bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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giovedì 29 novembre 2018

TEATRO 3 - concerto per Amleto

ringrazio Fabrizio Gifuni, ancora una volta, per questo supplemento di felicità.
legge l'Amleto accompagnato dall'orchesta Verdi di Milano.

Concerto per Amleto
da "La tragedia di Amleto, Principe di Danimarca" di William Shakespeare
drammaturgia Fabrizio Gifuni, con la consulenza musicale di Rino Marrone
voce Fabrizio Gifuni
direttore Rino Marrone
musiche Dmitrij Šostakovič: da Op. 32, musiche di scena per l’Amleto di Nikolai Akimov e Op. 116, musiche per il film Hamlet di Grigori Kozintsev eseguite dall’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
produzione le vie dei festival, in collaborazione con Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi e Piccolo Teatro di Milano–Teatro d'Europa

e così mi tira dentro, per l'ennesima volta, nei suoi labirinti teatrali, nella sua voce c'è la verità di Amleto, anzi lui è Amleto, come sempre.
lui è teatro, la voce corpo del teatro.
vado a vederlo sperando ogni volta nell'incantesimo.
e accade.
ogni volta.
il tempo è un bambino che gioca spostando i pezzi di una scacchiera, il regno di un fanciullo.
esordisce Gifuni citando Eraclito.
è così, in balia di quel bambino, giochiamo con la vita.
"Il tempo è fuori dai cardini, O destino maledetto, che sia mai nato io per rimetterlo in sesto!"
(atto primo, scena quinta)


venerdì 15 giugno 2018

in quella profondissima zona del suo io, è il noi: un io che, dalla singolarità, passa immediatamente alla pluralità

"Credo che non lo sappia dire nessuno che cos’è la poesia. Io penso che per me sia stata una ricerca, fin da ragazzo, di me stesso e della mia identità. Vedere chi sono insomma, cercare di capire chi sono e attraverso di me, cercare di capire chi sono gli altri. Perché io penso che il poeta sia un po’ come il minatore che dalla superficie cioè dall’autobiografia scava, scava, scava, scava finché trova un fondo nel proprio Io che è comune a tutti gli uomini. Scopre gli altri in se stesso.”

Mia ambizione, o vocazione, è sempre stata quella di riuscire, attraverso la pratica del verso, a trovare, cercando la mia, la verità di tutti. O, per esser più modesti e precisi, una verità (una delle tante verità ipotizzabili) che possa valere non soltanto per me ma anche per tutti gli altri mèzigues (o "me stessi") che formano il prossimo (l’Altro, diciamo pure), del quale io non sono che una delle tante cellule viventi. Il poeta è un minatore. È poeta colui che riesce a calarsi più a fondo in quelle che il grande Machado definiva las secretas galerìas del alma, e lì attingere quei nodi di luce che, sotto gli stratti superficiali diversissimi da individuo a individuo, sono comuni a tutti anche se non tutti ne hanno conoscenza. L’esercizio della poesia rimane puro narcisismo finché il poeta si ferma ai singoli fatti esterni della propria esistenza o biografia. Ma ogni narcisismo cessa non appena il poeta, partendo dai laterizi delle proprie personali esperienze, a costruendo con tali laterizi le proprie metafore, riesce a chiudersi e a inabissarsi talmente in se stesso da scoprirvi, ripeto, e portare a giorno, quei nodi di luce che sono non soltanto dell’io, ma di tutta intera la tribù. Quei nodi di luce che tutti i membri della tribù possiedono, ma che non tutti i membri della tribù sanno di possedere, o riescono a individuare. Mi par che sia stato Proust a dirlo: quando uno legge un poeta, in fondo non fa che legger se stesso. Quel poeta ha raggiunto nel profondo di se stesso una verità che vale per tutti, e che già, come la Bella addormentata nel bosco, sonnecchiava in tutti, in attesa del Principe capace di svegliarla. E si arriva così al paradosso che quanto più il poeta si immerge nel pozzo del proprio io, tanto più egli allontana da sé ogni facile accusa di solipsismo: appunto perché in quella profondissima zona del suo io, è il noi: un io che, dalla singolarità, passa immediatamente alla pluralità. La funzione sociale – civile – della poesia, sta, o dovrebbe stare, appunto in questo. "
(http://www.lamacchinasognante.com/giorgio-caproni-sulla-poesia/)

 Giorgio Caproni (Univrsità di Urbino , 1 dicembre 1984: trascrizione dell’intervento tenuto delll’autore in occasione dell’assegnazione della Laurea Honoris Causa).

