bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

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martedì 6 maggio 2014

Rebecca Dautremer

Feltrinelli di Piazza Gae Aulenti. e scopro Rebecca Dautremer.
non cosa cosa sia più bello, la piazza, la Feltrinelli risto-libreria o i libri.
scherzo, certamente i libri e i disegni di questa autrice mozzafiato.

guardavo l'ambiente di questa Feltrinelli, una sorpresa!, i tavoli, le scritte sui muri, i banconi del bar e del ristorante, gli espositori dei libri, la gente che beve, la gente che mangia, la gente che legge, la gente che scrive, e lo vedo, lo scaffale delle fiabe per bambini, e poi ancora eccolo lì, il Cyrano, illustrato da Rebecca Dautremer.
dautremer, da un altro mare, penso, così, da un altro mondo, realmente un altro mondo. la realtà di un mondo diverso.
lo sfoglio, il Cyrano, e rimango pietrificata dalla sorpresa.
ambientato in Giappone, le immagini sono strabilianti, sono poesia e narrazione, sono bellezza e fantasia.
sono sufficienti a se stesse, contengono in sè tutto quello si deve sapere, che si può sapere, che si immagina di sapere.







secondo me c'è tutto, il naso di Cyrano, la bellezza di Rossana, la poesia e anche di più. l'infinito.
che talento si può avere in dono dalla vita?

sale lo sguardo e la vedo, Alice, nel suo paese delle meraviglie.
qui rischiamo grosso, Alice è la mia fantasia infantile dominante, è la mia fiaba, è, anche figurativamente, l'immaginario più solidificato, più radicato, impigliato in me.
eppure, ci siamo, ci siamo anche qui.
riesco perfino, grazie a queste mani prodigiose che hanno disegnato, a questi colori, a queste forme, a immaginare Alice diversa da sempre, collocata in un altro paese, in un altro Mondo Altro, meraviglioso, comunque.











la bellezza del sogno, del sogno infantile, ora adulto, è confortante per me.
guardo queste immagini e penso che la bellezza è possibile, la bellezza delle immagini, la potenza del creare.
Alice, dai tratti orientali e meno bamboleggiante che nelle raffigurazioni classiche con il grembiulino, non segue i canoni della rappresentazione classica che la vede bionda con lunghi capelli, e anche gli altri personaggi seguono un percorso affine e, attraverso la mano dell'artista, si trasformano in figure mai viste prima. l'aspetto più innovativo del lavoro della Dautremer, però, è nella scelta della localizzazione temporale, dell'ambiente naturale. la Dautremer rompe la tradizione di Sir John Tenniel, che per primo ha dato un volto ad Alice dopo Carroll, e di tutti gli illustratori di Alice dopo di lui.
questa, per me, è sempre stata Alice, a parte la rappresentazione stereotipata di Walt Disney e quella, sopra ogni altre e per me primigenia, delle Fiabe Sonore pubblicate dalla Fabbri, a puntate, con il piccolo 45 giri all'interno, per seguire, ascoltando,  la narrazione scritta sulla grande rivista rettangolare. 
questa è la mia vita, la mia impronta, questa è la mia infanzia.

bene, ora, con la Dautremer, l'avventura di Alice si svolge in una località balneare: marittima, lacustre e palustre. l'aria non è fatata, non ha necessariamente i colori dell'infanzia, il gioco con la voce in falsetto, è grigia e nebbiosa negli esterni, molto colorata e brillante negli interni. i personaggi sono delineati da un'aria malinconica, triste e pensosa. come pensosa e assonnata è Alice sul suo sofà, sta per sognare, sta per viaggiare: il Paese delle meraviglie della Dautremer è il prodotto di un sogno.
sono contenta di averla vista, la mia Alice, così trasportata altrove, in un altrove così ricco e iperbolico, così fantasioso e alternativo, dagli orizzonti infiniti mai finiti,  è come averla conosciuta una seconda volta.
quel libro sarà mio. è mio di diritto. come la corona per un re.

