bianco e nero

come una foto. in bianco e nero. nessuna concessione al colore, alla spettacolarita', ai nuovi barbari. bianco e nero colori vividi dell'essenziale, solo l'autenticita' della forma. della sostanza. l'occhio vede e non si inganna.
"questo e' il mio segreto.
veramente semplice.
si vede bene solo con il cuore.
L'essenziale e' invisibile agli occhi."
Il piccolo principe. A.d.S-E.

Visualizzazione post con etichetta Anne Sexton. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Anne Sexton. Mostra tutti i post

sabato 25 gennaio 2014

Una sola volta compresi lo scopo della vita

Anne Sexton 

Una sola volta

Una sola volta compresi lo scopo della vita.
Accadde a Boston, inaspettatamente.
Camminavo lungo il Charles
e vidi le luci duplicarsi, tutte
con il cuore al neon e vibrante,
spalancando la bocca come cantanti dopera;
e contai le stelle, le mie piccole veterane,
cicatrici fiorite, e capii che stavo portando
il mio amore sulla sponda verde notturna, e in lacrime
aprii il cuore alle auto dirette a est e a ovest
e feci passare un ponticello alla mia verità
e la condussi a casa in fretta col suo fascino
e fino allalba accumulai queste costanti
per scoprire poi che se nerano andate. 


Anne Sexton


accumulai queste costanti, la bellezza di un poeta è il suo linguaggio, e si capisce se unico o se preso a prestito. 
ma si è così dai, per un attimo capisci, ho una mia dignitosa verità, apri un ponte, lasciando passare, lasciando penetrare, stupiti fino alle lacrime, ma è l'illusione di un attimo, nemmeno di una notte intera.

martedì 3 dicembre 2013

se potessi dare la colpa di tutto al tempo

per seguire le tracce di Anne sono anche finita in capo al mondo, un luogo, un circolo, chissà che cos'era, in una strada alla periferia milanese che aveva la numerazione più assurda che abbia mai visto, si passava dal 9 al 43/47.
beh era lì che dovevo andare.
la rassegna Autunno Americano- a Milano non ci facciamo mancare niente- che offre le mostre di Pollock e Warhol, e le manifestazioni culinarie di California Bakery (il 28 novembre c'era anche la cena del ringraziamento per chi la volesse provare) e il concerto di Bob Dylan, e un incontro con Steve McCurry (impossibile entrare, 200 persone rimaste fuori tra le quali anch'io), prevede anche queste 3 serate intitolate: Progetto Anne Sexton.
ne ho vista una e mi sono fatta ancora un po' di Anne, delle sue poesie, dei suoi deliri, delle sue macabre serenate, dai suoi inni al nulla e al dolore.
un'attrice di nome Milena Costanzo e un attore di nome Gianluca De Col, si muovono in una stanza e sono, fanno, mimano Anne nel suo carcere casalingo, schiava domestica ossessiva e creatura animalesca lussuriosa, piena di domande le cui risposte sono una strage, ammazzano le fiabe e appendono dio a un filo, sottile.


Se potessi dare la colpa di tutto al tempo.
La neve che sembra il tavolo dell'obitorio
gli alberi trasformati in ferri da calza
la terra dura come un merluzzo congelato
lo stagno che si è messo i baffi di ghiaccio.
Se potessi dare la colpa al cuore degli sconosciuti
che passano veloci e imbacuccati per la strada
o dare la colpa ai cani di tutti i colori
che si annusano tra di loro
e pisciano sulla soglia di casa.
Se potessi dare la colpa della guerra alla guerra
dove il fuoco mi brucia i capelli come una permanente/ venuta male.
Se potessi dare la colpa ai capi e ai presidenti per le loro imperdonabili canzoni.
Se potessi dare la colpa a tutte le madri e ai padri del mondo
quelli dei compiti, delle pallottole di potere,
quelli dell'amore che ti avvolge come pastella appiccicosa.
Dare la colpa a Dio forse?
Lui della prima uscita
che ci ha spinto tutti dentro ai primi errori?
No, io darò la colpa all'Uomo
perché l'uomo è Dio
e l'uomo si sta divorando la terra come uno snack
e nessuno di loro può essere lasciato solo con l'oceano
perché è risaputo che se lo tracannerà tutto.