a proposito di Gifuni, domenica sera, il 10 giugno, è proprio lui che ho ascoltato, al Franco Parenti, leggere Giorgio Caproni.
è il suo corpo che ha prestato, ancora una volta, alla letteratura, alla poesia, a Caproni.
Caproni è un galantuomo, un uomo delizioso, un poeta da divorare.
amo la sua immediatezza, la sua linearità, il suo grande amore per la lingua italiana, il suo modo di dire poesia, il suo amore per sua madre, quel suo io che, così sondato nell'abisso, diventa noi.
Gifuni mi ha fatto il solito eccezionale dono, la sua voce, la sua lettura ad alta voce, il suo ritmo, il suo accento, le sue parole di Caproni, la sua poesia di Caproni, i suoi discorsi di Caproni (era Caproni), il suo omaggio alla nostra bellissima inesauribile lingua italiana, la sua musica vocale, la sua musica viscerale.
come farà a vivere tutta quella gente che domenica non è venuto a sentirlo??



"Allora io vidi in Enea, non la solita figura virgiliana, ma vidi proprio la condizione dell’uomo contemporaneo, della mia generazione: solo nella guerra, con sulle spalle un passato che crolla da tutte le parti, che lui deve sostenere e che per mano ha un avvenire che ancora non si regge sulle gambe. Proprio l’uomo solo, vedovo, rimasto così…, senza né una speranza, né una tradizione. Avevo visto il simbolo, appunto, della mia generazione."

Il passaggio d'Enea

1 - Didascalia


Fu in una casa rossa:
la Casa Cantoniera.
Mi ci trovai una sera
di tenebra, e pareva scossa
la mente da un transitare
continuo, come il mare.

Sentivo foglie secche,
nel buio, scricchiolare.
Attraversando le stecche
delle persiane, del mare
avevano la luminescenza
scheletri di luci rare.

Erano lampi erranti
d'ammotorati viandanti.
Frusciavano in me l'idea
che fosse il passaggio d'Enea.


2 - Versi


A l'accent familier
        nons devinons le spectre.


La notte quali elastiche automobili
vagano nel profondo, e con i fari
accesi, deragliando sulle mobili
curve sterzate a secco, di lunari
vampe fanno spettrali le ramaglie
e tramano di scheletri di luce
i soffitti imbiancati? Fra le maglie
fìtte d'un dormiveglia che conduce
il sangue a sabbie di verdi e fosforiche
prosciugazioni, ahi se colpisce l'occhio
della mente quel transito, e a teoriche
lo spinge dissennate cui il malocchio
fa da deus ex machina!... Leggère
di metallo e di gas, le vive piume
celeri t'aggrediscono — l'acume
t'aprono in petto, e il fruscio, delle vele.

T'aprono in petto le folli falene
accecate di luce, e nel silenzio
mortale delle molli cantilene
soffici delle gomme, entri nel denso
fantasma - entri nei lievi stritolii
lucidi del ghiaino che gremisce
le giunture dell'ossa, e in pigolii
minimi penetrando ove finisce
sul suo orlo la vita, là Euridice
tocchi cui nebulosa e sfatta
casca la palla morta di mano. E se dice
il sangue che c'è amore ancora, e schianta
inutilmente la tempia, oh le leghe
lunghe che ti trascinano — il rumore
di tenebra, in cui il battito del cuore
ti ferma in petto il fruscio delle streghe.

Ti ferma in petto il richiamo d'Averno
che dai banchi di scuola ti sovrasta
metallurgico il senso, e in quell'eterno
rombo di fibre rotolanti a un'asta
assurda di chilometri, sui lidi
nubescenti di latte trovi requie
nell'assurdo delirio — trovi i gridi
spenti in un'acqua che appanna una quiete
senza umano riscontro, ed è nel raggio
d'ombra che di qua penetra i pensieri
che là prendono corpo, che al paesaggio
di siero, lungo i campi dei Cimmeri
del tuo occhio disfatto, riconosci
il tuo lèmure magro (il familiare
spettro della tua scienza) nel pulsare
di quei pistoni nel fitto dei boschi.

Nel pulsare del sangue del tuo Enea
solo nella catastrofe, cui sgalla
il piede ossuto la rossa fumea
bassa che arrazza il lido - Enea che in spalla
un passato che crolla tenta invano
dì porre in salvo, e al rullo d'un tamburo
ch'è uno schianto di mura, per la mano
ha ancora così gracile un futuro
da non reggersi ritto. Nell'avvampo
funebre d'una fuga su una rena
che scotta ancora di sangue, che scampo
può mai esserti il mare (la falena
verde dei fari bianchi) se con lui
senti di soprassalto che nel punto,
d'estrema solitudine, sei giunto
più esatto e incerto dei nostri anni bui?