lunedì 21 aprile 2014

Vivian Maier: 100.000 foto

in certe inquadrature del film sembra un uomo.
è infagottata, si cela, si cela nelle forme, nei nomi, non si cela nelle foto.
anzi si fotografa spesso, ma, interessante, quasi sempre nei riverberi, nei riflessi di uno specchio, o  a figura intera, o con rimandi multipli nelle infinite ripetizioni di specchi che si specchiano, o nelle fessure di un pezzo di vetro o in uno specchietto retrovisore. oppure come un'ombra sul terreno, come a dire, io ci sono, sono io che fotografo, sono io la parte più importante della foto, io sono la foto.
la mia sensazione, dominante, è che questa donna, Vivian Maier, fosse frammentata, incapace di tenersi insieme in un'unica dimensione o immagine di sè.
un'immagine allo specchio che non ritrova tutti i pezzi, si frantuma e non si ricompone.
nel film, cui penso di continuo, la ricostruzione della sua storia è contradditoria, con tratti chiari e altri decisamante oscuri. amante dei bambini, fece la bambinaia tutta la vita, perversa e cattiva con i bambini. amata dalle sue datrici di lavoro ma solo per i primi anni del suo impegno, poi licenziata, allontanata. dai racconti di chi la assunse emerge chiaramente la bizzarria dei comportamenti, il mistero, la follia dell'immagazzinare tutto in forma ossessiva, la sua inaccessibilità, e, alla fine, la sensazione di non poter proseguire un rapporto di lavoro. Vivian portava tutti alla percezione di qualcosa di malato in lei, di disturbante che conduceva all'abbandono.









la domanda in sala, dopo il film, era: perchè non fece vedere le sue foto? sembra ne fece decine di migliaia, rullini non sviluppati ammassatti in decine di scatole. perchè le teneva per sè? come se fosse ovvio per tutti la necessità del commercio, dell'esposizione di sè, della fama, della notorietà, del riconoscimento. penso che a questa donna, che misconosceva il proprio sesso, la propria appartenenza, probabilmente ossessionata da qualche forma di abuso o di violenza subita in passato, collezionista di tutto, dalle foto, ai gionali impilati a centinaia nelle sue camere di servizio e tutti relativi a episodi di violenza stupro omicidio o pedofilia, ai biglietti dei treni, ricevute di tutti i tipi, attaccata a ogni istante della sua vita e spostamenti come fossero fondamentale per ricordarsi di sè, penso che questa donna non fosse interessata alla fama, all'esposizione delle sue fotografie, di più, non solo non era interessata, non sapeva nemmeno cosa fosse la fama, non rientrava nelle sue categorie mentali. mi vengono i brividi se penso a quanto ha fotografato senza praticamente mai rivedere quel che fotografava. non aveva importanza vedere, rivedere, mostrare, ma l'atto del fotografare, quel momento di empatia, di brivido, di riverbero, di vibrazione che la veniva dall'inquadrare e scattare foto, da quel contatto vicino ma filtrato, unico e irripetibile (e non necessariamente rivedibile ma confinato in un rullino non sviluppato) con la realtà. mi vengono i brividi  a pensare a noi con le nostre stupide reflex a vedere e controllare subito l'esito dello scatto e invece quel fotografare senza sosta senza mai sbagliare una posa. quello era fotografare, non quel gesto comodo e vigliacco che applichiamo noi adagiati su una tecnologia che supplisce il talento.
quello era guardare, pensare, riflettere, mettere insieme le immagini, vederle nel loro insieme, scegliere il momento, aspettare, guardare il soggetto e coglierlo nel suo essere vivo.
Vivian ha fotografato il mondo, tutte le strade del mondo e ha colto l'essenza della vita in ogni soggetto che ha fotografato. sfuggendo probabilmente al proprio senso.


il lavoro di nanny le permetteva di andare e girare, non essere vincolata, sfuggire, cambiare, camuffarsi, dare nomi falsi, avere molto tempo per fare quel che le piaceva, sembra avesse a disposizione un tempo infinito, tante sono le cose che ha fatto e collezionato, film e foto che ha cliccato, a decine di migliaia. le sue foto hanno espanso il suo tempo all'infinito, l'infinito di chi ora si è preso la briga di sciogliere il suo mistero, sviluppare tutto, fare della sua vita la propria, della sua ricchezza la propria fortuna. è come vivere due volte.
un giovane ragazzo John Maloof, fotografo e filmaker, autore del film Alla ricerca di Vivian Maier e responsabile oggi di tutto ciò che di lei viene pubblicato,  si era recato a un'asta a scegliere oggetti di qualche interesse per fare un documentario sul suo quartiere di Chicago. ha comprato per 380 dollari una scatola di negativi e da lì ha ricostruito un mondo, occupato la sua vita, sviluppato foto, fatto viaggi in Francia, paese di orgine di Vivian, fatto mostre e probabilmente molti milioni di dollari. nel 2007,  ha dunque acquistato all'asta una scatola piena di negativi sperando di trovare del materiale utile al suo scopo e invece, ha trovato una delle più straordinarie collezioni fotografiche del XX secolo. andando, qualche anno dopo, alla ricerca dell'identità del fotografo, questa donna di nome Vivian Maier scomparsa nel 2009, Maloof ha scoperto anche una storia da romanzo: quella di una figura dall'immenso talento artistico, che ha preferito per tutta la vita mantenere il segreto sulla sua attività fotografica, lavorando come tata con la rolleiflex al collo per i bambini delle famiglie bene di Chicago. un caso, due vite che si incrociano, e il mistero di Vivian ora parla al mondo senza poter mai essere dipanato fino in fondo.
Vivian era ossessiva e ossessionata, si teneva insieme come poteva, ricevute foto e giornali ricomponevo i pezzi di una solitudine estrema, non conosceva la convivialità, la vita comune, il condividere, l'amare, il costruire. fuggiva da una casa all'altra, da una vita all'altra, da una foto all'altra senza sapere come fare e come andare. che interese aveva di vendersi? non era questo che le interessava, anzi, caso mai, nascondersi al mondo, mettersi strati di vestiti, incurante delle sue forme del suo sesso e dei suoi capelli della sua anima e dei suoi bisogni. sola e nascosta.
e noi siamo qui a violarla, a sbirciare nella sua vita, a sbranare le sue foto, a divorare il suo mistero.
ossessionati anche noi, turbati e voraci.