Una volta soltanto
Una volta soltanto ho capito lo scopo della vita.
A Boston, all'improvviso, l'ho capito.
Camminavo là lungo il Charles River,
guardavo le luci mimare se stesse,
tutte neon dal cuore stroboscopico,
spalancare bocche come cantanti lirici;
contavo le stelle, mie piccole commilitone,
mie sfigurate margherite, e ho capito
che il mio amore vagava sulla sponda verde notte,
e piangendo esponevo il cuore alle auto che andavano a est,
piangendo esponevo il cuore alle auto che andavano a ovest
e la mia verità ha varcato un piccolo ponte ricurvo
e si è affrettata la mia verità, la sua malìa, verso casa
e ho tesaurizzato le costanti fino a mattina tarda
solo per poi vederle svanite.

Filo sottile
La mia fede
è un carico enorme

appeso a un filo sottile,
proprio come un ragno
appende i suoi piccoli a una tela fine,
proprio come dalla vite,
esile e rigida,
pendono grappoli
come occhi,
come molti angeli
danzano su una capocchia di spillo.

Dio non chiede troppo filo
per restare qui;
solo una venuzza
e sangue che vi scorra
e un po' d'amore.
Come qualcuno ha detto:
l'amore e la tosse
non si possono nascondere.
Neppure un colpetto di tosse
neppure un amore minimo.
Perciò se hai solo un filo sottile
a Dio non importa:
Lui te lo troverai tra le mani facilmente
proprio come una volta con dieci centesimi
ti potevi prendere una Coca.


Cenerentola
Cenerentola e il primcipe
vissero, si dice, felici e contenti,
come due bambole nella teca di un museo
senza mai preoccuparsi di pannolini o polvere,
senza mai discutere del tempo di cottura di un uovo,
senza mai raccontare la stessa storia due volte,
senza mai comprare un copriletto finto antico,
i loro amati sorrisi durarono per l'eternità.
Simmetrici gemelli siamesi.
Quella storia.

giovedì 28 novembre 2013

chi è dio per Anne Sexton?

“Spogliatevi della vita come dei pantaloni,
delle scarpe, della biancheria, 
spogliatevi della carne, 
scardinate le ossa. 
In altre parole 
togliete di mezzo 
il muro che vi separa da Dio”
Bella, passionale, economicamente fortunata. Forse non avrebbe ascoltato la poesia che aveva sottopelle, se il suo analista, dopo il primo tentativo di suicidio, non le avesse suggerito di scrivere. Una terapia che è valso il Pulitzer nel 1967 e la fama mondiale, nonché il ruolo di maggiore esponente tra i poeti confessionals americani. Ma neanche la famiglia e le figlie sono bastate a sanare quel turbamento che ha tanto a lungo assillato i giorni e le notti: solo il suicidio ha segnato la fine di una vita tutt’altro che comune, per una donna che ha trovato la propria strada poetica, diversa da tutti i contemporanei e i poeti tradizionali, perché istintiva e di modesta formazione intellettuale.
così leggo su un blog e proseguo sulla scia per dire che Anne Sexton è veramente un enigma per me.
trascinata nei bassifondi del vivere dal dolore la perversione la sofferenza la malattia la sessualità più brutale e la morte, la morte sempre ovunque, in ogni riga, in ogni respiro, in ogni parola, in ogni pensiero.
abusata da bambina e abusante sua figlia a sua volta, la Sexton scopa sempre, ogni parola che emetta e che scriva. scopa si fa montare trapassare martellare da tutto da tutti da ogni cosa dal padre dalla madre da chiunque. la sua vita è un abuso continuo, la sua vita non è disgiungibile da una sessualità pervasiva massacrante e degradante. 
fu famosissima in vita, seduceva il mondo con ogni parte del suo corpo, era uno schianto di donna, era sensuale e vestita di rosso, faceva sesso rilasciando interviste, probabilmente prendendo il te, figuriamoci tracannando martini al bar.
faceva sesso e ogni volta, così, toccava la morte. ad ogni penetrazione, vera o simbolica sia chiaro, si faceva permeare dalla morte per poi tornare in vita e riprovarci, e poi riuscirci davvero, finalmente, anche lei come la Plath, con la morte pulita e silenziosa e indolore del gas, chiusa in un garage a motore acceso. era il 1974, aveva 45 anni.
la penso immersa in una fatica immane, una fatica sessuale continua, una forma di eccitazione indomabile e necessaria per vivere, una forma parossistica, una schiavitù perversa senza fine. 
e su tutto, in ogni poesia, domina dio, che fa e che disfa, dio che può e distrugge, dio dio dio, ma chi è questo dio nella sua mente?
The priest came,
he said God was even in Hitler. 
I did not believe him 
for if God were in Hitler 
then God would be in me.
(The sickness unto death)
di certo non il dio dei cieli, è un dio metafisico, un oltre irraggiungibile, un oltre che la domina, che la ancora al terreno, che la radica in una contrapposizione continua tra corpo reale e immagine sognata.
è quel dio che quando: l’uomo dentro la donna stringe un nodo perché mai più loro due si separino e la donna si fa fiore che inghiotte il suo gambo e il Logos appare e sguinzaglia i loro fiumi. Quest’uomo e questa donna con la loro duplice fame hanno cercato di spingersi oltre la cortina di Dio, e ci sono riusciti per un momento, anche se poi Dio nella sua perversione scioglie il nodo.
non era sostenuta da una gran cultura, e il confronto con la Plath è perdente su tutti i fronti in questo campo, ma la sua poesia era un fiume, era facile, immediata, incisiva, senza scampo.