Nel punto in cui, trascinando il fanale
rosso del suo calcagno, Enea un pontile
cerca che al lancinante occhio via mare
possa offrire altro suolo — possa offrire
al suo cuore di vedovo (di padre,
di figlio — al cuore dell'ottenebrato
principe d'Aquitania), olte le magre
torri abolite l'imbarco sperato
da chiunque non vuol piegarsi. E,
con l'alba già spuntata a cancellare
sul soffitto quel transito, non è
certo un risveglio la luce che appare
timida sulla calce — il tremolio
scialbo del giorno in erba, in cui già un sole
che stenta a alzarsi allontana anche in cuore
di quei motori il perduto ronzio.


3  - Epilogo

Sentivo lo scricchiolio,
nel buio, delle mie scarpe:
sentivo quasi di talpe
seppellite un rodio
sul volto, ma sentivo
già prossimo ventilare
anche il respiro del mare.

Era una sera dì tenebra,
mi pare a Pegli, o a Sestri.
Avevo lasciato Genova
a piedi, e freschi
nel sangue i miei rancori
bruciavano, come amori.

M'approssimavo al mare
sentendomi annientare
dal pigolio delle scarpe:
sentendo già di barche
al largo un odore
di catrame e di notte
sciacquante, ma anche
sentendo già al sole, rotte,
le mie costole, bianche.

Avevo raggiunto la rena,
ma senza avere più lena.
Forse era il peso, nei panni,
dell'acqua dei miei anni.

giovedì 5 ottobre 2017

Cecilia

Tu mi rimproveri perché ogni mio racconto ti trasporta nel bel mezzo d'una città senza dirti dello spazio che s'estende tra una città e l'altra: se lo coprano mari, campi di segale, foreste di larici, paludi. Ti risponderò con un racconto.Per le vie di Cecilia, città illustre, incontrai una volta un capraio che spingeva rasente i muri un armento scampanante.- Uomo benedetto dal cielo, - si fermò a chiedermi, - sai dirmi il nome della città in cui ci troviamo? - Che gli dei t'accompagnino! - esclamai. - Come puoi non riconoscere la molto illustre città di Cecilia? - Compatiscimi, - rispose quello, - sono un pastore in transumanza. Tocca alle volte a me e alle capre di traversare città; ma non sappiamo distinguerle. Chiedimi il nome dei pascoli: li conosco tutti, il Prato tra le Rocce, il Pendio Verde, l'Erba in Ombra. Le città per me non hanno nome: sono luoghi senza foglie che separano un pascolo dall'altro, e dove le capre si spaventano ai crocevia e si sbandano. Io e il cane corriamo per tenere compatto l'armento.- Al contrario di te, - affermai, - io riconosco solo le città e non distinguo ciò che è fuori. Nei luoghi disabitati ogni pietra e ogni erba si confonde ai miei occhi con ogni pietra ed erba. Molti anni sono passati da allora; io ho conosciuto molte città ancora e ho percorso continenti. Un giorno camminavo tra angoli di case tutte uguali: mi ero perso. Chiesi a un passante: - Che gli immortali ti proteggano, sai dirmi dove ci troviamo? - A Cecilia, cosí non fosse! - mi rispose. - Da tanto camminiamo per le sue vie, io e le capre, e non s'arriva a uscirne... Lo riconobbi, nonostante la lunga barba bianca: era il pastore di quella volta. Lo seguivano poche capre spelate, che neppure più puzzavano, tanto erano ridotte pelle e ossa. Brucavano cartaccia nei bidoni dei rifiuti. - Non può essere! - gridai. - Anch'io, non so da quando, sono entrato in una città e da allora ho continuato ad addentrarmi per le sue vie. Ma come ho fatto ad arrivare dove tu dici, se mi trovavo in un'altra città, lontanissima da Cecilia, e non ne sono ancora uscito? - I luoghi si sono mescolati, - disse il capraio, - Cecilia è dappertutto; qui una volta doveva esserci il Prato della Salvia Bassa. Le mie capre riconoscono le erbe dello spartitraffico.

