bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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martedì 19 gennaio 2016

elencare i gelsi

infatti, mi diceva Baricco sabato sera rivedendo Totem su rai 5, quando più le parole sono precise, belle, esatte, più si fermano. sedimentano, incidono.
ma guarda, a pensarci, lo diceva ieri sera anche Recalcati al Parenti parlando di Edipo, il figlio, che le parole ci segnano, ci tatuano, sulla pelle, sul corpo, la lettera si insinua in noi, le parole si incidono come il fuoco.
le parole si incarnano.
bene, allora vale la pena ricordare quali parole ha scelto Baricco a proposito di quel gran genio di Gadda.
dalla Cognizione del dolore.
titolo magistrale, un capolavoro.
cognizione
non è sapienza, non è conoscenza, non è consapevolezza.
forse è una facoltà, una facoltà di conoscenza che si associa a un pensiero, a una riflessione.
sorprende che l'altro titolo del gran genio sia Quer pasticciaccio, sono diversi o sono uguali?, scaturiscono dalla stessa intuizione sul potere del linguaggio?

Nella stanchezza senza soccorso in cui il povero volto si dovette raccogliere tumefatto, come in un estremo ricupero della sua dignità, parve a tutti di leggere la parola terribile della morte e la sovrana coscienza della impossibilità di dire: Io. 
L'ausilio dell'arte medica, lenimento, pezzuole, dissimulò in parte l'orrore. Si udiva il residuo d'acqua e alcool delle pezzuole strizzate ricadere gocciolando in una bacinella. E alle stecche delle persiane già l'alba. Il gallo, improvvisamente la suscitò dai monti lontani, perentorio ed ignaro, come ogni volta. 
La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi nella solitudine della campagna apparita.

Baricco sa dire meglio di me, e queste faccende le sa fare davvero bene, e lo trovate su you tube.

accedere ed elencare i gelsi.

alle stecche delle persiane già l'alba.

parole di luce, la luce mi inonda, piano, inesorabile. e mi spiega, mi dispiega il mondo.

diamo il nome alle cose.

sabato 16 gennaio 2016

polemiche e pace nel direttissimo

che titolo è?
è di Gadda.
dal suo libro, il secondo, Il castello di Udine.
questo è l'ultimo capitolo della terza parte.
l'incipit del libro è noto come Tendo al mio fine.
è una faccenda complicata, molto complicata, un pasticciaccio, e io non ne sapevo nulla, fino a ieri sera.
alla Triennale di Milano, ieri,  alle 19, c'era una situazione, una situazione particolare, c'era Gifuni, Fabrizio, e c'era Gadda, Carlo, con questi due testi, Tendo al mio fine e Polemiche e pace nel direttissimo.
c'era anche un altro personaggio, il prof, Claudio Vela, ma lui conta meno, ha fatto la spiega, anche utile, ma anche prolissa. la gente si innervosiva. quella dietro di me è andata fuori di testa ed è stato necessario contenerla per farla stare un po' zitta.
non so se il post è su Gifuni che legge Gadda o su Gadda letto da Gifuni.
per leggere Gadda io ho bisogno di una mano e Gifuni me la da.
grazie a lui ho letto, in audiolibro, Quer pasticciaccio brutto.
altrimenti non so se ce l'avrei fatta.
Gadda è un fenomeno irripetibile, ma anche Gifuni per la miseria.
Gadda scrive che non ci si può credere e Gifuni legge che ci si crede per forza, una forza della natura.
l'incontro di queste due anime produce un effetto artistico letterario teatrale di altissimo livello.
penso alla prosa, alle parole di Gadda, al suo scrivere, e non mi capacito della incommensurabile perdita che oggi tutti subiamo nel nostro lessico, siamo dei poveretti, in miseria, falliti.
penso alla capacità con le parole di Gifuni e non mi capacito della sapienza e dell'intelligenza umana, quale maestria, quale talento. chissà, mi domando, se è anche simpatico.
da un po' di tempo ha una gran barba, era piaciuta moltissimo a Natalia Aspesi, sembrava eccitata, a BookCity, a Ottobre, alla lettura di Aritmie di Vittorio Lingiardi. e anche lì, Gifuni mi ha dato una mano.
Gifuni da corpo al testo, è un evento, le parole diventano corporee, tramite lui. 
la sua lettura, ieri sera, di quel testo mai conosciuto della difficile e complicata faccenda di Gadda scrittore è stata magistrale, io l'ho vissuta bene, il mio corpo ne godeva, la sua parola corpo ha incontrato il mio. ero dentro la storia, l'ho vissuta.

ricordo, a proposito di un uomo morto che, depositato sulla poltrona dello scompartimento, irrompe nella scena del vagone (il direttissimo) dei viaggiatori, la descrizione dell'abbandono di quel corpo, di una "stanchezza pesante che non avrebbe avuto rivincita". non avrebbe avuto rivincita, non avrebbe avuto rivincita non avrebbe avuto rivincita, mi ripeto.
indimenticabile.

