bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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giovedì 8 settembre 2016

game over

il gioco della verità è un gioco impossibile. soprattutto è inattuabile.
possono permetterselo solo i bambini.
ci provano gli adolescenti nel conflitto con l'età adulta, a costo della loro stessa vita.
ci si prova e si si avvicina, alla verità, nella stanza dell'analisi.
molte pagine sono state scritte e molti film sono stati girati sull'argomento.
la pratica della verità è inattuabile per l'uomo, la sua stessa struttura prevede che la verità inacettabile alla coscienza verga relegata all'inconscio, luogo da cui la verità stessa lo manovra, lo domina, lo fa agire insodisfatto, diviso, sofferente, nello scarto tra ciò che è e ciò che avrebbe potuto essere.
farne un vessillo, addirittura un movimento politico (o a-politico) prevede, da una parte, un movimento adolescenziale irrisolto, immaturo, con tutte le caratteristiche impraticabili dell'adolescenza, dall'altra un progetto inattuabile, inconsistente, infondabile.
se poi il meccanismo è praticato da un ebete, il risultato non solo è fallimentare, è dannoso.
le raggi e i di maio si muovono arroganti e inconsapevoli, l'una inguardabile nella sua pochezza, nei suoi raggiri di parole, l'altro insostenibile nei suoi viaggetti propagandistici a Londra e in Israele e poi vigliaccamente nascosto dietro le gonne di mamma quando l'acclamata verità lo rincorre, di fatto, colpevole.
un farsa insostenibile ai miei occhi. e certamente non solo i miei.
perchè posso perdonare, anzi lo faccio e lo ascolto, il tentativo umano spesso maldestro e bizzarro di fare qualcosa della nostra incapacità a gestire il reale, ma non posso tollerare che di questo si faccia un movimento, un gruppo che abbraccia un'idea immatura e ne fa un evento, di fatto impraticabile.
come se il movimento dell'adolescenza, necessario ma necessariamente transitorio, si facesse permanente. 
quel che accade è che questa gente sta implodendo all'interno di un meccanismo che ovviamente non funziona, si ingarbuglia dietro raggiri e bugie, quelle che si fanno e dicono tutti i giorni e che loro additano come colpevoli, ma inevitabilmente abitandoli, si avvita tra deliri di purezza e derive paranoiche.
dopo 10 ore di direttorio (democrazia diretta?) se ne escono con un "avevo letto male" (fosse anche vero consiglerei al simpatico e incorruttibile Robespierre de noartri di farsi una seduta analitica con qualcuno che gli spieghi il valore degli atti mancati, in questo caso non potrebbe essere più VERITIERO della contraddzione di cui si fa portatore) e i soliti vaffa e ipotesi di complotto, quelli che dice un figlio diciottenne quando gli si fa notare le sue evidenti contraddizioni.
difendono il partito, e non potrebbero fare diversamente, dimenticandosi del loro iniziale mandato.
raggi dovrebbe andare a casa, di corsa, per inettitudine e disonestà, ma il peso della morale non è mai uno per chi se ne fa inflessibile portavoce, ha sempre facce diverse a seconda del destinatario.
è ben noto che i peggiori moralizzatori sono da sempre i più perversi.
è noto che chi alza la voce, si altera e si adira, ha un problema con il tema specifico di cui tratta.
è ovvio che fare della verità e trasparenza il proprio mantra significa infilarsi in una posizione impossibile, contradditoria dell'esistenza stessa.
da due mesi a Roma si consuma la rappresentazione perversa di un gruppo settario visionario incapace  e perso dietro i suoi stessi proclami nel tentativo infantile di sostenerli, intanto Roma è sporca, gli autobus non vanno, le delibere non si votano (fa' caldo dice Salvatore Romeo, come la pubblicità della Nestea) intere giornate ipoteticamente di lavoro trascorse a nascondere assessori indagati, a far fuori amici e parenti, nella peggior pratica pubblica della menzogna.
game over.

lunedì 25 luglio 2016

klein



dice, il mondo a modo suo.
si certo, è ovvio.
il suo mondo non ha regola, ma moltissima verità.
certo, fotografa con il grandagolo, qualcosina si sgrana, si deforma: come lui stesso dice, quel che per altri fotografi -di certo amanti della perfezione assoluta come Herb Ritts non avrebbero esitato- erano scarti, per lui erano foto riuscite. la sua Leica, con due obiettivi, l'ha presa di seconda mano ma dalla mano di Cartier Bresson. un bel passaggio di testimone, a pensarci.
la sua street photography, ben diversa dalla realtà più intimista di Vivian Maier, è fulminante, viva, piena, ricchissima, milionaria.
sono interessanti alcune interpretazioni molto puntuali di alcune foto raccontate dall'audioguida della mostra. anche la foto, come un quadro, si può interpretare nelle sue componenti.
credo però che non fosse nelle intenzioni, piuttosto nell'intuizione, lo sguardo di Klein sul mondo.
quel che mi piace è che scompagina le carte, fuoca e sfuoca, si ferma e si muove, così come lo sguardo si muove. se qualcosa della fissità della fotografia non corrisponde alla realtà, quel suo movimento erratico, impreciso, matto, restituisce, invece, molto, moltissimo, del maltolto. 
a conti fatti, come spesso accade, lo scarto contiene il vero.




