bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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martedì 26 agosto 2014

brevi note a margine: quando proprio non capisco

intanto a Milano ho passato il mio ultimo fine settimana di vacanza in pace con i miei provati sensi.
finalmente calore, tepore, luce, bicicletta, finestre aperte, aria tersa quasi settembrina (in compenso ieri e oggi: autunno!)  
la montagna, d'estate, è contro natura. e nessuno potrà mai convincermi del contrario (anche d'inverno lo è ma qui è più difficile trovare le argomentazioni giuste senza magari, che so, sembrare un filo fanatica e stupida, quindi lo penso ma non lo dico).
detto questo per me vacanza è, sopra ogni cosa, lettura, ma non di libri, che divoro -letti e ascoltati- già abbondantemente durante tutto l'anno, ma del giornale. il Corriere della Sera  lo leggo tutto e tutti i giorni, compresi tutti gli inserti, La lettura e Sette i miei favoriti. lo leggo in spiaggia, godimento divino, e anche a Ortisei sotto la coperta mentre fuori grandina, unico elemento che mi rende sopportabile l'agonia della giornata altoatesina.
come comincio a lavorare non lo leggo più. la giornata non me lo consente o, forse, meglio essere sinceri, non me lo consento. una perdita incommensurabile e un ineluttabile re-inabissamento nella mia grigia ignoranza delle cose del mondo. vedi a lavorare...che danni...!?
quel che noto a margine oggi, sono gli articoli, per lo più leggeri e dicostume, di Maria Laura Rodotà.
giornalista del Corriere, si trovano, nel mese di agosto, suoi trafiletti sul quotidiano, ieri anche un articolo già in prima pagina sull'identificazione in personaggi di telefilm americani, e alcune rubriche fisse su Io Donna e su Sette, in particolare. quivi tiene una rubrica "del cuore" -D'Amore e di Altri Disastri-, ma con tono diciamo spigliato, brillante, brillantissimo, neologismi, modernismi, Gran Bastardi, e Vere Depresse, riferimenti cool, linguaggio easy, molto quotato e molto all'ultima moda verbale, molto trendy, all'uso giovanile ma non solo, all'uso internettiano delle nuove relazioni mondane.
insomma, per dirla in breve, un linguaggio che io non capisco.
tipo:
Terapia consigliata. La verità sulla cinquantenne femmina contemporanea, secondo me, più che nelle tue disinvolte considerazioni sul turismo sessuale (che può essere sia patetico sia rischioso) è in una tua parentesi: Detta cinquantenne “qualche volta cerca di fidanzarsi, ma questa è davvero un’altra storia”. In effetti. Trattasi di generazione avventurosa – la seconda e l’ultima che si è potuta permettere, socialmente e finanziariamente, di esserlo – e con gli umarells non si trova. Il che non impedisce di restare amici, o di restare sposati, spesso. 
boh. ma non capisco bene quel che dice e scrive, anche a rileggerla una seconda volta, in risposta alle lettere che riceve. capisco di più, ma non sempre!, negli articoli singoli, brevi e concisi, ma mi perdo senza meta quando recluta quel quel tono di spirito all'ultimo respiro, alla battuta pronta, all'allusione virtuale, alla dimensione relazionale on demand di comevailmondotrauominiedonnemanonsolo.
sono tagliata "fuori". sono ferma a un piccolo mondo antico, la velocità e l'allusività modernista di certo linguaggio mi aliena e mi svuota lasciandomi interdetta. perchè non capisco?
oibò (direbbe lei). oppure vabbè. oppure, fate voi. 

