bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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sabato 21 febbraio 2015

Certi cambiamenti del corpo mi fanno pensare a quelle vie che percorri da anni. Un bel giorno un negozio chiude, l’insegna è scomparsa, il locale è vuoto, c’è un cartello affittasi, e ti domandi cosa c’era prima, cioè la settimana scorsa

guardo i giochi di luce, che filtra dalla tapparella.
sono le 5 del pomeriggio, c'è il sole, le giornate si sono allungate.
guardo i quadratini di luce e penso che l'inverno sta finendo.
sono spensierata, letteralmente, in quel momento.
cè perfino della bellezza che percepisco.
improvvisamente compare un pensiero.
lo sto facendo senza nessuna consapevolezza, non mi sono domandata nemmeno per un attimo se tutto questo avrà delle conseguenze.
pensavo fosse un controllo, solo un controllo, l'ultimo, anzi il primo, nel 2006.
avevo extrasistoli a raffica, ero passata dalla cardiologia e trattenuta per fare una marea di esami.
tra questi, un'ecocardiografia.
alla fine del consulto il collega mi consiglia una terapia antipertensiva: sono destinata, mi dice.
ignoro la prescrizione.
per anni.
poi il mio destino mi incontra e l'ipertensione si fa sentire, a novembre, con notti insonni in preda a pulsazioni, cardiopalmo, sudorazioni notturne spaventose.
il mio destino: ipertensione, anche notevole.
ed inizia la mia terapia mattutina, quella che si prende tutte le mattine per tutto il resto della vita.
ed eccomi lì, su un fianco, durante l'ecocardiografia cardiaca, a giocare con la luce a quadretti sul paravento che separa il lettino dalla scrivania del medico.
focalizzo un particolare apparentemente paradossale ma a ripensarci testimone della mia sicumera. entrando nella stanza della cardiologa mi sono accomodata dalla parte della scrivania destinata al medico, non al paziente. mi pensavo ancora dotata dei super poteri del grande dottore.
ma sono una paziente, sono dall'altra parte della scrivania. 
(impara)
e il verdetto lo conferma: insufficienza mitralica moderata.
ed eccolo lì il mio declino. mi proietto nel mio futuro, vecchia, malata, vedo la mia prossima storia clinica, vedo tutti i farmaci che progressivamente collocherò in cucina, la dose scritta sulla confezione , il promemoria. penso a Pennac, e al suo libro Storia di un corpo (http://nuovateoria.blogspot.it/2012/12/body-wolrds-la-salute-e-la-vita-nel.html) , capisco che sto entrando in quella fase della vita in cui il corpo cede, in cui dall'onnipotenza che ci illude di essere eterni si passa alla certezza quotidiana che siamo transitori.
è da settembre che sto male, tosse folle per un mese a settembre, otite catarrale con ipoacusia a ottobre per 5 settimane, notti insonni e diagnosi di ipertensione a novembre, ripetute sedute dal dentista fino a dicembre per problemi reiterati ai denti, neoformazioni dermatologiche trattate con il laser a gennaio, di nuovo tosse, perdita totale della voce per 5 giorni e ancora dolore all'orecchio e mal di gola trapassante questa notte. febbraio.
capisco, non potrei non capirlo, che tutto questo impegno di orecchie, gola e voce girano intorno alla parola, da mesi. girano intorno alla questione del mio lavoro, dell'emissione della parola e dell'ascolto, girano intorno al riconoscimento della mia persona e del mio riconoscere l'altro. sono stati mesi improntati dal trauma, che vivo ogni settimana, a ogni notizia che ricevo.
sono negata, la mia parola  è negata, non parlo e non ascolto più.
qualcosa sta cambiando, non mi sono mai ammalata per anni, improvvisamente il mio corpo cade dall'alto, si schianta.
qualcosa è inesorabilmente cambiato.
e pensare che l'inverno sta quasi finendo.