Tendo al mio fine
Tendo a una brutale deformazione dei temi che il destino s’è creduto di proponermi come formate cose ed obbietti: come paragrafi immoti della sapiente sua legge. Umiliato dal destino, sacrificato alla inutilità, nellabestialità corrotto, e però atterrito dalla vanità vana del nulla, io, che di tutti li scrittori della Italia antichi e moderni sono quello che più possiede di comodini da notte, vorrò dipartirmi un giorno dalle sfiancate sèggiole dove m’ha collocato la sapienza e la virtù de’ sapienti e de’ virtuosi, e, andando verso l’orrida solitudine mia, levarò in lode di quelli quel canto, a che ilmandolino dell’anima, ben grattato, potrà dare bellezza nel ghigno. La virtù, senza il becco d’un quattrino, è pur veneranda cosa: e questo si arà da sentire nelle mie note. Era ed è la legge (2) che custodisce ed impone l’inutilità marmorea del bene, che ignora o misconosce le ragioni oscure e vivide della vita, la qual si devolve profonda: deformazione perenne, indagine, costruzione eroica. 
...
Così seguiterò il mio cammino solitario. Seguiterò a pagare e servire la necessità, conterò avaramente il poco denaro, loderò la plastile carne delle infarinate bagasce; appetirò cose non lecite; altre sognerò non possibili; e una grata sarà il termine de’ pochi miei passi. E leggerò i libri sapientissimi delli scrittori, infino a che, sopra alla mia trapassata sapienza, vi crescerà l’erba.
I pensieri più belli si dissolveranno, ogni volere, ogni gioia, ogni più ardente e tenero senso e memoria; e forse l’amore istesso della mia terra! Come avviene che di là, dietro dal monte, la rosea nube in cenere si discolori. E in sul muro, che chiude il Campo, si leggerà, mal vedibile, un segno: un segno inscritto col sangue. Crescerà ne’ vecchi muri l’urtica: e l’erba di sopra la lassitudine mia. E l’erba, che sarà cresciuta, la mangerà il cavallo, che campato sarà. 

lunedì 20 maggio 2013

a ripentirsi, quasi.

il libro è finito così. e proprio non capivo.
c'è un errore mi sono detta.
la narrazione si interrompe su un punto assolutamente non risolutivo, una frase qualunque, in un momento sospeso e drammatico, così drammatico da non poter rimanere sospeso.
e invece è proprio così. fine del discorso, senza soluzione, senza colpevole, senza soluzione del mistero.
arrangiatevi, voi lettori.

« Fuori il nome ! » urlò don Ciccio. « La polizzia lo conosce già chesto nome. Se lo dite subbito, » la voce divenne grave, suasiva: « è tanto di guadagnato anche pe vvoi. » « Sor dotto, » ripetè la Tina a prender tempo, esitante, « come j' 'o posso dì, che nun so gnente? » « Anche troppo lo sai, bugiarda, » urlò Ingravallo di nuovo, grugno a gnigno. Di Pietrantonio allibì. « Sputa 'o nome, chillo ca tieni cà: ot' 'o farà sputare 'o brigadiere, in caserma, a Marino: 'o brigadiere Pestalozzi. » « No, sor dotto, no, no, nun so' stata io ! » implorò allora la ragazza, simulando, forse, e in parte godendo, una paura di dovere: quella che nu poco sbianca il visetto, e tuttavia resiste a minacce. Una vitalità splendida, in lei, a lato il moribondo autore de' suoi giorni, che avrebbero ad essere splendidi: una fede imperterrita negli enunciati di sue carni, ch'ella pareva scagliare audacemente all'offesa, in un subito corruccio, in un cipiglio: « No, nun so' stata io !» Il grido incredibile bloccò il furore dell'ossesso. Egli non intese, là pe' Uà, ciò che la sua anima era in procinto d'intendere. Quella piega nera verticale tra i due sopraccigli dell'ira, nel volto bianchissimo della ragazza, lo paralizzò, lo indusse a riflettere: a ripentirsi, quasi.

è mai possibile che un libro, giallo, noir, dopo tutta 'sta girandola di personaggi e situazioni, finisca con un quasi?
ho veramente pensato a un errore, prima tecnico, poi umano, dell'ingegner Gadda stesso, ma poi no, nessun errore, nemmeno umano, solo desiderio caparbio che il pasticciaccio brutto rimanga brutto e insoluto, rimanga appeso a un quasi, come la vita. c'è forse qualcuno che ha risposte ai suoi gialli familiari, ai suoi pasticciacci brutti de via merulana?