venerdì 12 aprile 2013

questa stanza che ti pensa, in cui non sei mai venuta


cosa dire di questo autore cinese che scrive poesie?
alcune, tra le sue che ho letto, mi sono piaciute tanto.
e mi sono anche sforzata, sul testo della rivista che le riportava, di guardare i segni della sua scrittura originale. il cinese.
perchè?
perchè nel corso di psicoanalisi di quest'anno c'è una sezione dedicata allo studio di Lacan della scrittura cinese, scrittura che è, diceva, nella sua struttura grafica e non alfabetica, un insegnamento all'ascolto dell'alterità "spaesante". si direbbe che nella scrittura cinese ci sia da ritrovare un simbolo, quella della fecondità, quello della differenza sessuale. la scrittura cinese, non alfabetica e non fonetica, non  intercetta solo la voce ma anche lo sguardo, dove voce e sguardo sono i due oggetti pulsionali che Lacan ha trovato oltre a quelli identificati da Freud. la scrittura cinese è grafica, artificiale, è "la cosa", ha un'origine divinatoria e predittiva, è stata ritrovata, come cosa preesistente alla creazione, come racconta una delle tante storie mitiche che ne narrano la comparsa nel mondo, sui gusci delle tartarughe e ossa oracolari. secondo i cinesi prima non c'era il verbo...ma la scrittura, il segno scritto: la scrittura c'è, da sola, esiste per sè, non è stata funzionale all'uomo, ma ed esso preesistente, non creata ma interpretata. secondo Lacan la psicoanalisi ha sempre a che fare con la scrittura, perchè esiste sempre una scrittura cui siamo stati esposti, la scrittura simbolica in cui siamo nati e che ci portiamo tatuati sulla nuca, ovvero dove non la possiamo leggere ma che ci segna indelebilmente. una storia affascinante...che ancora devo sentire fino in fondo...

Yang Lian, considerato una delle più belle e autorevoli voci della poesia moderna, è nato a Berna 1955, ma poco dopo segue la fami­glia di ritorno in Cina. Ini­zia a scri­vere poe­sie nel 1976 e circa tre anni dopo pub­blica in una rivi­sta indi­pen­dente. Nel 1989, dopo molti viaggi all’estero, è costretto a un lungo periodo di esi­lio, per aver con­dan­nato pub­bli­ca­mente le scelte del Governo cinese a seguito degli avve­ni­menti di Piazza Tie­nan­men. Nel 1994 decide di sta­bi­lirsi a Lon­dra, dove attual­mente vive e lavora. Le sue opere sono state tra­dotte in 25 lin­gue. In Ita­lia, i suoi versi sono stati pub­bli­cati da Einaudi nell’antologia “Nuovi poeti cinesi”, nel 2004 è uscita la rac­colta “Dove si ferma il mare” per Scheiwil­ler. È uno dei vin­ci­tori del Pre­mio Nonino 2012.
detto questo, tratto da qualche blog o wikipedia, mi dico ancora che le sue poesie hanno un fascino, come la scrittura che le compone.

Dove si ferma il mare 

Sopra il mare asfaltato un uccello bianco come un fantasma

annusa la riva qual faro si ferma proprio
a sinistra dove incontrammo una morte accidentale

sul mare asfaltato c'è ancora un aratro spezzato

cent'anni col precipizio di una lapide
ridipingono i nostri nomi
sul bordo del tavolo di roccia rossa siamo visti a pranzo
acqua di mare il falò di aghi di pino verde smeraldo riscalda lo scheletro
mostra tutti i denti corrosi dalla ruggine danza

la punta aguzza del tempietto viene mescolata a questa notte di ogni agosto
pioggia tempestosa lettura obbligatoria nella lezione della morte


Già letto

nei cimiteri cinesi i pini respirano così come crescono
ma il vento cambia tranquillo la direzione della giornata
l'aratro va avanti e indietro fino alla fine del campo
verde fertile libro di agosto
la vita semina i semi dei morti

la notte tutte le stelle viaggiano in un pozzo di giada

per tutta l'estate leggi una biografia
l'ombra del pino è immersa nell'acqua
una sedia piena d'acqua è incisa in un bassorilievo
il mare lontano va in collera da solo
canti di uccelli inondano il cielo quasi non cantassero
leggi come se non avessi letto niente

c'è solo l'arte che scuote un pomeriggio e lo rende nero

Ricordo di una ragazza

un respiro profondo    poi gli occhi chiusi
e tu vieni nella mia stanza
al tempo dell'estate     vi sono dita di canzoni nei boschetti
e i tuoi piedi    ricordo di un cimitero silenzioso

no   non chinarti a guardare le lapidi
cercano maliziosamente   un nome identico al tuo
non bisbigliare a loro   né ridere
con quella risata che una volta anche gli altri ricordavano

no    no    quello non è
il terreno erboso dove prendesti il sole
un tappeto verde, un tessuto di nove anni saturo di luce
la pietra non capisce tutto ciò che amasti così profondamente

i nomi sparsi tutto intorno     come la brezza più fievole
che viene da te     e sogna oltre il tuo respiro
dimenticato sotto il terreno poco distante
o assai distante    entrando in questa stanza che ti pensa,
    in cui non sei mai venuta


