bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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lunedì 15 settembre 2014

Takashi Murakami

Takashi Murakami è una vera superstar nel sistema dell'arte contemporanea che però, nonostante l'estetica iper Pop dei suoi lavori, riveste le proprie opere anche di significati molto profondi. Palazzo Reale a Milano, nella sala delle Cariatidi, presenta ora la mostra "Il ciclo di Arhat", curata da Francesco Bonami, che racconta un nuovo volto di Murakami che passa, nelle parole del critico italiano, dalla dimensione appiattita del "Superflat" dei primi anni Duemila a quella decisamente profonda del "Superdeep", influenzato dalla storia recente del Giappone, e in particolare dalla tragedia di Fukushima, nella quale l'imponderabilità della Natura ha distrutto il frutto del progresso umano. Da questa riflessione, che non rinuncia ai colori sgargianti e a una tecnica curatissima, nascono i nuovi lavori che nella mostra milanese si concentrano su due tipologie: in primo luogo gli autoritratti nei quali l'artista si mostra in piedi su un corpo celeste e con una sorta di buco nero alle spalle. 

La serenità del volto dipinto trasmette, più che paura, il senso di una pacata inevitabilità. In secondo luogo ecco i colossali lavori ispirati alle figure religiose giapponesi degli Arhat, presenze che accompagnano il ciclo della vita in tutte le sue manifestazioni. L'estetica è brillante e apparentemente facile, ma il messaggio di Murakami punta all'universale. 



E in quest'ottica assume un'altra valenza anche l'ambivalente "Buddha ovale" che accoglie il pubblico all'ingresso della mostra con una sorta di mimesi plastica e vagamente minacciosa tra la cultura di massa più luccicante e il misticismo orientale.

allora: pazzo o genio?
mah, nessuno delle due ipotesi immagino, un artista moderno, un po' furbo, un po' simpatico, creativo. ma molto glamour e molto kitsch, molto orientato dal gusto contemporaneo.
tutto il colore "superdeep" -che simpatica invenzione-, tutta l'eredità manga, le storpiature e distorsioni delle figure, gli autoritratti ironici sopra palle dell'universo conditi da teschi fiammeggianti, il buddha ovale -dove "l'eterno feconda il presente"-, gli Arhat, figure antiche della tradizione religiosa giapponese, a dimensioni superlative rappresentate in modo dissacrante -monaci Buddisti che affrontano il declino e la morte, in cui mostri demoniaci e monaci decrepiti in tonache e paramenti tradizionali vagano percorrendo paesaggi psichedelici- tutto questo è molto divertente. mi sono vista il tutto in 15 minuti con grande gioia e sorpresa.
poi che io abbia pensato a Fukushima e al nucleare proprio non si può dire. ho pensato a una visione disincantata, fatalista, fantascientifica, fumettsitica e giovanilistica, ironica, spiritosa e laica della vita, ed è un gran bene comunque.
poi possiamo inventarci quel che vogliamo.