ho scoperto a Bookcity che anche Peter Gabriel scrisse di lei in una canzone, Mercy Street, tratta da una sua poesia, omonima.
Eccoli:

45 Mercy Street, Anne Sexton
Nel mio sogno
reale fino al midollo
cammino su e giù per Beacon Hill
cercando un cartello stradale,
Mercy Street.
Non c’è.

Provo per Back Bay.
Non c’è.
Non c’è.
Eppure conosco il numero,
Mercy Street, 45.
Conosco il vetro colorato
della finestra nell’atrio,
le tre ali della casa
con il parquet sui pavimenti
Conosco i mobili e
Mamma, nonna e bisnonna e servi.
Conosco la credenza con gli Spode,
la vaschetta del ghiaccio, argento solido,
dove il burro posa in bei quadrati,
come strani denti di gigante,
sul grande tavolo di mogano.
Lo conosco bene.
Non c’è.

Dove siete andati?
Mercy Street, 45,
con la nonna inginocchiata
nel suo corsetto di stecche di balena
che prega, a bassa voce, ferocemente,
davanti alla bacinella,
alle cinque del mattino
a mezzogiorno,
sonnecchiando sulla sedia a dondolo
il nonno schiaccia un pisolino nella dispensa,
la nonna suona il campanello per la cameriera, di sotto,
e Nana culla Mamma, con un fiore gigante
sulla fronte, per coprire un ricciolo
di quando era buona ed era …
E là, dove fu concepita,
e, dopo una generazione,
me,
la terza che avrebbe concepito,
un fiore di nome Orrido, sbocciante
da un seme straniero.

Cammino con un vestito giallo
e una borsetta bianca piena di sigarette,
pillole, portafogli, chiavi
e ho ventotto anni, o quarantacinque?
Cammino. Cammino.
Accendo i fiammiferi ai cartelli stradali,
perché è buio,
scuro come pelle morta
e ho perso la mia Ford verde,
e la mia casa nei sobborghi,
e due bambini piccoli
succhiati via come polline dall’ape che sono,
e un marito,
che si è seccato gli occhi
per non guardarmi più dentro,
e cammino e guardo
e non è un sogno,
ma solo la mia vita,
dove le persone sono alibi
e la strada è perduta
per sempre.

Indosso gli occhiali scuri.
Non mi importa.
Imbullona pure la porta, pietà,
cancella il numero,
strappa via i cartelli stradali.
Cosa può contare, cosa può contare
questa spilorcia che sono,
chi lo vuole un passato,
che uscì da un morto battello
lasciandomi solo della carta?

Non c’è.