lunedì 8 dicembre 2014

l'elmo di Mambrino

Don Chisciotte non ha paura; si offre all' incertezza del vivere, che gli porta disastri, legnate, porcherie, umiliazioni. Ma egli non ha fede nella vita, che non sa quel che fa, bensì nei libri, che dicono non la vita ma ciò che le dà senso, le sue insegne. Per queste insegne egli si batte e viene quasi sempre ridicolmente battuto, perché quasi sempre il bene perde e il male vince. Ma nemmeno disarcionato egli dubita di quelle insegne. Argamasilla è la patria del baccelliere Sansone Carrasco che l' atterra, ma don Chisciotte atterrato afferma che la sua debolezza non compromette la verità di ciò in cui egli crede.
così scrive Claudio Magris nel suo L'infinito viaggiare ripercorrendo le strade di Spagna, le strade delle Mancia, terra di Don Chisciotte. io posso dire che questo libro, Don chisciotte della Mancia, di Miguel de Cervantes Saavedra, l'ho letto e meno male che l'ho fatto. meno male, dico, meno male, come potrei ora vivere senza? come ho potuto vivere prima? che sia un capolavoro non lo dico certo io, che sia una rivelazione di verità però lo scrivo per me. Don Chisciotte sa, sa tutto, sa che le meraviglie visionarie della grotta di Montesinos potrebbero essere fandonie eppure sono vere, sceglie che siano vere, sceglie la follia come vestito per il giorno, per la sera e per la notte. prende botte, subisce umiliazioni, derisioni, risate alle spalle, eppure sceglie la follia come miglior visione del mondo possibile. sceglie di vedere il mondo secondo il proprio desiderio, una visione incantata che non crolla mai a tutti i disincanti possibili. è una scelta coraggiosa, contro il mondo, a volte veramente crudele, cinico, modesto. la sua scelta è superiore, è una scelta di verità, la sua verità, una scelta di speranza, di amore, di generosità, una scelta di narrazione, una scelta letteraria. La follia di don Chisciotte è sempre, in qualche modo, realista e veggente; certo molto più della miopia di chi vede solo la facciata delle cose e la scambia per l' unica e immutabile realtà. Sono i don Chisciotte ad accorgersi che la realtà si sgretola e può cambiare. Don Chisciotte non ha mai paura, tanto meno dell'imprevedibilità della vita: meglio che i mulini  avento siano giganti o quel che semplicemente sono? meglio che la sua Dulcinea sia una meravigliosa e fatata creatura degna di eterno amore e devozione o la semplice contadina che forse non ha mai visto in vita sua? meglio che l'elmo di Mambrino luccichi splendente e magico sulla sua testa o sia un catino da barbiere? meglio, molto meglio quel che il suo desiderio vede e crede. è la triste normalità degli altri, quello sguardo che non si discosta mai dalla banalità del reale a fare della splendida follia di don Chisciotte l'unica possibile speranza di redenzione e di poesia, di incantata narrazione della vita.

— Insomma, disse Sancio, che è ciò che ha determinato di fare la signoria vostra in questo deserto? — Non tel dissi? rispose don Chisciotte: voglio imitare Amadigi, facendo quivi il disperato, il pazzo, il furioso; e così batterò anche le tracce del famoso Roldano allorché trovò scolpito presso una fonte che Angelica, la bella, si era avvilita a farsi moglie di Medoro: che diventò pazzo di afflizione, svelse gli alberi, intorbidò le acque delle chiare fonti, ammazzò pastori, manomise mandre di armenti, incendiò capanne, rovinò case, strascinò cavalli, e fece mille altre bestialità degne di eterna fama e scrittura. E poiché io non intendo d'imitare Roldano, od Orlando, o Rotolando (che portava tutti e tre questi nomi) a parte a parte ma alla meglio in quelle che mi sembreranno più essenziali: e potrebbe anche darsi che io volessi contentarmi della sola imitazione di Amadigi, che senza estendere gli effetti della pazzia a danno di alcuno, col solo piangere ed angustiarsi acquistò tanta fama che nulla più.
— Mi pare, disse Sancio, che que' cavalieri fossero provocati, ed abbiano avuto un motivo di fare queste pazzie e queste penitenze; ma quale ragione ha mai la signoria vostra di volere diventar matto? quale signora l'ha fatto andare in collera? quale indizio ebb'ella mai per temere che la signora Dulcinea del Toboso lo abbia posposto a qualche moro o cristiano?
Qui sta il punto, rispose don Chisciotte e qui sta l'acutezza del mio divisamento! Non v'è né merito né grazia in un cavaliere errante se impazzisce per qualche giusto motivo: il sublime si è impazzare senza un perché al mondo, e far conoscere alla mia signora che io mi conduco a tal passo senza causa e senza motivo; e poi, non ne avrei io un'ampia causa nella mia lunga lontananza dalla sempre mia signora Dulcinea del Toboso? che come già udisti da quei pastori di Ambrogio, chi sta lontano porta seco tutti i mali e timori. No, amico Sancio, non perdere il tempo a sconsigliarmi dall'eseguire sì rara, sì felice, sì inaudita imitazione; io sono pazzo e debbo restar pazzo finché tu ritornerai a me colla risposta di una lettera che penso d'inviare col tuo mezzo alla mia signora Dulcinea: e se tale sarà la risposta quale si conviene alla mia fede avrà fine la mia pazzia e la mia penitenza; e se mi addivenisse il contrario, allora impazzirò davvero, e come tale non sarò più capace di sentire affanni; ed in qualunque maniera ch'essa risponda, io uscirò dal conflitto e dal travaglio in cui mi lascerai godendo del bene, se bene mi apporterai, o non sentendo il male per essere pazzo, se male mi recherai. Ma dimmi Sancio, hai tu tenuto buon conto dell'elmo di Mambrino? Ho veduto che tu lo hai raccolto da poi che quell'ingrato lo fece in pezzi; dal che si conobbe la finezza della sua tempra.»
Sancio rispose: — Viva Dio, signor cavaliere dalla Trista Figura, che non posso tollerare pazientemente, né lasciar correre cosa alcuna di quelle che dice vossignoria: perché da quanto sembrami di poter concludere dalle cose di cavalleria che ho intese fin qui di conquistare regni ed imperi, di regalare isole, di concedere grazie e grandezze, com'è costume dei cavalieri erranti, debbo persuadermi che sieno tutte un vento, e bugie e menzogne, o come voglia chiamarle. Ed in fatti chi sentisse a dire che un bacino da barbiere fosse l'elmo di Mambrino, e che chi lo dice non si avvedesse del proprio errore dopo quattro giorni, non penserebbe che costui debb'essere un uomo che ha perduto il giudizio? Il bacino io lo tengo nel sacco tutto ammaccato, e lo porto per rassettarlo quando sarò a casa mia, e per usarne a farmi la barba, se pur Dio mi darà tanta grazia da poter un dì rivedere mia moglie e i miei figliuoli.
— Bada bene, o Sancio, che io ti giuro per quel medesimo, per cui giurasti tu stesso, che tu hai il più corto intendimento di ogni altro scudiere del mondo. è possibile che in tanto tempo che meco vai girando non ti sii persuaso che tutte le cose dei cavalieri erranti che sembrono chimere, cose fantastiche e pazzie o cose fatte a rovescio, non sono poi tali in realtà, e soltanto lo appaiono perché le vicende che passano fra di noi sono regolate da una caterva d'incantatori che cambiano e sfigurano tutto quello che ci appartiene; e lo trasformano a loro capriccio, e secondo che li move la intenzione di favorirci o di annientarci? Questa è la ragione per cui quello che a te sembra il bacino di un barbiere a me pare l'elmo di Mambrino, e altrui apparirà altra cosa, e fu esimio provvedimento del Savio, che favorisce la mia persona, il fare che sembri bacino a tutti ciò ch'è veramente e realmente elmo di Mambrino; perché essendo cosa di gran pregio, tutto il mondo si armerebbe contro di me per tôrla dalle mie mani; ma giudicandolo un bacino di barbiere non se ne curano. E ne fa prova colui che lo ammaccò tutto, lasciandolo in terra senza portarlo seco, come certamente avrebbe fatto se avesse conosciuta la importanza sua. Custodiscilo, amico, che non mi è duopo valermene per adesso, perché mi debbo prima spogliare di tutte queste armi e restare nudo come son nato, per attenermi al genere di penitenza usato da Orlando, o a quello d'Amadigi.