L'altezza del sogno

non ti ricordi il sogno     solo la sua altezza
fa tremare la carne della tua carne
uccelli nei tempi più quieti sono in imminente pericolo
sotto i colpi di martello del chiaro di luna
il giardino intorpidito si annusa
sul pavimento argento frantumato, vertiginoso come mai
non ti ricordi       ma l'uomo nel sogno
fu sollevato nel cielo per una costola
e come musica barcollante cammina ancora là

qualche volta un sogno si prolunga più di una vita
qualche volta è solo uno strapiombo      che vi fa invecchiare
di diversi anni     anni bui-
se il buio deve sostenervi


la parola come evento sfugge e scompagina il codice del linguaggio. per Lacan è la poesia il luogo dove la parola si manifesta come pura singolarità, come pura trascendenza dal codice stabilito del linguaggio.
il poeta usa il codice ma lo sconvolge. lo scompagina,  lo traumatizza, lo dissesta mentre lo usa.
il grande poeta è figlio e orfano ed erede del linguaggio perchè in ogni parola poetica c'è sovversione del linguaggio.
ognuno di noi avrebbe la responsabilità di creare l'evento della parola singolare, l'evento della propria poesia.


I disegni sono di Shitao.

domenica 7 ottobre 2012

quando tutto sarà finito resterà solo l'arte




è che qui è la fine del mondo.
si vedono reperti di un mondo che fu..oppure che sarà. è lo stesso.
è l'apocalisse, è tutto finito, è venuto giù il mondo, l'uomo si è inabissato, l'arte pero' è rimasta, unica sopravvissuta.
e noi siamo qui  guardare la fine che sarà, quel che rimarrà, la fine che tornerà a essere la genesi, l'inizio, il principio.
Kiefer si fa capire bene, almeno io lo capisco bene. lo capisco così: la fine e l'inizio si toccano. 
l'ho conosciuto all'Hangar Bicocca, con le sue torri, imponenti, a monito della fine, o a ricordo dell'inizio. un mondo senza uomini, con le vestigia, scritte e in muratura, di un tempo che si è definitivamente spezzato. questi ingredienti ritornano nelle opere bibliche (realizzate negli ultimi anni) esposte da Lia Rumma, a Milano. si vedono scorci di un’apocalisse senza redenzione, memorie archeologiche: l’Egitto, la Mesopotamia, e, poi, Babele rappresentate mediante motivi che vengono trattati fino a essere resi illeggibili. tracce che lasciano supporre e immaginare il tempo della vita quando ormai di vita non ce n'è più. paesaggi argillosi e fangosi, tra reliquie e vestigia. fortezze di pietra potentemente espressive. una vecchia macchina tipografica da cui fuoriescono impazzite lingue di piombo che riportano in sequenza fotografie di reperti archeologici...e le torri ricompaiono, imponenti macerie di un mondo disabitato. enormi fotografie di templi che sbiadiscono grazie a un’azione chimica, in un sofisticato gioco tra materia e memoria. «Lavoro con l’elettrolisi: metto i quadri in un bagno di acido, sottoponendoli a scariche elettriche. Una parte dell’immagine scompare. Quello che resta si modificherà nel tempo».







