bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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lunedì 15 febbraio 2021

giù la mascherina

chediocelamandibuona.

qualcuno avvisi Salvini che è dentro il governo. 

non fuori. 

ma se volesse accomodarsi fuori, prego.

fuori lo è comunque. i suoi sentiti inutili strali contro le decisioni di Speranza sulle piste da sci, fanno di lui un pagliaccio che parla a vanvera.

può forse credere che le decisioni del ministero della sanità non siano state vagliate da Draghi?

ma che cretino è? invoca il papà perché il suo compagno di classe gli ha portato via la matita?

sveglia Salvini, svegliaaaaaa.

se non i giornali,  leggi almeno le notizie sul web, almeno quelle. e guarda che papà ha già parlato con il tuo compagno di classe,  e le decisioni le ha già prese, e forse ha anche già capito che tegola si è tirato addosso, uhhhh che tegola. 

già finito il trucco salvinista,  già tolta la maschera,  e pure la mascherina. 

venerdì 6 febbraio 2015

a proposito di Davis

A proposito di Davis, l'ultimo film dei fratelli Coen, non incontra il mio gusto.
non so cosa non vada tra me e i due fratelli, ma il loro linguaggio non mi coglie.
rileggo il mio blog e ritrovo, datata luglio 2008, una critica a un altro loro film, Non è un paese per vecchi (http://nuovateoria.blogspot.it/2008/07/i-fratelli-cohen.html).
mi domando cosa non mi piaccia, neanche in questo ultimo film, qualcosa che mi convince a non riguardali più.
la storia di quest'uomo è desolante, è una storia di fallimento, di disfatta, di povertà, di miseria, di ripetizione infinita dei quotidiani gesti di desolazione. Davis non risolve la sua vita, la trascina da una situazione fallimentare a un'altra, reiterando i suoi comportamenti senza rettificare nulla. muore di freddo senza un cappotto, si porta dietro un gatto come fosse un neonato senza sapere perchè, si ritrova a risolvere gravidanze indesiderate delle sue avventure notturne venendo casualmente a scoprire che quella precedente è stata poi a sua insaputa portata a termine, suona senza speranza, perde pezzi a ogni passo, si lascia insultare senza difesa oppure reagisce in modo volgare e inconsulto.
la disperazione effettivamente ti entra dentro, a proposito di Davis.
ma qualcosa del discorso mi infastidisce. non so se è il cinismo, non so se è la sensazione che nella descrizione, desolante, non ci sia posto per la speranza. qualcosa mi dice che nella presentazione non ci sia mai un soggetto, ma solo una trascinamento sociale, un destino senza forma, una progressione che annulla qualsiasi possibilità di redenzione. non c'è mai un solo personaggio che si salvi ma una melma di umanità, un aggregato di corpi senza anima. non emerge nemmeno la sofferenza, sembra che ci sia un'affidamento alla sfortuna senza ribellione, un'affondare nella scodella di merda, come dice un personaggio repellente che compare senza senso nel film. le donne sono figure inguardabili e inascoltabili, l'amante rimasta incinta non sembra capace di un istante di riflessione ed è aggressiva in modo intollerabile, la sorella è mangiata viva da una rabbia sorda e distruttiva, l'amica che lo ospita, padrona del gatto, è un personaggio patetico.
se si presenta la desolazione la si deve differenziare dalla serenità. deve esserci la mancanza di qualcos'altro, si deve sentire che quella desolazione si contrappone a una possibilità alternativa.
se tutto è sempre una scodella di merda, si perde veramente la voglia di guardare, di capire, di riflettere e di provare una scodella di gustosa crema profumata alla vaniglia.

lunedì 27 febbraio 2012

falla girare

Falla girare
Jovanotti

Lo sai che apparenze non ingannano
E i cigni dentro all' acqua non si bagnano
Lo sai c'è una febbre che ti fa guarire
E che ci sta un silenzio che si fa sentire
Lo sai che il dna è lungo più dell'equatore
Lo sai che c'è uno spirito anche dentro ad un motore
Lo sai che i grandi mistici hanno braccia forti
E i grandi calciatori c'hanno piedi storti
Lo sai che nella pancia puoi ascoltare i suoni
Lo sai che anche i malvagi fanno gesti buoni
Lo sai che ogni tramonto è l'alba di un vampiro
E che le idee future sono già in giro
Lo sai che proprio adesso un uomo sta morendo
Lo sai che proprio adesso un bimbo sta nascendo
Lo sai che proprio adesso noi stiamo vivendo e qualche cosa
proprio ora ci stiamo scambiando
Falla girare falla girare falla girare così che tutti la possano
vedere
Falla girare falla girare falla girare così che tutti la possano
sentire.