Scrive ancora Claudio Magris: L' interiorità solitaria perde facilmente la nozione del bene e del male, come nei sogni, in cui si può commettere qualsiasi cosa senza ritenersi colpevoli. L' interiorità va rovesciata come un guanto e riversata sul mondo, come gli ideali cavallereschi di don Chisciotte si mescolano, divenendo perciò ancora più alti, alla promiscuità del reale. Solo perché don Chisciotte crede di vederlo in una prosaica bacinella da barbiere il mitico elmo di Mambrino acquista la sua incantata poesia. 

lunedì 7 aprile 2014

gomorra

“Non permettiamo uomini che le nostre terre diventino luoghi di camorra, diventino un'unica grande Gomorra da distruggere! Non permettiamo uomini di camorra, e non bestie, uomini come tutti, che quello che altrove diventa lecito trovi qui la sua energia illecita, non permettiamo che altrove si edifichi ciò che qui viene distrutto. Create il deserto attorno alle vostre ville, non frapponete tra ciò che siete e ciò che volete solo la vostra assoluta volontà. Ricordate. Allora il SIGNORE fece piovere dal cielo su Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco; egli distrusse quelle città, tutta la pianura, tutti gli abitanti delle città e quanto cresceva sul suolo. Ma la moglie di Lot si volse a guardare indietro e diventò una statua di sale. (Genesi 19,12-29). Dobbiamo rischiare di divenire di sale, dobbiamo girarci a guardare cosa sta accadendo, cosa si accanisce su Gomorra, la distruzione totale dove la vita è sommata o sottratta alle vostre operazioni economiche. Non vedete che questa terra è Gomorra, non lo vedete? Ricordate. Quando vedranno che tutto il suo suolo sarà zolfo, sale, arsura e non vi sarà più sementa, né prodotto, né erba di sorta che vi cresca, come dopo la rovina di Sodoma, di Gomorra, di Adma e di Seboim che il SIGNORE distrusse nella sua ira e nel suo furore, (Deuteronomio 29,22). Si muore per un sì e per un no, si dà la vita per un ordine e una scelta di qualcuno, fate decenni di carcere per raggiungere un potere di morte, guadagnate montagne di danaro che investirete in case che non abiterete, in banche dove non entrerete mai, in ristoranti che non gestirete, in aziende che non dirigerete, comandate un potere di morte cercando di dominare una vita che consumate nascosti sotto terra, circondati da guardaspalle. Uccidete e venite uccisi in una partita di scacchi il cui re non siete voi ma coloro che da voi prendono ricchezza facendovi mangiare l'uno con l'altro fin quando nessuno potrà fare scacco e ci sarà una solo pedina sulla scacchiera. E non sarete voi. Quello che divorate qui lo sputate altrove, lontano, facendo come le uccelle che vomitano il cibo nella bocca dei loro pulcini. Ma non sono pulcini quelli che imbeccate ma avvoltoi e voi non siete uccelle ma bufali pronti a distruggersi in un luogo dove sangue e potere sono i termini della vittoria. È giunto il tempo che smettiamo di essere una Gomorra…” (lettera in commemorazione di Don Peppino Diana, scritta da un amico di Roberto Saviano)

