bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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domenica 2 luglio 2017

da dj Fabo al piccolo Charlie

se si trattava di dj Fabo, tutti d'accordo nell'invocare la morte liberatrice.
per il piccolo Charlie, invece, tutti sulla sponda opposta, vita a tutti i costi.
e pensare che Fabo, in confronto a Charlie, stava un fiore.
queste ondeggiamenti, oltre che paurosi, sono pericolosi e francamente idioti, fuori senso, emotivi, in entrambi i casi.
ma quello sul piccolo hanno superato i limiti della decenza.
oggi leggo un articolo della Avallone, non certo la mia scrittrice preferita, sul Corriere che mi fa venire i brividi.
invoca l'onnipotenza genitoriale come un diritto su cui non si discute.
il genitore, dice, non può essere impotente.
quindi ha diritto di lottare fuori senso per un bambino clinicamente morto, già devastato, con un cervello irrecuperabile, con polmoni fegato e cuore che non funzionano.
il genitore ha diritto di credere a qualsiasi ciarlatano, quanti lo hanno fatto e quanti ne hanno pagato le spese con la vita, dalle cure oncologiche a malattie infettive curabili con un antibiotico o una vaccinazione, che promette loro sperimentazioni fatte sui topi come salvifica su un essere umano che non ha alcuna aspettativa, ma nemmeno decente, di vita.
i genitori di Charlie avranno diritto a tutto questo, hanno avuto certamente diritto di sperare e di disperarsi, hanno diritto a una morte dignitosa per il loro bambino, ma di questo farne una ragione oltre il limite, no.
si sono schierati, con parole veramente scandalose, persino Renzi, Grillo, Salvini. si sono sprecate parole come omicidio, assassinio, mancanza di pietà.
nel caso di Fabo l'assassinio era tenerlo in vita, in questo caso è lasciarlo morire.
l'emotività e l'ignoranza impulsiva portano a dire tutto e il contrario di tutto in uno scenario, perfino istituzionale, veramente pietoso se non fosse imbarazzante e meschino.
in un paese dove già vaccinare un figlio è un'impresa da terzo mondo, con conseguenze mortali, come si vede e si legge, perfino le istituzioni salgono sul palco a dare scempio di sé imprecando contro una scienza che ammazza i figli senza diritto, come se la scienza avesse la stessa valenza, lo stesso potere, della natura. la patologia mitocondriale di Charlie non è curabile, è un difetto di natura e la scienza non è onnipotente, e guai se lo fosse, come non lo sono i genitori, come non lo è nessuno-
dico nessuno.
mi complimento con i minus che hanno manifestato dall'alto delle loro posizioni di dirigenti di partito, hanno dato un'ulteriore scossa alla fede nella scienza che cura, ora il castello è definitivamente crollato, un bel colpo di grazia, ricominceremo a contare i morti.
se vogliamo pensare che Charlie senta e capisca lo stiamo torturando di dolore e di agonia, una follia senza precedenti.
se Charlie non vede non sente non parla perchè il suo cervello non risponde a niente stiamo lottando per tenere in vita ciò che vita non è, a sola consolazione del nostro terrore della morte. il terrore di non possedere l'immortalità, la cura per l'eternità, la cura per tutto.
alla scienza viene chiesto di fare la puttana, e spessissimo ormai lo è, volgare e senza pudore, di darla via al padrone che paga di più, strattonata a destra e a manca a seconda dei bisogni del momento, si invoca persino la legge suprema per piegarla al proprio bisogno, il bisogno radicatissimo e incurabile di non poter cedere di fronte al limite.
la follia dei nostri tempi non risparmia nulla e nessuno, lo schifo è che lo si legge come un'invocazione alla pietà e all'umanità ma è solo una demenza precoce che ci riguarda tutti.

giovedì 12 marzo 2015

OPG: guardare dritto dentro l’abisso

Paolo Giordano ha scritto un bell'articolo sul Corriere della Sera.
l'argomento è scottante e attuale: gli OPG e la loro imminente chiusura.
quel che coglie, secondo me, è fondamentale in questa questione ed è la paura.
la paura di tutti direi. degli operatori del settore, dei pazienti, della gente comune.
la paura è quel che ha generato l'orrore. 
perchè gli OPG sono l'orrore tanto quanto, o forse peggio, lo erano i manicomi. 
perchè sono l'emblema della degradazione umana proprio quando si era cercato di fermarla con la riforma del 1978, la legge 180.
la paura ha fatto sfuggire tutto di mano, gli ospedali giudiziari hanno cercato di arginare il terrore, il delitto commesso dal folle, con la negazione stessa della sua esistenza. l'esito è stato peggiore del delitto stesso.
ho scritto sullo stato della follia in un post -http://nuovateoria.blogspot.it/2014/04/lo-stato-della-follia.html- dopo la visione di un film agghiacciante di Francesco Cordio.
la paura è dei sanitari, medici e infermieri, che ora vanno incontro a una riforma che prevede riassorbimenti e nuove strutture, la domanda sullo stato effettivo delle cose è d'obbligo, la risposta non la conosco. la componente giudiziaria viene abolita, ci si fa carico del paziente, del malato, solo secondariamente colpevole di un reato. questo pensiero è decisivo, portante, sostanziale, l'unica speranza di trasformare la putrefazione in un moto di cambiamento, di cura.
la paura è dei pazienti, molti dei quali saranno dimessi, e molti di loro saranno salvati dal degrado umano, dalla dimenticanza, dall'oblio,  e gli altri, quelli gravi e socialmente pericolosi (questione sempre citata e mai fino in fondo capita), immessi in nuove strutture, i REMS (Residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria). il cambiamento è speranza oppure abbandono?
la paura è della gente, quella per cui la follia è innominabile, ma anche di quella che riesce a citarla anche solo mentalmente, di quella che l'ha vista crescere in casa e agitarsi come un animale inferocito, e di quella che non sa che negare la follia vuol dire solo alimentarla e trasformala in un incubo del reale.


Gli ultimi internati della nostra storia. Così finisce un'idea di detenzione

Il 31 marzo è prevista la chiusura degli Opg. Le incognite sul futuro Per i soggetti considerati gravi nuove «residenze» affidate alla Sanità

di Paolo Giordano







Ho sempre diffidato, anche letterariamente, di chi vedeva nella follia un accesso privilegiato alla verità. Eppure, mentre parlavo con gli internati dell’Ospedale psichiatrico giudiziario (Opg) di Aversa, ho avuto forte la sensazione che guardassero dentro un abisso che competeva anche a me - che compete a noi tutti -, con la sola differenza che su quell’abisso loro si sporgevano pericolosamente, e senza mai riuscire a distoglierne lo sguardo. 

Ci sono efferatezze nel passato di molti degli internati del «Filippo Saporito» - aggressioni, violenze carnali, patricidi e matricidi - e altrettante sono le atrocità nel passato dell’Opg stesso. Qui entrò la commissione presieduta da Marino nel 2010 e si trovò davanti uno scenario raccapricciante: sporcizia, sovraffollamento, detenuti legati ai loro letti, pratiche che rasentavano le sevizie. A vedere il vecchio letto di contenzione che viene adesso conservato come una reliquia, con l’orrido buco al centro per le deiezioni dei malati, non si può non domandarsi come sia stato possibile che una misura simile fosse ancora in uso cinque anni fa. Ma sarebbe troppo comodo accodarsi alla scia dello sdegno comune, condannare gli Opg come luoghi isolati di sadismo sfrenato, senza rilevare la parte di responsabilità che ognuno di noi ha avuto in tutto questo: la convenienza di una nazione intera che, dopo avere applaudito a lungo se stessa per la chiusura dei manicomi, ha tollerato per decenni delle realtà perfino peggiori, in ragione della presunta pericolosità sociale di alcuni infermi.

Oggi, al «Filippo Saporito», si avverte soprattutto una specie di trauma al contrario. La diffidenza del personale nei riguardi del visitatore esterno, di colui che potrebbe giudicare, scrivere e così rinnovare la vergogna, è quasi invincibile, è la diffidenza di chi si è sentito maltrattato (seppure non del tutto ingiustamente) e utilizzato come capro espiatorio. Alcuni degli internati erano stati evidentemente «preparati» per il mio arrivo, al punto da lanciarsi in elogi irrefrenabili e un po’ goffi dell’Opg e del suo staff, ma l’intento dietro la «preparazione» non sembrava quello di mascherare qualcosa (ciò che andava svelato è stato svelato, credo), bensì l’ansia che un nuovo ciclone potesse scatenarsi. Molti degli operatori sanitari e di custodia che lavorano nell’Opg erano lì anche parecchi anni fa, hanno vissuto l’ospedale come un luogo con regole a sé, poi i riflettori impietosi e infine la brusca inversione di rotta. Non tentano di nascondere ciò che l’Opg era. La sola giustificazione che portano, e alla quale non è così difficile credere, è questa: «Non avevamo le risorse». 

Non che l’Opg sia diventato un posto veramente gradevole, nel frattempo. Gli edifici sono tutti malmessi - finestre rotte, soffitti anneriti -, i bagni delle celle si presentano come corridoi angusti e tetri, mentre nel 9bis i servizi sono ancora in comune: alcuni internati sono recalcitranti a utilizzare le docce, ma a vederle non si può dare loro torto. Tutte le migliorie, mi spiegano, dalle parti ritinteggiate ai fornelli con le piastre a induzione per scaldare il caffè, dalla fattoria per la pet therapy alle aule dove si svolgono i laboratori, sono state realizzate su iniziativa spontanea del personale. Dopo la rappresaglia mediatica, si percepisce l’ambizione di migliorare e una psichiatra si lascia sfuggire il proprio rammarico: «Ciò che sta succedendo è un processo evolutivo, ma al tempo stesso ci sentiamo come se ci venisse tolta la terra da sotto i piedi, proprio mentre stavamo imparando a fare la cosa giusta». 