Apro la borsetta,
come fanno le donne,
e pesci nuotano avanti e indietro
tra le banconote e il rossetto.
Li afferro uno per uno
e li getto ai cartelli stradali,
e lancio la borsetta
nel fiume Charles.
Poi tiro fuori il sogno
e lo getto sul muro di cemento
dello stupido calendario
in cui vivo
la mia vita,
e i suoi faticosi taccuini


Mercy StreetPeter Gabriel, in So (1986)
Looking down on empty streets, all she can see
Are the dreams all made solid
Are the dreams all made real

All of the buildings, all of those cars
Were once just a dream
In somebody's head

She pictures the broken glass, she pictures the steam
She pictures a soul
With no leak at the seam

Lets take the boat out
Wait until darkness
Let's take the boat out
Wait until darkness comes

Nowhere in the corridors of pale green and grey
Nowhere in the suburbs
In the cold light of day

There in the midst of it so alive and alone
Words support like bone

Dreaming of mercy st.
Wear your inside out
Dreaming of mercy
In your daddy('s arms again
Dreaming of mercy st.
'swear they moved that sign
Dreaming of mercy
In your daddy's arms

Pulling out the papers from the drawers that slide smooth
Tugging at the darkness, word upon word

Confessing all the secret things in the warm velvet box
To the priest-he's the doctor
He can handle the shocks

Dreaming of the tenderness-the tremble in the hips
Of kissing Mary's lips

Dreaming of mercy st.
Wear your insides out
Dreaming of mercy
In your daddy's arms again
Dreaming of mercy st.
'swear they moved that sign
Looking for mercy
In your daddy's arms

Mercy, mercy, looking for mercy
Mercy, mercy, looking for mercy

Anne, with her father is out in the boat
Riding the water
Riding the waves on the sea


e anche questo è un modo per conoscere, poesia e musica, arte e vita.

Una come lei 
In giro sono andata, strega posseduta 
Ossessa ho abitato l'aria nera, padrona della notte; 
sognando malefici, ho fatto il mio mestiere 
passando sulle case, luce dopo luce: 
solitaria e folle, con dodici dita. 
Una donna così non è una donna. 
Come lei io sono stata. 

Ho trovato nei boschi tiepide caverne, 
e pentole e amuleti, tavole 
e armadietti, infinità di oggetti 
e sete ho ammassato; 
per elfi e vermi cene ho preparato: 
mugolando ho sistemato 
le cose fuori posto. 
Una donna così non è capita. 
Come lei sono stata. 

Sul tuo carro, o cocchiere, son salita, 
a braccia nude ho salutato paesi che passavano, 
e le ultime strade luminose, ho conosciuto, 
sopravvissuta alle tue fiamme che ancora rompono le gambe 
e alle tue ruote che ancora rompono le ossa. 
Una donna così non ha vergogna di morire. 
Come lei io sono stata.

Noi
Ero avvolta nella pelliccia
nera, nella pelliccia bianca
e tu mi svolgevi
in una luce d’oro
poi m’incoronasti,
mentre fuori dardi di neve
diagonali battevano alla porta.
Mentre venti centimetri di neve
cadevano come stelle
in frammenti di calcio,
noi stavamo nel nostro corpo
(stanza che ci seppellirà)
e tu stavi nel mio corpo
(stanza che ci sopravviverà)
e all’inizio ti asciugai
i piedi con una pezza
perché ero la tua schiava
e tu mi chiamavi principessa.
Principessa!


Oh, allora
mi alzai con la pelle d’oro,
e mi disfeci dei salmi
mi disfeci dei vestiti
e tu sciogliesti le briglie
sciogliesti le redini,
ed io i bottoni,
e disfeci le ossa, le confusioni,
le cartoline del New England,
le notti di gennaio finite alle dieci,
e come spighe ci sollevammo,
per acri e acri d’oro,
e poi mietemmo, mietemmo
mietemmo.



Ancora, ancora, ancora
Hai detto che la rabbia sarebbe tornata
proprio come l'amore

Ho una sembianza nera che non
mi piace. È una maschera, me la provo.
Migro verso lei e la sua rana
s'accovaccia sulle mie labbra e defeca.
È una vecchia, è anche povera.
Ho provato a tenerla a dieta.
Non le do l'estrema unzione.

C'è un bell'aspetto che indosso
come un grumo di sangue.
Me lo sono cucito sul seno sinistro.
Ne ho fatto una vocazione.
La lussuria si è piantata in esso
e io ho accostato te e il tuo
bambino allo sbocco del latte.