venerdì sera, c'è ancora uno spendido tepore, l'aria è bellissima, il verde dell'Orto Botanico di Brera è magico. tavoli e sedie, candele, l'ora del crepuscolo, molta molta gente, come sempre a Milano, ovunque.
sul palco allestito arriva Fabrizio Gifuni e inizia la cerimonia.
legge.
Calvino.
e mi omaggia con Cecilia, da Le Città Invisibili.
oltre che con Palomar, il Barone rampante e letture da riflessioni di Calvino, racconti sul padre e sulla madre, sulla cifra della sua famiglia. una famiglia di botanici, di studiosi e di dedizione al dovere, dove "lo spreco", dice Calvino, è la dimensione della passione.
«Che la vita fosse anche spreco, questo mia madre non l’ammetteva: cioè che fosse anche passione. Perciò non usciva mai dal giardino etichettato pianta per pianta, dalla casa tappezzata di bouganvillea, dallo studio col microscopio sotto la campana di vetro e gli erbari. Senza incertezze, ordinata, trasformava le passioni in dovere e ne viveva» (Italo Calvino, La strada di San Giovanni)



giovedì 11 maggio 2017

il dio di Roserio

Il dio di Roserio, testo di Giovanni Testori.
teatro Fraco Parenti.
parole e corpo, Fabrizio Gifuni.
presenta il testo e l’operazione teatrale che va a incominciare e dice: questa fatica la faremo insieme.
inizia a pedalare e io vado in tachicardia.
sto pedalando.
sudo e mi contraggo, extrasistoli.
e mi becco tutta la furia parossistica e implacabile del Dante (Pessina).
quel braccio alzato e armato di ferocia assassina si abbatte si devasta su di me.
mi deformo e mi indementisco come Sergio (Consonni).
 










una cosa fa Gifuni: le parole diventano corpo.
e il corpo diventa parola.
il verbo si fa carne.

un miracolo? anche, ma non solo.
è così, questo è il reale. 
accomodiamoci.

martedì 25 aprile 2017

muta lussuria di una rosa

Tempo di libri, buon tempo.
ho girato e ascoltato, mi hanno rapito la Mazzantini e Gifuni, Francesco Piccolo e Franco Erminio, le parole di Carmen Pellegrino e la rivisitazione di Jane Austen.
che idea geniale parlare di lei e di Orgoglio e Pregiudizio, dei libri "by a lady" (così si firmava), dell'ammirazione per lei di Virginia Woolf, della sua povertà materiale e ricchezza narrativa, dei prati verdi della campagna inglese e di Marianne che cade tra le braccia di Willoughby. ma, si sa, è universalmente noto, a Jane Austen appartiene Mr. Darcy, ormai siamo oltre la fantasia: adorabile scontroso, generoso bisbetico, gli dobbiamo molti sospiri, cara Jane, ci hai stregate tutte, ci hai fregate tutte.
chissà se è stata Chiara, Valerio, giovane donna di grande intelligenza, curatrice generale della rassegna, ad avere questa brillante idea.
lo so lo so, cara Chiara, la fiera non è andata bene, per affluenza e vendite, ma non per contenuti direi. a ben guardare, invece, Chiara ha intervistato la Mazzantini e le ho amate molto, avrei voluto testimoniare a Margaret la mia devozione per lei, tutti i battesimi che hanno segnato i suoi libri, tutta la potenza senza scampo della sua parola. lei, Margaret, dice candida che lascia libero il suo lettore, forse una questione che tormenta gli scrittori in genere, ma io volevo ricordarle che non mi risulta che la libertà preveda di essere letteralmente inchiodati alla sua parola. parola che crea solco, traccia, indelebile, nella carne. no, la libertà non è questo, ma va bene, crocifiggimi ancora.
Gifuni mi ha portato per mano nel suo talento, mi ha spiegato il suo Ingravallo di Gadda e come ci si è letteralmente messo dentro. io gli credo, Gifuni mette il suo corpo al servizio della voce, ogni volta che lo ascolto assisto a una metamorfosi, eccolo Gregor Samsa, si fa scarafaggio e io lo seguo. mi ha spiegato che la lettura ad alta voce apre segreti e orizzonti inimmaginabili, anche lui ha letto i Promessi Sposi per la trasmissione di rai radio 3, Ad alta vice, anche lui non si capacita dello strazio che di questo capolavoro fa la scuola, e anche io, che lo sto ascoltando dalla voce di Paolo Poli, mi beo di questa bellezza italiana, felice di scoprire tanta meraviglia in questa dannazione liceale.
Francesco Piccolo ha fatto un'interessante digressione sulla posizione di chi resta e di chi lascia, riferendosi al sud d'Italia, e l'ha fatta a partire, e per finire, con la storia di Lila e Lenù, protagoniste dell'Amica geniale, quattro bei libri, che mi sono letta. la sua digressione è ben costruita, passa dalla Ferrante a considerazioni personali, da Leopardi a O' zappatore di Merola, non manca nulla, neppure qualche gustosa risata. una sciura davanti a me occupava ignobilmente un posto in prima fila, forse ci teneva a umiliare il relatore, dato che gli ha sparato in faccia per tutto il tempo, in compagnia di una sua degnissima amica, il display del suo ipad e del suo cellulare. ha fatto di tutto, sto genio di donna, tranne che ascoltare una sola parola di quel che lo scrittore diceva, materiale cerebrale inutile direi, pure dannoso della dignità altrui. ma io me lo sono goduta, il sig, Piccolo, e ho apprezzato la sua chiosa finale che vede quel che ho visto anche io, e forse non solo io e lui, che Lila e Lenù sono due facce della stessa medaglia, sono due persone che ne fanno una, sono due versanti di tutti noi, uno che resta e uno che va.
la Pellegrino mi strega con quel suo parare così ipnotico, quel rincorrere poeticamente il vuoto e le frane e Franco Erminio, che le somiglia moltissimo, merita una medaglia al valore, così autentico e credente, con una fede forte assoluta e incrollabile nell'umanità, nelle sue potenzialità, nel suo cuore e nella sua generosità. lui paesologo così spaesato nel grande padiglione della fiera, lui amante delle piccole grandi cose così attento a cogliere di tutti i presenti una radice, un'appartenenza, un mestiere, un legame con una terra, con la terra.
alla fine abbiamo cantato, Bella Ciao, tutti la sapevano, tutti cantavano, un coro costringe all'assieme, lui lo sa molto bene, lo sapevamo tutti molto bene. sarà per questo che alzandoci, andando via, separandoci e poi incontrandoci in giro, ci siamo riconosciuti e ci siamo scambiati sorrisi.