Ciò che sta succedendo è la chiusura dei sei Opg ancora attivi in Italia. La data prevista è il 31 marzo e non si attendono proroghe. I circa 700 internati verranno ridistribuiti in base a un principio di appartenenza territoriale, affidati al servizio sanitario e alloggiati in comunità, case-famiglia o altri enti di accoglienza. Soltanto quelli considerati non «dimissibili», in ragione della loro pericolosità, saranno destinati a nuove strutture, più piccole degli Opg, battezzate Rems. Anche le Rems, tuttavia, saranno interamente affidate alla sanità: non penitenziari ridotti, dunque, ma luoghi di cura. In un quadro ristretto, questo è l’arrivo di un percorso iniziato con la denuncia della commissione Marino e la frase ormai celebre pronunciata dall’ex-presidente Napolitano, che parlò degli Opg come di un «estremo orrore, indegni di un paese appena civile». In un quadro esteso, la dismissione degli Opg è solo la tappa ulteriore di un cammino assai più lungo e faticoso, passato per gli sviluppi controversi della psichiatria e la legge Basaglia, e la cui immagine seminale si può attribuire già a Philippe Pinel. Nel 1792, Pinel fece togliere le catene ai «pazzi furiosi» di Bicêtre ed essi, invece di dare in escandescenze, camminarono incontro al loro liberatore, per ringraziarlo. 

Viene da domandarsi perché, se certe idee circolano nella medicina da oltre duecento anni, ci abbiamo impiegato tanto, perché fino a ieri i detenuti psichiatrici del nostro Paese fossero la categoria più radicalmente privata di diritti, perfino di quelli fondamentali che assicurano la dignità dell’essere umano. La risposta era già in grado di fornirla Foucault, quando scrisse: «Quanto al malato mentale, egli rappresenta il residuo di tutti i residui, il residuo di tutte le discipline, inassimilabile a tutte quelle che si possono trovare in una società». In questa prospettiva, gli scempi perpetrati ad Aversa come in altri Opg della penisola non erano un abuso esclusivo di chi in quelle strutture operava, bensì la deiezione di un Paese intero, esso sì, ancora incatenato a un letto di contenzione fatto di paura. 
Oggi sono molte le aree nelle quali la reclusione in Opg viene già evitata. E il numero esiguo di coloro che sono ancora internati potrebbe far pensare a un cambiamento marginale, più che altro simbolico. Eppure, è soprattutto così che una civiltà perfeziona se stessa: attraverso la destituzione di simboli che ormai appaiono sorpassati, deteriori. 

Più che il passato sconcertante, occorre adesso considerare il futuro prossimo, che in questo «processo evolutivo» porta con sé preoccupazioni legittime da parte di molti. Da parte della popolazione, innanzitutto. La follia spaventa oggi come duecento anni fa. Se poi si accompagna ad azioni criminali, come omicidi o violenze sessuali ( un uomo che ha mangiato sua madre ), essa scatena suggestioni incontrollate, finisce per abitare il dominio del terrore. Ma al percorso di reintegro dei malati, accelerato dalla politica sull’onda dello sdegno, non si è accompagnata alcuna iniziativa di sensibilizzazione. È facile prevedere che, quando diverrà chiaro a tutti che all’interno delle Rems non vi sarà per legge alcun personale di custodia o vigilanza, si scatenerà un malcontento diffuso, se non addirittura una paranoia. Un’orda di pazzi violenti a piede libero , sarà il messaggio recepito da alcuni in assenza di un’informazione adeguata. 

Al contrario, per gli attivisti di «StopOpg» e per molti psichiatri, l’istituzione delle Rems rappresenta una misura contraddittoria ed eccessiva. Essi ne denunciano l’inutilità, nonché il rischio che le Rems si tramutino presto in dei micro-Opg. Non vi è evidenza, sostengono, che i soggetti psichiatrici siano più inclini degli altri a ripetere le loro azioni criminose e forse è il concetto stesso di «pericolosità sociale» a essere errato: secondo Debuyst si tratterebbe soltanto di un retaggio antico, di una «malattia infantile della criminologia». 

C’è poi il fardello che cade improvviso sul personale sanitario, investito di responsabilità nuove, come il mantenere un livello di sicurezza e ordine fra internati, senza l’ausilio dei secondini. Ad Aversa qualcosa di simile avviene già oggi, ma soltanto in zone specifiche dell’Opg, con pazienti considerati più «gestibili» e comunque con la possibilità di un intervento tempestivo da parte delle guardie. Come regolarsi nelle nuove Rems? Si dovrà assumere una vigilanza privata almeno per l’esterno? E dentro? I responsabili dei nuovi centri stanno affrontando un’infinità di dettagli scomodi, oltre a una burocrazia titanica che promette ritardi. Andrebbero evitate le sbarre alle finestre, per esempio (la Rems non deve ricordare un penitenziario), ma su chi ricadrà la colpa quando in un accesso di delirio il primo degli internati riuscirà a buttarsi di sotto? 

Il nuovo assetto, più frammentato, sarà in generale meno controllabile di prima. Molti pazienti verranno affidati a enti privati, ad associazioni accreditate di vario genere, religiose e non, e per questi diverranno istantaneamente una fonte di profitto, con tutti i rischi ovvi che ne conseguono. In Italia, è difficile non essere attraversati da un fremito di inquietudine ogni volta che si sente parlare di «comunità» e «associazioni». Qualcuno scommette poi che la criminalità organizzata, quella tutt’altro che inferma mentalmente, stia già preparando dei dossier ad hoc per i suoi, con i giusti precedenti, le giuste perizie, per accedere in caso di necessità alle nuove strutture piuttosto che al carcere. 

E infine, ci sono le ansie dei detenuti. Al «Filippo Saporito» ho cercato di capire quale chiarezza gli internati avessero dei cambiamenti in atto, del destino che li attende. Per lo più è emersa una grande confusione, qualcuno parlava frettolosamente di ritorno a casa, un altro ha evocato pieno di angoscia luoghi in cui si fanno «esperimenti sulle persone». Ho chiesto a M. se a casa sua, in Abruzzo, ci fosse qualcuno ad attenderlo. «Andrò a stare da mia madre», ha detto. Aveva una fiducia struggente in quel ricongiungimento. «La tua famiglia viene a trovarti spesso? - No, perché abitano lontano. - Ma qualcuno è mai venuto? - Le mie sorelle, una volta». Una volta. In nove mesi. 

È questa, molto spesso, la realtà dei «residui dei residui»: un abbandono radicale che comincia in seno alla famiglia e si estende alla comunità, alla società tutta, lo stesso abbandono che ha perpetuato l’esistenza degli Opg, di piccoli inferni locali come quello di Aversa, proprio nel centro storico, a un passo dalle vie dei negozi e dei locali notturni. Non ci saranno molte famiglie pronte a riprendersi i loro folli, perciò quell’accoglienza viene richiesta a tutti noi in quanto cittadini. A partire dal 31 marzo vedremo sotto una luce nuova che tipo di Paese siamo, quale livello di maturità abbiamo raggiunto, con quanto coraggio siamo disposti a guardare dritto dentro l’abisso. 

lunedì 8 dicembre 2014

l'elmo di Mambrino

Don Chisciotte non ha paura; si offre all' incertezza del vivere, che gli porta disastri, legnate, porcherie, umiliazioni. Ma egli non ha fede nella vita, che non sa quel che fa, bensì nei libri, che dicono non la vita ma ciò che le dà senso, le sue insegne. Per queste insegne egli si batte e viene quasi sempre ridicolmente battuto, perché quasi sempre il bene perde e il male vince. Ma nemmeno disarcionato egli dubita di quelle insegne. Argamasilla è la patria del baccelliere Sansone Carrasco che l' atterra, ma don Chisciotte atterrato afferma che la sua debolezza non compromette la verità di ciò in cui egli crede.
così scrive Claudio Magris nel suo L'infinito viaggiare ripercorrendo le strade di Spagna, le strade delle Mancia, terra di Don Chisciotte. io posso dire che questo libro, Don chisciotte della Mancia, di Miguel de Cervantes Saavedra, l'ho letto e meno male che l'ho fatto. meno male, dico, meno male, come potrei ora vivere senza? come ho potuto vivere prima? che sia un capolavoro non lo dico certo io, che sia una rivelazione di verità però lo scrivo per me. Don Chisciotte sa, sa tutto, sa che le meraviglie visionarie della grotta di Montesinos potrebbero essere fandonie eppure sono vere, sceglie che siano vere, sceglie la follia come vestito per il giorno, per la sera e per la notte. prende botte, subisce umiliazioni, derisioni, risate alle spalle, eppure sceglie la follia come miglior visione del mondo possibile. sceglie di vedere il mondo secondo il proprio desiderio, una visione incantata che non crolla mai a tutti i disincanti possibili. è una scelta coraggiosa, contro il mondo, a volte veramente crudele, cinico, modesto. la sua scelta è superiore, è una scelta di verità, la sua verità, una scelta di speranza, di amore, di generosità, una scelta di narrazione, una scelta letteraria. La follia di don Chisciotte è sempre, in qualche modo, realista e veggente; certo molto più della miopia di chi vede solo la facciata delle cose e la scambia per l' unica e immutabile realtà. Sono i don Chisciotte ad accorgersi che la realtà si sgretola e può cambiare. Don Chisciotte non ha mai paura, tanto meno dell'imprevedibilità della vita: meglio che i mulini  avento siano giganti o quel che semplicemente sono? meglio che la sua Dulcinea sia una meravigliosa e fatata creatura degna di eterno amore e devozione o la semplice contadina che forse non ha mai visto in vita sua? meglio che l'elmo di Mambrino luccichi splendente e magico sulla sua testa o sia un catino da barbiere? meglio, molto meglio quel che il suo desiderio vede e crede. è la triste normalità degli altri, quello sguardo che non si discosta mai dalla banalità del reale a fare della splendida follia di don Chisciotte l'unica possibile speranza di redenzione e di poesia, di incantata narrazione della vita.