così canta quel bel tipo di Jovanotti, su un cd che mi ascolto in macchina guidando, un bel regalo di un paziente riconoscente.

la faccio spesso quell'autostrada, milano bolzano e ritorno, e ogni volta è un viaggio che mi dice qualcosa.
tornavo dal trentino e andavo verso casa, ieri.
l'anno scorso, stesso periodo, ero sconvolta, mi sono riletta, tornavo per un giorno a Milano dalla montagna per andare a fare un concorso, me la vivevo male, e me lo ricordo molto molto bene.
nel giro di sette giorni avevo scritto 4 post tra creature fatate di neve, roghi in autostrada che ricordavano il mio, foto di cortecce e una splendida visita al Mart di Rovereto. che movimenti di testa e di cuore. che razza di subbuglio ho dentro, a volte. spesso. troppo.
quest'estate era andata un pochino meglio, mi ero dilettata con Umberto Tozzi, che truzzo mai visto, che accozzaglia di parole, che confusione mentale, ma cantavo a squarciagola della sua donna che stira cantando, come non ricordarla.
quest'anno la faccenda è stata molto più tranquilla, fatto salvo che la settimana intera non sono riuscita a farla lo stesso, certe questioni sono geneticamente determinate e ingovernabili, secondo me, non si curano praticamente mai.
come genetica e incurabile è, a volte, la mia dedizione ai bisogni degli altri dimenticando i miei, per poi lamentarmene come tutti quelli che fanno le cose aspettandosi un riconoscimento e non per il gusto di farle e basta. motivo per cui, malata senza speranza, non mi sono fermata al Mart, ove quest'anno fresca fresca, aperta il 25 febbraio, c'è una mostra su ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE, e chi mi conosce  sa della mia attrazione fatale per questa favola di nonsense, specchi, enigmi e porcospini che giocano a croquet conversando con i fenicotteri. ah che mondo..
questo viaggio è stato pressochè sereno e mi dico che, Alice a parte, molte cose sono cambiate e cambiate bene.
non mi sento più su un rogo a lato della strada, non mi sento una strega, posso lavorare, e bene, e posso anche sbagliare, e molto, senza sentirmi morire ogni volta. ancora patisco, ma so passare oltre, senza perderci anni di vita.
mica poco, no?
il lavoro sa dare soddisfazione, finalmente, sa aprire nuove possibilità senza che io abbia il terrore del cambiamento, e sa aggiustare, rettificare, attutire la mia propensione, mortifera, alla perfezione. sono ancora precaria nel mio lavoro, ma è radicalmente cambiato il mio approccio, la mia libertà, la mia capacità di accettare l'imprevisto. pensavo che quando si ha tanta paura dell'imprevedibilità, quando tutto deve essere sotto controllo, quando si insegue il perfezionismo, quando si giudica severamente l'incertezza o scorrettezza degli altri, quello che stiamo facendo è solo di porre un rimedio, di limitare l'inquietudine rispetto alla più grande paura che abbiamo, la cosa più imprevedibile e imprendibile e incontrollabile della nostra vita: la morte. 
non sono guarita, sono solo migliorata...intanto al Mart mi tocca tornarci, per colpa della mia incapacità di tollerare un possibile ritardo, e farmi altre due ore di macchina, per andare, e due per tornare...Alice deve essere mia!

se "falla girare" di Jovanotti mi fa pensare ai punti di vista come una necessità,
"uno sguardo verso il cielo" delle Orme, sullo stesso cd, mi fa pensare alla speranza come un dovere.