Ebbene, nella terza scena si riassume l’intera vicenda sentimentale e sociale di Tina e Liliana. Tina era l’amante di Liliana e non merita di essere trattata come fa la signora alla presenza del commissario Ingravallo; Liliana si è meritata il comportamento di Tina, che non si fa vedere al suo funerale. E Liliana potrebbe persino essersi meritata la morte, anche per avere rotto bruscamente la loro relazione con un immotivato licenziamento: la rotazione di serve e figlie adottive con cui Liliana surroga l’assenza di figli. L’assassina (Tina?) aveva mandato un messaggio per svelare la natura delle relazioni che Liliana ha con figlie e serve: lasciando «violentemente» sollevate fino al petto le gonne di Liliana morta o morente. Dunque un delitto passionale, come sin dall’inizio aveva congetturato Ingravallo. Il quale nella prima pagina del romanzo ha indicato nell’interesse e nell’erotìa due tra i fattori principali del comportamento umano. Tina è una ragazza povera che vive in ambiente che ha la sua cifra fondamentale nella miseria. Difficile distinguere quanto nel suo comportamento sia dovuto alla condizione sociale da cui ha impellente interesse a liberarsi e quanto si deve alla relazione sentimentale e sessuale avviata da Liliana, la bellissima, elegante e dolce signora che utilizza la propria ricchezza per “asservire” le ragazze che hanno urgenza di abbandanare i luoghi natali, quelli che danno il tremendo spettacolo finale nell’agonia del padre di Tina. Chi è più colpevole a questo punto fra Liliana e Tina, ammesso che questa sia l’assassina per via di una negazione che afferma? 
Di cosa si pente allora Ingravallo? Forse di essere arrivato a una conclusione che comporta la condanna di Tina? Si pente di essere un poliziotto che ha il dovere di arrestare chi ha compiuto il reato? O il dovere sarebbe quello di valutare i fatti come farebbe un loro sottile e più veritiero interprete, cioè un narratore la cui sensibilità vada oltre i fatti? Di quante cose non deve pentirsi un uomo in presenza della morte: per ora l’altrui ma presto anche la propria! Gadda è alla fine del romanzo, che forse è anche l’ultimo della sua vita. Quella che ora sta scrivendo forse è l’ultima pagina. E infatti poi non scriverà altro, anche se promette di riprendere il Pasticciaccio per portarlo a termine. Gadda può anche credere di doverlo completare, ma è il romanzo a dire no. È arrivato dove «doveva» arrivare? Quasi. 
(WALTER PEDULLÀ - Il finale di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana)

nella meraviglia e nello stupore di questo lessico gaddiano, così ricco da saziarsi per il resto della vita letteraria, mi vengono in mente le descrizioni del duce, dell'italia fascista, della retorica e vuoto trionfalismo.
arriverderci ingegner Gadda.

e vai col buce testa di morto:
Vigeva ora il vigor nuovo del Mascellone, Testa di Morto in bombetta, poi Emiro col fez, e col pennacchio, e la nuova castità della baronessa Malacianca-Fasulli, la nuova legge delle verghe a fascio. Pensare che ce fossero dei ladri, a Roma, ora? Co quer gallinaccio co la faccia fanatica a Palazzo Chiggi?

Il caso Pirroficoni non aveva ancora afflitto le cronache dell'Urbe: il Testa di Morto in feluca sitiva già, per altro, la penna di pavone dell'indiziato, da potersela infilare dove lui s'infilava le penne: de pavone o de pollo guasto che puzza.

Il Pirroficoni avea fatto, com'e' suole, alcuna carezza alla bimba: il quale atto, e il di cui rossore, lo perdettero. Su questo bell'indizio il Testa di Morto in pernacchi eruttò che « la polizzia romana in meno di 48 ore eccetera eccetera ». E il birro, confortato dall'alta parola del buce, dagli a stangare.

Di maschio, in casa sua, non c'era che lui: a non computare la maschia boce del buce, che di quand'in quando gli risonava nelle camere timpaniche suscitandovi tonifìcatrici risonanze, rivitalizzandogli non meno che a dodici milioni d'italiani la capa, anzi: ch'era, la sua, na capa marescialla, per quanto scaltra.

Ereno i primi boati, i primi sussulti, a palazzo, dopo un anno e mezzo de novizzio, del Testa di Morto in stiffelius, o in tight: ereno già l'occhiatacce, er vommito de li gnocchi: l'epoca de la bombetta, de le ghette color tortora stava se pò dì pe conclude: co quele braccette corte corte de rospo, e queli dieci detoni che je cascaveno su li fianchi come du rampazzi de banane, come a un negro co li guanti. I radiosi destini non avevano avuto campo a manifestarsi, come di poi accadde, in tutto il loro splendore. La Margherita, di ninfa Egeria scaduta a Didone abbandonata, varava ancora il Novecento, el noeufcént, l'incubo dei milanesi di allora. Vacava alle mostre, ai lanci, agli oli, agli acquerelli, agli schizzi, quanto può vacarci una gentile Margherita. Lui s'era provato in capo la feluca, cinque feluche. Gli andavano a pennello. Gli occhi spiritati dell'eredoluetico oltreché luetico in proprio, le mandibole da sterratore analfabeta del rachitoide acromegàlico riempivano di già  L'Italia Illustrata: già principiavano invaghirsene, appena untate de cresima, tutte le Marie Barbise d'Italia, già principiavano invulvarselo, appena discese d'altare, tutte le Magde, le Milene, le Filomene d'Italia: in vel bianco, redimite di zàgara, fotografate dal fotografo all'uscire dal nartece, sognando fasti e roteanti prodezze del manganello educatore. Le dame, a Maiano o a Cernobbio, già si strangolavano ne' su' singhiozzi venerei all'indirizzo der potenziatore d'Italia. Giornalisti itecaquani lo andavano intervistare a palazzo Chigi, le sue rare opinioni, ghiotti ghiotti, le annotavano in un'agendina presto presto, da non lasciarne addietro un sol micolo. Le opinioni del mascelluto valicavano l'oceano, la mattina a le otto ereno già un cable, desde Italia, su la prensa dei pionieri, dei venditori di vermut. « La flotta ha occupato Corfù ! Quell'uomo è la provvidenza d'Italia. » La mattina dopo er controcazzo : desde la misma Italia. Pive ner sacco. E le Magdalene, dai: a preparar Balilli a la patria. Le macchine de la questura « stazzionaveno » : ar Collegio Romano.