quel che penso, ho finito il libro, è che Roberto Saviano, nato in terra di camorra, cresciuto e infiltrato nella terra di camorra, al corrente e informato su moltissimi fatti di camorra, dai traffici illeciti di droga e qualunque altra cosa, alle speculazioni edilizie, al marciume dei rifiuti tossici provenienti da tutta l'Italia e sepolti nel territorio campano fino a farne una voragine tombale di cancro e putrescenza, abbia vissuto in bilico tra la rabbia e il cedimento. tra il desiderio di verità, riscatto per la sua terra e per l'Italia intera, e l'adesione a un richiamo fortissimo. credo che abbia vissuto un profondo dilemma, stare fuori o stare dentro.
magari dico una cosa inaudita, o una cosa da lui stesso ammessa, come a me sembra dalle ultime pagine del libro.

Cercavo di capire se i sentimenti umani erano in grado di fronteggiare una così grande macchina di potere, se era possibile riuscire ad agire in un modo, in un qualche modo, in un modo possibile che permettesse di salvarsi dagli affari, permettesse di vivere al di là delle dinamiche di potere. Mi tormentavo, cercando di capire se fosse possibile tentare di capire, scoprire, sapere senza essere divorati, triturati. O se la scelta era tra conoscere ed essere compromessi o ignorare – e riuscire quindi a vivere serenamente. Forse non restava che dimenticare, non vedere. Ascoltare la versione ufficiale delle cose, trasentire solo distrattamente e reagire con un lamento. Mi chiedevo se potesse esistere qualcosa che fosse in grado di dare possibilità di una vita felice, o forse dovevo solo smettere di fare sogni di emancipazione e libertà anarchiche e gettarmi nell'arena, ficcarmi una semiautomatica nelle mutande e iniziare a fare affari, quelli veri. Convincermi di essere parte del tessuto connettivo del mio tempo e giocarmi tutto, comandare ed essere comandato, divenire una belva da profitto, un rapace della finanza, un samurai dei clan; e fare della mia vita un campo di battaglia dove non si può tentare di sopravvivere, ma solo di crepare dopo aver comandato e combattuto. Sono nato in terra di camorra, nel luogo con più morti ammazzati d'Europa, nel territorio dove la ferocia è annodata agli affari, dove niente ha valore se non genera potere. Dove tutto ha il sapore di una battaglia finale. Sembrava impossibile avere un momento di pace, non vivere sempre all'interno di una guerra dove ogni gesto può divenire un cedimento, dove ogni necessità si trasformava in debolezza, dove tutto devi conquistarlo strappando la carne all'osso. In terra di camorra, combattere i clan non è lotta di classe, affermazione del diritto, riappropriazione della cittadinanza. Non è la presa di coscienza del proprio onore, la tutela del proprio orgoglio. È qualcosa di più essenziale, di ferocemente carnale. In terra di camorra conoscere i meccanismi d'affermazione dei clan, le loro cinetiche d'estrazione, i loro investimenti significa capire come funziona il proprio tempo in ogni misura e non soltanto nel perimetro geografico della propria terra. Porsi contro i clan diviene una guerra per la sopravvivenza, come se l'esistenza stessa, il cibo che mangi, le labbra che baci, la musica che ascolti, le pagine che leggi non riuscissero a concederti il senso della vita, ma solo quello della sopravvivenza. E così conoscere non è più una traccia di impegno morale. Sapere, capire diviene una necessità. L'unica possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare.

ringrazio Saviano per questo libro, per quello che mi ha raccontato e che ora so, almeno un po' di più, o mi illudo di sapere di più. per quello che so di più e dovrei sapere di più, e chissà se avrò mai il coraggio di sapere. Gomorra è un libro sul coraggio della conoscenza ancora più che sulla camorra: Non è la confessione in sé che fa paura, non è l'aver indicato un killer che genera scandalo. Non è così banale la logica d'omertà. Ciò che rende scandaloso il gesto della giovane maestra è stata la scelta di considerare naturale, istintivo, vitale poter testimoniare. Possedere questa condotta di vita è come credere realmente che la verità possa esistere e questo in una terra dove verità è ciò che ti fa guadagnare e menzogna quello che ti fa perdere, diviene una scelta inspiegabile. Così succede che le persone che ti girano vicino si sentono in difficoltà, si sentono scoperte dallo sguardo di chi ha rinunciato alle regole della vita stessa, che loro invece hanno totalmente accettato. Hanno accettato senza vergogna, perché tutto sommato così deve andare, perché è così che è sempre andato, perché non si può mutare tutto con le proprie forze e quindi è meglio risparmiarle e mettersi in carreggiata e vivere come è concesso di vivere.

sabato 5 maggio 2012

quando la notte. la solitudine della maternità

mi ha chiamata ieri. pensavo fosse per lavoro, fa la psicoterapeuta infantile, segue la figlia di una mia paziente.
no, mi dice, è per me.
è ricaduta in depressione, già tre anni fa aveva preso dei farmaci, ora è ripiombata nell'angoscia.
sono stanca mi dice, stremata: la figlia, di due anni, è in una fase difficile, non dorme, vuole solo lei, la chiama di notte. non dorme sua figlia, non dorme lei.
la capisco in un lampo. genuino autentico moto di compassione, di comprensione viscerale, molto più che professionale.
il caso vuole, o forse no, che ieri sera decida finalmente di guardarmi un film. Quando la notte di Cristina Comencini.