Passiamo la vita a confrontare i nostri corpi. Ma, una volta usciti dall’infanzia, in maniera furtiva, quasi vergognosa. A quindici anni, sulla spiaggia, studiavo i bicipiti e gli addominali dei ragazzi della mia età. A diciotto o vent’anni il gonfiore sotto il costume. A trenta, a quaranta, gli uomini paragonano i capelli (guai ai calvi!). A cinquant’anni la pancia (non metterla su), a sessanta, i denti (non perderli). E adesso, in queste adunate di vecchi avvoltoi che sono le nostre autorità tutorie, la schiena, i passi, il modo di asciugarsi la bocca, di alzarsi, di infilarsi il cappotto, l’età, insomma, semplicemente l’età.
Storia di un corpoDaniel Pennac

mercoledì 9 gennaio 2013

storia di un corpo: che mi sia restituita la mia dirata, che le mie cellule rallentino.

li scrivo?
li scrivo.

"...mi è tornato in mente l'aneddoto di quell'escursionista caduto da una falesia. fa un passo falso, precipita nel vuoto. gli amici terrorizzati, continuano a urlare quando lui ha già smesso di avere paura.sostiene che il terrore l'ha abbandonato nell'istante in cui ha capito di essere spacciato. per tutta la vita si è ricordato di questa perdita della speranza come dell'esperienza stessa della beatitudine. alla fine l'hanno salvato i rami di un albero. la paura è tornata insieme alla speranza che qualcuno venisse a tirarlo fuori di lì."

"Bruno passa parte della mattinata con la lingua mollemente penzoloni. quandogli chiedo perchè, lui risponde serissimo: la lingua dentro si annoia, allora ogni tanto la porto fuori. il bambino percepisce ancora se stesso come un puzzle con tutti gli elementi sparpagliati. fa conoscenza dei pezzi che lo costituiscono come con amici occasionali.sa benissimo che si tratta della sua lingua, non ne dubita neppure un secondo, ma può ancora giocare a crederla estranea, a portarla fuori come si porta fuori il cane. lui e la sua lingua, ma anche il suo braccio, i suoi piedi o il suo cervello -chiacchiera molto con il suo cervello, ultimamente: state zitti che sto parlando al mio cervello-, tutti quei pezzi di se stesso che possono ancora incantarlo."

"...e io sfrego con il guanto, con il sapone, ogni volta stupito della densità di quei piccoli corpi, come se maneggiassi energia allo stato puro, tutta l'esistenza di due esistenze a venire fantasticamente racchiusa in quella carne infantile così compatta, sotto quella pelle così delicata: non saranno mai più così densi, nè i lineamenti del viso saranno mai più così netti, nè così bianco il bianco dei loro occhi, nè le orecchie così perfettamente disegnate, nè così compatta la grana della pelle. l'uomo nasce nell'iperrealismo per dilatarsi pian piano fino a un puntinismo alquanto approssimativo per poi disperdersi in una polvere di astrattismo."

"ho verificato. Bruno ha detto: vai a cagarti....e? stato Josè. chi è Josè? un amico di scuola. (...) vai a cagarti ha comunque un'altra dimensione rispetto a "stronzo" o "vaffanculo". l'imperativo del verso cagare coniugato in senso riflessivo pronominale è un'arma assassina. l'avversario ridotto all'escremento di se stesso al quale ordiniamo di defecarsi da solo, cosa si può dire di peggio?
...
Altro insulto ultra fisico del piccolo Josè: che ti muoiano le ossa."

(parla una psichiatra)
"in realtà, caro signore, quel che oggi la disturba di più è la sorpresa, lei è terrorizzatodalla novità di questi acufeni e dal timore della loro permanenza ma, conclude, nessuno vive in uno stato di stupore permanente.
...
come aveva preannunciato la psichiatra, sono passati tre mesi e mi sono abituato al mio acufene. la maggior parte delle nostre paure fisiche è come i nostri miasmi: li dimentichiamo quando il vento è passato. pascoliamo nel praticello del nostro trantran e ci immobilizziamo come cerbiatti senza via di scampo non appena il corpo parla. quando l'allarme  è passato, ce ne torniamo al pascolo con arie da predatori."

