmina inconsistente e infantile, fatta di pizzi e merletti, fragile come un cristallo.
la moglie, una moglie qualunque, corrisponde allo sguardo del coniuge e medita: sei il solito maschio rozzo e inconsapevole del senso della vita.
la felicità coniugale, come poi lo stesso cinico e realista Lev saprà magistralmente elaborare in un altro libro di insperata bellezza "La felicità domestica", è un inganno, un'illusione della durata di uno sguardo. tutto lascia il posto alla noia, alla consuetudine, all'abitudine della convivenza e delle convenienze.


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non importa finchè posso ci credo, Andrej è bellissimo -nessuno lo ha scritto ma per me è così- , elegante in uniforme bianca, a tratti triste e disperato, ha toccato la morte ed è risorto, ha fatto la guerra e ora vive in una pace apparente, ha combattuto le sue guerre, a cavallo con la bandiera in mano e con la sua natura, ha agognato la gloria per poi rinnegarla, è riflessivo e corruciato, asciutto ed essenziale, è un maschio. il maschio.