un film che non giudico nel suo complesso, alcuni aspetti narrativi non sono del tutto riusciti.
ma è un film che dice la verità, tutta la verità, niente altro che la verità sull'infinita solitudine della maternità.
oltre i luoghi comuni che vedono la madre come una creatura santificata e gratificata dal ruolo più creativo che la natura abbia ideato, oltre a quello c'è, e tutte le madri lo sanno, l'angoscia della solitudine, del sequestro, della espropriazione del sè, della sensazione di una fatica immane, molto oltre le nostre umane possibilità.
nel film l'amore fa spazio anche all 'odio, si alterna e forse è presente allo stesso modo, a volte, in uno stesso momento. ed è vero, inutile negarlo, quando quel pianto incessante richiedente dipendente ci martella il cervello fino a chiederci dove può arrivare il possesso da parte di "un altro" dei nostri corpo e mente, si arriva a dire: io non posso, io non voglio, io devo sopravvivere.
si tocca, per attimi, si avverte la mostruosità, la crudeltà. per poi morirne, annientate, dal senso di colpa.
questo film dice il vero, lo dice senza mezzi termini, lo dice e basta. finalmente lo dice, coraggiosamente.
il coraggio sta soprattutto nel mostrare la violenza che può esprimersi nella percezione dell'alienazione in una donna normale. non malata, non segregata, non abbandonata, non drogata, non psicotica. normale.
la maternità è anche fatica ingovernabile, è sfinimento, e non può essere portata avanti da sole, la maternità richiede aiuto, comprensione, sostegno. e sono i padri i primi a doverlo dispensare. come si dice nel film, e personalmente lo condivido, i figli si fanno per un uomo, quell'uomo che abbiamo scelto. e quell'uomo deve sapere come starci vicino, sostenerci, capirci e difenderci stanche sfinite inadatte inadeguate arrabbiate e violente. tutte insieme, tutte umanamente così.

sabato 10 dicembre 2011

tutta la verità su babbo natale


 Filastrocca del Natale

Ritorna ogni anno, arriva puntuale
con il suo sacco Babbo Natale:
nel vecchio sacco ogni anno trovi
tesori vecchi e tesori nuovi.
C'e' l'orsacchiotto giallo di stoffa,
che ballonzola con aria goffa;
c'e' il cavalluccio di cartapesta
che galoppa e scrolla la testa;
e in fondo al sacco, tra noci e confetti,
la bambolina che strizza gli occhietti.
Ma Babbo Natale sa che adesso
anche ai giocattoli piace il progresso:
al giorno d'oggi le bambole han fretta,
vanno in auto o in bicicletta.
Nel vecchio sacco pieno di doni
ci sono ogni anno nuove invenzioni.
Io del progresso non mi lamento
anzi, vi dico, ne son contento.
"Viva la scienza se ci dà
un poco più di felicità!".
Signori scienziati, vi prego, inventate
le meraviglie più raffinate:
ma per favore, lasciate stare
certi giocattoli che fanno tremare...
Non vanno bene per la mia sacca
le bombe atomiche e bombe acca!
Bella è la pace, chiara la via,
dite la vostra che ho detto la mia.

Gianni Rodari  

dimmi la verità, voglio sapere la verità.
non esiste, babbo natale non esiste.
mi avete ingannato, tutti questi anni mi avete ingannato.
no, eri un bambino, e babbo natale esiste solo per i bambini, ora forse non lo sei più.
si, è vero, ho perso babbo natale, ma sono felice di essere diventato grande e di sapere la verità.

martedì 26 aprile 2011

Il culo è la faccia dell'anima del sesso

è un'immagine
una provocazione
un'opinione
una presa di posizione
una scelta politica
una dichiarazione d'innocenza.
è Bukowski il signore che parla così.
e poi parla anora così:

La donna ideale
il sogno di un uomo
è una puttana con un dente d'oro
e il reggicalze,
profumata
con ciglia finte
rimmel
orecchini
mutandine rosa
l'alito che sa di salame
tacchi alti
calze con una piccolissima smagliatura
sul polpaccio sinistro,
un po' grassa,
un po' sbronza,
un po' sciocca e un po' matta
che non racconta barzellette sconce
e ha tre verruche sulla schiena
e finge di apprezzare la musica sinfonica
e che si ferma una settimana
solo una settimana
e lava i piatti e fa da mangiare
e scopa e fa i pompini
e lava il pavimento della cucina
e non mostra le foto dei suoi figli
né parla del marito o ex-marito
di dove è andata a scuola o di dove è nata
o perché l'ultima volta è finita in prigione
o di chi è innamorata,
si ferma solo una settimana
solo una settimana
e fa quello che deve fare
poi se ne va e non torna più indietro

a prendere l'orecchino dimenticato sul comò.

ora, sono indecisa tra la genialità e l'idiozia
la sapienza e l'ignoranza
la saggezza e la follia
la parola e il suo contrario.
nella spudoratezza senza mediazione potrebbe esserci la verità, oppure la menzogna che si compiace di se stessa.
ho difficoltà a trovare piacere e bellezza nella crudezza e nella spietatezza.
ho difficoltà a reggere il cinismo.
poi magari nel letame trovi un fiore, può capitare.
allora penso che la puzza è fatta solo per nascondere il profumo, che l'immondizia ha il solo scopo di mascherare una qual forma di purezza.
ma il dubbio di non aver capito niente mi rimane.