Scrive Alessandro Baricco:
Quel che è successo è questo: arrivata a una certa età, tata Maier si è ritirata dall’attività, si è spiaggiata in un sobborgo di Chicago e si è fatta bastare i pochi soldi messi da parte. Dato che accatastava molto, come si è visto, affittò un box, in uno di quei posti in cui si mettono i mobili che non stanno più da nessuna parte, o la moto che non sai più che fartene: ci ficcò dentro un bel po’ di roba e poi finì i soldi, non riuscì più a pagare l’affitto e quindi finì come doveva finire. Quelli dei box, se non paghi, dopo un po’ mettono tutto all’asta. Non stanno nemmeno a guardare cosa c’è dentro: aprono la porta, gli acquirenti arrivano, danno un’occhiata da fuori e, se qualcosa li ispira, si portano via tutto per un pugno di dollari: immagino che sia una forma sofisticata di gioco d’azzardo. L’uomo che si portò via il box di tata Maier si chiamava John Maloof. Era il 2007. Più che altro si portò via scatoloni, ma quando iniziò a guardarci dentro scoprì qualcosa che poi avrebbe cambiato la sua vita, e, immagino, ingrassato il suo conto in banca: un misurato numero di foto stampate in piccolo formato, una marea di negativi e una montagna di rullini mai sviluppati. Sommando si arrivava a più di centomila fotografie: tata Maier, in tutta la sua vita, ne aveva visto forse un dieci per cento (pare non avesse i soldi per lo sviluppo, o forse non le importava neanche tanto), e non ne pubblicò nemmeno una. 
Ma Maloof invece si mise a guardarle per bene, a svilupparle, a stamparle: e un giorno si disse che o era pazzo o quella era una dei più grandi fotografi del Novecento. Optò per la seconda ipotesi. Volendo credergli, si mise anche a cercarla, questa misteriosa Vivian Maier, di cui non sapeva nulla: la trovò, un giorno del 2009, negli annunci mortuari di un giornale di Chicago. Tata Maier se n’era andata in silenzio, probabilmente in solitudine e senza stupore, all’età di 83 anni: senza sapere di essere, in effetti, com’è ormai chiaro, uno dei più grandi fotografi del Novecento. 
La prima volta che ho incrociato questa storia ho naturalmente pensato che fosse troppo bella per essere vera. Tuttavia le foto erano davvero pazzesche, tutte foto di strada, quasi tutte in bianco e nero: pazzesche. Così ho setacciato un po’ il web scoprendo che in effetti il mito della Maier era già lievitato niente male, sebbene all’insaputa mia e dei più: mostre, libri, perfino due film, uno prodotto dalla Bbc: insomma, se era un falso, era un falso fatto maledettamente bene. Quindi una certa curiosità continuava a ronzarmi dentro finché ho scoperto che a Tours, amabile cittadina della provincia francese, neanche poi tanto lontana, c’era una mostra dedicata a tata Maier. Non so, ho pensato che volevo andare a vedere da vicino, a toccare con mano, a scoprire qualcosa. Insomma, alla fine ci sono andato.