Concedetevi una vacanza
intorno a un filo d'erba,
concedetevi al silenzio e alla luce,
alla muta lussuria di una rosa.

buon tempo, buoni libri a tutti.

sabato 16 gennaio 2016

polemiche e pace nel direttissimo

che titolo è?
è di Gadda.
dal suo libro, il secondo, Il castello di Udine.
questo è l'ultimo capitolo della terza parte.
l'incipit del libro è noto come Tendo al mio fine.
è una faccenda complicata, molto complicata, un pasticciaccio, e io non ne sapevo nulla, fino a ieri sera.
alla Triennale di Milano, ieri,  alle 19, c'era una situazione, una situazione particolare, c'era Gifuni, Fabrizio, e c'era Gadda, Carlo, con questi due testi, Tendo al mio fine e Polemiche e pace nel direttissimo.
c'era anche un altro personaggio, il prof, Claudio Vela, ma lui conta meno, ha fatto la spiega, anche utile, ma anche prolissa. la gente si innervosiva. quella dietro di me è andata fuori di testa ed è stato necessario contenerla per farla stare un po' zitta.
non so se il post è su Gifuni che legge Gadda o su Gadda letto da Gifuni.
per leggere Gadda io ho bisogno di una mano e Gifuni me la da.
grazie a lui ho letto, in audiolibro, Quer pasticciaccio brutto.
altrimenti non so se ce l'avrei fatta.
Gadda è un fenomeno irripetibile, ma anche Gifuni per la miseria.
Gadda scrive che non ci si può credere e Gifuni legge che ci si crede per forza, una forza della natura.
l'incontro di queste due anime produce un effetto artistico letterario teatrale di altissimo livello.
penso alla prosa, alle parole di Gadda, al suo scrivere, e non mi capacito della incommensurabile perdita che oggi tutti subiamo nel nostro lessico, siamo dei poveretti, in miseria, falliti.
penso alla capacità con le parole di Gifuni e non mi capacito della sapienza e dell'intelligenza umana, quale maestria, quale talento. chissà, mi domando, se è anche simpatico.
da un po' di tempo ha una gran barba, era piaciuta moltissimo a Natalia Aspesi, sembrava eccitata, a BookCity, a Ottobre, alla lettura di Aritmie di Vittorio Lingiardi. e anche lì, Gifuni mi ha dato una mano.
Gifuni da corpo al testo, è un evento, le parole diventano corporee, tramite lui. 
la sua lettura, ieri sera, di quel testo mai conosciuto della difficile e complicata faccenda di Gadda scrittore è stata magistrale, io l'ho vissuta bene, il mio corpo ne godeva, la sua parola corpo ha incontrato il mio. ero dentro la storia, l'ho vissuta.

ricordo, a proposito di un uomo morto che, depositato sulla poltrona dello scompartimento, irrompe nella scena del vagone (il direttissimo) dei viaggiatori, la descrizione dell'abbandono di quel corpo, di una "stanchezza pesante che non avrebbe avuto rivincita". non avrebbe avuto rivincita, non avrebbe avuto rivincita non avrebbe avuto rivincita, mi ripeto.
indimenticabile.