domenica 25 maggio 2014

Cildo Meireles

la sensazione è visiva, poi tattile, poi uditiva, poi olfattiva.
è sensoriale in toto.
l'arte contemporanea si muove così, cercando di prenderti tutto, di portarti in mondi nuovi, di farti esperire sotto nuove forme quel che vivi senza saperlo.
a volte cerca di riportarti alla memoria quel che hai dimenticato, o quel che non hai mai saputo, la follia e il dolore, la bellezza e l'orrore.
l'arte contemporanea non si accontenta, lo stupore deve passare da tutto il corpo, magari sconvolgendoti un po', scioccandoti. o non si accontenta o non si fida di sè, della sua capacità comunicativa ed espressiva.
quel che vedo all'Hangar Bicocca, tempio dell'arte contemporanea insieme al PAC di Milano, tende a somigliarsi sempre un po': installazioni e via con lo tsunami sensoriale,  mnemonico, emotivo, misterioso. se di tsunami si tratta.
quel che domina l'arte contemporanea è il corpo, il corpo e solo il corpo. non celebra la bellezza, anzi, se possibile si immerge nelle viscere e le porta in superficie, te le fa vedere, ti dice: questo è il corpo reale, questa è la nuova lingua che intende il mondo, la parola e il simbolico sono morti.
tranne alcune mirabili eccezioni, dove effettivamente l'originalità e la forza espressiva è veramente frutto di un talento -ricordiamoci che all'Hangar sono fisse in esposizione permanente le sette torri di Kiefer, che sono state veramente uno sballo emozionale (http://nuovateoria.blogspot.it/2012/05/hangar-bicocca.html)-  il tentativo è abbastanza sovrapponibile, ognuno con le sue modalità, ma senza mirabili eccezioni.
certo Mike Kelley (http://nuovateoria.blogspot.it/2013/07/mike-kelley-eternity-is-long-time.html) è matto e alla sua follia si assiste senza ombra nei suoi lavori, matto, ossessionato, psicotico, sganciato, disancorato. la Galindo mi ha dato da pensare a una qualche deviazione (http://nuovateoria.blogspot.it/2014/04/estoy-viva.html), ma  Meireles mi sembra sano di mente, forse troppo per il mestiere che fa, e cerca la sua via con installazioni più o meno riuscite, complessivamente gradevoli e curiose. Si viaggia nella trasparenza, camminando sui vetri e attraverso maglie da pescatori o guardando attraverso una vasca di pesci trasparenti,  si finisce in una stanza che ricorda, anzi che E' il mare, effettivamente avvertendo una senzione di tremolio, di ondeggiamento, di perdita dell'equilibrio.
si sosta davanti a una torre di radio che parlano contemporaneamnete lingue diverse, ci si avicina a una capanna sioux attorniata da una muro di candele e che contiene ossa di bue: un odore acre intollerabile mi travolge, e mi perseguita, anche allontanandomi.
si gioca sull'equivoco visivo, sulla necessità di sperimentare il reale, una boccia somiglia a un'altra  per forma e dimensione  ma ha ben altro peso, una è di plastica l'altra di qualche metallo pesante, si gioca sulla sinestesia, sulla contaminazione dei sensi nella percezione...e a tratti mi sembra di essere a scuola!, a una sperimentazione di fisica o di biologia.



Cildo Meireles. Installations è la prima mostra italiana dedicata a uno dei più importanti e celebrati artisti del secondo dopoguerra. La personale, a cura di Vicente Todolí, comprende 12 tra le più importanti installazioni realizzate dall’artista tra il 1970 e oggi. Tra i primi a sperimentare, fin dagli anni 60, installazioni immersive e multisensoriali che richiedono il totale coinvolgimento del pubblico, Cildo Meireles affronta tematiche sociali e culturali attraverso opere che rivelano pienamente il loro significato solo nel momento in cui sono attraversate, coinvolgendo oltre alla vista, anche l’udito, il tatto, l’olfatto e addirittura il gusto. La mostra si snoda attraverso un percorso spiazzante, caratterizzato da opere monumentali e piccolissime che catturano lo spettatore anche attraverso l’uso indistinto dei materiali operato dall’artista. Cildo Meireles, infatti, sceglie oggetti e materie in base alle loro caratteristiche simboliche o sensoriali, mettendo insieme elementi contrastanti dal punto di vista semantico o visivo. L’uso di grandi quantità di oggetti identici o simili per creare ambienti ed effetti visivi nuovi, il suono come elemento centrale nella relazione del pubblico con le opere, e lo spazio quale componente fondamentale nell’enfatizzare i paradossi e le metafore, sono elementi chiave dell’arte di Cildo Meireles efficacemente riassunti nelle 12 installazioni presentate presso Pirelli HangarBicocca. 









ho visto di meglio, ho visto di più.
se l'effetto deve essere sul corpo, il mio corpo chiede di più.