domenica 21 aprile 2013

l'Ingravallo pensiero

a me, il pensiero molisano di Ingravallo, don Ciccio, l'investigatore di Gadda nel Pasticciaccio brutto de via Merulana, a me...me piace.
don Ciccio è brutale, schietto, cupo, viscerale. nero.  intelligente e intuitivo.
la Liliana è morta, morta ammazzata, e male anche, sgozzata con un coltello da parte a parte, un taglio che le ha mozzato a metà il collo...una scena...una violenza. e perchè mai? don ciccio indaga, in molisano, indaga e cerca indizi. Liliana aveva un pensiero fisso, una psicosi come dice nel testo. non aveva avuto figli dal marito, lei bella e ricca, lei nata per essere madre, lei fertile, lei tutto...frustrata a morte, proprio a morte?, nel suo unico desiderio: la maternità. ma guarda, una ha tutto quel che la vita può dare, ma è sempre una cosa che manca, sempre quella che non si ha. ma guarda..."di che è mancanza questa mancanza, cuore, che ha un tratto ne sei pieno?" scrive Luzi.
bene,il mio don Ciccio, tosto e scuro come sempre, ci pensa su, ci pensa a sta cosa della mancanza, a sta cosa della fertilità, a sta cosa del pensiero gamico, a sta cosa della donna e dell'uomo, a sta cosa del senso dell'unione fertile, a sta roba della fissazione che aliena, che fa impazzire, che fa morire...e quante di queste follie ci sono in giro, per il mondo, e a casa propria...