— Insomma, disse Sancio, che è ciò che ha determinato di fare la signoria vostra in questo deserto? — Non tel dissi? rispose don Chisciotte: voglio imitare Amadigi, facendo quivi il disperato, il pazzo, il furioso; e così batterò anche le tracce del famoso Roldano allorché trovò scolpito presso una fonte che Angelica, la bella, si era avvilita a farsi moglie di Medoro: che diventò pazzo di afflizione, svelse gli alberi, intorbidò le acque delle chiare fonti, ammazzò pastori, manomise mandre di armenti, incendiò capanne, rovinò case, strascinò cavalli, e fece mille altre bestialità degne di eterna fama e scrittura. E poiché io non intendo d'imitare Roldano, od Orlando, o Rotolando (che portava tutti e tre questi nomi) a parte a parte ma alla meglio in quelle che mi sembreranno più essenziali: e potrebbe anche darsi che io volessi contentarmi della sola imitazione di Amadigi, che senza estendere gli effetti della pazzia a danno di alcuno, col solo piangere ed angustiarsi acquistò tanta fama che nulla più.
— Mi pare, disse Sancio, che que' cavalieri fossero provocati, ed abbiano avuto un motivo di fare queste pazzie e queste penitenze; ma quale ragione ha mai la signoria vostra di volere diventar matto? quale signora l'ha fatto andare in collera? quale indizio ebb'ella mai per temere che la signora Dulcinea del Toboso lo abbia posposto a qualche moro o cristiano?
Qui sta il punto, rispose don Chisciotte e qui sta l'acutezza del mio divisamento! Non v'è né merito né grazia in un cavaliere errante se impazzisce per qualche giusto motivo: il sublime si è impazzare senza un perché al mondo, e far conoscere alla mia signora che io mi conduco a tal passo senza causa e senza motivo; e poi, non ne avrei io un'ampia causa nella mia lunga lontananza dalla sempre mia signora Dulcinea del Toboso? che come già udisti da quei pastori di Ambrogio, chi sta lontano porta seco tutti i mali e timori. No, amico Sancio, non perdere il tempo a sconsigliarmi dall'eseguire sì rara, sì felice, sì inaudita imitazione; io sono pazzo e debbo restar pazzo finché tu ritornerai a me colla risposta di una lettera che penso d'inviare col tuo mezzo alla mia signora Dulcinea: e se tale sarà la risposta quale si conviene alla mia fede avrà fine la mia pazzia e la mia penitenza; e se mi addivenisse il contrario, allora impazzirò davvero, e come tale non sarò più capace di sentire affanni; ed in qualunque maniera ch'essa risponda, io uscirò dal conflitto e dal travaglio in cui mi lascerai godendo del bene, se bene mi apporterai, o non sentendo il male per essere pazzo, se male mi recherai. Ma dimmi Sancio, hai tu tenuto buon conto dell'elmo di Mambrino? Ho veduto che tu lo hai raccolto da poi che quell'ingrato lo fece in pezzi; dal che si conobbe la finezza della sua tempra.»
Sancio rispose: — Viva Dio, signor cavaliere dalla Trista Figura, che non posso tollerare pazientemente, né lasciar correre cosa alcuna di quelle che dice vossignoria: perché da quanto sembrami di poter concludere dalle cose di cavalleria che ho intese fin qui di conquistare regni ed imperi, di regalare isole, di concedere grazie e grandezze, com'è costume dei cavalieri erranti, debbo persuadermi che sieno tutte un vento, e bugie e menzogne, o come voglia chiamarle. Ed in fatti chi sentisse a dire che un bacino da barbiere fosse l'elmo di Mambrino, e che chi lo dice non si avvedesse del proprio errore dopo quattro giorni, non penserebbe che costui debb'essere un uomo che ha perduto il giudizio? Il bacino io lo tengo nel sacco tutto ammaccato, e lo porto per rassettarlo quando sarò a casa mia, e per usarne a farmi la barba, se pur Dio mi darà tanta grazia da poter un dì rivedere mia moglie e i miei figliuoli.
— Bada bene, o Sancio, che io ti giuro per quel medesimo, per cui giurasti tu stesso, che tu hai il più corto intendimento di ogni altro scudiere del mondo. è possibile che in tanto tempo che meco vai girando non ti sii persuaso che tutte le cose dei cavalieri erranti che sembrono chimere, cose fantastiche e pazzie o cose fatte a rovescio, non sono poi tali in realtà, e soltanto lo appaiono perché le vicende che passano fra di noi sono regolate da una caterva d'incantatori che cambiano e sfigurano tutto quello che ci appartiene; e lo trasformano a loro capriccio, e secondo che li move la intenzione di favorirci o di annientarci? Questa è la ragione per cui quello che a te sembra il bacino di un barbiere a me pare l'elmo di Mambrino, e altrui apparirà altra cosa, e fu esimio provvedimento del Savio, che favorisce la mia persona, il fare che sembri bacino a tutti ciò ch'è veramente e realmente elmo di Mambrino; perché essendo cosa di gran pregio, tutto il mondo si armerebbe contro di me per tôrla dalle mie mani; ma giudicandolo un bacino di barbiere non se ne curano. E ne fa prova colui che lo ammaccò tutto, lasciandolo in terra senza portarlo seco, come certamente avrebbe fatto se avesse conosciuta la importanza sua. Custodiscilo, amico, che non mi è duopo valermene per adesso, perché mi debbo prima spogliare di tutte queste armi e restare nudo come son nato, per attenermi al genere di penitenza usato da Orlando, o a quello d'Amadigi.

Scrive ancora Claudio Magris: L' interiorità solitaria perde facilmente la nozione del bene e del male, come nei sogni, in cui si può commettere qualsiasi cosa senza ritenersi colpevoli. L' interiorità va rovesciata come un guanto e riversata sul mondo, come gli ideali cavallereschi di don Chisciotte si mescolano, divenendo perciò ancora più alti, alla promiscuità del reale. Solo perché don Chisciotte crede di vederlo in una prosaica bacinella da barbiere il mitico elmo di Mambrino acquista la sua incantata poesia. 

giovedì 3 aprile 2014

lo stato della follia

le immagini scorrono e lo sconcerto sale.
sono al cinema e sto guardando "lo Stato della Follia".
sono una psichiatra e so cos'è, almeno nominalmente e forse anche qualcosina di più, un OPG.
dovrei, ma non so.
Ospedale Psichiatrico Giudiziario.
ci finiscono le persone affette da un disturbo mentale, si suppone debilitante, si suppone determinante un'incapacità di intendere e di volere. questi pazienti, disturbati mentalmente, se compiono un reato giudiziario, non finisco in carcere ma in OPG, struttura dipendente dall'amministrazione penitenziaria. teoricamente questa distinzione vorrebbe favorire il malato psichiatrico, che prima di tutto è un malato e, secondariamente, colpevole di un reato.
teoricamente va curato il malato, consentirgli un recupero e favorire lo sconto della pena in un ambiente sanitario protetto, adeguato al suo stato mentale, ove non sia confuso, e quindi "mal"trattato, con i delinquenti comuni.
ora, lo scontro sta proprio qui, tra le diverse misure di una struttura sanitaria e quella giudiziaria.
di fatto gli OPG sono la peggiore espressione possibile di uno stato giudiziario e sono l'emblema dell'assenza totale di cura, di assistenza sanitaria. ci sono i secondini, le guardie, la coercizione, la colpa e la pena -e nelle sue espressioni più deteriori- ma non c'è la sanità.
sono la più putrefatta espressione di una condizione di maltrattamento dell'uomo, dei suoi diritti di malato e di cittadino, sono la versione peggiorativa di un manicomio, inimmaginabile, sono il luogo della dimenticanza, dell'incuria, del degrado, della disumanizzazione, delle brutture di uno stato che si dice civile, della lordura, della puzza, della follia nella sua espressione più deteriore. la follia dello stato, lo stato della follia.