martedì 26 novembre 2013

rosso occhio cratere del mattino. Sylvia Plath

Bookcity 2013.
cose buone e meno buone.
tra quelle buonissime, sabato sera: Due ragazze americane, Anne Sexton e Sylvia Plath.
e stiamo parlando dell'eccellenza, della poesia femminile alla sua massima espresssione, due donne, diperate, pazze di dolore, bipolari, suicide, stracolme di talento, diverse molto ma molto diverse tra loro fatta eccezione per l'attrazione fatale verso la morte, animate da una vena poetica inarrivabile.
per me sono entrambe due colossi (per dirla con la Plath) della poesia mondiale, entrambe parlano una lingua che scardina, personalmente mi travolgono, mi trascinano nel loro abisso con una potenza inaudita, mi fanno attraversare dai brividi e dalla paura. le trovo sconvolgenti, la loro forza trascinante è pari alla loro adesione alla morte e al suicidio.
la conversazione, definiamola così, cui ho assistito a bookcity sabato sera, è stata sviluppata da Elena Petrassi, appassionata e studiosa delle due poetesse, in un luogo piccolo e sconosciuto, un'associazione chiamata Apriti Cielo, sostenuta e gestita da due signore in età. una, entrando, la guardo e mi dico: l'ho già vista. dove dove dove? ha un modo e una vestizione che mi dicono qualcosa, qualcosa non della persona in particolare, ma di uno stile in genere. scopro che le composizioni alle pareti sono sue e che richiamano le poesie della Sexton. qualcuno le chiede come sia nata la sua curiosità verso la bellissima poetessa americana e dice di aver condiviso con lei l'esperienza dell'ospedale psichiatrico, dei medici, degli psicofarmaci, della malattia mentale. ecco dove l'ho vista: in ospedale.
la mia vita si interseca con le vite sofferenti degli altri, anche fuori dall'orario di lavoro, in fondo me le vado a cercare, queste sofferenze, queste due donne poeta che amo sono malate, malate di morte. e me la spiegano.

Sylvia Plath, nel 1955

quel che voglio raccontare qui, dopo averlo imparato dai bei modi della relatrice, sono le infinite diramazioni che la poesie di queste donne hanno creato. voglio riportare una delle poesie più belle della Plath, una delle 40 poesie che ha scritto, probabilmente in fase maniacale, dopo la separazione del marito, il poeta Ted Hughes, pubblicate nella raccolta Ariel.
ed è Ariel la poesia.

Ariel
Stasi nel buio. Poi
l’insostanziale azzurro
versarsi di vette e distanze.

Leonessa di Dio,
come in una ci evolviamo,
perno di calcagni e ginocchi! -

La ruga
s’incide e si cancella, sorella
al bruno arco
del collo che non posso serrare,

bacche
occhiodimoro oscuri
lanciano ami -

Boccate di un nero dolce sangue,
ombre.
Qualcos’altro

mi tira su nell’aria -
cosce, capelli;
dai miei calcagni si squama.

Bianca
godiva, mi spoglio -
morte mani, morte stringenze.

E adesso io
spumeggio al grano, scintillio di mari.
Il pianto del bambino

nel muro si liquefà.
E io
sono la freccia,

la rugiada che vola
suicida, in una con la spinta
dentro il rosso

occhio cratere del mattino.

della separazione da Ted Hughes, il marito che la lasciò per un'altra donna, suicida anch'essa pochi anni dopo, si è detto di tutto e di più. Silvya Plath veniva da una solida famiglia borghese, il padre, Otto, di origine tedesca, che morì quando lei aveva otto anni, era una figura assolutamente edipica, un padre, un colosso come lo definì lei stessa, la matrice prima e ultima della sua carne. la sua nascita e la sua morte stessa. i suoi studi furono assidui e feroci, si impegnò ossessivamente a raggiungere le vette della perfezione in ogni cosa. avrebbe voluto spostare un uomo eccelso, svettante, brillante e di successo e guarda caso lo trovò. Ted Hughes viene considerato, ed è, un poeta di altrettanta fama e bravura ma non di eguale talento, uno dei più insigni della sua generazione. ma il fallimento li travolse, lui la tradì, si separarono e lei si suicidò -non forse non a causa di questo abbandono, il suicidio lo aveva già tentato nel '53 senza riuscirci, molto prima di conoscere il marito- serrando la cucina con il nastro adesivo, scrivendo la poesia Orlo, preparando la colazione per i suoi due figli, e infilando la testa nel forno.era il 1963, aveva 30 anni.
dopo oltre 30 anni dalla morte della moglie, forse per tentare una redenzione, forse per autentico dolore, forse per sola ispirazione, Hughes scrisse una raccolta di poesie, Lettere di compleanno, completamente dedicate alla moglie, al loro matrimonio, ai figli, al loro fallimento.

“Verrà la fama. Fama per te, soprattutto.
La fama è inevitabile. E quando arriverà l’avrai pagata con la felicità, tuo marito e la vita”

Poesia tratte da “Poesie di compleanno

Why are you so solemn?
 