Uno Sguardo Verso Il Cielo
Le orme
La gioia di cantare, la voglia di suonare
Il senso di raggiungere quello che non hai
Ecco un altro giorno come ieri,
Aspettare il mattino per ricominciare.
La forza di sorridere, la forza di lottare
La colpa d'esser vivo e non poter cambiare
Come un ramo secco, abbandonato
Che cerca inutilmente di fiorire.
La maschera di un clown in mezzo a un gran deserto
Un fuoco che si spegne, uno sguardo verso il cielo
Uno sguardo verso il cielo, dove il sole è meraviglia
Dove il nulla si fa mondo, dove brilla la tua luce.

martedì 31 gennaio 2012

io sono un sognatore; ho vissuto così poco la vita reale che attimi come questi non posso non ripeterli nei sogni. vi sognerò per tutta la notte, per tutta la settimana, per tutto l'anno.

 by paintavatorka - deviant art

"Era una notte incantevole, una di quelle notti che ci sono solo se si è giovani, gentile lettore.
Il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo così potessero vivere uomini irascibili ed irosi."

qui è Fëdor Dostoevskij che parla.
ne le "Notti Bianche".
mi legge Fabrizio Bentivoglio.
(non male come narratore, intenso ed estatico allo stesso tempo, quest'interprete moderno).
questo libro, vi dico, sarà un'incursione nella vostra vita.
veloce ma incisiva.
sarà un'intromissione nei sogni di un sognatore, in un sogno che per un breve attimo sembrerà avere le sembianze della realtà ma drasticamente, drammaticamente, tornerà alla sua dimensione dell'inganno.
il sogno che il nostro eroe ci racconterà alla fine di questo breve estratto che vi propongo, il sogno d'amore, sarà l'anticipazione e l'antitesi della realtà: se il sogno è foriero di felicità, la realtà, al contrario, sarà una delusione senza speranza.
questa nostra realtà senza pietà, senza garanzia, senza regola, è pur sempre, gentile lettore,  un surrogato indesiderabile rispetto alla dimensione senza confini e senza colpa dell'immaginazione.
la consistenza del vissuto è di valore infinitamente inferiore alla trama sottile del volo onirico.
quanta più libertà c'è nel sogno, e quanta solitudine nella realtà.
Devotamente Vostro
Fëdor Dostoevskij

Nella mia giornata, Nasten'ka, esiste un'ora che io amo in modo particolare. E' l'ora in cui finiscono quasi tutti gli affari, gli impegni e i doveri, e tutti quanti si affrettano a casa per pranzare e per riposare, e qui, per strada, pensano ad altri argomenti allegri, come potrebbero passare la serata, la notte, e tutto il tempo libero che ancora loro rimane... A quell'ora anche il nostro eroe, permettetemi, Nasten'ka, di raccontare in terza persona, perché mi vergogno terribilmente a raccontarlo in prima persona, e così a quell'ora il nostro eroe, che non è rimasto inattivo, cammina dietro agli altri. Ma una strana sensazione di contentezza si nota sul suo volto, così pallido da sembrare leggermente avvizzito. Egli guarda immedesimato nel crepuscolo che si spegne lentamente sul freddo cielo di Pietroburgo. Quando io dico guarda, non dico la verità; egli non guarda, contempla senza rendersene conto, come se fosse stanco o occupato al tempo stesso con altri pensieri più interessanti, tanto da poter solo di sfuggita, quasi involontariamente, dedicare un po' di tempo a ciò che gli sta intorno. Egli è contento, perché fino a domani ha lasciato i tediosi "affari", e si sente come uno scolaro al quale è stato concesso di correre via dal banco verso i suoi giochi preferiti e le birichinate. Guardatelo in disparte, Nasten'ka: vi accorgerete subito che la sensazione di gioia ha già influito felicemente sui suoi nervi deboli e morbosamente sulla sua immaginazione eccitata.

Ecco che egli pensa a qualcosa... Credete che pensi al pranzo?

Alla serata di oggi? Che cosa guarda in questo modo? Guarda forse quel signore dall'aspetto rispettabile che in modo così pittoresco ha salutato con un inchino la signora passatagli accanto in una magnifica carrozza trainata da cavalli briosi? No, Nasten'ka, che cosa gli importa di queste inezie? Egli è già ricco, adesso, "della sua particolare" vita, come se si fosse arricchito improvvisamente, e gli ultimi raggi del sole al tramonto non risplendono invano così allegramente per lui e richiamano in quel cuore intiepidito un intero sciame di sensazioni. Ora egli si accorge appena di quella strada che prima colpiva la sua immaginazione con ogni suo più piccolo particolare. Ora la "dea fantasia" (se aveste letto Zukovskij, cara Nasten'ka) ha già tessuto con la sua mano capricciosa la propria trama d'oro e ha disfatto davanti a lui i ricami di una vita insolita e meravigliosa e, chissà, forse lo ha trasportato con quella mano capricciosa al settimo cielo di cristallo, sollevandolo dal massiccio marciapiede di granito, sul quale egli stava camminando.