Stirkoff
da Taccuino di un vecchio sporcaccione di C.Bukowski
- Siediti, Stirkoff.
- grazie, signore.
- distendi pure le gambe.
- molto gentile da parte sua, signore.
- Stirkoff, mi hanno informato che hai scritto articoli sulla giustizia, sull'eguaglianza; anche sul diritto alla gioia e alla sopravvivenza. Stirkoff?
- sissignore.
- pensi che ci sarà mai una giustizia totale e ragionevole sulla terra?
- non esattamente, signore.
- ma allora perché scrivi quelle stronzate? sei forse malato?
- mi sento strano da un po' di tempo a questa parte, signore, come se stessi per impazzire.
- bevi molto, Stirkoff?
- naturalmente, signore.
- e fai cosaccine da solo?
- di continuo, signore.
- come?
- non capisco, signore.
- cioè, com'è che te le fai?
- quattro o cinque uova e mezzo chilo di carne trita in un vaso di fiori col collo stretto mentre ascolto Vaughn Williams o Darius Milhaud.
- di vetro?
- no, di dietro, signore.
- volevo dire, il vaso è di vetro?
- naturalmente no, signore.
- ti sei mai sposato?
- molte volte, signore.
- siediti, Stirkoff.
- grazie, signore.
- Cos'è che non ha funzionato?
- tutto, signore.
- qual è stato il più bel pezzo di fica che tu abbia mai avuto?
- quattro o cinque uova e mezzo chilo di carne trita in un...
- d'accordo, d'accordo!
- sissignore.
- ma capisci che il tuo desiderio di giustizia e di un mondo migliore è solo una scusa per nascondere la decadenza, la vergogna, e il fallimento che sono dentro di te?
- eggià.
- tuo padre era cattivo?
- non so, signore.
- cosa vuol dire non so?
- voglio dire che è difficile fare paragoni. vede, di padre ne ho avuto uno solo.
- stai cercando di fare il furbo con me, Stirkoff?
- oh, no, signore: come lei dice la giustizia è impossibile.
- ti picchiava tuo padre?
- facevano i turni.
- pensavo che avessi avuto un solo padre.
- come tutti, volevo dire che s'alternava con mia madre.
- ti voleva bene tua madre?
- ero solo un prolungamento della sua persona.
- che altro può essere l'amore?
- il luogo comune secondo cui si ha grande cura di una cosa molto buona. non è necessariamente legato alla consanguineità. può essere un palloncino rosso o un toast imburrato.
- vuoi dire che potresti amare un toast imburrato?
- solo pochi, signore. in certe mattine particolari. sotto certi raggi del sole. l'amore arriva e scompare senza preavviso.
- è possibile amare un essere umano?
- naturalmente, soprattutto se non lo si conosce troppo bene. mi piace guardare la gente da dietro la finestra, quando cammina per strada.
- sei un vigliacco, Stirkoff.
- naturalmente, signore.
- qual è la tua definizione di vigliacco?
- un uomo che ci penserebbe su due volte prima di lottare contro un leone solo con le mani.
- e come definiresti il coraggioso?
- un uomo che non sa cos'è un leone. ogni uomo crede di saperlo.
- e come definisci lo stupido?
- un uomo che non arriva a capire che Tempo, Struttura e Carne vengono quasi sempre sprecati.
- ma allora chi è il saggio?
- i saggi non esistono, signore.
- se è così non esistono neppure gli stupidi. senza la notte il giorno non esisterebbe; senza il bianco il nero non esisterebbe.
- mi spiace, signore. ho sempre pensato che ogni cosa fosse quel che è indipendentemente dall'esistenza di qualcos'altro.
- hai infilato il cazzo in troppi vasi di fiori. ma non riesci proprio a capire ce OGNI COSA è giusta, che niente può andar male?
- comprendo, signore, vada come vada.
- cosa diresti se ti facessi decapitare?
- non potrei dir niente signore.
- voglio dire che se ti facessi decapitare io rimarrei il Volere e tu diventeresti il Nulla.
- diventerei qualcos'altro.
- a mio PIACIMENTO.
- a nostro piacimento, signore.
- calmati! calmati! distendi le gambe!
- molto gentile da parte sua, signore.
- no, molto gentile da parte di tutti e due.
- affermi di avere spesso la sensazione d'esser pazzo. cosa fai quando hai questa sensazione?
- scrivo poesie.
- la poesia coincide con la follia?
- la non-poesia è follia.
- la follia è l'orrore?
- cos'è l'orrore?
- qualcosa di diverso per ogni persona.
- ma l'orrore è parte di un tutto?
- è li.
- ma è parte di un tutto?
- non lo so so, signore.
- dimostri d'esser saggio. cos'è la sapienza?
- conoscere meno possibile.
- come si fa?
- non lo so, signore.
- sapresti costruire un ponte?
- no, signore.
- sapresti costruire un fucile?
- no, signore.
- questi oggetti sono dei prodotti della conoscenza.
- questi oggetti sono ponti e fucili.
- ti farò decapitare.
- grazie, signore.
- perché?
- lei rappresenta le mie motivazioni, mentre io ne ho molto poche.
- io sono la Giustizia.
- forse.
- io sono il Vincitore. ti farò torturare, ti farò urlare. ti farò desiderare la Morte.
- naturalmente, signore.
- ma non riesci a capire che io sono il tuo padrone?
- lei è il mio manipolatore ma non può farmi niente che non possa esser fatto.
- pensi d'essere astuto ma non dirai niente d'astuto tra un urlo e l'altro.
- ne dubito, signore.
- per inciso, come fai a reggere Vaughn Williams e Darius Milhaud? non hai sentito parlare dei Beatles?
- oh, signore, tutti conoscono i Beatles.
- non ti piacciono?
- non mi dispiacciono.
- c'è qualche cantante che non ti piace?
- è impossibile che esistano dei cantanti piacevoli.
- diciamo, allora, una qualche persona che tenti di cantare?
- Frank Sinatra.
- perché?
- perché lui evoca una società malata in groppa a una società malata.
- leggi qualche giornale?
- solo uno.
- quale?
- OPEN CITY.
- GUARDIE! CONDUCETE IMMEDIATAMENTE QUEST'UOMO NELLA CAMERE DELLA TORTURA E DATE INIZIO ALLE OPERAZIONI!
- un ultimo desiderio, signore.
- sì.
- posso portare con me il mio vaso di fiori?
- no, lo userò io!
- signore?
- volevo dire che te lo farò confiscare. guardia, conduci via quest'uomo e torna qui con, torna qui con...
- sissignore...
- una mezza dozzina d'uova e un chilo di carne trita...
escono la guardia e il prigioniero. il re si china in avanti e fa una smorfia malvagia mentre la filodiffusione comincia a trasmettere un brano di Vaughn Williams. fuori, il mondo va avanti mentre un cane mangiato dai pidocchi piscia contro uno splendido albero di limoni che vibra al sole.