Ingravallo pensava: pensò perfino che il Natale, che il Presepe, che la Befana... coi loro bimbi, con le loro strenne, coi magi... con quella raggera di fili d’oro sotto al Bambino...paglia al presepe, luce della divina scaturigine... potessero aver addensato, come in un nembo mentale, certe fissazioni malinconiche della signora: 12 gennaio. La povera testatrice [Liliana ha lasciato un testamento olografo], in quel punto, non doveva avere tutti i sentimenti a posto. Mannaggja: eppure...eppure aveva mantenuto le disposizioni prese: nulla aveva mutato, nemmeno in seguito, in febbraio, in marzo: nemmeno una sillaba. Perciò anzi aveva affidato il testamento a don Corpi, raccomandandogli di «nasconderlo e dimenticarlo».
Formula enigmatica: già chiara a don Ciccio, però: dimenticarlo quanto la durata di sua vita, come bramasse di vedere sepolto al più presto quel turpe elenco di averi: quelli che soltanto nell’ultimo smarrimento di sé le era conceduto di disperdere: quelli che la riconducevano a ogni nuovo giorno verso gli obblighi e verso le ragioni inani del vivere, mentre già l’anima tendeva a una sorta di espatrio (la cara anima!) dal paese inutile verso matemi silenzi. La città e le genti avrebbero conosciuto il futuro. Lei, Liliana...
Oblioso dei banchi e dei gridi, con brevi ali di opale, nell’ora dolce, quando ogni commiato è necessario e ogni già tepido muro trascolora nella notte, Ermes apparitole nella sua vera essenza avrebbe alfine risguardato alle porte, con tacito imperio: quelle da cui ci si parte, alfine, fabulando popolo ad urbe, a discendere, discendere, in una più perdonabile vanità. «Evasi, effugi: spes et fortuna valete: nil mihi vobiscum est: ludificate alios:» al museo lateranense: un sarcofago: Liliana aveva ritenuto chella frase: lo aveva pregato di tradurla. Quel dare, quel regalare, quel dividere altrui! pensò Ingravallo: operazioni, a suo modo di vedere, tanto disgiunte dalla carnalità e in conseguenza dalla psiche della donna (femminuccia, credeva lui di certuna, borghesuccia) che tende viceversa a introitare: a elicitare il dono: a cumulare: a serbare per sé o per i figli, bianchi o neri, o caffelatte: o comunque a sciupare e a dissolvere senz’altrui donare, mandando a fumo centomila carte nel culto di sé, del proprio collo, del proprio naso, dei lobi o dei labbri, mai però e don Ciccio si accaniva, in una maniera di prestatuito delirio mai però in onore delle concorrenti: e tanto meno delle rivali più giovani.
Quel buttare, quel dissipare come petali al vento o come fiori nel ruscello tutte le cose che più contano, le più tenute a chiave, le lenzuola! contrariamente alle leggi del cuore umano che, se regala, o regala a parole, o regala il non suo, finirono di rivelargli, a don Ciccio, l’alterazione sentimentale della vittima: la psicosi tipica delle insoddisfatte, o delle umiliate nell’anima: quasi, proprio, una dissociazione di natura panica, una tendenza al caos: cioè una brama di riprincipiar da capo: dal primo possibile: un «rientro nell’indistinto». In quanto l’indistinto soltanto, l’Abisso, o Tenebra, può ridischiudere alla catena delle determinazioni una nuova ascesi: la rinnovata sua forma, la rinnovata fortuna. Valevano ancora a Liliana, era pur vero, le potenti inibitive e, più, le coibitive della Fede: gli enunciati formali della dottrina: il simbolo operava come luce, come certezza.
Irradiata nell’anima. così rimuginava Ingravallo. I dodici lemmi avevano avuto per effetto di incanalare la di lei psicosi verso l’imbuto di un testamento olografo perfettamente legale. Il bilancio della morte era chiuso al centesimo. Al di là del confessore, e notaro, i limpidi spazi della Misericordia. O, per altri, l’ignota libertà del non essere, gli evi liberi.
La personalità femminile brontolò mentalmente Ingravallo quasi predicando a se stesso che vvulive dì?... ‘a personalità femminile, tipicamente centrogravitata sugli ovarii, in tanto si distingue dalla maschile, in quanto l’attività stessa della corteccia, int’ ‘o cervello d’ ‘a femmena, si manifesta in un apprendimento, e in un rifacimento, d’ ‘o ragionamento dell’elemento maschile, si putimme chiamarle ragionamente, o addirittura in una riedizione ecolalica delle parole messe in circolo dall’uomo ch’essa ci ha rispetto: da ‘o professore, da ‘o commendatore, da ‘o dottore de ‘e femmene, da l’avvucate ‘e lusso, o da chillo fetente d’ ‘o balcone ‘e palazzo Chigge. La moralità individualità della donna si rivolge per addensamenti e per coaguli affettivi al marito, o al facente funzione, e dai labbri dell’idolo dispiccica l’oracolo quotidiano della sottintesa ammonizione: ché uomo non è, che non si senta Apollo nel sacello delfico. La qualità eminentemente ecolalica della di lei anima (il concilio di Magonza, nel 589, le concesse un’anima: a un voto di maggioranza) la induce a soavemente farfallare d’attorno al perno del coniugio: plastile cera, chiede dal sigillo l’impronta: al marito il verbo e l’affetto, l’ethos e il pathos.
Donde, cioè dal marito, il lento e greve maturare, il discendere doglioso dei figli. Mancandole i figli, sentenziò Ingravallo, il marito cinquantottenne decade senza suo demerito a buon amico ma di gesso, a ornamento piacevole della casa, a delegato e segretario generale della confederazione dei sopramòbili, a mera immagine ovvero cioè manichino di marito: e l’uomo in genere (nel di lei apprendimento inconscio) è degradato a pupazzo: un animale infruttifero, con un testone finto da carnevale. Un arnese che non serve: uno sdipanato succhiello.
È allora che la povera creatura si dissolve, come fiore o corolla, già vivida, che renda al vento i suoi petali. L’anima dolce e stanca vola verso la crocerossa, nell’inconscio «abbandona il marito»: e forse abbandona ogni uomo in quanto elemento gamico. La personalità di lei, strutturalmente invida al maschio e solo racchetata della prole, quando la prole manchi accede a una sorta di disperata gelosia, e, nel contempo, di sforzata “sympatia” sororale nei confronti delle cosessuate.
Accede, potrebbe credersi, a una forma di omoerotia sublimata: cioè a una paternità metafisica. La dimenticata da Dio, e Ingravallo smaniava oramai di dolore, di rancura accarezza e bacia nel sogno il ventre fecondo delle consorelle. Guarda tra i fiori de’ giardini i bambini delle altre: e piange. Si rivolge alle monache e agli orfanatrofi pur di avere la «sua» creatura, pur di «fare» anche lei il suo bambino. Intanto gli anni chiamano, dalla lor buia caverna. 
La carità educatrice, d’anno in anno, ha surrogato la fiala soave dell’amore.