Provate a fermarlo ora, a chiedergli improvvisamente dove si trovi, quali vie ho percorso. Egli certamente non si ricorderà di nulla, né dove sia andato, né dove si trovi ora e, arrossendo per il dispetto, certamente dirà una bugia qualunque, tanto per salvare la faccia. Ecco perché è trasalito così, e per poco non si è messo a gridare, guardandosi intorno con spavento, quando un'anziana signora molto rispettabile lo ha fermato in mezzo al marciapiede per chiedergli informazioni sulla strada smarrita.

Accigliato per la stizza, egli riprende il cammino, accorgendosi appena che più di un passante ha sorriso e si è voltato a guardarlo e che qualche bambina, dopo avergli ceduto timorosamente il passo, è scoppiata in una fragorosa risata vedendo il suo largo sorriso contemplativo e i movimenti delle sue mani. E intanto la stessa fantasia ha sollevato in un volo giocoso la signora anziana, i passanti curiosi, la ragazza ridente e i contadini che passano la serata nelle loro chiatte ancorate sulla Fontanka (immaginiamo che il nostro eroe a quell'ora sia passato di lì), ha intessuto giocosamente tutto e tutti nel suo canovaccio, come mosche in una ragnatela; arricchito da ciò che ha acquistato, quell'originale è già tornato nella sua tana consolante, si è seduto per pranzare, anzi ha già pranzato ed è ritornato in sé solo quando Matrëna, che lo serve, meditabonda e eternamente triste, ha portato via ogni cosa dalla tavola e gli ha portato la pipa, allora è tornato in sé e ha ricordato con stupore di aver già pranzato, non rendendosi conto del tutto di come lo abbia fatto. La stanza è invasa dal buio; nella sua anima regnano il vuoto e la tristezza; tutto il regno dei sogni intorno a lui è crollato senza lasciare traccia, senza rumori, senza chiasso, è svanito come una visione, ed egli stesso non ricorda che cosa ha sognato. Ma una sensazione oscura a poco a poco strugge e agita sempre più il suo petto, un desiderio nuovo, tentatore, pizzica e irrita la sua fantasia e impercettibilmente attira uno sciame di nuovi fantasmi. Nella piccola stanza regna il silenzio: la solitudine e la pigrizia accarezzano la sua immaginazione; essa si infiamma piano, e piano si mette a bollire, come l'acqua nella caffettiera della vecchia Matrëna che nella cucina accanto prepara placidamente il suo caffè. Ecco che l'immaginazione di lui già prorompe in nuovi bagliori, ecco che il libro, aperto senza scopo e a caso, cade dalle mani del mio sognatore che non è giunto nemmeno alla terza pagina. La sua immaginazione è di nuovo riacutizzata, risvegliata, e improvvisamente un nuovo mondo, una nuova e affascinante vita ardono davanti a lui in tutta la loro scintillante prospettiva. Un nuovo sogno, una felicità nuova, una nuova dose di raffinato e voluttuoso veleno! Oh, che importanza ha per lui la nostra vita reale! Secondo il suo sguardo corrotto, noi due, Nasten'ka, viviamo con tale lentezza, pigrizia, fiacchezza, siamo così insoddisfatti del nostro destino, siamo così annoiati dalla nostra vita! E, infatti, guardate come in realtà i nostri rapporti al primo sguardo possono apparire freddi, tristi, quasi ostili... 'Poveri!', pensa il mio sognatore. E non è strano che pensi così! Guardate questi magici fantasmi che si dispongono in modo tanto ammaliante e capriccioso in un ampio quadro così accattivante, animato, dove in primo piano si trova sempre lui, il nostro sognatore, con la sua preziosa persona. Guardate quante avventure diverse, che infinito sciame di sogni esaltanti. Forse chiederete che cosa egli sogni. Che senso ha chiederlo? Egli sogna tutto...: sogna della missione del poeta, all'inizio non riconosciuto, poi rinomato, sogna l'amicizia con Hoffmann, la notte di San Bartolomeo, Diana Vernon, il ruolo eroico di Ivan Vasil'evitch alla presa di Kazan', Clara Movray, Evia Dens, il concilio di sacerdoti con Hus davanti a loro, la resurrezione dei morti di Robert (ricordate quella musica?, ha l'odore del cimitero), Minna e Brenda, la battaglia presso Berezina, la lettura di un poema nella casa della contessa V.D., Danton, Cleopatra e i suoi amanti, la casetta a Kolomna, il suo angolino e, vicino, una cara creatura che sta ad ascoltarlo in una sera d'inverno con gli occhi e la piccola bocca aperti, come mi ascoltate ora voi, mio piccolo angioletto... No, Nasten'ka, a che cosa servirebbe a lui, a quel voluttuoso pigrone, questa vita che noi due desideriamo tanto? Egli pensa che sia una vita povera, misera, non immaginando che anche per lui forse suonerà una volta quella triste ora, quando per un giorno di quella misera vita avrebbe dato tutti i suoi anni di fantasticherie, e non li avrebbe dati in cambio di gioia e di felicità, e non avrebbe voluto nemmeno scegliere in quell'ora di tristezza, di pentimento e di libero dolore. Intanto quell'ora, quell'ora non è ancora giunta; egli non desidera nulla, essendo superiore ad ogni desiderio e possedendo tutto, perché è sazio, perché lui stesso è artefice della sua vita creandola ad ogni momento, a suo capriccio. E con quanta leggerezza, con quanta naturalezza si crea questo mondo fantastico e fiabesco! Sembra addirittura che la sua visione sia palpabile! In quel momento egli si sente in diritto di credere che tutta quella vita non sia un effetto dell'eccitazione, un miraggio, un inganno dell'immaginazione, ma qualcosa di vero, di reale, di esistente. Ditemi, Nasten'ka, perché in momenti simili gli manca il respiro? Per quale magia, per quale volontà sconosciuta il polso gli si accelera, sgorgano le lacrime dagli occhi del sognatore, bruciano quelle guance pallide e umide, e tutta la sua esistenza si riempie di una gioia irresistibile?