mercoledì 26 gennaio 2011

fellinianamente donna

come dire, un sogno ad occhi aperti, di quelli magici indimenticabili sedimentati in memoria.
la più grande illusione la dice Guido (un inarrivabile Mastroianni), malato di sogni, immerso nei sogni, confuso con i suoi sogni, calato nella vita quasi per caso, indolente e inerme, sostenuto solo dallo sguardo delle donne:
"Mie care, la felicità consiste nel poter dire la verità senza far mai soffrire nessuno".
e naturalmente, lo sappiamo, questo è veramente un sogno: la felicità non si basa sulla verità caso mai sul compromesso con l'ignoto, quasi sempre. non insorgano i moralisti bacchettoni a dirmi che la verità esiste. ognuno la traveste a proprio modo, mascherandosi dietro i propri sintomi, in compagnia di fantasmi e sotterfugi. ogni relazione, anche e soprattutto quelle felici, si fonda sul mistero del non detto.
ma forse Fellini si riferisce all'onestà di essere ciò che siamo.

qui le donne sono donne. solo donne e infinitamente donne.
belle brutte magre grasse cellulite e smagliature eleganti straccione pazze metodiche intelligenti svampite sofisticate grossolane.
donne.
grazie Fellini, incondizionatamente grazie.
apprezzo infinitamente l'onestà di una visione che non nasconde l'universo maschile dietro compromessi inverosimili e, di fatto, introvabili. l'uomo vive di molte donne, le donne desiderate dell'infanzia, la madre le balie e il sogno erotico primordiale, la Saraghina, che tutto è, nell'immaginario sessuale e carnale, tranne che bella, le donne angelicate trasparenti di una bellezza eterea -una stupefacente Claudia/Claudia Cardinale- le donne mogli che assolvono il dovere dell'assistenza e dell'insofferenza, le donne amanti svampite ma sempre disponibili, le donne degli altri, le donne avute e che si avranno. le donne della vita di un uomo.
nella vita di una donna c'è un uomo. una donna cerca un uomo nel completamento della sua totalità in un rapporto esclusivo.
nella vita di un uomo ci sono molte donne, perchè l'uomo vive in modo parcelizzato mai totalizzante investendo solo parzialmente. la donna, per l'uomo, è un simbolo e non la totalità, un pezzo mancante non l'interezza. all'intelligenza delle donne saperlo, accettarlo e apprezzare la parte che compete loro. questo è gioco delle parti, inutile cambiarlo, inutile appiattirlo, inutile sembrare uguali. l'eros si nutre della differenza, della diversità e del contrasto, della mascolinità opposta e complementare alla femminilità, non della parità dei sessi.


Claudia: Della storia che mi hai raccontato non ho capito quasi niente. Ma scusa, un tipo così, come tu l'hai descritto, che non vuol bene a nessuno, non fa mica tanta pena sai? In fondo è colpa sua. Che cosa pretende dagli altri?
Guido: Perché? credi che io non lo sappia? Come sei noiosina, anche tu.
Claudia: Ah ma non ti si può dire proprio niente! Quanto sei buffo con quel cappellaccio truccato da vecchio! Io non capisco, incontra una ragazza che lo può far rinascere, che gli ridà vita e lui la rifiuta?
Guido: Perché non ci crede più.
Claudia: Perché non sa voler bene.
Guido: Perché non è vero che una donna possa cambiare un uomo.
Claudia: Perché non sa voler bene.
Guido: E perché soprattutto non mi va di raccontare un'altra storia bugiarda.
Claudia: Perché non sa voler bene.
 
siamo diversi, sentimentalmente e sessualmente diversi. la vera forza delle donne è non dimenticarlo mai e non sembrare diverse da ciò che sono. Guido Anselmi è solo, unico, è il giocoliere mentre le donne sono tante, molte, miriadi, alla fine meravigliosamente applaudite nella parata circense finale, alla fine tutte appagate nel ruolo che sosterranno nel grande unico film finale, quello della vita.