Leggo su "la lettura" del Corriere della Sera
Forse, è l’ultimo artista «epocale». Come pochi, Anselm Kiefer sa farsi interprete del destino tragico della modernità. Eppure — almeno a un primo sguardo — siamo dinanzi a una personalità poco partecipe alla cronaca. Un architetto che, con lenta sapienza, da anni è impegnato a edificare muri sempre più alti: argini contro le pressioni dell’attualità. I suoi segni potenti celano un profondo disagio nei confronti della contemporaneità. Riprendendo una domanda che si pone Milan Kundera ne L’immortalità, gli chiediamo: «Come vivere in un mondo con il quale non si è d’accordo?». La risposta è un elogio dell’antirealismo. «Il mondo che vedo non è reale. È solo un’illusione. Non mi ci posso adattare. Reali sono solo quadri, poemi, brani musicali. Le opere d’arte, per me, sono come boe in un mare infinitamente privo di senso, alle quali mi aggrappo passando dall’una all’altra».
Le opere, dunque. Per Kiefer, nascono da illuminazioni inattese. «Per cominciare un dipinto, ho bisogno di uno choc. Che può arrivarmi da una poesia, da un’esperienza privata, da un paesaggio».
Un’epica che attinge continuamente a figure e a leggende della Bibbia, straordinario sillabario per leggere il nostro mondo, luogo nel quale è iscritto il grande codice della civiltà occidentale, imponente repertorio di simboli e di icone, affresco sublime nel «dire» la nuda verità della nascita e della morte, dell’eros e della violenza, dell’incanto e della polvere, una sorta di terribile cronaca nera dell’umanità. In particolare, Kiefer — come emerge nella mostra nella galleria milanese di Lia Rumma — ha studiato il libro della Genesi, dove, ha osservato Claudio Magris, si racconta «quello squarcio e stupro del nulla che è la creazione della vita». Kiefer spiega: «Ma la Bibbia è solo una parte dell’universo del mito. Ci sono molti altri alfabeti delle più diverse culture: tutti insieme formano un alfabeto completo».

sono molto attratta dal suo linguaggio biblico, ancestrale, babelico, catastrofico che disegna il futuro di un universo senza uomini. quel che resterà dopo la distruzione sistematica adoperata dai noi abitatori della terra. non posso che credergli e rimanere inclusa nel suo linguaggio, nei suoi codici, nel materiale che usa e trasforma, nell'uso dell'archeologia come mastodontiche testimonianze di un passato da solo destinato a rimanere, data la transitorietà drammatica e incosistente del tempo che ORA viviamo.
un'incosistenza che personalmete mi terrorizza, a proposito di un mondo con il quale non sono d'accordo, dal quale mi desintonizzo totalmente, che mi lascia sgomenta e che ritrovo nell'imponeza e nella solennità del deserto disumanizzato che si concretizza nelle sue opere. sconvolgenti.
Kiefer rimane in ascolto delle voci del mondo: sono echi che si depositano negli interstizi dei suoi quadri e delle sue sculture. «Difficile dire in che misura la nostra èra si rifletta nella mia ricerca, perché io mi muovo sempre nell’oscurità dell’istante. So solo una cosa: l’arte è una necessità. Per la scienza e la politica, essa non ha un’utilità concreta. Invece, senza l’arte non c’è nulla. Quando tutto sarà finito, l’arte continuerà».

lunedì 13 febbraio 2012

rendimi gli occhi sperduti


Rendimi gli occhi sperduti,
oh troppo a lungo hanno sostato su di te;
ma poichè tanto appresero di male,
di modi affettati,
di false passioni,
così che
fatti da te
ciechi alla bella vista,
tienili tu, presso di te.

Rendimi il cuore inerme
che non un pensiero indegno potè macchiare;
ma se edotto da te
alla derisione
di ogni dichiarazione,
al tradimento
di parola e giuramento,
tienilo tu,
chè più non mi appartiene.

Rivoglio i miei occhi.
Rivoglio il mio cuore.
Che le tue bugie possa conoscere e vedere
e riso e gioia provare, quando tu
in angoscia dimorerai
e languirai
per qualcuno che si negherà
o si mostrerà infedele,
come te, ora.

Il messaggio, di Jhon Donne.
qualcuno, che mi sembra un tipo intelligente, dice che John Donne (1572-1631) è il più grande poeta d'amore.
io non so se sia così, come non so chi sia il più grande scrittore o quale sia la più bella poesia.
quando leggo certe interviste in cui si citano la canzone più amata, il piatto preferito, il profumo più suadente, il film più bello, l'attore più cool, mi domando come sia possibile effettuare una scelta e renderla assoluta, conferirle il potere di riassumere tutto il bello che c'è. di poesie d'amore ne ho lette moltissime, non potrei dire che Neruda, Lorca, Pozzi, Lasker-Schüler, Sexton, Plath, Hesse, Hikmet, Achmatova siano da meno rispetto a Jhon Donne, abbiano avuto meno idee in tema d'amore o le abbiano espresse con minore intensità.
come dice la prefazione di Virgina Wolf -effettivamente una delle scrittrici più affascinanti io abbia mai letto!- al libro che ho comprato, questo poeta ha la dote dell'immediatezza, irrompe nel discorso in modo esplosivo, senza mediazioni. e questo è un concetto lacaniano direi, che mi prende moltissimo, quello del discorso in cui siamo immersi, dell'inconscio strutturato come un linguaggio, del mondo simbolico in cui nasciamo, predeterminato dall'Altro.
le parole mi affascinano, mi attraggono, posso dire che non c'è nulla che mi colpisca, mi prenda e mi dia il senso dell'altro più del sentirlo parlare, scrivere, usare le parole.
"è luce stabile, ferma l'amore, o luce che cresce.
è notte il primo attimo dopo mezzogiorno."
sapersi inscrivere così nel discorso, è un bel sapere.