“Chi lascia l’uomo nella sua colpevolezza, chi lo scolpisce dentro di essa, non è molto diverso dal colpevole stesso”. Cardinal Carlo Maria Martini

Francesco Cordio, regista, si è preso la briga, l'onere e l'onore, di girare questo film, nel 2010, di scriverlo, di girarlo, di montarlo, di produrlo e anche di distribuirlo. ha realizzato per conto della Commissione d’inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale questo documentario sugli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, girando immagini e raccogliendo testimonianze inedite ed esclusive che gli è valso anche una menzione speciale al Premio Ilaria Alpi 2011.
però, a tutt'oggi, non è ancora valsa la chiusura degli stessi, rimandata di anno in anno. era stata sancita, l'ultima volta, per il 31 marzo 2014, giorno in cui io ho visto il film. ora è spostata al 2017 e molti soldi sono stati stanziati per favorire questo passaggio, onerosissimo e corposissimo di quasi, alla fine del 2009, 1300 internati, ora già 1500.
vedere questo film è un'esperienza di terrore e di vergogna. e lo dico io che sono abituata comunque alla malattia mentale, anche a quella cronica, quella che si vede anche negli SPDC, quella del deterioramento, del rallentamento, dei denti marci e delle ditta nere per le sigarette fumate fino a bruciarsi la pelle. 
gli OPG sono, di fatto, dei manicomi gestiti dalla polizia di stato (tranne quello di Castiglione delle Stiviere, unicamente gestito da personale sanitario e profondamente diverso da tutti gli altri) dove l'uomo è dimenticato, dove la follia viene educata, stimolata, favorita, enfatizzata, prodotta e alimentata, dove l'uomo diventa bestia, i detenuti e chi li detiene, polizia e medici psichiatri, dove ci sono persone dimenticate dalla giustizia e dallo stato, dove un uomo che 30 anni fa ha rubato 7 mila lire minacciando con una mano sotto una maglietta fingendo di possedere una pistola, è ancora lì, senza motivo, senza un senso, senza speranza. le carcerazioni iniziali sono protratte all'infinito da successivi provvedimenti giudiziari, sulla base della pericolosità sociale: chi è entrato e ha scontato prosegue la sua condanna all'infinito, fino alla fine dei suoi giorni, fino alla fine dei giorni dello stato italiano e del mondo intero.
se questo è un uomo. se questo è un giudice, se questo è un medico.



“I filmati realizzati durante i sopralluoghi all’interno degli OPG, contraddistinti da apposita scritta in sovraimpressione, sono stati messi gratuitamente a disposizione dalla Commissione d’inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale. Le opinioni espresse al di fuori di detti filmati non sono necessariamente riferibili all’Organo parlamentare”. Nel 2010 la commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del servizio sanitario nazionale effettua ripetuti sopralluoghi a sorpresa nei 6 opg. “Le modalità di attuazione osservate negli OPG lasciano intravedere pratiche cliniche inadeguate e, in alcuni casi, lesive della dignità della persona”. Le norme che consentono la reclusione negli OPG risalgono al Codice Penale emanato nel 1930 dal regime fascista. Due sono i requisiti perché il giudice disponga una misura di sicurezza detentiva in sostituzione o in aggiunta alla pena: la commissione di un reato e la pericolosità sociale. Chi viene reputato socialmente pericoloso, cioè si ritiene probabile che commetta nuovamente reati, è sottoposto ad una misura di sicurezza calibrata in base al grado di pericolosità. Le durate delle misure di sicurezza sono di due, cinque o dieci anni. Prorogabili teoricamente all’infinito. È quello che si dice “ergastolo bianco” Nel 2008 il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa aveva già visitato un Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Dopo aver letto il rapporto del comitato, il governo italiano è stato costretto a giustificarsi. Ha risposto dicendo che nel nostro paese: “La legge non prevede un limite per l’esecuzione delle misure di sicurezza temporanee”. All’interno della Commissione Parlamentare d’inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale, i senatori di tutti i partiti politici approvano all’unanimità le risoluzioni che chiedono la chiusura degli OPG sostituendoli con strutture interamente sanitarie. A luglio del 2011 la Commissione dispone la chiusura di alcuni reparti degli OPG di Montelupo Fiorentino e di Barcellona Pozzo di Gotto ritenendo che: “le condizioni strutturali ed igienicosanitarie sono tali da recare pregiudizio a diversi diritti costituzionalmente garantiti dei pazienti ricoverati: il diritto a modalità di privazione della libertà non contrarie al senso di umanità; il diritto fondamentale alla salute; il diritto all’incolumità! A gennaio 2012 in Senato si discute il decreto ribattezzato “svuota carceri”. La Commissione presenta un emendamento che prevede il definitivo superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari entro il 31 marzo 2013. Il decreto diventa legge il 14 febbraio 2012. “A decorrere dal 31 marzo 2013 le misure di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario sono eseguite esclusivamente all’interno delle strutture sanitarie”. L’unico opg dove non sono state riscontrate gravi carenze durante le ispezioni della commissione è quello di Castiglione delle Stiviere. Castiglione è il solo OPG gestito esclusivamente con personale sanitario. La legge 9/2012 dispone finanziamenti speciali e aggiuntivi, 38 milioni nel 2012 e 55 milioni dal 2013, per assicurare l’assistenza alternativa all’OPG. Alcune Regioni però non ne hanno fatto richiesta. Il termine ultimo per la chiusura degli OPG, marzo 2013, potrebbe essere quindi prorogato. 
In Italia esistono 6 OPG, comunemente chiamati manicomi criminali. 
 • Montelupo Fiorentino che contiene più di 200 persone, mentre la sua capienza massima è di 188. 
• Aversa, in provincia di Caserta, che ne contiene più di 200 sulle 150 previste. 
• Napoli più di 150 su 150. 
• Reggio Emilia più di 200 su una capienza di 190. 
• Barcellona Pozzo di Gotto, Messina, più di 200 su 194 posti. 
• Castiglione delle Stiviere, Mantova, l’unico ad avere anche un reparto femminile che contiene circa 200 persone, delle quali meno di 100 sono donne. In totale, alla fine del 2009, gli OPG avevano circa 1300 internati. Queste istituzioni sono rimaste sostanzialmente estranee e impermeabili alla cultura psichiatrica riformata, e il meccanismo di internamento non è stato influenzato dalla legge 180. Molti giuristi, psichiatri, politici, opinionisti e cittadini attivi nelle associazioni riconoscono che la persistenza dell’OPG e delle stesse procedure per accedervi sono incostituzionali. Nel 1982 la sentenza della Corte Costituzionale n. 139 stabilisce che la pericolosità sociale non può essere definita una volta per tutte, come se fosse un attributo naturale di quella persona e di quella malattia. Deve essere invece relativizzata, ovvero messa in relazione ai contesti, alla presenza di opportunità di cure e di emancipazione relative alla disponibilità di risorse e di servizi. Deve dunque essere vista come una condizione transitoria. E di conseguenza anche le misure di sicurezza vanno di volta in volta riviste e aggiornate. Vale a dire che le persone benché prosciolte, se non riconosciute socialmente pericolose, possono venire dimesse prima del tempo o non essere ricoverate affatto in OPG. Ancora più recentemente altre due sentenze della Corte Costituzionale (n. 253/2003 e n. 367/2004) hanno dichiarato incostituzionale la non applicazione di misure alternative all’internamento in OPG onde “assicurare adeguate cure all’infermo di mente e a far fronte alla sua pericolosità sociale”, rilevando che il ricovero in questo istituto costituisce una pesante disuguaglianza di trattamento rispetto a quanto la riforma sanitaria prevede. I giudici mettono in luce che l’internamento è dannoso per tutti e che le cure psichiatriche devono svolgersi in ambito territoriale. Di conseguenza anche per le persone prosciolte e ritenute socialmente pericolose, bisogna prevedere un programma terapeutico e l’esecuzione della misura di sicurezza in ambito territoriale. Queste sentenze richiamano a un’assunzione di responsabilità dei Dipartimenti di Salute Mentale. Essi devono articolare un programma terapeutico riabilitativo, anche persistendo alcune limitazioni della libertà dovute alla misura di sicurezza. Questo significa che un accorto uso di risorse e opportunità legislative può evitare il ricorso all’internamento in OPG. 

Il racconto in prima persona di un attore, ex-internato in uno di questi ospedali, si intreccia con le riprese effettuate, senza preavviso, in questi luoghi “dimenticati”anche dallo Stato. Queste istituzioni sono rimaste sostanzialmente estranee e impermeabili alla cultura psichiatrica riformata, e il meccanismo di internamento non è stato interessato dalla legge del 1978 che prevedeva la chiusura degli ospedali psichiatrici. Una commissione parlamentare d’inchiesta ha fatto luce sullo stato di abbandono, degrado e non cura degli internati e ha fatto approvare una legge che ne prevede la chiusura. 
Il film intende accompagnare, e far vivere lo spettatore, in questi luoghi dove le persone, fin dagli inizi del ‘900, sono relegate e disumanizzate dal trattamento farmacologico, dall’abbrutimento delle celle di isolamento e dei letti di contenzione. Il documentario porta alla luce lo stato di abbandono delle strutture psichiatriche e la privazione dei più elementari diritti costituzionali alla salute, la cura, la vita di tanti malati mentali. 
"Ogni volta uscire era insieme un sollievo e una condanna: il pensiero impotente di lasciare quelle persone alla loro non-vita, mi tormentava. Ma cosa potevo farci io? Ero il regista di un film i cui interpreti non erano attori ma donne e uomini, dimenticati da tutti. Lì dentro, infatti, non ho ripreso semplicemente dei volti, non ho registrato solo delle voci, ma ho filmato le maschere allegoriche di uno Stato che le aveva tenute nascoste fino a quel momento. La maschera del terrore, dell’abbandono e della miseria umana. Nel documentarmi sulla questione O.P.G. ho conosciuto il caso di Luigi Rigoni, un attore, ex-internato ad Aversa. Una storia kafkiana la sua. Anche Luigi non aveva mai sentito parlare di un ospedale psichiatrico giudiziario. Ma lui, a differenza mia, ci si era trovato rinchiuso da un giorno all’altro senza neanche aver ben capito perché. E il film è fatto anche di questo: di un uomo come tanti, che decide di lasciarci in eredità la sua storia, a futura memoria, perché avventure di questo tipo, viaggi nell’inferno senza ritorno, non accadano più a nessuno. Ecco, il mio documentario lo dedico a loro, a quelli come lui, a coloro che hanno resistito per raccontarlo. E a tutte le persone che invece hanno deciso con lucidità di porre fine alla loro vita dentro l’ospedale psichiatrico giudiziario, che hanno ritenuto l’uccidersi l’unico modo per uscire dall’O.P.G."
Francesco Cordio