Ma che cos'è questo lampo di felicità che mi fa tremare e mi ridà forza, vita? Vi domando scusa dolcissime creature non avevo capito, non sapevo, com'è giusto accettarvi, amarvi, e com'è semplice. Luisa, mi sento come liberato, tutto mi sembra buono, tutto ha un senso, tutto è vero. Ah, come vorrei sapermi spiegare... ma non so dire. Ecco, tutto ritorna come prima, tutto è di nuovo confuso, ma questa confusione sono io, io come sono non come vorrei essere, e non mi fa più paura. Dire la verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato. Solo così mi sento vivo e posso guardare i tuoi occhi fedeli senza vergogna. È una festa la vita, viviamola insieme. Non so dirti altro Luisa né a te né agli altri. Accettami così come sono se puoi, è l'unico modo per tentare di trovarci. (Guido Anselmi)

martedì 20 aprile 2010

secondo me



la liberta' è un lusso per chi può o pensa di potersela permettere.
la sincerita' e' una bugia travestita da buone intenzioni.
la verita' e' una distorsione a proprio piacimento. ognuno ha, di fatto, la sua.
questi sono concetti manipolabili e manipolatori, sono parole grosse con un significato variabile a seconda di contesti e persone.

la libertà è una questione impossibile, irrisolvibile.
L'amore è libertà, è godere insieme di un sentimento, è comunicazione, oppure è vincolo, limitazione, chiusura, obbligo? Il senso del dovere, il senso morale, l'equità sono limitanti la libertà o sono espansioni del nostro senso di libertà?
anche la libertà si relativizza, come tutte le cose.
la libertà non esiste per tutti, non è uguale per tutti: la mia libertà sono le mie possibilità di scelta, compatibilmente con il mio senso morale. se posso, scelgo.

Come si legge in Siddharta, come qualcuno mi ha recentemente ricordato:
"...d'ogni verità anche il contrario è vero. Una verità si lascia enunciare e tradurre in parole solo quando è unilaterale... Ma il mondo in sè, ciò che esiste intorno a noi, non è unilaterale. Mai un uomo, o un atto, è tutto samsara o tutto nirvana, mai un uomo è interamente santo o interamente peccatore. Sembra così perchè noi siamo soggetti all'illusione che il tempo sia qualcosa di reale. Il tempo non è reale, Govinda. E se il tempo non è reale, allora anche la discontinuità che sembra esservi tra il mondo e l'eternità, tra il male e il bene, è un'illusione".
l'enunciazione della propia verità, esaltata dalla presunzione di sincerità, è semplicemente un'estratto della nostra personalissima realtà quotidiana. trovo più consolante la consapevolezza della propria impossibilità di accettare la diversità, piuttosto che l'ingenuità di pensare di possedere una verità che farà bene, molto bene all'altro nel momento in cui gliela comunico, orgogliosamente.
chi sbandiera sincerità, verità, sarà semplicemente deresponsabilizzato dei propri gesti, perchè, in quanto veri, saranno inconfutabili e andranno accettati per quello che sono.
penso al contrario che se moduliamo il nostro comportamento, con cautela, valutando chi abbiamo di fronte, senza forzare con dichiarazioni assolute, senza inchiodare con attestati di obiettivita', saremo più capaci di relazionarci, con rispetto, con attenzione, con vicinanza.



credo invece
nell'unicita'
nell'autenticita'.
sono concetti per me piu' familiari, piu' consoni alla mia natura, piu' ossservabili in una persona e, soprattutto, in amore.
se amo una persona, ne amo solo una. unicamente una, non c'e' posto per un'altra, non per come concepisco io l'amore. rosso, ovviamente.
non potrei amare tutte le persone che mi piacciono. mi piacciono ma non le amo.
e non potrei amare per sempre una persona che ho amato e con la quale non ho piu' relazione. l'amore e' a termine, non è infinito. e' eterno nel momento della sua attuazione ma vive della sua finitezza, seppur inconsapevolmente.
come spesso affermo ogni cosa ha un suo nome, e amore e' un nome che solo alcune cose meritano di avere.
non amiamo chiunque, ma solo chi riflette fedelmente i nostri abissi. una volta calati nella nostra follia, grazie alla mediazione dell'altro al quale riconosciamo il potere di "averci fatto impazzire", di "averci fatto perdere a testa", non si riemerge più come eravamo perchè, dopo questo cedimento, l'altra parte di noi ci ha contaminato. dopo avere amato, non siamo più ciò che eravamo.

"Se trascendersi è valicare la propria solitudine, non mi è dato sapere ciò che sarò nella carne dell'altro, ma certamente non sarò più ciò che sono.
La mia identità in pericolo rende il mio corpo esitante, maldestro, insicuro, non per imperizia, ma per la vertigine che accompagna la scoperta di quegli aspetti di me che solo l'altro può svelarmi.
Nella mia esitazione c'è il dramma di ogni trascendenza, che consiste nel sapere qualcosa di sé per dono dell'altro".

Umberto Galimberti "Le cose dell'amore"

l'amore è un gioco forte, in cui si rischia la propria identità, in cui la persona amata acquista un potere enorme su di noi consegnandole il nostro desiderio.
in questo sta l'unicità e irripetibilità del rapporto d'amore.
in questo l'autenticità del nostro sentire.
in questo ci giochiamo ai dadi, per lo piu' perdendoli, libertà, sincerità e verità.
come potrei pensare di amare tutti?
ne amo uno, e, se sopravvivo, è già tanto.


foto da
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