Oh la nerezza è assassina
e il colmo del latte trabocca
e tutto il meccanismo mi funziona
ed io ti bacerò quando
avrò fatto a pezzetti un'altra dozzina di uomini
e tu morirai un po',
ancora, ancora.

martedì 26 novembre 2013

rosso occhio cratere del mattino. Sylvia Plath

Bookcity 2013.
cose buone e meno buone.
tra quelle buonissime, sabato sera: Due ragazze americane, Anne Sexton e Sylvia Plath.
e stiamo parlando dell'eccellenza, della poesia femminile alla sua massima espresssione, due donne, diperate, pazze di dolore, bipolari, suicide, stracolme di talento, diverse molto ma molto diverse tra loro fatta eccezione per l'attrazione fatale verso la morte, animate da una vena poetica inarrivabile.
per me sono entrambe due colossi (per dirla con la Plath) della poesia mondiale, entrambe parlano una lingua che scardina, personalmente mi travolgono, mi trascinano nel loro abisso con una potenza inaudita, mi fanno attraversare dai brividi e dalla paura. le trovo sconvolgenti, la loro forza trascinante è pari alla loro adesione alla morte e al suicidio.
la conversazione, definiamola così, cui ho assistito a bookcity sabato sera, è stata sviluppata da Elena Petrassi, appassionata e studiosa delle due poetesse, in un luogo piccolo e sconosciuto, un'associazione chiamata Apriti Cielo, sostenuta e gestita da due signore in età. una, entrando, la guardo e mi dico: l'ho già vista. dove dove dove? ha un modo e una vestizione che mi dicono qualcosa, qualcosa non della persona in particolare, ma di uno stile in genere. scopro che le composizioni alle pareti sono sue e che richiamano le poesie della Sexton. qualcuno le chiede come sia nata la sua curiosità verso la bellissima poetessa americana e dice di aver condiviso con lei l'esperienza dell'ospedale psichiatrico, dei medici, degli psicofarmaci, della malattia mentale. ecco dove l'ho vista: in ospedale.
la mia vita si interseca con le vite sofferenti degli altri, anche fuori dall'orario di lavoro, in fondo me le vado a cercare, queste sofferenze, queste due donne poeta che amo sono malate, malate di morte. e me la spiegano.

Sylvia Plath, nel 1955

quel che voglio raccontare qui, dopo averlo imparato dai bei modi della relatrice, sono le infinite diramazioni che la poesie di queste donne hanno creato. voglio riportare una delle poesie più belle della Plath, una delle 40 poesie che ha scritto, probabilmente in fase maniacale, dopo la separazione del marito, il poeta Ted Hughes, pubblicate nella raccolta Ariel.
ed è Ariel la poesia.

Ariel
Stasi nel buio. Poi
l’insostanziale azzurro
versarsi di vette e distanze.

Leonessa di Dio,
come in una ci evolviamo,
perno di calcagni e ginocchi! -

La ruga
s’incide e si cancella, sorella
al bruno arco
del collo che non posso serrare,

bacche
occhiodimoro oscuri
lanciano ami -

Boccate di un nero dolce sangue,
ombre.
Qualcos’altro

mi tira su nell’aria -
cosce, capelli;
dai miei calcagni si squama.

Bianca
godiva, mi spoglio -
morte mani, morte stringenze.

E adesso io
spumeggio al grano, scintillio di mari.
Il pianto del bambino

nel muro si liquefà.
E io
sono la freccia,

la rugiada che vola
suicida, in una con la spinta
dentro il rosso

occhio cratere del mattino.