Perché intere notti insonni passano come un lampo in una sconfinata felicità e allegria, e quando con i rosei raggi l'aurora brilla alla finestra e l'alba illumina la stanza con la sua luce fantastica e incerta, come da noi a Pietroburgo, il nostro sognatore affaticato e sfinito si butta sul letto e si addormenta nelle ansie della sua estasi, che avverte nel suo spirito morbosamente sconvolto, e con tale dolore languido-dolce nel cuore? Sì, Nasten'ka, ti inganni, e credi involontariamente dall'esterno che una vera passione agiti la sua anima, credi che vi sia qualcosa di vivo e di tangibile in quei sogni immateriali.
E quale inganno! Ecco, ad esempio, l'amore ha invaso il suo petto, con tutta la sua inesauribile gioia, con tutti i suoi languidi tormenti... Guardatelo, solo, e vi convincerete! Credete forse, guardandolo, cara Nasten'ka, che egli non abbia mai conosciuto colei che ha tanto amato nel suo frenetico sognare? Non l'ha forse veduta solo tra i seducenti fantasmi e l'ha solo sognata, questa passione? Non hanno forse passato, mano nella mano, molti anni della loro vita, da soli, in due, respingendo tutto il mondo e unendo ognuno il proprio mondo, la propria vita con la vita dell'altro? Non è stata forse lei, a quell'ora tarda, al momento della separazione, ad abbandonarsi, singhiozzante e in preda all'angoscia, sul petto di lui, sorda alla tempesta che si scatenava sotto il cielo oscurato, sorda al vento che strappava e portava via lacrime dalle ciglia nere? Tutto ciò era stato forse un sogno, e anche quel giardino, triste, abbandonato e selvaggio, con sentieri ricoperti di muschio, solitario, cupo, dove avevano passeggiato così spesso in due, dove avevano sperato, si erano angosciati, dove si erano amati così a lungo e così teneramente? E quella strana casa degli avi, dove lei era vissuta tanto tempo triste e in solitudine con il vecchio e tetro marito, bilioso, che taceva sempre e che spaventava loro, che erano timidi come bambini e si nascondevano a vicenda il loro amore reciproco con timore e con malinconia? Come soffrivano, come erano spaventati, come innocente e puro era il loro amore e come (e va da sé, Nasten'ka) erano cattivi gli uomini! Oh, Dio mio, ma non l'aveva incontrato forse dopo qualche tempo, lontana dalle rive della sua patria, sotto un cielo straniero, meridionale, caldo, in una città eterna e meravigliosa, nello sfolgorio di un ballo, al suono della musica, in un palazzo (proprio in un palazzo) immerso in un mare di luci, su quel balcone, ricoperto dal mirto e dalle rose? E lei, dopo averlo riconosciuto, si tolse in fretta la sua maschera e sussurrò: "Sono libera", e, tremando, si gettò tra le sue braccia, dopo un grido di esultanza, si abbracciarono e in un attimo dimenticarono la sofferenza, la separazione, tutti i tormenti, la casa triste, il vecchio, il giardino cupo nella patria lontana, la banchina sulla quale, dopo l'ultimo bacio appassionato, lei si strappò con disperata sofferenza dal suo abbraccio pietrificato...