Più alta
di quanto non saresti più stata.
Ondeggiavi così snella
che le tue lunghe, perfette gambe americane
sembravano salire su su su.
Quella mano divampante,
quelle lunghe dita danzanti,
di eleganza scimmiesca.
E il viso: una palla tesa di gioia.
Ti vedo là, più chiara, più vera
che in tutti gli anni nella sua ombra -
come se ti avessi visto quell’ unica volta e poi più.
La cascata sciolta dei capelli
quella molle cortina
sul viso, sulla cicatrice.
E il tuo viso
una gommosa palla di gioia
intorno alla bocca dalle labbra africane, ridente,
dipinte di cremisi.
E i tuoi occhi
strizzati nel viso, succo di diamanti,
incredibilmente luminosi,
come succo di lacrime
che potevano anche essere lacrime di gioia,
una spremuta di gioia.
Volevi strabiliarmi
con il tuo brio. 

dei due figli il maschio morì suicida nel 2009, la figlia è pittrice e scrittrice, scrive poesie a sua volta. questa è dedicata a sua madre, la scrisse inorridita dall'uso mediatico, stravolto e cannibalico, della figura di sua madre.

Lettori

di Frieda Hughes

Vogliono soffiare vita nei cadaveri dei loro bambini morti
Le hanno portato via i sogni, raccolto parole da chi
ha sofferto su di sé la loro pena.

Hanno inflilano le dita nelle mutandine del suo cervello
in ogni pagina che ha scritto.  La vogliono nuda.
Vogliono sapere chi l’ha creata.

Hanno cercato di piumare di nuovo l’uccellino.

L’avvoltoio con la sua testa insanguinata
succhiava umori
dentro la sua pancia,

Hanno studiato la sua forma,
le sue ragioni,
la sua stessa morte.

Mentre la loro madri giacevano in tombe tranquille,
imbellite da quell’ordinata, regolare ghiaia smeraldo
mazzi di fiori nel vaso della marmellata, hanno riesumato la mia.

Persino le conchiglie che avevo lasciato sulla sua bara.

L’hanno rigirata come un pezzo di carne sul carbone
per scrutare i segreti delle sue cosce consumate,
dei suoi seni rinsecchiti.

Le hanno tirato fuori le orbite degli occhi per scoprire cosa vedesse,
morsicato la sua lingua in piccoli morsi
per parlare con la sua voce.
Ma ognuno di loro assaggiava carne diversa,
mangiava organi distinti,
toccava altra pelle.

Insistevano nell’essere quello
che la conosceva meglio,
quella che aveva la ricetta giusta.

Quando uscì dal forno
l’avevano ripulita dalle interiora, pelata,
guarnita per bene.

L’hanno reclamata come loro.
E io che per tutto questo tempo pensavo
che più di ogni altra cosa lei fosse mia.

pubblicata l’8 novembre 1997 sul Guardian.

anche Anne, che per breve tempo frequentò Sylvia, durante la comune frequentazione del corso di poesia tenuto da Robert Lowell, professore della Boston University, e con la quale condivise sedute al bar, condite da martini e confessioni reciproche sulla passione per la morte, l'attrazione per il suicidio, la disperazione del vivere, scrisse poche righe per lei.

La morte di Sylvia
Come hai potuto scivolare giù da sola nella morte
che ho desiderato così tanto e così a lungo,

la morte che tutte e due dicevamo di aver superato
... la morte di cui parlavamo tanto, a Boston,
mentre ci scolavamo tre martini extra dry.

ma erano diverse, profondamente diverse. Anne invidiava la cultura e la formazione rigorosa di Sylvia, ma la sua scrittura era facile, era un fiume in piena. Sylvia scriveva soostenuta da un forte rigore, da una conoscenza e uno studio assiduo della lingua, ma faticava a trovare la vena, scrivere era laborioso. la Sexton era una donna audace, bella, sensuale, sessualmente molto promiscua, brillante e già nota in vita. intratteneva il suo pubblico parlando delle sue esperienza psichiatriche manicomiali, seduceva, rilasciava interviste in cui flirtava con la telecamera, una disinibizione pericolosa. Sylvia era timida, introversa, ombrosa, la sua fama arrivò ben dopo la sua morte. 
così la descrisse Robert Lowell:
"…..E' straziante, riandando al passato, capire che il segreto dell'ultima irresistibile fiammata di Sylvia Plath e' nascosto nella discrezione, nel garbo estremo della sua penosa timidezza. Non e' mai stata una mia allieva, ma per due mesi circa, sette anni fa, segui' il mio corso di poesia alla Boston University. La rivedo, opaca contro il cielo luminoso di una finestra priva di qualsiasi panorama ….. Era alta, snella, con il busto lungo e fragile, i gomiti aguzzi, era nervosa, imbarazzata, gentile — una presenza tesa e brillante che la timidezza paralizzava. La sua umilta', la sua disponibilita' ad accettare tutto quanto veniva generalmente ammirato parevano darle a volte un'esasperante docilita' che nascondeva la sua pazienza e la sua audacia fuori moda. Ci mostro' allora poesie che in seguito, piu' o meno cambiate, vennero pubblicate nel suo primo libro, The Colossus. Erano poesie dai toni bassi, perfette nella struttura, facili all'allitterazione e a un'angoscia dolente ed intimista. Un bastardo che si sforza di galoppare / Spinge lo sciame dei gabbiani a volar via dal litorale Non prestai allora, ne' saprei dire perche', un'attenzione molto profonda a nessuna di quelle poesie. Avvertii la sua raffinatezza, la sua confusione, e non seppi immaginare la sua stupefacente, trionfante completezza futura".