della separazione da Ted Hughes, il marito che la lasciò per un'altra donna, suicida anch'essa pochi anni dopo, si è detto di tutto e di più. Silvya Plath veniva da una solida famiglia borghese, il padre, Otto, di origine tedesca, che morì quando lei aveva otto anni, era una figura assolutamente edipica, un padre, un colosso come lo definì lei stessa, la matrice prima e ultima della sua carne. la sua nascita e la sua morte stessa. i suoi studi furono assidui e feroci, si impegnò ossessivamente a raggiungere le vette della perfezione in ogni cosa. avrebbe voluto spostare un uomo eccelso, svettante, brillante e di successo e guarda caso lo trovò. Ted Hughes viene considerato, ed è, un poeta di altrettanta fama e bravura ma non di eguale talento, uno dei più insigni della sua generazione. ma il fallimento li travolse, lui la tradì, si separarono e lei si suicidò -non forse non a causa di questo abbandono, il suicidio lo aveva già tentato nel '53 senza riuscirci, molto prima di conoscere il marito- serrando la cucina con il nastro adesivo, scrivendo la poesia Orlo, preparando la colazione per i suoi due figli, e infilando la testa nel forno.era il 1963, aveva 30 anni.
dopo oltre 30 anni dalla morte della moglie, forse per tentare una redenzione, forse per autentico dolore, forse per sola ispirazione, Hughes scrisse una raccolta di poesie, Lettere di compleanno, completamente dedicate alla moglie, al loro matrimonio, ai figli, al loro fallimento.

“Verrà la fama. Fama per te, soprattutto.
La fama è inevitabile. E quando arriverà l’avrai pagata con la felicità, tuo marito e la vita”

Poesia tratte da “Poesie di compleanno

Why are you so solemn?
 
Più alta
di quanto non saresti più stata.
Ondeggiavi così snella
che le tue lunghe, perfette gambe americane
sembravano salire su su su.
Quella mano divampante,
quelle lunghe dita danzanti,
di eleganza scimmiesca.
E il viso: una palla tesa di gioia.
Ti vedo là, più chiara, più vera
che in tutti gli anni nella sua ombra -
come se ti avessi visto quell’ unica volta e poi più.
La cascata sciolta dei capelli
quella molle cortina
sul viso, sulla cicatrice.
E il tuo viso
una gommosa palla di gioia
intorno alla bocca dalle labbra africane, ridente,
dipinte di cremisi.
E i tuoi occhi
strizzati nel viso, succo di diamanti,
incredibilmente luminosi,
come succo di lacrime
che potevano anche essere lacrime di gioia,
una spremuta di gioia.
Volevi strabiliarmi
con il tuo brio. 

dei due figli il maschio morì suicida nel 2009, la figlia è pittrice e scrittrice, scrive poesie a sua volta. questa è dedicata a sua madre, la scrisse inorridita dall'uso mediatico, stravolto e cannibalico, della figura di sua madre.

Lettori

di Frieda Hughes

Vogliono soffiare vita nei cadaveri dei loro bambini morti
Le hanno portato via i sogni, raccolto parole da chi
ha sofferto su di sé la loro pena.

Hanno inflilano le dita nelle mutandine del suo cervello
in ogni pagina che ha scritto.  La vogliono nuda.
Vogliono sapere chi l’ha creata.

Hanno cercato di piumare di nuovo l’uccellino.

L’avvoltoio con la sua testa insanguinata
succhiava umori
dentro la sua pancia,

Hanno studiato la sua forma,
le sue ragioni,
la sua stessa morte.

Mentre la loro madri giacevano in tombe tranquille,
imbellite da quell’ordinata, regolare ghiaia smeraldo
mazzi di fiori nel vaso della marmellata, hanno riesumato la mia.

Persino le conchiglie che avevo lasciato sulla sua bara.

L’hanno rigirata come un pezzo di carne sul carbone
per scrutare i segreti delle sue cosce consumate,
dei suoi seni rinsecchiti.

Le hanno tirato fuori le orbite degli occhi per scoprire cosa vedesse,
morsicato la sua lingua in piccoli morsi
per parlare con la sua voce.
Ma ognuno di loro assaggiava carne diversa,
mangiava organi distinti,
toccava altra pelle.

Insistevano nell’essere quello
che la conosceva meglio,
quella che aveva la ricetta giusta.

Quando uscì dal forno
l’avevano ripulita dalle interiora, pelata,
guarnita per bene.

L’hanno reclamata come loro.
E io che per tutto questo tempo pensavo
che più di ogni altra cosa lei fosse mia.

pubblicata l’8 novembre 1997 sul Guardian.

anche Anne, che per breve tempo frequentò Sylvia, durante la comune frequentazione del corso di poesia tenuto da Robert Lowell, professore della Boston University, e con la quale condivise sedute al bar, condite da martini e confessioni reciproche sulla passione per la morte, l'attrazione per il suicidio, la disperazione del vivere, scrisse poche righe per lei.