sabato 5 luglio 2008

i fratelli Coen e il sogno del grande vecchio

non posso dire mi siano mai piaciuti.
il mondo e' sempre quello. sempre. l'america e i suoi vizi capitali. la violenza. l'inganno. la sopraffazione. la morte a basso costo.
l'america e' metafora del mondo.
ma no, mi dico io, non e' vero, non ci credo.
un mondo sempre troppo ancorato alla provincia, agli stivali da cow-boy, ai ranger, agli assassini, ai motel, ai sicari, ai killer, alla scarnificazione, al sangue a fiumi. torrenziale.
ho visto "non e' un paese per vecchi". non un bel film. forse proprio per la reiterazione infinita della tematica di fondo, l'america violenta che non sopravvive a se stessa. un mondo dove nessuno diventa vecchio, dove si muore per caso. si muore ad ogni angolo, si muore per niente, dove muoiono i cani insieme ai messicani, alle mogli maltrattate, alle passanti intraprendenti, ai guidatori incauti. dove si muore con un bizzarro strumento ad aria compressa, bizzarro perche' folle come e' folle la mente di chi lo ha pensato,dove si muore nelle roulotte e nel deserto, a torto e a ragione, senza un credo, senza un motivo, dove muoiono tutti, soprattutto la speranza. va bene. questa e' l'america. possiamo solo tremare e sperare appunto che tutto questo sia solo l'america e solo in america. non perche' nel resto del mondo non si muoia, ma perche' in america si muore come se si fosse in irak. solo che l'america non e' un paese in guerra. pero' la guerra civile c'e'. la guerra e' in casa, in ogni casa, in ogni famiglia, in ogni strada, in ogni stato.
c'e' il rischio che a rappresentarla cosi' la morte perda di significato, che lo perda anche la vita, che alla fine sembri tutto normale. c'e' il rischio che si perda il senso di tutta questa morte, cioe' del senso della morte in questo film. alla fine tutto diventa grottesco e ripetitivo, prevedibile, anche la cattiveria più cattiveria che c'è, poco credibile. così eccessiva, ridondante, alla fine la morte diventa noia, si svaluta, si svuota.
Certo, in un paese cosi' non si diventa vecchi. in un paese cosi' i vecchi non ci vivono e non capiscono. come descrive il sogno di Tommy Lee Jones, lo sceriffo, incredulo e stanco, non ci sono piu' padri, grandi vecchi, vecchi saggi. il sogno dice che la guida del padre, quello che passa davanti a lui con la fiaccola che si confonde con la luna, quello che porta la luce al punto di ristoro, quello che guida nel buio della notte, quello che rassicura e consente di andare avanti, quello che sopisce la paura della morte, quello che porta saggezza in un mondo di pazzi, che quella guida, quella luce, quel grande vecchio sono, appunto, solo un sogno. al risveglio rimane solo il mondo di pazzi, solo la follia che ci uccidera' tutti, senza speranza.
salvo solo il sogno. e il mio sogno,la mia speranza. il resto e' solo morte a basso costo.

I vecchi che si ammirano nell'acqua
William Butler Yeats

Ho udito i vecchi, i vecchissimi, dire:
" Tutto muta,
E a uno a uno noi scompariamo"
Avevano mani come artigli, e le ginocchia
Contorte come i pruni antichi
Presso le acque.
Ho udito i vecchi, i vecchissimi, dire:
« Tutto ciò che è bello trascorre via
Come le acque ».