e mi dico che le figure più grandi sono sempre straziate e ubriacate dall'odore della morte. 

domenica 3 novembre 2013

Porto POETIC

“L’architettura di Siza è (…) un progetto di dialogo critico, costruzione di una distanza, che è l’intervallo nel quale si costituisce la qualità dell’architettura migliore del nostro tempo”.
Vittorio Gregotti

Porto Poetic
Triennale di Milano
La mostra si articola in tre parti, Poetic, Community e Design, scandite in funzione di periodi temporali dagli anni Cinquanta ad oggi, che comprendono ben 41 progetti d’architettura (schizzi, disegni, modelli, immagini di cantiere), 215 oggetti di design, 540 scatti autoriali e 28 filmati.



Con l’uscita nel 1986 della pubblicazione “Álvaro Siza, Professione poetica” (Quaderni di Lotus, collana diretta da Pierluigi Nicolin), irrompe sul panorama architettonico internazionale l’architettura portoghese (la scuola di Oporto), fino ad allora considerata solamente in chiave regionalistica: “vernacular”e “critical regionalism”, che limitiva il campo di azione in un orizzonte neo-realista e anacronistico.
“Professione poetica” dimostrava che la sapienza e il talento di Álvaro Siza (che non aveva ancora costruito e progettato i lavori più iconici che lo hanno successivamente consacrato) erano frutto di piccoli gesti, di disegno, di continuare a disegnare la città in cui viveva e lavorava, Oporto, Porto Poetic.
Nella sua celebre premessa alla pubblicazione, scriveva … “Dicono che disegno nei caffè, che sono un architetto di piccole opere (dato che ho provato a fare le altre, penso che, se non mi sbaglio, le piccole sono più difficili).”… “La tradizione è una sfida all’innovazione. È fatta di inserti successivi. Sono conservatore e tradizionalista, cioè mi muovo fra conflitti, compromessi, meticciaggio, trasformazione.”…
Negli ultimi venti anni la Porto, poetica, fatta di piccole cose e di grandi interventi è stata campo di trasformazione, di innovazione.
I recenti progetti hanno modificato la maniera di vivere la città e di conseguenza anche gli spazi collettivi. Il tracciato della metropolitana, con le stazioni disegnate da Eduardo Souto de Moura, il Museo di Serralves di Álvaro Siza o la Casa da Musica di Rem Koolhaas sono icone della nuova Porto.
La città di Porto ha celebrato recentemente la conquista del secondo Premio Pritzker, quello a Eduardo Souto de Moura (2011), premio che Álvaro Siza aveva meritato nel 1992. Porto è una città con poco meno di duecento cinquanta mila abitanti, in un paese con poco più di dieci milioni. Grazie al lavoro assiduo e geniale degli esponenti della cosiddetta scuola di Oporto: Fernando Tavora come supremo maestro di Álvaro Siza, Álvaro Siza come maestro di Eduardo Souto Moura si consacra nell’esposizione PORTO POETIC la Città dei Pritzker.