"Un vero pugno allo stomaco che va su, dritto e inesorabile, alla coscienza di ciascuno… Un film non solo confezionato con impeccabile accuratezza, ma scritto con una impostazione ferma, equilibrata, saldamente ancorata sui fatti. Molto d’impatto il doppio registro tra il girato negli ospedali (in presa più che diretta come ci ha raccontato) e il narrato attoriale di una esperienza realmente vissuta. Come un ritmo cardiaco con due battiti diversi ma necessari l’uno per l’altro.”
 Ilaria Della Torre – Quadriennale di Roma



tutto il materiale fotografico, i video e le note sono reperibili al sito 
che consiglio a tutti, cordialmente e perentoriamente di andare a guardare.

lunedì 17 marzo 2014

pollock, corpo della pittura

la mostra, Milano, Palazzo Reale, ormai almeno un paio di mesi fa, mi è piaciuta moltissimo.
Pollock era un genio disturbato, alcolizzato, instabile, imprevedibile, matto.
ho anche visto il film di Ed Harris e mi è piaciuto andare a guardare, a sbirciare, la sregolatezza e impulsività dell'artista più innovativo del XX secolo. è morto, ubriaco, uscendo di strada ad alta velocità e portandosi dietro due giovani fanciulle, una delle quali era la sua amante. Pollock era una di quelle persone che hanno in mente solo la sopravvivenza quotidiana, come arrivare e andare oltre il tramonto per poi eventualmente risvegliarsi dopo l'alba, poco tempo da dedicare all'altro, e il poco tempo sobrio concentrato solo alla cura, all'autoterapia di sé, con la pittura, in questo caso.

« Una tela coperta di colore ancora fresco occupava tutto il pavimento... Il silenzio era assoluto... Pollock guardò il quadro, quindi, all'improvviso, prese un barattolo di colore e un pennello e iniziò a muoversi attorno al quadro stesso. Fu come se avesse capito di colpo che il lavoro non era ancora finito. I suoi movimenti, lenti all'inizio, diventarono via via più veloci e sempre più simili ad una danza mentre gettava sulla tela i colori. Si dimenticò completamente che Lee ed io eravamo lì; sembrava non sentire minimamente gli scatti della macchina fotografica... Il mio servizio fotografico continuò per tutto il tempo in cui lui dipinse, forse una mezz'ora. In tutto quel tempo Pollock non si fermò mai. Come può una persona mantenere un ritmo così frenetico? Alla fine disse semplicemente: "E' finito"». (1950, Hans Namuth, fotografo)



dipingeva, a terra,  sviluppando quella che venne in seguito definita la tecnica del dripping (in italiano sgocciolatura), si muoveva frenetico e invasato sulla tela, danzando, beveva, fumava, se non beveva fumava e viceversa. uno squartamento corporale, una scissione perpetua dal reale. se reale deve essere che almeno sia dipingendo o bevendo, altrimenti è intollerabile.
la mostra è stata dedicata a Pollock, ma direi in minima parte, e, soprattutto, ai cosiddetti "Irascibili". chi sono? uno stile e insieme un fenomeno unico che dette vita alla "Scuola di New York". era il maggio del 1950 quando il Metropolitan Museum of Art di New York annunciò l’organizzazione di un’importante mostra dedicata all’arte contemporanea americana. assenti dal parterre degli invitati furono proprio i pittori che a partire dalla seconda metà degli anni Trenta avevano mosso i primi passi verso un linguaggio pittorico nuovo, rivolto all’Espressionismo Astratto. nel movimento emersero le personalità di Jackson Pollock, Willem de Kooning, Mark Rothko, Robert Motherwell, Barnett Newman, che si fecero promotori di un codice stilistico più attuale. sono proprio questi i principali nomi che composero il gruppo degli "Irascibili", così definiti dal quotidiano "Herald Tribune", perché firmatari della lettera inviata al presidente del Metropolitan, e presentata al “New York Times”, in cui dichiararono il totale dissenso nei confronti delle posizioni assunte dal museo. nel gennaio del 1951 la rivista "Life" pubblicò l’emblematica fotografia di Nina Leen che ritrasse quindici degli "Irascibles" vestiti da banchieri. (tratto dal sito della mostra)


Negli anni in cui J.D. Salinger, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William S. Burroughs - ma anche Elvis Presley e Miles Davis, Marlon Brando e James Dean - interpretano a loro modo il nuovo spirito della nazione, loro "pittori gestuali e pittori del campo di colore", per bussola i nativi americani (ma anche consci della lezione di Picasso e "dei francesi"), faranno grande la storia dell'arte americana, anche se ognuno con uno stile suo proprio. (dal Sole 24 ore)


Jackson  Pollock, Mural, 1943


Jackson Pollock, Number 27, 1950

Jackson Pollock, Number 17, 1950


Ad Reinhardt, Number 18

Willem de Kooning, Door to the River

Helen Frankenthaler, Blue Territory


Lee Krasner, The Guardian

Willem de Kooning, Landscape


Hans Hofmann, Orchestral Dominance in Yellow

 Clyfford Still, Untitled, 1945
Mark Rothko, Untitled (Blue, Yellow, Green on Red), 1954

Arshile Gorky, The Betrothal

"Quando sono "dentro" i miei quadri, non sono pienamente consapevole di quello che sto facendo. Solo dopo un momento di "presa di coscienza" mi rendo conto di quello che ho realizzato. Non ho paura di fare cambiamenti, di rovinare l'immagine e così via, perché il dipinto vive di vita propria. Io cerco di farla uscire. È solo quando mi capita di perdere il contatto con il dipinto che il risultato è confuso e scadente. Altrimenti c'è una pura armonia, un semplice scambio di dare ed avere e il quadro riesce bene. "
riprodotti qui, i lavori di Pollock, non rendono quel che sono quando visti dal vero. qui, sullo schermo, o su una pagina, tutto è piatto, a un centimentro dal naso tutto è spesso, mosso, vivo, sollevato, vibrante. fisico.
probabilmente sono opere che non possono sottrarsi, per vivere, per restituire emozione, dal movimento corporale di chi le ha prodotte, forse sono opere che hanno avuto il senso, il dono, della bellezza nel momento stesso della loro nascita artistica, nella loro ideazione e formulazione carnale, corporea, sono l'esito di una forza fisica, sono corpi viventi che solo a guardarli non restituiscono la loro potenza formativa. forse bisogna guardarli pensando al gesto pittorico, alla danza che li ha accompagnati , alla gravidanza che li ha sviluppati, al parto che li ha generati, alla fatica che li ha sorretti.
"Non dipingo sul cavalletto. Preferisco fissare le tele sul muro o sul pavimento. Ho bisogno dell'opposizione che mi dà una superficie dura. Sul pavimento mi trovo più a mio agio. Mi sento più vicino al dipinto, quasi come fossi parte di lui, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorarci da tutti e quattro i lati ed essere letteralmente "dentro" al dipinto. Questo modo di procedere è simile a quello dei "Sand painters" Indiani dell'ovest. "


martedì 26 novembre 2013

rosso occhio cratere del mattino. Sylvia Plath

Bookcity 2013.
cose buone e meno buone.
tra quelle buonissime, sabato sera: Due ragazze americane, Anne Sexton e Sylvia Plath.
e stiamo parlando dell'eccellenza, della poesia femminile alla sua massima espresssione, due donne, diperate, pazze di dolore, bipolari, suicide, stracolme di talento, diverse molto ma molto diverse tra loro fatta eccezione per l'attrazione fatale verso la morte, animate da una vena poetica inarrivabile.
per me sono entrambe due colossi (per dirla con la Plath) della poesia mondiale, entrambe parlano una lingua che scardina, personalmente mi travolgono, mi trascinano nel loro abisso con una potenza inaudita, mi fanno attraversare dai brividi e dalla paura. le trovo sconvolgenti, la loro forza trascinante è pari alla loro adesione alla morte e al suicidio.
la conversazione, definiamola così, cui ho assistito a bookcity sabato sera, è stata sviluppata da Elena Petrassi, appassionata e studiosa delle due poetesse, in un luogo piccolo e sconosciuto, un'associazione chiamata Apriti Cielo, sostenuta e gestita da due signore in età. una, entrando, la guardo e mi dico: l'ho già vista. dove dove dove? ha un modo e una vestizione che mi dicono qualcosa, qualcosa non della persona in particolare, ma di uno stile in genere. scopro che le composizioni alle pareti sono sue e che richiamano le poesie della Sexton. qualcuno le chiede come sia nata la sua curiosità verso la bellissima poetessa americana e dice di aver condiviso con lei l'esperienza dell'ospedale psichiatrico, dei medici, degli psicofarmaci, della malattia mentale. ecco dove l'ho vista: in ospedale.
la mia vita si interseca con le vite sofferenti degli altri, anche fuori dall'orario di lavoro, in fondo me le vado a cercare, queste sofferenze, queste due donne poeta che amo sono malate, malate di morte. e me la spiegano.

Sylvia Plath, nel 1955

quel che voglio raccontare qui, dopo averlo imparato dai bei modi della relatrice, sono le infinite diramazioni che la poesie di queste donne hanno creato. voglio riportare una delle poesie più belle della Plath, una delle 40 poesie che ha scritto, probabilmente in fase maniacale, dopo la separazione del marito, il poeta Ted Hughes, pubblicate nella raccolta Ariel.
ed è Ariel la poesia.

Ariel
Stasi nel buio. Poi
l’insostanziale azzurro
versarsi di vette e distanze.