questa poesia mi piace e mi ha attratto per il titolo: il messaggio. leggendola mi sono domandata come potrebbe essere oggi, un discorso così, un augurio così, una rivendicazione così, un imperativo simbolico così, in un messaggio, un sms, nel nostro attuale linguaggio di anafabeti virtuali.

domenica 6 novembre 2011

Chiarore acido che tessi i bruciori d’inferno degli atomi



Esistere psichicamente

Da questa artificiosa terra-carne
esili acuminati sensi
e sussulti e silenzi,
da questa bava di vicende
- soli che urtarono fili di ciglia
ariste appena sfrangiate pei colli -
da questo lungo attimo
inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,
da tutto questo che non fu
primavera non luglio non autunno
ma solo egro spiraglio
ma solo psiche,
da tutto questo che non è nulla
ed è tutto ciò ch’io sono:
tale la verità geme a se stessa,
si vuole pomo che gonfia ed infradicia.
Chiarore acido che tessi
i bruciori d’inferno
degli atomi e il conato
torbido d’alghe e vermi,
chiarore-uovo
che nel morente muco fai parole
e amori.

Andrea Zanzotto
da “Vocativo”

io dico: che linguaggio. che intreccio di nulla ed essere, psiche ed esistenza.
si viene da un chiarore d'uovo, attraverso un non luglio, non autunno, un lungo attimo inghiottito dal vento, vivendo di esili acuminati sensi, e sussulti e silenzi, siamo bruciori d'inferno degli atomi e poi ci sciogliamo in morente muco, conato di vermi. o viceversa. nascita e morte indistintamente si confondono. creazione e dissoluzione, dilatazione e contrazione dell'essere.
ma solo psiche
da tutto questo che non è nulla
ed è tutto ciò ch’io sono.
si è così, esisto psichicamente e per questo mi districo dal nulla da cui provengo e diverrò.
anche io ho il mio linguaggio, solo mio.
ed è fonte della mia identificazione e anche della mia solitudine.

domenica 10 aprile 2011

big cities and mental health

intanto a milano c'è un luogo che si chiama la casa dell'energia.
scopro che nasce da un’idea AEM, la società energetica milanese, che ha fondato questo centro permanente di comunicazione dedicato all’energia.
direi che il nome porta in sè una promessa di vita, di vitalità.
struttura moderna, molto attrezzata, avveniristica, oggi sede di un piccolo convegno milanese di psichiatria: big cities and mental health.
un convegno che ha, in verita', poco da dire, e, se dice, dice in linea di massima cose scontate, se dice fa elenchi di strutture e prestazioni sanitarie.
se dice qualcosa lo fa per bocca di uno psichiatra indiano, Dinesh Bughra, che almeno, oltre agli elenchi, dice, e dice citando Marmot: "Lungo il percorso della metropolitana che attraversa Washington, dai quartieri poveri e neri a sud-est della città fino alla ricca e bianca contea di Montgomery, si guadagna un anno e mezzo di vita ogni miglio percorso; per un totale, ai due estremi della linea, di vent'anni di differenza nella speranza di vita. In altre parole, secondo il quartiere in cui si vive e le risorse economiche e culturali di cui si dispone, l'arco dell'esistenza nella capitale degli Stati Uniti varia da 53-58 anni a 73-78"(M. Marmot Status Syndrome, JAMA 2006)
se dice lo fa per bocca dei sociologi, soprattutto Alfredo Alietti, che presenta scenari urbani con spirito osservativo, narrando la nostra società senza qualità -parafrasando Musil- e l'intermittenza della cittadinanza sociale.
un convegno allietato dall'improvvisa comparsa della Moratti, ...bravi bravi complimenti a voi che parlate di depressione nelle grandi citta' (non si parla affatto di depressione) io me ne sono occupata con i CUSTODI DI QUARTIERE... Splendida, entra scortata da 10 burattini in divisa, fa la sua propaganda interrompendo la presentazione del mio esimio primario e se ne va, lasciando la scia del suo profumo. splendore dell'aura pre elettorale.
ma chissenefrega, alcune considerazioni le penso e le dico io, ho visto e sentito angolature curiose altrimenti a me sconosciute e mi sono portata a casa il mio piccolo bottino, egualmente.
lo spazio dell'energia si avvale di sale espositive, appena rinnovate di un look moderno all'avanguardia, e, per l'accasione, espone quadri di un signor pittore di nome Carlo Cane, che scopro, nell'indifferenza totale dei miei colleghi, durante il coffee break, pausa caffe' per gli italiani, assaggiando pain au chocolat (pane al cioccolato o giu' di li') caldi, fumanti, irresistibili.
ecco , Carlo Cane rappresenta le Big Cities, ecco l'attinenza al tema del convegno, e lo fa in un modo che mi ha colpito da subito.
guardate.