"quando hai tenuto per tutta la vita un diario del corpo, un'agonia non puoi certo negartela."

trascrivendo questi passi mi sembrano meno significativi di quando li ho letti.
probabilmente isolati perdono il senso che acquisiscono nella completezza del discorso.
è spesso così, no?
posso certamente dire che il libro è abbastanza fedele a se stesso, al suo intento. ci sono poche tracce, se non necessarie, di tipo narrativo, ci sono pochi accenni ad anima e psiche, ma è anche vero che certamente emergono i sentimenti. allora non si può parlare di corpo, di corpo vivo, di corpo nel mondo, senza separarlo dall'affettività?
il corpo è il veicolo della nostra presenza, è il veicolo della nostra affettività e della sua espressione (voce, cuore, occhi, orecchie, mimica , batticuori, orgasmi e lacrime) e, quindi, la sua narrazione, la narrazione del corpo, non può che passare da un'esperienza affettiva.
forse devo chiarirmi le idee, e dico sciochezze.
di certo questo libro mi ha circoscritto.

venerdì 14 dicembre 2012

body wolrds - "La salute è la vita nel silenzio degli organi"

Poco fa, in bagno, Dodo si lavava gli occhi per via dell’omino della sabbia. Violette gli ha detto che l’omino della sabbia passava tutte le sere e appena hanno cominciato a pizzicargli gli occhi lui è andato subito a lavarseli. Gli ho spiegato che non è l’omino della sabbia, ma il sonno a far pizzicare gli occhi.Che ciò che chiamiamo l’omino della sabbia è la voglia di dormire. Ha risposto: E infatti, è l’omino della sabbia! Dodo è ancora succube delle immagini. Io scrivo questo diario per liberarmene

corpo.
corpo.
corpo umano.
corpo, ancora corpo.
siamo solo i nostri pensieri e le nostre emozioni o siamo anche corpo, nel corso della nostra vita?
per la maggior parte del tempo viviamo a prescindere dal nostro corpo.
quanto tempo gli dedichiamo? (il corpo è maschile? o magari femminile?). ma, soprattutto, quanta attenzione poniamo sul nostro corpo? in linea di massima viviamo considerandolo un tutt'uno con la nostra mente, solo quando stiamo male allora, improvvisamente, il corpo si stacca da tutto il resto e si riprende lo spazio, la consistenza e la considerazione che gli spettano. solo il dolore e il malessere lo mettono in evidenza. in salute il corpo tace e non sente la nostra voce.
penso che la maggior parte delle persone abbia una scarsissima conoscenza del proprio corpo, che quasi lo guardi staccato e indipendente dal proprio sè, fino ad arrivare a distorsioni patologiche anche gravissime. ma anche restando nella normalità, ah ah dai si lo so...una parola che non esiste, difficilmente abbiamo occhi sensibili, pazienti e benevoli verso il nostro corpo. eppure, per una buona vita, una buona sessualità, una buona quotidianità e anche una "buona " malattia, quel corpo così solo accessorio e sconosciuto, è fondamentale. il corpo che si ammala può essere accudito amorevolmente e senza paura, senza terrore, senza angoscia, se gli abbiamo parlato tutta la vita. occuparsi improvvisamente di un estraneo che rompe schemi abitudini e placida ignoranza, un intruso che chiede urgentemente attenzione e urla smodatamente, è un peso per la maggior parte delle persone, intollerabile. deprimente.
mi muovo su due diversi binari, ultimamente.
la mostra Body Worlds a Milano, alla Fabbrica del Vapore.
Storia di un corpo di Pennac.
tutta materia interessante. sul corpo.