Tendo al mio fine
Tendo a una brutale deformazione dei temi che il destino s’è creduto di proponermi come formate cose ed obbietti: come paragrafi immoti della sapiente sua legge. Umiliato dal destino, sacrificato alla inutilità, nellabestialità corrotto, e però atterrito dalla vanità vana del nulla, io, che di tutti li scrittori della Italia antichi e moderni sono quello che più possiede di comodini da notte, vorrò dipartirmi un giorno dalle sfiancate sèggiole dove m’ha collocato la sapienza e la virtù de’ sapienti e de’ virtuosi, e, andando verso l’orrida solitudine mia, levarò in lode di quelli quel canto, a che ilmandolino dell’anima, ben grattato, potrà dare bellezza nel ghigno. La virtù, senza il becco d’un quattrino, è pur veneranda cosa: e questo si arà da sentire nelle mie note. Era ed è la legge (2) che custodisce ed impone l’inutilità marmorea del bene, che ignora o misconosce le ragioni oscure e vivide della vita, la qual si devolve profonda: deformazione perenne, indagine, costruzione eroica. 
...
Così seguiterò il mio cammino solitario. Seguiterò a pagare e servire la necessità, conterò avaramente il poco denaro, loderò la plastile carne delle infarinate bagasce; appetirò cose non lecite; altre sognerò non possibili; e una grata sarà il termine de’ pochi miei passi. E leggerò i libri sapientissimi delli scrittori, infino a che, sopra alla mia trapassata sapienza, vi crescerà l’erba.
I pensieri più belli si dissolveranno, ogni volere, ogni gioia, ogni più ardente e tenero senso e memoria; e forse l’amore istesso della mia terra! Come avviene che di là, dietro dal monte, la rosea nube in cenere si discolori. E in sul muro, che chiude il Campo, si leggerà, mal vedibile, un segno: un segno inscritto col sangue. Crescerà ne’ vecchi muri l’urtica: e l’erba di sopra la lassitudine mia. E l’erba, che sarà cresciuta, la mangerà il cavallo, che campato sarà. 

martedì 27 ottobre 2015

alterazioni del ritmo

ma quante carte
ma quante
mamma mia
qui tutto cede
cede
cede.
fogli, referti, ricette, fitoestrogeni, ovuli vaginali, MOC (fuori dai LEA!!) e poi
quanti soldi, nemmeno la ricetta regionale, tutto a pagamento.
e l'angoscia sale
e l'aritmia anche
PA fuori controllo da mesi ormai
e cazzo scendi
che vertigini, che nausea, che giramenti di testa: 180 su 90
palpitazioni e angoscia
adesso ho aggiunto anche HTC al ramipril, caso mai sua maestà la mia PA decidesse di mollare il colpo...
ma niente, batte forte sempre (come Unieuro).

legge Gifuni (Genio), scrive Lingiardi (meno) (ma collega psichiatra psicoanalista)
sono al Franco Parenti (domenica)
le ho comprate (siamo a BookCity) e, lette da me, le sue poesie, sono poco cosa ma lette dall'uomo bello con la barba, una bella cosa.
l'uomo bello con la barba è uno dei migliori attori che abbiamo su questo suolo natio.
non cura la mia angoscia ma la lenisce il tempo di un verso.

Fibrillazioni, sincopi, aritmie
tutto quello che fa quando non muore
eccola è lei, l’altra metà del cuore.

Holter. Il cuore si è ammalato.
Eta l'unico organo
che non ho trascurato.

Quando non c'è speranza di salvezza
Dove la morte non porta compimento
Lì cosa c'è, in che paese siamo?
Quello è il dolore, e noi lo attraversiamo.

Dentro il cuore
dietro gli abeti
pezzo di cielo
tra le impalcature

Vittorio Lingiardi
Alterazioni del ritmo

vedo Silvia
una vita fa
e
il corpo cambia
si ammala
si piega
portatore di memoria