le trovo fantastiche e fantasmatiche, queste città, un po' Blade Runner, un po' Matrix, un po' Brazil, come delle Metropolis alla Friz Lang dei nostri tempi. insomma mi piacciono un mondo.

mentre ascolto mi colpisce, nel marasma degli elenchi, la ricorrenza delle parole attinenti alle problematicità (eccone una!) dell'urbanità patologica.
urbanizzazione
ruralizzazione
settorializzazione
specializzazione
posizionamento
segregazione
separazione
aggregazione
isolamento
disintegrazione
contestualizzazione
migrazione
istituzione
acculturamento
selezione
inquinamento
soffocamento
deprivazione
accessibilità
multiculturalismo
traduzione
interpretazione
frammentazione
marginalità
criticità
problematicità
disabilità
precarietà

ogni professione parla il suo linguaggio, e questo in fondo non è poi univocamente psichiatrico, è certamente orientato all'"urbanesimo" dei giorni nostri.
il linguaggio sociologico mi ha certamente conquistata di più, con le sue riflessioni sulla società senza benessere sociale, sull'individualismo, elemento fondante della società occidentale, che, alla sua esasperazione attuale, ha condotto all'eclissi del sociale. la solidarietà è scomparsa, l'unico elemento di condivisione tra individui è il consumismo, peraltro orientato solo in senso performante, coltivato nei centri commerciali. la cultura terapeutica, che fa uso sfrenato di manuali per ogni cosa e delega all'esperto ogni decisione, ha sostituito la cultura dei rapporti sociali. Il counselling spinto, osceno, ha sostituito la comunicazione tra soggetti ed è un indicatore inequivocabile dell'individuo "insufficiente", ovvero un individiuo che fonda il suo vivere sulla presunta libertà individuale svincolata da ogni legame con l'altro, relegata alla scrittura della propria biografia, solamente.
le città diventano arcipelaghi, strutture a mosaico. dopo aver rinunciato al welfare state, ai principi universalistici, alla rappresentanze sociali, la città si ritira nel privato: i super ricchi si barricano in comunità chiuse, fortificate autosufficienti e sorvegliate, i super poveri si autosegregano in quartieri fantasma con elevatissima concentrazione di disagio sociale.
gli uomini soffrono, le città anche.
L'homo sapiens è un cacciatore-assassino i cui appetiti depravati, che un tempo gli consentivano di sopravvivere, sono stati corretti. E' stato parzialmente riabilitato in una prigione aperta, le prime società agricole, e adesso si ritrova in libertà vigilata nei sobborghi perbene della città-stato.
Gli impulsi devianti codificati nel suo sistema nervoso centrale sono stati spenti. Non è più in grado di fare del male, nè a se stesso nè a chiunque altro. Ma la natura, in modo molto sensato, lo ha dotato del gusto della crudeltà e di un'intensa curiosità per il dolore e la morte. Senza di loro, è intrappolato in un eterno pomeriggio nei centri commerciali dell'infinita mediocrità. Noi abbiamo il compito di resuscitarlo, di restituirgli il suo occhio assassino e i suoi sogni di morte. Insieme gli hanno permesso di dominare questo pianeta.
(JG Ballard: Super-Cannes)