giovedì 11 aprile 2013

le testimonianze e i modulati accertamenti linguaticopalatalifaringoesofagici d’una introduzione dionisiaca

l'ho comprato e poi ho cominciato ad ascoltarlo.
sicuramente la lettura d'altri non è come la propria, soprattutto se l'altro è un attore, che sia Servillo o Gifuni o Piera degli Esposti o Maddalena Crippa.
no non è la stessa cosa, e credo che sia di più.
qualcuno mi ha fatto notare che non è valida, una lettura d'altri non è valida. come a dire che sia una lettura impropria. impersonale. inautentica.
non so, a me fa molto bene. mi cambia la giornata, mi salva la vita, mi regala serenità e sorrisi e riflessioni.
leggevo, ascoltavo e sapevo bene che questa volta la scelta l'avevo fatta su una precisa indicazione, di uno di cui mi fido.
trattasi di Severgnini, trattasi di articolo su La lettura, trattasi di una breve trattazione sulla bellezza della brevità e di una citazione nel suddetto articolo.
peraltro una citazione che confuta il senso della trattazione, Gadda è tutto tranne che conciso.
Gadda è un giocoliere, un acrobata su un filo, un mago della parola. sento, avverto, percepisco un gusto inestinguibile nella ricerca dell'espressione verbale più ricca più pericolosa più sensazionale possibile. avverto un fanatismo fonetico, un'esasperazione riverberante. la parole rotolano, si inseguono, si creano l'un l'altra, si potenziano, si inventano da sole. non ho mai letto niente di simile, è veramente funambolico nel suo paziente reticolo di invenzioni lessicali, onomatopee, allitterazioni, assonanze, un gioco colto con il suono delle sillabe. forse leggendo Nabokov, la sua Lolita, ho percepito un senso simile, una creazione fantasmagorica del discorso, la reinvenzione della lingua inglese da parte di un russo,la progressione della parola che tocca l'infinito, che va oltre la finitezza del verbo. 
Gadda scrive in romanesco se la dobbiamo prendere alla leggera...e se ride alla granne, passa al molisano del suo protagonista dott. Ingravallo comm'aggia a pensà, si sposta all'inflessione veneta della sig.ra Menegazzi traumatizzata ...Mària Vergine! El me gaveva ipnotisà.. se si tratta di caratterizzare, e punta su un italiano colto, serio, sottilmente sarcastico quando si sposta con la telecamera sul paesaggio italiano degli anni venti, sulla descrizione demolitiva del fascio e dei suoi retorici armamentari. è una giostra di inflessioni sfumature e prese di posizioni grazie all'uso del linguaggio: la nuova resurrezione della Italia si aggiungeva a una rinascita poco tegumentata nelle specie naturali, e nelle pittoriche o poetiche di cui la notò il mondo come infame a un tempo ed insigne: e teneva dietro, dandosi l’aria di conchiuderlo pel meglio, a un risorgimento un tantino troppo generoso nel disprigionare pathos dal pelame de’ suoi trovieri capelluti, o barbuti, o lautamente baffuti, o gloriosi discopettoni o basette, bisognosi tutti, comunque, a gusto nostro, delle radicali cure di un figaro dalle drastiche forbici..
geniale. 
se penso alla letteratura moderna, all'italiano che si legge oggi, anche in autori di successo, allora penso che abbiamo perso molto forse tutto. il virtuale ammazza ogni cosa, di certo la parola il discorso il messaggio la creatività e la ricchezza verbale.
ecco l'articolo, ecco Severgnini ed ecco la mia attuale audio lettura.

I vantaggi della concisione (escluso questo articolo) 
ELOGIO MORALE DELLA BREVITA' 
Da Tacito a Twitter la sintesi è bella e generosa. Regala tempo a chi legge.

Ho scoperto la sintesi una mattina d’inverno del 1970, nella stanza d’angolo di un palazzo d’epoca di Crema, affittato dal liceo-ginnasio Alessandro Racchetti per alloggiare quattro classi di movimentati adolescenti. Il nostro movimento non era politico, bensì sportivo; e rivendicava i propri diritti.