lunedì 15 giugno 2015

il Riccetto

Ragazzi di vita è un grande libro, di una drammaticità tagliente.
affiora nel sottofondo la bellezza, della natura, dei cieli e delle nuvole, di Roma capitale, del Tevere e degli angoli magici della città, eppure, quel che emerge, e ti crocifigge, sono macerie e disgregazione.
siamo nell'immediato dopo guerra, almeno all'inizio del libro, e le bande di ragazzi di borgata animano le pagine del libro con le loro vite vuote di tutto, senza case, senza tetto, senza lavoro, senza soldi, senza affetti, senza radici e senza valori, piene di piccoli furti, di espedienti meschini, di passatempi inventati, di noncuranza, di indifferenza o, a volte, di episodi drammatici, di violenza, di morte, di annientamento nel nulla.
la narrazione non chiede nulla al lettore, solo l'ascolto, del cuore, della testa. non c'è enfasi, non ci sono trucchi teatrali drammaturgici, nè strategie sentimentali, c'è solo da assistere.
assistere si, non vedo ribellione, non vedo speranza, vedo solo sopravvivenza quotidiana a dosi di cinismo e sopraffazione, di precocità delinquenziale, di disillusione senza traccia di rivendicazione sociale o di impegno politico. per i ragazzi di vita la vita scorre così, già solcata nel suo destino, dove si muore per un accidente, un incidente, un tragico scherzo. 
a tratti ho veramente patito, certi capitoli finiscono nel dubbio, nel dubbio della tragicità senza che ci sia mai, in nessun caso, l'insistere sui risvolti tragici della vita. eppure sai che è finita male, lo sai, e Pasolini ti fa immaginare, ti fa proseguire nella tua pagina interiore, ti fa costruire il dolore della perdita, la disperazione della povertà, anche morale. è questo che ho amato di questo libro, Pasolini ha costruito pagine straordinarie, dove sembra che l'indifferenza, quei li mortacci sua, il tempo annoiato, la piotta rimediata rubando a un cieco che chiede l'elemosina, le madri sfatte e furiose, la quotidianità di un'intera famiglia che si svolge entro le mura di una classe cadente in una ex scuola siano gli unici ingredienti delle storie, ma, invece, ti accompagna in un viaggio che poi sarai costretto a costruire da solo, nella più tetra solitudine, nella disperazione dell'isolamento. tu e il libro, tu e lui, tu e il Riccetto. tu.
leggevo in un'intervista a Fabrizio Gifuni, che legge il romanzo in un audiolibro, che consiglio, anzi che ordino a chiunque ami la letteratura e la lettura, e che ha interpretato in un reading a Milano, al teatro Franco Parenti il 7 giugno appena passato, quanto Pasolini fosse invaghito dei ricci, di quanto li desiderasse, di quanto ne fosse attratto. questo è un aspetto che mi incuriosisce, ovvero come, in fondo, all'intellettualità, al lavoro di una vita, all'impegno artistico, al cinema, alla poesia e alla letteratura, si contrapponga un aspetto di reale, di riccioli in testa, di corporeità, di fisicità, di seduttività omosessuale che fa di quell'artista, una persona con le sue fragilità, con il suo corpo.
«I ricci erano un’ossessione che Pasolini dichiarò in una poesia giovanile (“Danza di Narciso”), poi riscritta con la stessa struttura metrica, ma con spirito mutato, più in nero. In una di queste, in friulano, scrive: “Posso solo dire che dal male dei ricci non si può guarire”. 
Risorgono dalle pagine di un romanzo che trasformò letteratura e comune senso del pudore quei borgatari romani post bellici che al cinema saranno accattoni o appesi sulla croce, Franco, Ninetto e altri. Il Riccetto, e anche il Caciotta, il Lenzetta, il Begalone, almeno una dozzina di voci diverse in un attore strepitosamente multiplo: «L’ossessione pasoliniana prende corpo negli Anni 50 in questo che è il suo miglior affresco. Le pulsioni che attraversano la mia lettura oscillano continuamente tra un romanzo intatto nella sua bellezza e purezza senza rughe, ma che è impossibile non leggere con gli occhi del presente. C’è un momento in cui Pasolini racconta come Riccetto, in due anni, fosse già diventato un figlio di mignotta capace di ammazzare un frocio per duemila lire. Difficile non leggere in questi fulminei frammenti quello che accadde dopo, giusto quarant’anni fa. Pasolini dissemina la sua opera di riflessioni sulla morte, riesce perfino a prefigurare la stessa immagine del suo assassinio.»(Maurizio Porro, Corriere della Sera, 5/6/2015)

il linguaggio è straordinario, sia in bocca ai ragazzi di vita, sia nella penna descrittiva di Pasolini.
è un romanzo strepitoso, un romanzo di vita.