Leonessa di Dio,
come in una ci evolviamo,
perno di calcagni e ginocchi! -

La ruga
s’incide e si cancella, sorella
al bruno arco
del collo che non posso serrare,

bacche
occhiodimoro oscuri
lanciano ami -

Boccate di un nero dolce sangue,
ombre.
Qualcos’altro

mi tira su nell’aria -
cosce, capelli;
dai miei calcagni si squama.

Bianca
godiva, mi spoglio -
morte mani, morte stringenze.

E adesso io
spumeggio al grano, scintillio di mari.
Il pianto del bambino

nel muro si liquefà.
E io
sono la freccia,

la rugiada che vola
suicida, in una con la spinta
dentro il rosso

occhio cratere del mattino.

della separazione da Ted Hughes, il marito che la lasciò per un'altra donna, suicida anch'essa pochi anni dopo, si è detto di tutto e di più. Silvya Plath veniva da una solida famiglia borghese, il padre, Otto, di origine tedesca, che morì quando lei aveva otto anni, era una figura assolutamente edipica, un padre, un colosso come lo definì lei stessa, la matrice prima e ultima della sua carne. la sua nascita e la sua morte stessa. i suoi studi furono assidui e feroci, si impegnò ossessivamente a raggiungere le vette della perfezione in ogni cosa. avrebbe voluto spostare un uomo eccelso, svettante, brillante e di successo e guarda caso lo trovò. Ted Hughes viene considerato, ed è, un poeta di altrettanta fama e bravura ma non di eguale talento, uno dei più insigni della sua generazione. ma il fallimento li travolse, lui la tradì, si separarono e lei si suicidò -non forse non a causa di questo abbandono, il suicidio lo aveva già tentato nel '53 senza riuscirci, molto prima di conoscere il marito- serrando la cucina con il nastro adesivo, scrivendo la poesia Orlo, preparando la colazione per i suoi due figli, e infilando la testa nel forno.era il 1963, aveva 30 anni.
dopo oltre 30 anni dalla morte della moglie, forse per tentare una redenzione, forse per autentico dolore, forse per sola ispirazione, Hughes scrisse una raccolta di poesie, Lettere di compleanno, completamente dedicate alla moglie, al loro matrimonio, ai figli, al loro fallimento.

“Verrà la fama. Fama per te, soprattutto.
La fama è inevitabile. E quando arriverà l’avrai pagata con la felicità, tuo marito e la vita”

Poesia tratte da “Poesie di compleanno

Why are you so solemn?
 
Più alta
di quanto non saresti più stata.
Ondeggiavi così snella
che le tue lunghe, perfette gambe americane
sembravano salire su su su.
Quella mano divampante,
quelle lunghe dita danzanti,
di eleganza scimmiesca.
E il viso: una palla tesa di gioia.
Ti vedo là, più chiara, più vera
che in tutti gli anni nella sua ombra -
come se ti avessi visto quell’ unica volta e poi più.
La cascata sciolta dei capelli
quella molle cortina
sul viso, sulla cicatrice.
E il tuo viso
una gommosa palla di gioia
intorno alla bocca dalle labbra africane, ridente,
dipinte di cremisi.
E i tuoi occhi
strizzati nel viso, succo di diamanti,
incredibilmente luminosi,
come succo di lacrime
che potevano anche essere lacrime di gioia,
una spremuta di gioia.
Volevi strabiliarmi
con il tuo brio. 

dei due figli il maschio morì suicida nel 2009, la figlia è pittrice e scrittrice, scrive poesie a sua volta. questa è dedicata a sua madre, la scrisse inorridita dall'uso mediatico, stravolto e cannibalico, della figura di sua madre.

Lettori

di Frieda Hughes

Vogliono soffiare vita nei cadaveri dei loro bambini morti
Le hanno portato via i sogni, raccolto parole da chi
ha sofferto su di sé la loro pena.

Hanno inflilano le dita nelle mutandine del suo cervello
in ogni pagina che ha scritto.  La vogliono nuda.
Vogliono sapere chi l’ha creata.

Hanno cercato di piumare di nuovo l’uccellino.

L’avvoltoio con la sua testa insanguinata
succhiava umori
dentro la sua pancia,

Hanno studiato la sua forma,
le sue ragioni,
la sua stessa morte.

Mentre la loro madri giacevano in tombe tranquille,
imbellite da quell’ordinata, regolare ghiaia smeraldo
mazzi di fiori nel vaso della marmellata, hanno riesumato la mia.

Persino le conchiglie che avevo lasciato sulla sua bara.

L’hanno rigirata come un pezzo di carne sul carbone
per scrutare i segreti delle sue cosce consumate,
dei suoi seni rinsecchiti.

Le hanno tirato fuori le orbite degli occhi per scoprire cosa vedesse,
morsicato la sua lingua in piccoli morsi
per parlare con la sua voce.
Ma ognuno di loro assaggiava carne diversa,
mangiava organi distinti,
toccava altra pelle.

Insistevano nell’essere quello
che la conosceva meglio,
quella che aveva la ricetta giusta.

Quando uscì dal forno
l’avevano ripulita dalle interiora, pelata,
guarnita per bene.

L’hanno reclamata come loro.
E io che per tutto questo tempo pensavo
che più di ogni altra cosa lei fosse mia.

pubblicata l’8 novembre 1997 sul Guardian.

anche Anne, che per breve tempo frequentò Sylvia, durante la comune frequentazione del corso di poesia tenuto da Robert Lowell, professore della Boston University, e con la quale condivise sedute al bar, condite da martini e confessioni reciproche sulla passione per la morte, l'attrazione per il suicidio, la disperazione del vivere, scrisse poche righe per lei.

La morte di Sylvia
Come hai potuto scivolare giù da sola nella morte
che ho desiderato così tanto e così a lungo,

la morte che tutte e due dicevamo di aver superato
... la morte di cui parlavamo tanto, a Boston,
mentre ci scolavamo tre martini extra dry.

ma erano diverse, profondamente diverse. Anne invidiava la cultura e la formazione rigorosa di Sylvia, ma la sua scrittura era facile, era un fiume in piena. Sylvia scriveva soostenuta da un forte rigore, da una conoscenza e uno studio assiduo della lingua, ma faticava a trovare la vena, scrivere era laborioso. la Sexton era una donna audace, bella, sensuale, sessualmente molto promiscua, brillante e già nota in vita. intratteneva il suo pubblico parlando delle sue esperienza psichiatriche manicomiali, seduceva, rilasciava interviste in cui flirtava con la telecamera, una disinibizione pericolosa. Sylvia era timida, introversa, ombrosa, la sua fama arrivò ben dopo la sua morte. 
così la descrisse Robert Lowell:
"…..E' straziante, riandando al passato, capire che il segreto dell'ultima irresistibile fiammata di Sylvia Plath e' nascosto nella discrezione, nel garbo estremo della sua penosa timidezza. Non e' mai stata una mia allieva, ma per due mesi circa, sette anni fa, segui' il mio corso di poesia alla Boston University. La rivedo, opaca contro il cielo luminoso di una finestra priva di qualsiasi panorama ….. Era alta, snella, con il busto lungo e fragile, i gomiti aguzzi, era nervosa, imbarazzata, gentile — una presenza tesa e brillante che la timidezza paralizzava. La sua umilta', la sua disponibilita' ad accettare tutto quanto veniva generalmente ammirato parevano darle a volte un'esasperante docilita' che nascondeva la sua pazienza e la sua audacia fuori moda. Ci mostro' allora poesie che in seguito, piu' o meno cambiate, vennero pubblicate nel suo primo libro, The Colossus. Erano poesie dai toni bassi, perfette nella struttura, facili all'allitterazione e a un'angoscia dolente ed intimista. Un bastardo che si sforza di galoppare / Spinge lo sciame dei gabbiani a volar via dal litorale Non prestai allora, ne' saprei dire perche', un'attenzione molto profonda a nessuna di quelle poesie. Avvertii la sua raffinatezza, la sua confusione, e non seppi immaginare la sua stupefacente, trionfante completezza futura".

e mi dico che le figure più grandi sono sempre straziate e ubriacate dall'odore della morte. 

giovedì 8 dicembre 2011

Roso di dentro e arso di fuori dagli artigli fissi e inesorabili di un'idea incurabile

Comincia così: "Chiamatemi Ismaele".
E' Moby Dick, di Herman Melville, il cui primo traduttore è stato Cesare Pavese.

Solo un sogno
gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta
da fuochista su un legno olandese da pesca, il Cetaceo,
e ha veduto i ramponi pesanti volare nel sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e  lottare alla lancia.

C. PAVESE, I mari del Sud.

Lo scolto in audiolibro, meravigliosamente narrato da una voce che mi fa sognare come una bambina, e, dopo un inizio difficile, descrittivo in modo esasperato, enciclopedico nella sua analisi e catalogazione di balene, cetacei, leviatani, capodogli, spermaceti, ora è un godimento dell'anima di cui sono già diventata dipendente.
Sono solo al 45° di ben 135 capitoli ma ormai sono stata catturata, sono incatenata sul Pequod e partecipo della follia ossessiva e dannata del suo capitano Achab, e attendo l'incontro con Moby Dick, la balena albina dalla fronte rugosa e dalla gobba bianca, simbolo eterno della possessione e della perdizione senza scampo.
il capitano Achab, io sono demoniaco, io sono la pazzia impazzita, è una figura mitica come mitico è questo libro: la sua narrazione, la sua storia e i suoi personaggi appartengono all'epica, non meno di iliade e odissea. ed è così che mi ritovo dentro a una storia senza spazio e senza tempo, un'epopea narrativa densa di codici e simboli che appartengono alla nostra matrice pià profonda. io sono Ismaele, io sono Achab, io sono Moby Dick.
Achab è posseduto da un'angoscia primordiale e, come si legge sul libro, quando in preda al suo tormento ossessionante e dominante si lancia sul ponte della nave alla ricerca visiva e predatoria del suo fantasma oscuro ..in quel momento non era che una cosa vuota, una creatura informe che vagava nel sonno, e che era sempre un raggio di luce viva ma senza un oggetto da colorare, e quindi, in se stessa, un niente. Dio ti aiuti, vecchio. I tuoi pensieri hanno creato dentro di te una creatura; e all'uomo che a forza di pensare si trasforma in un Prometeo, un avvoltoio divora il cuore per sempre. Un avvoltoio che è la stessa creatura che egli crea.