Nell’intervallo giocavamo a calcio in cortile e avevamo ottenuto, in caso di parità al suono della campanella, di poter disputare i supplementari. Mi piaceva giocare a calcio, almeno quanto scrivere. Avevo strane idee in materia: ero convinto che la qualità dipendesse dalla quantità e dalla complessità. Arrivare alla quarta facciata del foglio di protocollo, nei compiti in classe, era una sfida. Sceglievo ogni polisillabo che mi avvicinasse all’obiettivo. La mattina, prima di uscire di casa, aprivo a caso il vocabolario e sceglievo tre parole insolite — per esempio «palese», «criptico» e «allegorico» — e le includevo nel componimento. Il tema assegnato era irrilevante. Il progresso? «È palese il collegamento tra progresso e istruzione. Può sembrare criptico solo a chi rifiuta il valore allegorico di alcuni personaggi letterari». La famiglia? «Il ruolo del padre è allegorico. Un riferimento palese e costante per i figli, un ruolo criptico per l’interessato». Un quattordicenne che scrive in questo modo va affidato subito a uno specialista. Ma erano tempi confusi, e molti insegnanti amavano lasciarsi ingannare.
Non la mia professoressa d’italiano, Paola Cazzaniga Milani (veniva da Milano, cosa che a tredici anni mi appariva interamente logica). Ricordo ancora quel compito in classe. Un lungo tema sulla libertà, che avevo farcito di inutili roboanti vocaboli, mi fruttò un misero 6. Un compagno di classe di notevole intelligenza e scarso impegno — alle medie producevamo insieme fumetti ciclostilati e costringevamo i parenti all’acquisto — scrisse solo una frase: «Libertà è il cielo azzurro qui fuori, incorniciato dalla finestra. Fa male guardarlo, chiuso in quest’aula. Meglio convincersi che è una fotografia». Voto 9, lettura in classe.
Non provavo invidia (è un sentimento di cui non sono mai stato capace). Ero sconvolto. La professoressa Milani lo capì e mi chiese di restare dopo la lezione. Disse soltanto: «Ricorda: meno è meglio». Da quel giorno, nei miei temi, solo avverbi svelti, un aggettivo alla volta, mai due «che» nella stessa frase. Mai superare la seconda facciata, per nessun motivo.
Ancora oggi scrivo — spero di scrivere — nello stesso modo. La sintesi è una spremuta di pensiero: fa bene alla salute mentale. Aiuta a capire e a far capire. È un lavoro che facciamo per qualcun altro: ce ne sarà riconoscente. Nella scrittura — in tutte le forme di comunicazione — le parole superflue non sono inutili: sono dannose. Non condivido, perciò, le preoccupazioni di Carlo Bordoni che recentemente, qui su «la Lettura», ha scritto: «Abbiamo inventato la logica binaria per far funzionare i computer e ora quella stessa logica inflessibile e stringata nella sua meccanicità ci insegna e ci governa».
Non capisco perché autori di qualità — Massimo Gramellini e Michele Serra, Francesco Piccolo e Jonathan Franzen — si siano scagliati contro la sensuale costrizione dei 140 caratteri. Twitter non è un’alternativa ad altre forme di espressione. È uno strumento nuovo. Un decespugliatore del pensiero. ...
Conoscete ragazzi che leggono Carlo Emilio Gadda, campione del plurilinguismo facondo? Io no. Stiamo parlando di un fuoriclasse, sia chiaro. Quer pasticciaccio brutto de via Merulana è un capolavoro che ha lasciato a bocca aperta anche un autore (sintetico) come Pier Paolo Pasolini. Sto ascoltando l’audiolibro recitato da Fabrizio Gifuni: uno spettacolare esercizio di bravura. Un testo mozzafiato,ma faticoso (Emilio Cecchi definì Gadda «un Joyce con una forte base di preparazione nelle scienze fisiche e meccaniche»). Il Pasticciaccio è un’opera molto lodata e spesso ricordata; ma ostica e poco conosciuta. L’avessi proposto a una ragazza nel 1973, avrei rischiato l’ostracismo. Quarant’anni dopo il rischio è immutato: ragazzi, non fatelo. 
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Sintesi è una parola greca (da syn, che significa «con», e thésis, che significa «posizione») che significa «composizione» (l’azione di mettere insieme). È, quindi, un destino etimologico: la composizione ha il dovere d’essere sintetica, quand’è possibile. Nessuno aveva intuito, vent’anni fa, quanto i messaggi di testo (sms) avrebbero cambiato la nostra vita. Insieme alle mail e ai social network hanno riportato la scrittura al centro della comunicazione: non accadeva dall’Ottocento. E scrivendo la brevità rende, perché è costretta ad arrivare all’essenziale. Uno sforzo che risparmiamo al destinatario, il quale ce ne sarà grato.
La forza dell’onda sintetica è evidente in altri fenomeni: l’ubiquità delle sigle, il successo delle contrazioni, la marcia della «k» contro il «ch», la lenta agonia della «i» afona (efficiente). Resistere non è eroico: è inutile e sbagliato. La lunghezza gratuita merita d’essere sconfitta. Anzi, punita. Spesso, infatti, è una forma di pigrizia. «Se avessi avuto più tempo, avrei scritto una lettera più breve», si scusò Blaise Pascal (uno dei tanti autori cui viene attribuita questa frase). Prolissità e complessità, spesso, sono sintomi di confusione e pavidità: molti non si fanno capire perché temono di essere capiti. La bella brevità è onesta, utile e generosa: non garantisce soltanto chiarezza ed efficacia, ma regala tempo a chi legge.
La «Columbia Journalism Review» ha diffuso i dati relativi al giornalismo longform negli Usa. Dal 2003 al 2012, gli articoli superiori alle 2.000 parole sono diminuiti dell’86 per cento. Non è una tragedia, è un progresso. Se poi, ogni tanto, vogliamo leggere lungo, nulla lo vieta.
Oggi, per esempio, l’avete fatto. Siete arrivati qui dopo 1.830 parole, e vi ringrazio.
Beppe Severgnini