avrei voluto fare un gran bel post.
la mostra è stata strepitosa, il convegno di presentazione alla Triennale interessante e affollatissimo di una bella popolazione studentesca in architettura, i due personaggi in questione, presenti all'inaugurazione, geniali, assolutamente geniali, oltre che simpatici e ironici, le installazioni di presentazione dei singoli progetti ben fatti, le fotografie delle costruzioni semplicemente perfette, le didascalie sempre adeguate spesso accompagnate da interventi attinenti alla questione poetica, i commenti degli autori - tra i quali una citazione di Siza accompagnate da fotografie di Basilico-particolarmente toccanti, e, nella mia testa, avrei voluto mettere tutto qui.
in sostanza avrei voluto trasferire qui la mostra per intero, immagini e parole, ma non ce l'ho fatta.
ho cercato testi, foto e citazioni, ma non li ho ritrovati, i miei appunti sono stati insuffficienti, tracce iandeguate alla ricostruzione del pensiero che ha animato la testa il cuore il talento di questi due incredibili personaggi dell'architettuta moderna. cosa posso fare?
arrendermi.
il post è tutto qui.
le immagini rendono giustizia solo in infinitesimamente piccola parte del lavoro straordinario di questi due architetti, la mostra ovviamente molto di più. c'è qualcosa di unico nel pensiero unificante, nella ricerca, nelle linee e nelle curve, nel bianco, nelle locazioni di stadi, chiese, biblioteche, centri sportivi e fermate del metrò, nella progettazione straordinaria, sempre adeguata, coerente, lineare, poetica, semplicemente poetica dello spazio di Alvaro Siza e Eduardo Souto de Moura.
in Portogallo due persone nascono, studiano, sviluppano idee, vanno all'universita, poi la animeranno e sosterranno, e danno sostanza al loro talento in modo unico e singolare, vivono a Porto e la costruiscono, la innalzano a icona architettonica purissima, cooperano, si stimolano, si sostengono e lavorano. lavorano al progetto di un modo migliore, anche attraverso l'eleganza, l'appropriatezza, il rigore e la sensualità, perchè tutto questo è l'insegnamento, visivamente percepibile e godibile, di un mondo migliore.
tra le citazioni e commenti alle opere di questi due architetti, ho ritrovato spesso le parole di Sophia de Mello Brey­ner Andre­sen, poetessa portoghese che ho già avuto modo di citare, legata a Pessoa, legata a Lisbona, legata a Porto, legata alla cultura portoghese in modo ovviamente nativo e indissolubile.

Ci sono città accese nella distanza,
Magne­ti­che e pro­fonde come lune,
Campi in fiore e nere strade
Piene di esal­ta­zione e risonanza.

Ci sono città accese il cui ardore
Distrugge l’insicurezza dei miei passi,
E l’angelo del reale apre le braccia
In nardi che mi ucci­dono di afrore.

E io devo par­tire per conoscere
Chi sono, per sapere come si chiama
Il pro­fondo esi­stere che mi consuma
In  que­sto paese di neb­bia e di non essere.

 Sophia de Mello Brey­ner Andre­sen

sono rimasta estasiata da quel che ho visto, guardato, conosciuto.

martedì 11 settembre 2012

Francesco mi presenta Francesca

Francesco ha aperto un blog, o meglio, un sito che comprende anche un blog.
nel sito ci sono le sue foto, che guardo ammirata pensando semplicemente che sono bellissime.
ho provato a cimentarmi ma non ho un gran talento, anzi, ma qualcuno invece, lui ad esempio, è dotato, e ha studiato, e merita di essere guardato.
(volevo mettere un foto scattata da lui...ma non si può!!)

nel suo blog ha pubblicato, tra gli altri, un post, che parla di Francesca.
Woodman.
come già era successo in altre occasioni, Francesco mi ha raccontato una storia molto interessante su una figura femminile di grande fascino, come altre portatrice di una vita molto drammatica, e di enorme talento artistico.
non conoscevo Francesca, ho visto le sue foto e sono rimasta folgorata dalla capacità di questa giovane donna morta suicida a 22 anni.

la storia è bella da leggere a casa di Francesco, io qui riporto solo alcune foto, che mi piacciono in modo viscerale e che quindi vorrei fare anche mie, così inquietanti, di una strana trasparenza bianca che a me fanno pensare a un travaglio interiore potentissimo, di quelli che scavano fino alla morte, un corpo vissuto come un fantasma e al contempo una gabbia che non può contenere nè soddisfare uno spirito incomprimibile. 



ne metto due ma sono da guardare.
tutte.
grazie Francesco, e a presto.

giovedì 19 gennaio 2012

mi sono innamorata di elio germano

"pronto? si ciao sono Rossa, come va?...sono andata a teatro a vedere quel gran figo di elio germano, non perderlo".
lo so, siamo un esercito, sono di una banalirtà imbarazzante.
teatro gremito di femmine.
ma sono parte del volgo, non mi differenzio.

penso perfino che cambierò il titolo del mio blog : "elio germano è mio fratello"
ma, fatto salvo che a mio fratello somiglia sul serio, non vorrei una fratellanza, francamente.
qualcuno diceva : è bello. no. proprio no. tutto ma bello no.
l'ho visto anche nudo in un paio di film, certamente ne "il passato è una terra straniera", peraltro bel film.
ecco, il suo compare in quella pellicola, Michele Riondino, è bello. Elio no, troppo magro, gambe secche.
no, per me un uomo deve avere carne addosso.
no bello no, ma un gran figo si. mi piace, ha talento, vagonate di talento, ci sa fare.
mi dicono che su un volo roma-milano, se ne stava appartato sul suo sedile a leggere l'Unità.
splendidamente demodé. un gran figo. fa per me.