quel che faccio vedere qui sono alcune dei corpi che si possono vedere alla mostra.
sono corpi umani, veri.
corpi che hanno subito, dopo la morte, un particolare trattamento, la plastinazione.
si tratta di riproduzioni realizzate dallo scienziato tedesco Gunther von Hagens estraendo dai tessuti umani i fluidi corporei e i grassi solubili che ne comportano la decomposizione e conferendo solidità attraverso la tecnica della polimerizzazione. Questo processo permette di ottenere modelli anatomici che conservano intatte tutte le caratteristiche dell'essere umano. i corpi vengono da donazioni fatte in vita all'associazione di questo scienziato.
può darsi, proprio non lo escludo, che a qualcuno possa fare molta impressione, si tratta di corpi umani, veri e propri, solo privati dell'involucro esterno, della pelle. a volte sono indagati per i muscoli, a volte per l'apparato venoso, o nervoso, o scheletrico, o viscerale. a volte sono scomposti per strati fino a quello più interno. sono in movimento, sono vivi per certi aspetti, sono corpi senza vita che mimano la vita.
l'esposizione era frequentata per lo più da studenti di medicina, comprensibilmente.
ma a me, a parte il ripasso generale, ha dato l'idea di un risveglio necessario, quello secondo cui siamo, appunto, CORPO.
per gente come me che mentalizza, psicologizza, interpreta, simbolizza, ricordarsi che siamo corpo e cuore e vene e organi e malattie e vita e morte, è utile. anzi necessario. già ci ricordiamo, o ci accorgiamo, poco del nostro, nella maggior parte dei casi, figuriamoci di quello degli altri.

Il mio corpo è anche il corpo di Violette. L’odore di Violette è come la mia seconda pelle. Il mio corpo è anche il corpo di papà, il corpo di Dodo, il corpo di Manès… Il nostro corpo è anche il corpo degli altri.
Forse è proprio così, morire. Sarebbe molto piacevole se non avessimo tanta paura. Forse ci svegliamo ogni mattina solo per rimandare il momento delizioso in cui stiamo per morire. Quando papà è morto, si è addormentato un’ultima volta. 
è stato un bel viaggio. mi sono immaginata dentro, mi sono pensata carne, muscoli, attività elettrica, ho visto il mio cuore pulsare, il mio cervello accendersi, i miei polmoni respirare, il mio scheletro sostenermi.
è stato un buon esercizio. perchè questa dimenticanza che applichiamo tutti i giorni, questo vivere senza corpo ma logorandolo, questo buttare aria dentro senza sapere cosa sia il respiro, il primo e l'ultimo atto della nostra vita, rischia di alienarci. 
ed è per questo che Storia di un corpo di Daniel Pennac mi piace da morire, mi ricorda che attraverso il corpo vivo, mi emoziono, mi relaziono, piaccio, mi amano, mi odiano, e ho messo in vita i miei figli.

Dodo mi ha svegliato in piena notte. Piangeva. Gli ho chiesto il perché, non ha voluto dirmelo. Allora gli ho chiesto perché mi avesse svegliato. E così mi ha detto che i suoi amici lo prendevano in giro perché quando faceva pipì lui arrivava meno lontano di loro. Ho chiesto fino a dove. Mi ha detto non lontano. La mamma non ti ha insegnato? No. Gli ho chiesto se adesso gli scappava. Sì. Gli ho chiesto se arrotolava bene il calzino prima di fare pipì. Mi ha detto: come, il calzino? Siamo andati sul balcone e gli ho mostrato come si fa ad arrotolare il calzino. È una cosa che mi ha insegnato Violette quando ero piccolo, facendomi il bagno: Arrotolati un po’ il calzino, non sia mai che ti vengono i funghi! La punta è uscita fuori e lui ha pisciato lontanissimo, fin sul tettuccio della Hotchkiss dei Bergerac. Era parcheggiata sotto casa. Ha pisciato fino all’altro lato del marciapiede. Era così contento che faceva pipì ridendo. E questo mandava il getto ancora più lontano, a raffiche. Ho avuto paura che la mamma si svegliasse e gli ho messo la mano sulla bocca. Ha continuato a ridere nella mia mano.