apprezzo il parere di  Severgnini -e lo ringrazio per la preziosa indicazione che ho colto al volo- ma non ne condivido tutta la portata. penso, come dicevo, che twitter tolga tutto l'immaginabile, è una faccenda che non ha a che vedere con la sinrtesi, ma con la povertà. e soprattutto non ha a che vedere con linguaggio se non nel senso della sua paurosa desertificazione.
la brevità non mi appartiene, non ne sono capace, ma la apprezzo, almeno in certi contesti. spesso la invidio. mi sono ritrovata ad ascoltare, pure da un'amica, elogi patologici della complessità, come se la complessità avesse dei pregi, se non quella di non farsi comprendere. chi sa quel che dice sa parlare, sa farsi capire, sa di ciò di cui sta parlando al punto di farlo capire agli altri, semplicemente. è poco? da quando non capire quel che si ascolta è sinonimo di ricchezza o di profondità? ma che discorso è? malato, fanatico, non condivisibile.  ed eccolo Gadda, mi fa impressione...

La Menegazzi, ravviati i capelli, entrò di nuovo in scena, tossendo leggermente. Un gran foulard lilla attorno al collo, che sul davanti appariva scarno e appassito: un tono languido di tutta la traumatizzata persona. Un  negligé un po’ imprevisto, tra giapponese e madrileno, tra la mantiglia e il chimono. Un baffo bleu sul volto piuttosto vizzo, la pelle pallida, come d’un geco infarinato, le labbra fatte di due cuori congiunti smaltate in un rosso fragola dei più procaci, le conferivano l’aspetto e il prestigio formale momentaneo d’una tenutaria od ex frequentatrice d’una qualche casa d’appuntamenti un po’ scaduta di rango: non fosse stato invece quel tanto di neovirginale e di rasciutto, e la tipica sollecitudine devozione delle indelibate, a collocarla senza preventivo sospetto nel romantico elenco delle disponibili, oltreché donne per bene. Era vedova. La mantiglia vestaglia si soprapponeva al foulard, ai foulards anzi, non uno ma due, incipriati loro pure e vagamente modulati nei toni, che sfumavano il primo nel secondo e il secondo nei tenui pétali, o forse farfalle, di quel chimono un tantino castigliano. Accavallò il suo referto a quello della portinaia, dirizzando, precisando. Interloquiva con un tremito nella voce, nella povera voce, con una speranza negli occhi. Non forse la speranza di riavere i suoi ori, ma la certezza... di usufruire della protezione della legge, così validamente impersonata da Ingravallo.


Il corpo della povera signora giaceva in una posizione infame, supino, con la gonna di lana grigia e una sottogonna bianca buttate all’indietro, fin quasi al petto: come se alcuno avesse voluto scoprire il candore affascinante di quel dessous, o indagarne lo stato di nettezza. Aveva mutande bianche, di maglia a punto gentile, sottilissimo, che terminavano a metà coscia in una delicata orlatura. Tra l’orlatura e le calze, ch’erano in una lieve luce di seta, denudò se stessa la bianchezza estrema della carne, d’un pallore da clorosi: quelle due cosce un po’ aperte, che i due elastici in un tono di lilla parevano distinguere in grado, avevano perduto il loro tepido senso, già si adeguavano al gelo: al gelo del sarcofago, e delle taciturne dimore. L’esatto officiare del punto a maglia, per lo sguardo di quei frequentatori di domestiche, modellò inutilmente le stanche proposte d’una voluttà il cui ardore, il cui fremito, pareva essersi appena esalato dalla dolce mollezza del monte, da quella riga, il segno carnale del mistero... quella che Michelangelo (don Ciccio ne rivide la fatica, a San Lorenzo) aveva creduto opportuno di dover omettere. Pignolerie! Lassa perde! Le giarrettiere tese, ondulate appena agli orli, d’una ondulazione chiara di lattuga: l’elastico di seta lilla, in quel tono che pareva dare un profumo, significava a momenti la frale gentilezza e della donna e del ceto, l’eleganza spenta degli indumenti, degli atti, il secreto modo della sommissione, tramutata ora nella immobilità di un oggetto, o come d’uno sfigurato manichino. Tese, le calze, in una eleganza bionda quasi una nuova pelle, dàtale (sopra il tepore creato) dalla fiaba degli anni nuovi, delle magliatrici blasfeme: le calze incorticavano di quel velo di lor luce il modellato delle gambe, dei meravigliosi ginocchi: delle gambe un po’ divaricate, come ad un invito orribile. Oh, gli occhi! dove, chi guardavano? Il volto!... Oh, era sgraffiata, poverina! Fin sotto un occhio, sur naso!... Oh, quel viso! Com’era stanco, stanco, povera Liliana, quel capo, nel nimbo, che  l’avvolgeva, dei capelli, fili tuttavia operosi della carità. Affilato nel pallore, il volto: sfinito, emaciato dalla suzione atroce della Morte.