dove l'ho visto? Milano, teatro Franco Parenti, in "Thom Pain", monologo del drammaturgo americano Will Eno, vincitore del Fringe Award all’Edinburgh International Festival del 2005 e, nello stesso anno, finalista del Premio Pulitzer per la sezione teatro.
che divertimento, che gusto, che apparente assurdità.
la bravura dell'interprete e la riuscita dello spettacolo consistono nella costante domanda, per tutta l'ora della rappresentazione: c'è o ci fa? improvvisa o recita? questo è il testo o non sa cosa dire?
testo -testo?- bizzarro, casuale, incongruo, apparentemente improvvisato, pieno zeppo di profondissime verità. sul tempo, sulla paura, sull'uso perverso della memoria e della parola, sulle bugie dell'amore. su me su te su tutti.
"se ti dicessero che ti resta un giorno di vita? ameresti follemente quella che ti resta. ti dicessero invece che ti restano 40 anni?"
“qual è stato il preciso momento in cui è finita la vostra infanzia? Quando avete visto qualcosa di spiacevole e avete provato dolore?”.


Thom Pain, che potrebbe con quel pain nel suo cognome non casualmente ricordare il dolore che ci accompagna e che cerchiamo di accomodare tutta la vita, fa il funambolo e gioca con le parole con apparente non senso, ci guida nell'inganno tra recitazione e improvvisazione, ci fa credere che sia un attore ma è un uomo che parla in mezzo ad altri, ci confonde e ci convince allo stesso tempo: è solo, ma siamo in tanti nella sua condizione.
thom pain è elio germano e, a parte il vestito di due taglie più grandi e la capigliatura improbabile, sono certa che uno fosse l'altro e viceversa.
non mi freghi elio, ti ho sgamato.

“Rimanete stabili. So che non è gran cosa, ma ce lo facciamo bastare. Non è meraviglioso, essere vivi?“

lunedì 2 maggio 2011

"prima di intraprendere qualcosa devi sapere tutto ciò che ha dentro" (Michelangelo Buonarroti)

 
mi piacciono questi sabato mattina in cui all'imperativo di dare ordine alla mia vita-appartenente al codice dell'ossessivita'- si sostituisce la concessione di momenti solo per me, con chi amo, dove mi piace stare, come desidero essere -appartenente al codice del godimento-.
questa mostra al castello sforzesco mi è piaciuta. "Michelangelo architetto", da un progetto di Casa Buonarroti, presenta oltre 50 disegni suddivisi in temi – dall’edilizia civile a quella religiosa, alle fortificazioni - e selezionati per cercare, in uno schizzo o in un elaborato di presentazione, il  percorso ideale di Michelangelo nella sua concezione dell’architettura: si tratta di progetti celeberrimi, ma talora incompiuti se non addirittura mai realizzati, come quello per la basilica di San Giovanni dei Fiorentini a Roma.
mi sono piaciuti il respiro castellano, la poca gente, il buio delle sale, la scrittura, i video in 3D di alcuni dei grandi progetti michelangioleschi, i disegni e la maestria del tratteggio.
mi affascina osservare la mano imperfetta di un michelangelo, se pur meravigliosamente dotata, impegnata in disegni geometrici, piante, particolari di finestre, colonne e librerie segrete. a volte i disegni sono chiaramente a mano libera, altre volte più precisi, nella maggior parte dei casi sviluppati su carta già utilizzata. è straordinario intuire dietro alla progettazione di una colonna il chiaro profilo di un nudo o di un volto umano. 
tutto questo lavoro assiduo, codificato in modo preciso con una numerazione progressiva delle tavole, sviluppato anche su definizione minuziosa dei blocchi di marmo con tanto di volumetrie e costi, provato e poi ritentato, ideato e poi riprogettato, consegnato al committente e poi non edificato, tutta questa produttività mi piace perchè mi restituisce il senso di una fatica. 
"pensa all'immagine, l'immagine è dentro, basta soltanto spogliarla".
è indubitabile il talento ma il lavoro, la committenza, la progettazione necessitano di fatica quotidiana, di lavoro sui dettagli, di prove e disfatte, di successi e molte delusioni.
è la fatica che percepisco in questi disegni, in questo inchiostro rosso che riempie i volumi e occupa spazi già abitati dall'ideazione di corpi statuari, in questa sovrapposzione di impegni e di creatività. 
non c'è talento che non si costruisca sul duro semplice comune lavoro.
michelangelo, divinamente magistrale, è anche umanamente affaticato.
"Signore, fa che io possa sempre desiderare 
più di quanto riesca a realizzare"