Eccolo Achab, in un capito esaltante del romanzo:
Mi lascio dietro una scia bianca e torbida; acque pallide, facce più pallide, dovunque vada. Le onde invidiose si gonfiano ai lati per coprire la mia traccia. Facciano: ma prima io passo..Laggiù, agli orli del calice sempre ricolmo, le acque tiepide arrossiscono come il vino. La fronte d'oro scandaglia l'azzurro. Il sole che si tuffa, sceso lentamente dal meriggio, va giù. E la mia anima sale. Stanca dell'erta che non ha mai fine. È dunque troppo pesante la corona che porto, questa mia corona di ferro di Lombardia? Eppure splende di tante gemme. Io che la porto non vedo i suoi lampeggiamenti lontani, ma sento oscuramente di portare una cosa che abbaglia e confonde. È ferro, lo so: non oro. Ed è anche spaccata, lo sento. Il suo bordo intaccato mi tortura tanto che il mio cervello sembra pulsare contro il metallo vivo. Sicuro, è un cranio d'acciaio, il mio; di quelli che scendono senza elmo nella zuffa più massacrante. Arsura sulla mia fronte? Oh ci fu un tempo che l'alba mi stimolava generosamente e il tramonto mi dava sollievo. Ora non più. Questa luce bella non illumina me; ogni bellezza per me è angoscia, perché non provo più gioia. So percepire il sublime, e mi manca la bassa capacità della gioia. Sono dannato nel modo più sottile e perverso, dannato in mezzo al paradiso! Buona notte! Buona notte!


(Agita la mano e si stacca dalla finestra.)


...Mi credono pazzo: Starbuck mi crede pazzo; ma io sono demoniaco, io sono la pazzia impazzita. Quella pazzia selvaggia che è calma solo per capire se stessa! La profezia ha detto che sarei stato smembrato, e difatti! Ho perso questa gamba. Io ora profetizzo che smembrerò il mio mutilatore. E perciò il profeta e l'esecutore siano la stessa persona. Questo è più di quanto avete saputo mai fare voi, grandi dei. Vi urlo e fischio in faccia, voi pugili, voi giocatori di cricket, voi Burke e Bendigo ma sordi e orbi! Non farò come i ragazzini di scuola che dicono ai prepotenti: Trovatene uno grosso come voi, non state a picchiare me! No, voi mi avete messo a terra e io sono in piedi di nuovo, siete voi che siete scappati a nascondervi. Uscite da dietro i vostri sacchi di cotone, che io non ho fucile lungo per raggiungervi. Venite, vi presento i miei ossequi, venite a vedere se potete farmi cambiare strada. Farmi cambiare strada? No che non ne siete capaci, se non cambiando strada voi stessi! È qui che l'uomo vi tiene. Farmi cambiare strada? La strada che porta al mio scopo immutabile è attrezzata con rotaie di ferro, e la mia anima è scanalata per correrci sopra. Mi getto senza sbagliare su precipizi senza fondo, attraverso i cuori scavati delle montagne, sotto i letti dei torrenti. Niente può fare da ostacolo, niente può torcere una strada di ferro!


Ed ecco Starbuck, primo ufficiale del Pequod, insabbiato nella palude melmosa del suo capitano, magnetizzato dalla sua ossessione, tormentato dall'imprevedibilità della palese follia di chi lo comanda, e, allo stesso tempo, dall'obbligo morale di assecondarla pur volendo liberarsene:


La mia anima ha trovato più che un'eguale, ha trovato un tiranno, e un pazzo. Assillo insopportabile, che in questo campo un uomo sano debba gettare le armi! Ma egli ha scavato a fondo, ha bruciato tutta la mia ragione. Credo di vedere la sua intenzione empia, ma sento che debbo aiutarlo. Che io voglia o no, qualcosa di inspiegabile mi ha legato a lui, e mi trascina con un cavo che non ho coltello per tagliare. Vecchio orribile! «Chi è superiore a lui,» grida: sicuro, sarebbe democratico con tutti quelli in alto, e guarda come tiranneggia quelli in basso! Oh, vedo chiaramente il mio compito miserabile: obbedire ribellandomi, e ancora peggio odiare con un filo di pietà! Perché gli leggo negli occhi non so che dolore sinistro che mi brucerebbe, se l'avessi io. Eppure c'è qualche speranza. Il tempo e il mare passano lenti e vasti. La balena odiata può nuotare in tutto il mondo dell'acqua, come il pesciolino dorato nella sua bolla di vetro. Il suo proposito blasfemo Dio può debellarlo. Mi rifarei coraggio, se non avessi il cuore come piombo. Ma tutto il mio meccanismo si è scaricato; e non ho più chiave per risollevare il cuore, che è il peso che regola tutto.


e poi c'è un capitolo che è un capolavoro di letteratura, di psicologia, di interpretazione, di visione, di intuizione, di lettura profonda del mondo simbolico e inconscio. una grandiosità di valore universale. mitico. epico. eterno. 
e io, anche se non per intero, lo dispiego, qui, in tutta la sua potente bellezza. 