venerdì 21 marzo 2014

ILIOKATAKINIOMUMASTILOPSARODIMAKOPIOTITA

non me lo sono inventato io, 'sto titolo, è colpa di Micol Assael.
Chi è?
non lo so bene, è nata a Roma nel 1979, attualmente vive e lavora in Grecia, e presenta quest'opera d'arte contemporanea all'Hangar, amatissimo, Bicocca. che bel posto che è l'Hangar, è un posto figo. grande e alto, ben fatto, belle sale, bella gente, ampi spazi, gambe lunghe...è un figo. bello, fuori e dentro, come a volte si sente dire, incredibilmente, da qualcuno.
In ILIOKATAKINIOMUMASTILOPSARODIMAKOPIOTITA il suono comincia fin da titolo, una sorta di “scioglilingua musicale” che accorpa diversi termini greci, associati intenzionalmente dall’artista senza alcun significato, proprio per escludere qualsiasi chiave di lettura prestabilita. Il suono, infatti, è l’elemento unificatore che tiene insieme le cinque opere realizzate da Micol Assaël nello Shed di HangarBicocca. Cinque ambienti, quasi micro elementi abitativi, con i quali i visitatori sono invitati a sintonizzarsi empaticamente per scoprirne i dettagli nascosti: in questo senso la dimensione dell’ascolto fisico e soprattutto mentale è centrale nella ricerca dell’artista.
l'esperienza è interessante se si considera che sono entrata sana e sono uscita con un forte mal di testa. e un vago senso di nausea, forse causato dal mal di testa stesso o forse no, chissà.
l'esperienza è fisica, come si legge sopra, e molto uditiva, come si legge sopra.
ma anche nasale, olfattiva.
nella grande sala ci sono cinque piccoli abitati, cinque piccole case, con cinque nomi diversi, irrilevanti.
l'effetto globale è quello di entrare, ogni volta, in un'archeologia recente, in luoghi consumati dal tempo, dal vento, dal freddo, dal rumore, dalla puzza, dall'usura del tempo, del degrado, dalla dimenticanza, dalla sofferenza.






Al centro dello Shed è installata 432Hz (2009-2014), un involucro di legno che racchiude un prezioso mondo iridiscente che rivela la centralità della natura nella ricerca di Micol Assaël, sono tante piccole arnie e rivelano un rumore di sottofondo, come di api al lavoro. Vorkuta(2003), realizzata sulla scia delle memorie di un viaggio compiuto dall’artista in Siberia, è una cella frigorifera la cui temperatura di -30° contrasta con una sedia regolata da un termostato interno e mantenuta a +37°C. Il suono e il bagliore di piccole scosse elettriche interrompono il rumore di sottofondo del motore della cella, che si presenta come un ufficio disabitato caratterizzato da strumentazioni obsolete. Mindfall (2004-2007) è costituita da un container di recupero con una sedia e dei tavoli, su cui sono disposti 21 motori elettrici che, accesi a intermittenza uno dopo l’altro, creano una sorta di composizione musicale. Senza Titolo (2003) è una piccola stanza in ferro attraversata da correnti di aria calda e fredda convogliate nello spazio da potenti ventilatori. Sub(2014), la nuova opera realizzata appositamente per la mostra di HangarBicocca, nasce invece dall’assemblaggio di alcuni espositori in vetro e alluminio. Il pubblico, osservando dall’esterno o entrando all’interno della struttura trasparente, assiste al fenomeno della nascita di cariche elettrostatiche prodotte da un “generatore Kelvin” che costituisce il cuore dell’opera.

indubbiamente l'artista riesce ad ottenere un effetto. intanto un effetto di estraniamento, il mio. ogni stanza era un luogo "altrove". un luogo possibile ma infrequentabile. non fantascienza, piuttosto dimensioni esistenti mai vissute, mai abitate, ma immaginabili. sono rimasta stordita dal rumore dei motori e dall'odore delle macchine, dal rumore sordo continuo delle api, dal gelo a -30 gradi e dal lampeggio accecante dei fili elettrici, dalla visione di poltrone letti e divani vecchi sfasciati consunti, brandine di ferro e molle, intontita dal rumore fortissimo del vento in una stanza in cui si poteva immaginare di essere sulla prua di una nave rompighiaccio.
a cosa serve? non lo so. ho pensato servisse solo a immaginare che oltre al mio sè, al mio luogo, al mio momento ce ne sono molti altri , molto più invivibili, ma ugualmente probabili, del mio.