– Nun torni a Genè? – ripeté Mariuccio, deluso da com’erano andate le cose. – Rimano de qqua ancora un pochetto, – disse di lag- giú Genesio, – se sta tanto bbene de qqua! – Daje, traversa! – insistette Mariuccio con le corde del collo che gli si gonfiavano per lo sforzo che faceva a gridare. Pure Borgo Antico si mise a chiamarlo, e Fido abbaiava saltando di qua e di là, ma col muso sempre ri- volto all’altra sponda, come se chiamasse pure lui. Genesio allora s’alzò all’impiedi, si stirò un pochetto, come non usava fare mai, e poi gridò: – Conto fino a trenta e me butto. – Stette fermo, in silenzio, a contare, poi guardò fisso l’acqua con gli occhi che gli ardevano sotto l’onda nera ancora tutta ben pettinata; infine si buttò dentro con una panciata. Arrivò nuotando alla svelta fin quasi al centro, proprio nel punto sotto la fabbrica, dove il fiume faceva la curva svoltando verso il ponte della Tiburtina. Ma lí la corrente era forte, e spingeva indietro, verso la sponda della fabbrica: nell’andata Genesio era riuscito a passare facile il correntino, ma adesso al ritorno era tutta un’altra cosa. Come nuotava lui, alla cagnolina, gli serviva a stare a galla, non a venire avanti: la corrente, tenendolo sempre nel mezzo, cominciò a spostarlo in giú verso il ponte. – Daje, a Genè, – gli gridavano i fratellini da sotto il trampolino, che non capivano perché Genesio non venisse in avanti, – daje che se n’annamo! Ma lui non riusciva a attraversare quella striscia che filava tutta piena di schiume, di segatura e d’olio bruciato, come una corrente dentro la corrente gialla del fiume. Ci restava nel mezzo, e anziché accostarsi alla riva, veniva trascinato sempre in giú verso il ponte. Borgo Antico e Mariuccio col cane scapitollarono giú dalla gobba del trampolino, e cominciarono a correre svelti, a quattro zampe quando non potevano con due, cadendo e rialzandosi, lungo il fango nero della riva, andando dietro a Genesio che veniva portato sempre piú velocemente verso il ponte. Cosí il Riccetto, mentre stava a fare il dritto con la ragazza che però continuava, confusa come un’ombra, a strofinare le lastre, se li vide passare tutti e tre sotto i piedi, i due piccoli che ruzzolavano gridando tra gli sterpi, spaventati, e Genesio in mezzo al fiume, che non cessava di muovere le braccine svelto svelto nuotando a cane, senza venire avanti di un centimetro. Il Riccetto s’alzò, fece qualche passo ignudo come stava giú verso l’acqua, in mezzo ai pungiglioni e lí si fermò a guardare quello che stava succedendo sotto i suo occhi. Subito non si capacitò, credeva che scherzassero: ma poi capí e si buttò di corsa giú per la scesa, scivolando, ma nel tempo stesso vedeva che non c’era piú niente da fare: gettarsi a fiume lí sotto il ponte voleva proprio dire esser stanchi della vita, nessuno avrebbe potuto farcela. Si fermò pallido come un morto. Genesio ormai non resisteva piú, povero ragazzino, e sbatteva in disordine le braccia, ma sempre senza chiedere aiuto. Ogni tanto affondava sotto il pelo della corrente e poi risortiva un poco piú in basso; finalmente quand’era già quasi vicino al ponte, dove la corrente si rompeva e schiumeggiava sugli scogli, andò sotto per l’ultima volta, senza un grido, e si vide solo ancora per un poco affiorare la sua testina nera. Il Riccetto, con le mani che gli tremavano, s’infilò in fretta i calzoni, che teneva sotto il braccio, senza piú guardare verso la finestrella della fabbrica, e stette ancora un po’ lí fermo, senza sapere che fare. Si sentivano da sotto il ponte Borgo Antico e Mariuccio che urlavano e piangevano, Mariuccio sempre stringendosi contro il petto la canottiera e i calzoncini di Genesio; e già cominciavano a salire aiutandosi con le mani su per la scarpata.
– Tajamo, è mejo, – disse tra sé il Riccetto che quasi piangeva anche lui, incamminandosi in fretta lungo il sentiero, verso la Tiburtina; andava anzi quasi di corsa, per arrivare sul ponte prima dei due ragazzini. «Io je vojo bbene ar Riccetto, sa!» pensava. S’arrampicò scivolando, e aggrappandosi ai monconi dei cespugli su per lo scoscendimento coperto di polvere e di sterpi bruciati, fu in cima, e senza guardarsi indietro, imboccò il ponte. Poté tagliare inosservato, perché, sia nella campagna che si stendeva intorno abbandonata, verso i mucchi di casette bianche di Pietralata e Monte Sacro, sia per la Tiburtina, in quel momento, non c’era nessuno; non passava neppure una macchina o uno dei vecchi autobus della zona; in quel gran silenzio si sentiva solo qualche carro armato, sperduto dietro i campi sportivi di Ponte Mammolo, che arava col suo rombo l’orizzonte.