La morte di Sylvia
Come hai potuto scivolare giù da sola nella morte
che ho desiderato così tanto e così a lungo,

la morte che tutte e due dicevamo di aver superato
... la morte di cui parlavamo tanto, a Boston,
mentre ci scolavamo tre martini extra dry.

ma erano diverse, profondamente diverse. Anne invidiava la cultura e la formazione rigorosa di Sylvia, ma la sua scrittura era facile, era un fiume in piena. Sylvia scriveva soostenuta da un forte rigore, da una conoscenza e uno studio assiduo della lingua, ma faticava a trovare la vena, scrivere era laborioso. la Sexton era una donna audace, bella, sensuale, sessualmente molto promiscua, brillante e già nota in vita. intratteneva il suo pubblico parlando delle sue esperienza psichiatriche manicomiali, seduceva, rilasciava interviste in cui flirtava con la telecamera, una disinibizione pericolosa. Sylvia era timida, introversa, ombrosa, la sua fama arrivò ben dopo la sua morte. 
così la descrisse Robert Lowell:
"…..E' straziante, riandando al passato, capire che il segreto dell'ultima irresistibile fiammata di Sylvia Plath e' nascosto nella discrezione, nel garbo estremo della sua penosa timidezza. Non e' mai stata una mia allieva, ma per due mesi circa, sette anni fa, segui' il mio corso di poesia alla Boston University. La rivedo, opaca contro il cielo luminoso di una finestra priva di qualsiasi panorama ….. Era alta, snella, con il busto lungo e fragile, i gomiti aguzzi, era nervosa, imbarazzata, gentile — una presenza tesa e brillante che la timidezza paralizzava. La sua umilta', la sua disponibilita' ad accettare tutto quanto veniva generalmente ammirato parevano darle a volte un'esasperante docilita' che nascondeva la sua pazienza e la sua audacia fuori moda. Ci mostro' allora poesie che in seguito, piu' o meno cambiate, vennero pubblicate nel suo primo libro, The Colossus. Erano poesie dai toni bassi, perfette nella struttura, facili all'allitterazione e a un'angoscia dolente ed intimista. Un bastardo che si sforza di galoppare / Spinge lo sciame dei gabbiani a volar via dal litorale Non prestai allora, ne' saprei dire perche', un'attenzione molto profonda a nessuna di quelle poesie. Avvertii la sua raffinatezza, la sua confusione, e non seppi immaginare la sua stupefacente, trionfante completezza futura".

e mi dico che le figure più grandi sono sempre straziate e ubriacate dall'odore della morte. 

martedì 22 novembre 2011

Oh la nerezza è assassina

Hai detto che la rabbia sarebbe tornata
proprio come l’amore.
Ho una sembianza nera che non
mi piace. È una maschera, me la provo.



Anne Sexton era pazza, instabile infelice erotomanica e ricchissima di parole, e le sue poesie sono un coacervo di follia e di densità nera, nera come il fondo senza fine. irresistibile, si desidera cadere.
non voglio parlare di lei ma quella nerezza, maschera nera che non mi piace, a volte ce l'ho addosso, in questi giorni sono tormentata dalla consapevolezza della cattiveria che esiste in ognuno di noi, il lato oscuro, il lato impietoso, crudele e abissale, quello che sbaglia, fa male, errori enormi. non sono esente, faccio cose di cui mi pento terribilmente e non so come rimediare.
mi leggo un po' Hanna Arendt, uno spunto da un libro leggibile di Carofiglio "Le perfezioni provvisorie", e mi spiega che la redenzione possibile dall’aporia dell’irreversibilità – non riuscire a disfare ciò che si è fatto, anche se non si sapeva, e non si poteva sapere ciò che si stesse facendo, è nella facoltà del perdonare. Il rimedio all’imprevedibilità è la facoltà di fare e mantenere promesse.
è di sollievo crederci ma credo che non basterà a schiarire la nerezza, a eludere la sembianza.
Gli uomini, anche se devono morire, sono nati non per morire ma per incominciare.