Costretti dunque a vivere tra fatti così stupefacenti, e sapendo che la balena bianca era sempre scampata a ogni attacco temerario, non c'è da meravigliarsi molto se qualche baleniere si dimostrava ancora più superstizioso, e affermava che Moby Dick non solo possedeva l'ubiquità ma era immortale (perché l'immortalità non è che ubiquità nel tempo); per quanto gli piantassero nei fianchi foreste di lance, se ne sarebbe andato sempre illeso; e anzi, se mai si poteva riuscire a fargli sputare sangue grumoso, quella vista sarebbe stata nient'altro che una allucinazione: a centinaia di leghe di distanza, nell'acqua incruenta, si sarebbe visto di nuovo il suo spruzzo immacolato. Ma anche lasciando da parte queste supposizioni soprannaturali, nel carattere innegabile del mostro come creatura di questa terra c'era abbastanza da colpire l'immaginazione con una forza non comune. Perché ciò che lo distingueva dagli altri capodogli non era tanto la sua dimensione eccezionale, quanto, come si è accennato altrove, la sua strana fronte grinzosa e bianca come la neve, e un'alta gobba bianca a forma di piramide. Questi erano i suoi caratteri più vistosi, i segni coi quali, perfino nei mari sconfinati e sconosciuti, rivelava a grande distanza la sua identità a quelli che lo conoscevano. Il resto del suo corpo era così striato, maculato e screziato dello stesso colore nebbioso, che alla fine s'era guadagnato quel suo nome tutto speciale di balena bianca, un nome che in realtà era giustificato letteralmente dal suo aspetto luminoso, quando lo si vedeva scivolare in pieno meriggio per un mare azzurro cupo, lasciandosi dietro una scia di schiuma cremosa, come una via lattea, tutta punteggiata di scintille d'oro. E ciò che rendeva la balena una creatura terribile non era tanto la sua grandezza eccezionale o quel colore impressionante, e nemmeno la sua mascella deforme, quanto la cattiveria intelligente e inaudita che stando a certi resoconti precisi essa aveva mostrato più e più volte nei suoi attacchi. Erano sopratutto le sue perfide fughe che sgomentavano, forse più di ogni altra cosa. Quando batteva in ritirata davanti ai suoi inseguitori esultanti, con ogni sintomo apparente di timore, diverse volte si diceva che si era rivoltata di colpo per piombare addosso alle barche, o facendole a pezzi o ricacciando i pescatori terrorizzati verso la nave. Già la sua caccia aveva fruttato parecchi disastri. Certo disgrazie simili, di cui a terra si parlava poco, non erano affatto rare nella pesca alla balena; ma nella maggior parte dei casi la feroce premeditazione della balena bianca pareva così infernale, che le mutilazioni e le morti che causava non si potevano considerare interamente inflitte da una creatura bruta. Immaginate perciò a che grado di smania e di furore venivano spinti gli animi dei cacciatori più disperati, quando scansavano a furia di braccia i grumi biancastri dell'ira paurosa della balena, in mezzo ai frammenti delle barche stritolate, tra membra che andavano a fondo, strappate ai compagni, e nuotavano nella luce del sole, serena, esasperante, che continuava a sorridere come a una nascita o a un matrimonio. Un capitano, trovandosi attorno le sue tre lance sfondate e remi e uomini che piroettavano nei gorghi, aveva afferrato il coltello da lenza dalla prua spaccata e si era buttato sulla bestia, come un duellista dell'Arkansas sul suo avversario, tentando ciecamente, con una lama di sei pollici, di raggiungere la vita del mostro che era profonda una tesa. Quel capitano era Achab. E fu allora che menandogli di sotto all'improvviso la sua mandibola a roncone Moby Dick gli aveva falciato la gamba, come fa il mietitore con un filo d'erba ai campi. Nessun turco di quelli col turbante, nessun prezzolato veneziano o malese avrebbe potuto colpirlo con più apparente malizia. C'era dunque ben poco da dubitare che dopo quello scontro quasi mortale Achab avesse nutrito un continuo desiderio selvaggio di vendicarsi della balena. Un desiderio tanto più accanito perché nella sua smania morbosa egli era arrivato al punto da identificare con la bestia non solo tutti i suoi mali fisici, ma ogni sua esasperazione intellettuale e spirituale. La balena bianca gli nuotava davanti agli occhi come l'incarnazione ossessiva di tutte quelle forze del male da cui certi uomini profondi si sentono azzannare nel proprio intimo, finché si riducono a vivere con mezzo cuore e mezzo polmone. Quella malvagità inafferrabile che è esistita fino dal principio, al cui regno perfino i cristiani d'oggi attribuiscono metà dei mondi, e che gli antichi Ofiti dell'oriente veneravano nel loro demonio di pietra, Achab non cadeva in ginocchio per adorarla come loro, ma ne trasferiva allucinato l'idea nell'aborrita balena bianca e le si piantava contro, così mutilato com'era. Tutto ciò che sconvolge e tormenta di più tutto quel che rimescola la feccia delle cose, ogni verità farcita di malizia, ogni cosa che spezza i tendini e coagula il cervello, tutti i subdoli demonismi della vita e del pensiero, ogni male insomma, per quell'insensato di Achab, era personificato in modo visibile e reso raggiungibile praticamente in Moby Dick. Sulla gobba bianca della balena ammucchiava il peso di tutta la rabbia, di tutto l'odio sentiti dalla sua razza fino da Adamo. Poi, come se avesse un mortaio in petto, le sparava addosso il cuore rovente. È improbabile che questa monomania fosse cominciata in lui proprio nel momento in cui il suo corpo veniva mutilato. In quel momento, gettandosi contro il mostro col coltello in pugno, aveva solo scatenato in sé un'improvvisa e appassionata avversione fisica; e quando ricevette il colpo che lo mutilò, sentì probabilmente soltanto l'atroce strappo nella carne, e nient'altro. Ma quando, obbligato da quello scontro a riprendere la via di casa, per lunghi giorni e settimane e mesi Achab e l'angoscia giacquero insieme su un'unica branda, e doppiarono nel cuore dell'inverno quel tetro e ululante Capo di Patagonia, fu allora che il corpo squarciato e l'anima ferita sanguinarono l'uno nell'altro, e mescolandosi così lo fecero impazzire. Che l'ossessione finale l'abbia preso soltanto allora, durante il viaggio di ritorno dopo la zuffa, pare assolutamente certo per il fatto che a intervalli, durante la traversata, Achab fu in preda a una pazzia furiosa; sebbene gli mancasse una gamba, nel suo petto da statua egiziana gli restava tanta forza vitale, resa ancora più intensa dal delirio, che i suoi ufficiali furono costretti a legarlo forte, proprio mentre era in navigazione, e lasciarlo vaneggiare nella sua branda. Nella camicia di forza dondolò al ballo pazzo delle burrasche. E quando la nave, entrando in latitudini più sopportabili, spiegò i leggeri coltellacci e fluttuò nei placidi tropici, quando secondo ogni apparenza il delirio del vecchio pareva fosse rimasto indietro assieme alle acque alte del Capo Horn, ed egli uscì dalla sua tana oscura nella letizia dell'aria e della luce, perfino quando mostrò quella sua fronte ferma e raccolta, solo un po' pallida, e diede di nuovo i suoi ordini pacati, sicché gli ufficiali ringraziarono Iddio perché finalmente quella terribile pazzia era superata, sempre Achab, nel suo profondo, continuò a farneticare. La pazzia umana è spesso una cosa scaltra e terribilmente felina. Quando pensi che se ne sia andata, può darsi che si sia soltanto trasformata in qualche forma ancora più subdola. La pazzia totale di Achab non si spense, ma si ritirò nel fondo senza perdere forza, come lo Hudson, quando quel nobile figlio del Nord scorre stretto ma profondissimo dentro la gola degli Altipiani. Ma come nel fluire ristretto della sua ossessione non si era perduto un briciolo della gran pazzia di Achab, così in questa sua totale pazzia non si era spenta neanche una favilla della grande intelligenza che gli era naturale. Ciò che era prima un agente vivo diventò adesso un vivo strumento. Se mi si concede un'immagine così avventata, la sua peculiare demenza diede l'assalto alla sua salute complessiva, la espugnò, e concentrò il tiro di tutti i suoi cannoni sull'unico suo pazzo bersaglio. Sicché Achab non aveva perduto affatto la sua forza, e anzi possedeva ora, per quell'unico scopo, un'energia mille volte maggiore di quella che mai aveva diretto da sano verso un unico oggetto ragionevole. Questo è già impressionante: ma non si era ancora detto nulla del lato più vasto, più cupo, più profondo di Achab.


Ora in cuor suo Achab aveva qualche sospetto di questo, e cioè: tutti i miei mezzi sono sani, il mio movente e il mio fine sono pazzi. Ma incapace di sopprimere o mutare o evitare i fatti, era però cosciente di avere simulato a lungo davanti agli uomini. E in qualche modo lo faceva ancora. Ma il suo comportamento falso era soggetto soltanto alla sua percezione, non alla sua volontà cosciente. Eppure ci riusciva così bene, a fingere, che quando con la sua gamba d'avorio scese finalmente a terra, nessuno a Nantucket vide altro in lui che un dolore naturale, e fino all'anima, per la disgrazia terribile che gli era successa. Quando si seppe con certezza del suo delirio in mare, anche questo venne attribuito da tutti a una causa simile. E così pure la nuova profonda tristezza che da allora gli gravò sempre sulla fronte, fino al giorno che Achab salpò sul Pequod per questo viaggio. E non è troppo azzardato pensare che invece di considerarlo poco idoneo a un'altra crociera a causa di quei sintomi così cupi, la gente calcolatrice di quell'isola prudente fosse invece disposta a pensare che proprio per quelle ragioni Achab era meglio qualificato, e preparato a dovere, per un lavoro così pieno di furore e di ferocia come la caccia sanguinaria alle balene. Roso di dentro e bruciacchiato di fuori, lacerato di continuo dalle zanne di qualche idea incurabile: un uomo così, a trovarlo, sarebbe il vero tipo fatto per scagliare il rampone e alzare la lancia contro il più terrificante dei bruti. E se per qualche motivo lo si dovesse considerare inabile nel fisico, parrebbe sempre adatto in modo superlativo a eccitare e aizzare i suoi subalterni all'attacco. Comunque sia è certo che Achab, con tutta la sua pazza furia serrata e sprangata nel segreto dell'animo, era partito di proposito per questo viaggio con l'unica e maniaca intenzione di dare la caccia alla balena bianca. Se qualcuno dei suoi vecchi conoscenti di terra avesse appena sospettato ciò che egli covava dentro, con che fretta le loro rette anime sbigottite avrebbero strappato la nave a un uomo così diabolico! Tutto ciò che volevano era una crociera vantaggiosa, un utile da contarsi in dollari di zecca. Ciò che voleva lui era una vendetta temeraria, spietata, ultraterrena..Ecco dunque: un vecchio grigio ed empio inseguiva maledicendo attorno alla terra una balena di Giobbe, e per giunta alla testa di una ciurma fatta sopratutto di bastardi rinnegati, di reprobi e di cannibali; un gruppo di uomini indebolito, anzi, dall'insufficienza dell'onestà o virtù isolata e senza altri aiuti di Starbuck, dalla noncuranza e dall'indifferenza così impassibili e spensierate di Stubb, e dalla mediocrità di cui Flask era tutto imbevuto. Un equipaggio simile, e con simili ufficiali, pareva scelto e assortito apposta da qualche fato diabolico per aiutare Achab nella sua vendetta maniaca. Come mai rispondessero tanto alla rabbia del vecchio, quale incantesimo malvagio si fosse impossessato delle loro anime, tanto che a volte quell'odio pareva quasi un loro odio e la balena bianca un nemico che anche loro non potevano soffrire; come mai fu possibile tutto questo, e ciò che era per loro la balena, e perché anche nel loro inconscio la bestia poté presentarsi in qualche modo misterioso e insospettato come il gran demonio che scivola per i mari della vita, per spiegare tutto questo bisognerebbe tuffarsi più a fondo di quanto non sa fare Ismaele. Quel minatore sotterraneo che lavora in tutti noi, come è possibile dire, dal rumore sempre diverso e soffocato che fa il suo piccone, dove conduce il suo pozzo? Chi non sente il braccio irresistibile che ci trascina? Quale battello può starsene fermo, se una corazzata lo rimorchia? Quanto a me, cedetti al rilassamento del tempo e del luogo; ma mentre ero anch'io tutto preso dalla smania di affrontare la balena, non riuscivo a vedere altro in quel bruto che il male più funesto.

bene, non ho letto migliaia di libri, ma questo sa dire bene dell'incantesimo malvagio che si era impossessato delle loro anime, del gran demonio che scivola per i mari della vita e che nel loro inconscio si era presentato in modo misterioso e insospettato. il demone dell'odio non può portare che rovina, e io la attendo a ogni pagina, il fantasma dell'orrore costruisce ogni giorno la su stessa disgregazione, ogni assedio diventa una prigione per chi lo apposta, come gli Achei alle porte di Ileo, assediavano ma erano assediati e prigionieri del loro stesso furore.
e così Achab attende la sua balena, attende la sua morte per farne uno spettacolo indimenticabile, ormai svuotato, solo portatore della sua angoscia, senza corpo e senza mente.